Crocevia

(Golfo di Mondello, foto di Carlo Columba)

(Golfo di Mondello, foto di Carlo Columba)

Lo vedo ogni giorno, vicino alla casa in cui vivo.
Quando prendo l’auto per andare dal mare alla città lui è lì, al semaforo di una piazzetta circondata da aranci amari, piccole aiuole e sparute panchine quasi arrugginite.

Si chiama Hatef e viene dal Bangladesh.
Non so capire quanti anni abbia, è come se non fosse né giovane né anziano.
Lo ha conosciuto per primo l’uomo che mi vuol bene, poi me lo ha presentato.
Loro spesso si salutano stringendosi la mano, a me, invece, Hatef rivolge un gesto a volte con la testa a volte alzando il braccio. Ha un portamento elegante, perfino quando offre il pacco di fazzoletti o quando domanda se può lavare i nostri parabrezza. Non l’ho visto mai insistere e neppure nascondere lo sconforto per il moltiplicarsi dei dinieghi.

E’ elegante ed è malinconico. A Natale si è tagliato i capelli e si è messo in ordine, aveva il collo come quello dei bambini, nudo e pulito. Hatef possiede un vecchio cellulare e da sette anni non fa ritorno a casa. Ci ha raccontato di avere una moglie e dei figli, il più piccolo di sette anni, appunto, e da come ne parla credo che lui questo figlio non lo abbia mai visto.

Non so con esattezza a che ora cominci a passeggiare su e giù per quell’incrocio, ma verso le tredici fa la pausa pranzo. Appena qualche giorno fa l’abbiamo visto seduto su una di quelle panchine arrugginite, mentre mangiava con evidente appetito da un porta pranzo di plastica e divideva il pane con uno stuolo di piccioni che arrivavano a lui, felici, da ogni dove. Sembrava che davvero fossero amici. E la sua solitudine era dignitosa, quasi romantica, senza apparente disperazione, piuttosto appariva come una condivisione di briciole che moltiplicava una comunione bizzarra tra esseri viventi. Emanava però anche un senso d’assenza assai profondo, impenetrabile.
Dopo pranzo Hatef riposa, sdraiato sulla solita panchina, con la testa infilata in una grossa scatola di cartone. Un po’ per pudore, credo, un po’ per proteggersi dai rumori. Poi, ripone in un angolo il cartone e la coperta e si rimette in piedi fra gli aranci, amari di lontananze e di quotidiana iniquità.

Ma la cosa che di più amo di Hatef è la sua girandola. Lui ne possiede una, di quelle con le eliche di plastica colorata che altri suoi connazionali vendono per pochi euro a semafori non distanti dal suo. Lui, invece, la possiede per se stesso e ogni volta che comincia a lavorare la pianta nelle aiuole umide di mare, per segnalare la sua presenza e sperare, forse, in un raccolto di buoni frutti per la sussistenza. La sera, quando se ne va, la tira via e se la mette sottobraccio, per portarla lì dove Hatef scompare lontano dai nostri sguardi.

(La girandola di Hatef)

(La girandola di Hatef)

Io non lo so qual è la sua storia, so che quest’uomo crede e spera in Allah, e che qualcosa di profondamente ingiusto lo ha strappato alla sua vita e alla sua terra portandolo dal golfo del Bengala al golfo di Mondello. Non so cosa patisce davvero né cosa sogna né tanto meno so se ha o se fa progetti per il suo futuro, se il futuro è per lui una categoria reale. Però, per me, quella girandola che si muove gioiosa sospinta dal vento, messa lì a segnalare a tutti la sua esistenza, è grido ed è canto, un’invocazione e una protesta.

Hatef è un grande poeta muto. E’ poeta d’azione, organizzazione e resistenza.
E i suoi gesti rendono il nostro mondo, che certo non gli sorride, un posto migliore affrettando, spero, il giorno in cui saremo capaci di comunione almeno quanto lo sono i piccioni.

Così in terra

IMG_20170604_202728

…non aggirarti muto nella nostra confusione,
non vagare a vuoto nell’ombra del nostro dolore,
non lasciare la tua impronta, dove non porti soluzione.
Disperdi i neri corpi celesti, contrabbandieri sacri del tuo nome!
Tra le pietre semina ovunque disobbedienza e consolazione.
Baci e baci e fiati di corpi mortali salvino la nostra carne da tutti i mali
e da qualunque perfezione liberaci, in eterno.
Amen.

D’amore è il ritorno

Ponte Garibaldi, Roma

Ponte Garibaldi, Roma

Ho rivisto uguali i posti. Ho guardato gli stessi luoghi con occhi nuovi. L’amore rinnova gli organi di tessuti vergini e modifica gli sguardi come fanciulli.

Roma puzza di piscio e povertà davanti ai portoni delle chiese del centro. All’interno bruciano le candale e si consuma l’attesa, la speranza di un esito. L’amore trasforma l’attesa, l’amore partorisce desideri di radici antiche e rami morbidi di germoglio.

A Roma i barboni dormono negli angoli e tormentano la prospettiva, le palpebre si chiudono sulle panchine vegliate dai cani. A Roma s’intrecciano le braccia degli amici, le risa liete nell’umidità della sera, le voci dei bambini. L’amore mescola i drammi e accende la notte di fiato e di segreti.

A Roma piovono ricordi sulle foglie dei platani rossi. Tremano le ombre al perdurar dei sentimenti tutti trasformati, adulti e soli. L’amore fermenta il mosto di antiche raccolte e placa la sete della festa.

A Roma suonano campane di antichi annunci, si accendono le strade di passi novelli. L’amore scioglie i grumi al dolore ed è fertile di semi la terra strappata al pianto.

 

Gesti

tumblr_ofi3jsxqvq1rywysso1_1280

“…che almeno nei gesti si plachi,
per un istante di gloria
tutta la febbre che mi freme nel cuore…”

Cesare Pavese, estratto poesia del 17 agosto 1927

My clandestine body

WhatsApp Image 2016-08-01 at 00.15.19

I have a secret in the heart
Myself have the secret of my heart.
My body is a mystery
and I do not find the map to understand it.

I get lost looking for the secret,
I’m afraid of the dark
I’m afraid of the light
There is no one who helps me to search.

Only the wind helps me
the air gives me relief.
I need to have courage
I need to be strong.

Can’t scare me
The journey is endless,
The road cannot be interrupted.
I need to have courage.

My blood won’t hurt me
the darkness doesn’t bury the secret of my heart.
I will tame the darkness
with the strength of every day and all night
with the patience of all day and all night.

Shout to my body: you are allowed to exist!
And I understand who you are.
I’ll say it in the wind,
so the air will be pure
and I shall recover my breath.

Ho un segreto nel cuore
Io, sono il segreto del mio cuore.
Il mio corpo è un mistero
e non trovo la mappa per decifrarlo.

Mi perdo alla ricerca del segreto.
Ho paura del buio.
Ho paura della luce.
E non c’è nessuno che mi aiuti a cercare.

Solo il vento mi viene in soccorso.
l’aria mi dà sollievo.
Io devo avere il coraggio.
Io devo essere forte.

Non posso spaventarmi.
Il viaggio è senza fine,
la strada non può essere interrotta.
Io ho bisogno di avere coraggio.

Il mio sangue non mi farà del male
e il buio non seppellirà il segreto del mio cuore.
Io domerò il buio
con la forza di ogni giorno e per tutta la notte
con la pazienza di tutto il giorno e di tutta la notte.

Grido al mio corpo: hai il permesso di esistere!
E capisco chi sei.
Lo dirò, al vento
così l’aria sarà pura
e riavrò il mio respiro.

 

Di dolcezza rifiorirà, la terra.

Come acqua sulla terra bruciata, questa poesia ha attraversato ieri i cuori di molti siciliani affranti. Siamo abbattuti dal fuoco e dalla prepotenza. Accecati dal fumo e dalle fiamme cerchiamo, senza fiato, di rincorrerla la giustizia, di afferrarla alle spalle, ma fugge, lei, da questa terra senz’aria, con piedi veloci di sdegno. Spazziamo via dai nostri balconi la cenere degli alberi morti e dei fichi d’India cadaveri. Le loro spine erano in fiore, e senza frutto, ora, si accasciano sul suolo grigio di tristezza.
Versi dolci, di una donna dolce. Così ancora ci salviamo noi, in questa terra senza appigli, aggrappandoci all’intelligenza integra e visionaria di donne, di uomini rimasti sani.

106219229

foto di Enzo Valenti

Lettera al figlio

Mi caro figlio, tu che sei lontano,
vedessi come è bella stamattina
questa città che a te piace e non piace,
antica aristocratica signora
sempre sporca disfatta spudorata.
Ma oggi no.
C’è Monte Pellegrino
tutto rosa, lavato dalle piogge recenti
e il sole conta i pini
e li illumina e ombreggia
uno per uno, e gli alberi e le foglie
foglia per foglia. Cantano
le finestre da vetro a vetro,
e tutto splende e brilla e il mare è azzurro
senza orizzonte come l’infinito.

Se una pioggia potesse ripulire
anche l’anima e il sole benedire
allegro una innocenza ritrovata
a questa tua città dai vermi neri
annidati nei tufi polverosi
da memorie e assassini,
e dolori e macerie e cattiverie
senza perdono né consolazione

Se potessi tornare, ritrovare
la dolcezza delle prugne di cuore,
le pomelie sui balconi dei poveri,
le canzoni delle sere d’estate
e le carezze di quest’aria mite
che oggi asciuga le lacrime
dei giovani Re di pietra ai Quattro Canti
e ai mendicanti,
in questa città di mercati e camposanti.

E guardarci negli occhi dei passanti
senza il pugnale tra i denti
e sorriderci e augurarci buona giornata
per quanto è bella questa mattinata

Grazia Cianetti

Come un fiore

© Francesca Woodman

© Francesca Woodman

La solitudine che tu mi hai regalato
io la coltivo come un fiore.
– Sergio Endrigo, Canzone per te, 1968

Non perdere il mondo

 

© 2015 Stephania Dapolla

© 2015 Stephania Dapolla

 

Ci vuole un alambicco
per passare
da amore ad amore,
per cambiare colore
e non perdere il mondo,
ripetere passaggi
d’anima, morire
di trasformazione.

– Antonella Kubler

P.S: Grazie Alberto.

 

Come se

WP_20150404_001 (2)

 

Ti amo,
come se dicessi: “Dio sia lodato, sono vivo!”.

Nazim Hikmet

 

 

 

 

 

 

 

 

Groviglio d’intenti

mani

Quante cose per le mani
in questo inspiegabile groviglio d’intenti…

Non volermi male.

Certe volte l’importante è vedersi più belli,
quanto basta per sentire che il mondo è vicino.
E non è perfetto.

– C. Consoli, Non volermi male.