Un filo di paura

Giovanni Falcone

Giovanni Falcone

Dove fiorisce il rosmarino c’è una fontana scura
dove cammina il mio destino c’è un filo di paura
qual è la direzione nessuno me lo imparò
qual è il mio vero nome ancora non lo so.

da “Canto del servo pastore” di Fabrizio De Andrè

L’inatteso mentre si compie

Perché un incontro sia importante non serve il contatto quotidiano né che su ogni cosa si sia d’accordo. Non importa nemmeno avere la stessa visione della vita, delle relazioni o delle persone. Ciò che conta è che da quell’incontro qualcosa di veramente importante nasca e che non si prosegui il cammino senza nulla di immutato.

Antonio Mercadante è stato il fotografo del mio libro “Orlando allo specchio. Uomini e pupi nel teatro di Mimmo Cuticchio”. Quando ci siamo incontrati, a mio avviso, il testo era completo. Restavano da fare solo le foto e la cosa mi riguardava relativamente. Ma lui non era d’accordo. Perché? Perché nel libro mancavo io e quel che i pupi, nel lavoro quasi triennale con Mimmo Cuticchio, avevano significato per me: “Se non mi racconti la tua esperienza io i pupi non li posso fotografare”, mi disse.

Scrissi allora alcune pagine e gliele mandai. “No, non ci siamo – rispose – ancora non ti vedo”.  E’ stato frustrante. Poi un pomeriggio, quasi raccogliendo una sfida, decisi di provare a scrivere qualcosa di davvero mio che non gli avrei di certo mandato, però!
Fu un’esperienza di scrittura molto intensa: le parole sgorgavano come da una sorgente sommersa che non credevo di possedere e mi accorsi quanto l’esperienza vissuta dentro al teatro dei pupi avesse cambiato il mio sguardo, dandomi la possibilità di vedere, osservare e comprendere dal di fuori il mio mondo interiore. Il miracolo del teatro!

“Adesso si!”, mi scrisse, quando decisi, invece, di inviare le mie pagine e mettermi in gioco per davvero. Adesso lui mi vedeva e, diceva, poteva entrare in relazione con i pupi per poterli fotografare mostrandone l’animo, la personalità, la vita.

Così è stato.

Antonio è morto improvvisamente martedì scorso. Ad un’età nella quale ancora la morte sembra uno sfregio, una disarmonia, una stonatura, un furto.

Per ricordare il nostro incontro il gesto più vero mi pare quello di pubblicare un paragrafo di “Orlando allo specchio”, accompagnato da una suo scatto, Clorinda, il mio personaggio preferito, la donna che mi ha insegnato il valore d’essere chi si è. Senza Antonio probabilmente non l’avrei mai amata tanto.

Grazie Antonio. Riposa in pace.

(Clorinda, particolare. Ossatura in faggio di Antonio D'Agostino. Armatura in ottone e rame di Mimmo Cuticchio, Nino Cuticchio e Matteo Trapani. Foto di Antonio Mercadante).

(Clorinda, particolare. Ossatura in faggio di Antonio D’Agostino. Armatura in ottone e rame di Mimmo Cuticchio, Nino Cuticchio e Matteo Trapani. Foto di Antonio Mercadante).

Clorinda

Clorinda la vidi da vicino solo dopo aver assistito al suo duello con Tancredi. Molto dopo. Fino a quel momento era per me più una sagoma che un volto. Era una storia, una storia forte che mi aveva lasciata commossa e sgomenta, coinvolta e pensierosa.

Tornando a casa, a spettacolo terminato, cercai i versi della Gerusalemme liberata che narravano la sua vicenda, lessi con attenzione e cercai di ricomporre nella mia mente l’accaduto, accostando in una sintesi personalissima le parole di Torquato Tasso al cunto di Mimmo Cuticchio. Pensavo che lo spazio vuoto scavato in cuore dallo spettacolo potesse essere colmato dallo studio dei versi o dal ripercorrere mentalmente le parole e il ritmo del cunto. Non fu così. Lasciai che il vuoto rimanesse tale, in attesa di trovare le risposte che cercavo o forse sperando che le domande mi sorgessero più distinte, comprensibili.

Le settimane si susseguirono veloci tra il lavoro, la stesura del libro, gli incontri con il maestro e il vuoto ne restò sommerso, non colmato, fino al pomeriggio in cui, aspettando che Mimmo Cuticchio mi raggiungesse nel suo laboratorio, mi voltai e la vidi. Era bella. Bellissima. Mi chiesi se avrebbe mai potuto affascinarmi così se non avessi saputo chi fosse, se l’avessi vista prima di conoscere la sua avventura tanto intricata e dolorosa. Non lo so. So che il suo volto mi sembrò velato di un dolore invincibile, ma non disperato. Mi spaventò pensare che il dolore potesse apparirmi “bello”, ma non era il dolore a conferirle bellezza, era il modo in cui Clorinda lo portava addosso. Clorinda ha la pelle scura, olivastra, un naso pronunciato e due labbra carnose, i capelli, scuri anch’essi, lunghi e ondulati. Gli occhi sono blu,come il mar mediterraneo nelle belle giornate d’inverno e pare guardino dritto davanti a sé, ma in realtà non seguono nessuna direzione, gli occhi di Clorinda guardano altrove.

A cosa guardi Clorinda? Cosa vedi che io non riesco a scorgere? Come si porta addosso il dolore così, come un abito tagliato su misura? Come una veste solenne che non è per il lutto né per i giorni di festa? Come si fa a credere di essere qualcuno per una vita intera per poi scoprire, senza soccombere, che tutto deve cambiare? Che si è altro? Che la verità stava rannicchiata dentro al cuore, come un bimbo nel grembo, scalciando e invocando il diritto di vedere la luce?

A Clorinda accade tutto al momento della sua nascita e tutto al momento della sua morte. In mezzo una vita intera in attesa di un compimento veloce, estremo, inatteso, tragico e dolcissimo. Se sapessimo prima il modo in cui ci deve accadere la vita! Moriremmo di paura o di presunzione. Penseremmo di non poter sopportare quello che ci aspetta o di poterlo affrontare per averne conosciuto prima gli eventi. Affrontare l’inatteso mentre si compie è, invece, l’unica sorte possibile,  la nostra sola abilità.

Io vorrei sapere come hai fatto, cosa hai provato quando ti hanno detto che ciò che difendevi, che quello a cui credevi non era tuo, che combattevi non un nemico, ma te stessa, che quanto cercavi di sconfiggere e di cacciare lontano da te, ti apparteneva. Dove hai trovato la forza di continuare a combattere? Sotto i colpi di spada, il sudore della battaglia, il sangue a chi pensavi Clorinda? Pensavi allo sguardo di Tancredi? Agli occhi che gli avevi rapito?

Ma era la tua identità ad essere in gioco e Clorinda poteva non combattere per Clorinda? All’improvviso il tuo corpo, la tua vita, tu, tutta intera ti sei trasformata nel campo di battaglia per la conquista di te stessa. Vorrei sentire da te parole di speranza, un incoraggiamento a non temere la battaglia, a sopportare la fatica nella comprensione di se stessi, fino all’ultimo duello. Vedo in te l’assenza di misure di mezzo: tutta la vita, tutta la morte e tutto l’amore ti hanno raggiunta e tu sei stata pronta, non ti sei sottratta. Forse hai avuto paura, ma sei rimasta. E non importa se l’uomo che ti amava lo hai amato tutto in un solo momento, se lo hai incontrato in un solo sguardo, se è stato per te l’opportunità di conoscerti senza poter ricambiare il favore, se tu sei stata veramente te stessa appena il tempo di renderti conto che la vita era finita, tutta sparsa in quel sangue che proprio il tuo desiderio di vivere aveva versato.

Non c’è spargimento di sangue nell’opera dei pupi. Il sangue che sentiamo scorrere copioso è il nostro, quello che ci corre dentro mentre assistiamo agli spettacoli, partecipi dei duelli, delle grandi battaglie, degli scontri valorosi. Nei pupi riflettiamo noi stessi, alla loro vita ci appassioniamo e, fosse pure senza immediata consapevolezza, cresce in noi la passione per quanto ci appartiene. A me è accaduto così. Da Clorinda ho imparato che ciò che siamo realmente e che sempre si trasforma non può restare nascosto, prima o poi viene a galla, la luce della vita lo attrae e seppure si tenta di mantenere il controllo di ciò a cui si è oramai abituati, l’identità si dimena e ci dilania fino a quando non trova la strada per raggiungerci. E quando, finalmente, ci permettiamo di esistere allora la vita diventa urgente e l’amore diventa urgente e l’unica unità di misura applicabile alla vita come all’amore è l’intensità.

da Orlando allo specchio. Uomini e pupi nel teatro di Mimmo Cuticchio, Edizioni Lussografica, 2016.

 

Crocevia

(Golfo di Mondello, foto di Carlo Columba)

(Golfo di Mondello, foto di Carlo Columba)

Lo vedo ogni giorno, vicino alla casa in cui vivo.
Quando prendo l’auto per andare dal mare alla città lui è lì, al semaforo di una piazzetta circondata da aranci amari, piccole aiuole e sparute panchine quasi arrugginite.

Si chiama Hatef e viene dal Bangladesh.
Non so capire quanti anni abbia, è come se non fosse né giovane né anziano.
Lo ha conosciuto per primo l’uomo che mi vuol bene, poi me lo ha presentato.
Loro spesso si salutano stringendosi la mano, a me, invece, Hatef rivolge un gesto a volte con la testa a volte alzando il braccio. Ha un portamento elegante, perfino quando offre il pacco di fazzoletti o quando domanda se può lavare i nostri parabrezza. Non l’ho visto mai insistere e neppure nascondere lo sconforto per il moltiplicarsi dei dinieghi.

E’ elegante ed è malinconico. A Natale si è tagliato i capelli e si è messo in ordine, aveva il collo come quello dei bambini, nudo e pulito. Hatef possiede un vecchio cellulare e da sette anni non fa ritorno a casa. Ci ha raccontato di avere una moglie e dei figli, il più piccolo di sette anni, appunto, e da come ne parla credo che lui questo figlio non lo abbia mai visto.

Non so con esattezza a che ora cominci a passeggiare su e giù per quell’incrocio, ma verso le tredici fa la pausa pranzo. Appena qualche giorno fa l’abbiamo visto seduto su una di quelle panchine arrugginite, mentre mangiava con evidente appetito da un porta pranzo di plastica e divideva il pane con uno stuolo di piccioni che arrivavano a lui, felici, da ogni dove. Sembrava che davvero fossero amici. E la sua solitudine era dignitosa, quasi romantica, senza apparente disperazione, piuttosto appariva come una condivisione di briciole che moltiplicava una comunione bizzarra tra esseri viventi. Emanava però anche un senso d’assenza assai profondo, impenetrabile.
Dopo pranzo Hatef riposa, sdraiato sulla solita panchina, con la testa infilata in una grossa scatola di cartone. Un po’ per pudore, credo, un po’ per proteggersi dai rumori. Poi, ripone in un angolo il cartone e la coperta e si rimette in piedi fra gli aranci, amari di lontananze e di quotidiana iniquità.

Ma la cosa che di più amo di Hatef è la sua girandola. Lui ne possiede una, di quelle con le eliche di plastica colorata che altri suoi connazionali vendono per pochi euro a semafori non distanti dal suo. Lui, invece, la possiede per se stesso e ogni volta che comincia a lavorare la pianta nelle aiuole umide di mare, per segnalare la sua presenza e sperare, forse, in un raccolto di buoni frutti per la sussistenza. La sera, quando se ne va, la tira via e se la mette sottobraccio, per portarla lì dove Hatef scompare lontano dai nostri sguardi.

(La girandola di Hatef)

(La girandola di Hatef)

Io non lo so qual è la sua storia, so che quest’uomo crede e spera in Allah, e che qualcosa di profondamente ingiusto lo ha strappato alla sua vita e alla sua terra portandolo dal golfo del Bengala al golfo di Mondello. Non so cosa patisce davvero né cosa sogna né tanto meno so se ha o se fa progetti per il suo futuro, se il futuro è per lui una categoria reale. Però, per me, quella girandola che si muove gioiosa sospinta dal vento, messa lì a segnalare a tutti la sua esistenza, è grido ed è canto, un’invocazione e una protesta.

Hatef è un grande poeta muto. E’ poeta d’azione, organizzazione e resistenza.
E i suoi gesti rendono il nostro mondo, che certo non gli sorride, un posto migliore affrettando, spero, il giorno in cui saremo capaci di comunione almeno quanto lo sono i piccioni.

Discorso sospeso

Paolo Borsellino

Paolo Borsellino

Coltiviamo per tutti un rancore
che ha l’odore del sangue rappreso,
ciò che allora chiamammo dolore
è soltanto un discorso sospeso.

– Fabrizio De Andrè, La Ballata degli impiccati.

Dal vivo: la scuola, la vita, la realtà.

(AFP PHOTO)

(AFP PHOTO)

“Dal vivo” è un’espressione che ha molteplici significati:
1. che assume come modello diretto la realtà: ritratto dal vivo; ritrarre, dipingere dal vivo;
2. di programma radiofonico o televisivo, trasmesso in diretta; trasmettere dal vivo;
3. di concerto, brano o incisione discografica, eseguito e registrato al di fuori della sala di registrazione, direttamente a contatto con il pubblico: disco, esecuzione dal vivo
4. di brano vocale o strumentale, eseguito senza l’ausilio del playback; cantare dal vivo.

Ma il vocabolario non dice nulla sulle emozioni o sulle esperienze, è il limite di tutte le definizioni lasciar fuori qualcosa.
Pensare, desiderare di dare un bacio non è come dare un bacio “dal vivo” e cercare su google foto dell’oceano non è come vederlo, odorarlo, ascoltarlo “dal vivo”.

Per questo motivo all’inizio dell’anno scolastico che adesso volge al termine, abbiamo pensato ad un progetto che permettesse ai ragazzi di sperimentare “dal vivo” ciò che troppo spesso arriva loro come una cascata di parole morte, confuse, stereotipate, violente, vuote. Lo abbiamo chiamato “IntegrAzione” e realizzarlo è stato bellissimo.
Due seconde classi, due indirizzi diversi: tecnico chimico e liceo scientifico (sez. B e T dell’I.S. Majorana, Palermo), una trentina di ragazzi quindicenni che, per loro stessa testimonianza, hanno vissuto un’esperienza in grado di mutare il modo di guardare e considerare il fenomeno dei flussi migratori.
Li abbiamo scritti sulla lavagna, bianco su nero, gli stereotipi legati ai migranti:
– Sono terroristi
– Ci stanno invadendo
– Portano malattie
– Rubano il lavoro agli italiani
– Puzzano
– Non pagano l’affitto
– Non sono poveri perché hanno il cellulare
– Delinquono.
E li abbiamo visti crollare uno ad uno questi stereotipi, man mano che ascoltavamo la testimonianza di chi lavora nella prima accoglienza, di chi conosce i paesi di provenienza dei migranti, man mano che studiavamo i decreti del parlamento europeo a riguardo, valutavamo gli interessi economici dietro agli accordi dei nostri governi con la Libia e con la Turchia, guardavamo documentari, imparavamo insieme ad osservare la realtà così com’è e non come ci viene restituita da Facebook, da Striscia la Notizia e o dalle Iene Show. Abbiamo mostrato come si fa a riconoscere una “bufala” da una “notizia” e indicato fonti di informazione credibili. E così, settimana dopo settimana, bianco su nero, gli stereotipi e i luoghi comuni hanno fatto posto alle domande sorte nell’animo dei ragazzi grazie alle nuove conoscenze e consapevolezze acquisite:
– Perché se Russia e Cina appoggiano la dittatura di Bashar al Assad in Siria la comunità internazionale lascia morire mezzo milione di civili?
– Perché in Germania i migranti aumentano il Pil del paese e noi li teniamo chiusi nelle prigioni dei “centri di identificazione ed espulsione”?
– Perché l’Europa non si mette mai d’accordo con una politica comune sulle migrazioni?
– Perché tutti dicono che i neri non li vogliono, ma poi ci sono le macchine ferme davanti alle prostitute di colore?

Sono ottimi osservatori i ragazzi, vero? Osservatori spietati a volte. Ci inchiodano alle nostre contraddizioni, ma è una buona cosa, è l’obiettivo a cui tendiamo.
Quando la dott.ssa Marta Bellingreri è venuta a scuola per incontrare i ragazzi ed ha parlato loro dei suoi viaggi nei paesi arabi e della sua personale esperienza, fatta di incontri con persone in cammino verso l’Europa, facendo vedere foto e narrando storie, i ragazzi hanno ascoltato per un’intera ora senza fiatare. Era un’esperienza diretta, “dal vivo” e non hanno fatto fatica a prestare attenzione.
Lo stesso è accaduto con i due giovani medici che operano a bordo delle navi di soccorso nel canale di Sicilia, il dott. Davide Di Spezio e il dott. Salvo Zichichi. I loro racconti e le fotografie che hanno portato per documentare il lavoro svolto sono stati un pugno allo stomaco. Qualcuno tra i ragazzi strizzava gli occhi, qualcun altro si metteva la mano davanti alla bocca. Quanto è terribile la realtà e quanto ci vien facile renderla invisibile! I due medici hanno risposto con pazienza a tutte le domande ed hanno raccontato di non aver mai avuto a che fare con persone affette da malattie in grado di scatenare chissà quale epidemie nel nostro paese. Piuttosto devono far fronte ad ipoglicemie e disidratazioni, a difficoltà di deambulazione per i giorni in cui i migranti stanno fermi, rannicchiati in un angolo su un barcone in balia del mare, devono far fronte ad ustioni da carburante e ai primi certificati di morte per i corpi senza nome che non sono riusciti a rianimare o ad afferrare per i capelli mentre li vedevano andare giù. Era anche questa una testimonianza “dal vivo”, molto più forte di qualunque video o documentario o lezione ben preparata sul fenomeno migratorio.

Infine, hanno parlato due ragazzi provenienti dal Senegal e dal Gambia, due ragazzi che la nostra scuola la frequentano e che hanno avuto un coraggio da giganti a raccontarsi di fronte ai compagni. La loro testimonianza non la riporto in questo articolo, perché io non ho un coraggio da gigante e le cose terribili che hanno raccontato proprio non le so ripetere. Sono parole che vanno ascoltate “dal vivo”, appunto, con l’emozione di apprendere dalla loro voce cosa han dovuto affrontare e di vederli incredibilmente vivi davanti ai propri occhi. Penso, invece, che sia più importante raccontare della compostezza e della dignità con cui hanno condiviso la loro storia, della evidente fatica del sopportare lo stereotipo del “povero negro”, perché loro non erano poveri e non erano infelici nel loro paese, prima che la dittatura divenisse soffocante e pericolosa, prima che le bande mafiose minacciassero la morte ogni santo giorno. Uno di loro sogna di fare il medico, l’altro di diventare un atleta. Alla fine del loro racconto hanno ringraziato pubblicamente me, la mia collega, che tanto ha concretamente fatto per loro, i medici presenti, i compagni e gli italiani, poiché gli stanno offrendo “la possibilità di essere piano piano di nuovo felici”.

A me il loro grazie è sembrato ingiusto e immeritato, perché accogliendoli noi non stiamo facendo un favore a nessuno, ma semplicemente mettiamo in atto un diritto, riconosciuto dalla Carta internazionale dei diritti dell’uomo e sancito dalla nostra Costituzione all’art.10: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

La speranza è che i ragazzi che hanno partecipato al progetto sentendo mutare in tempo reale lo sguardo sulla realtà, così come loro stessi hanno detto, scritto, raccontato a noi professoresse, alimentino questa metamorfosi e se ne ricordino quando saranno chiamati al voto e alla responsabilità delle loro scelte personali. Speriamo altresì che la scuola, in tutte le sue componenti, sappia riconoscere la presenza dei ragazzi stranieri, i presenti e quelli che verranno, come una risorsa preziosissima grazie proprio a queste loro storie, alle esperienze di vita e anche per le numerose lingue che conoscono, per le diverse tradizioni e culture di cui sono testimonianza viva. Lavoriamo perché la scuola sia profetica, che possa cioè mostrare modelli di una società migliore e che  non sia, invece, specchio di una non-cultura della finzione, della mentalità del “non sono razzista però…”. Speriamo che la scuola sia officina operosa di cose nuove che rischiano il cambiamento e sempre promuovono la persona.
Perché la foto del morso sulla coscia di una donna salvata dalla morte nel nostro mare, il morso di chi nel tentativo di non affogare si attaccava coi denti alla vita, una foto vera, scattata e raccontata “dal vivo”, possa veramente restituirci il senso di quel che viviamo e di quel che facciamo.

P.s. E a proposito, tutti gli esperti intervenuti hanno dedicato il loro tempo e le loro competenze a titolo totalmente gratuito. Andava detto. A loro il nostro sentito e sincero ringraziamento.

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Fuoco pazzo

(Giovanni Falcone - Francesca Morvillo)

(Giovanni Falcone – Francesca Morvillo)

Il mondo è fatto così – , rivelò. – Un mucchio di gente, un mare di fuocherelli.
Ogni persona brilla di luce propria in mezzo a tutte le altre. Non esistono due fuochi uguali. Ci sono fuochi grandi e fuochi piccoli e fuochi di tutti i colori. C’è gente di fuoco sereno, che non si cura del vento, e gente di fuoco pazzo, che riempie l’aria di faville. Certi fuochi, fuochi sciocchi, non fanno lume né bruciano. Ma altri ardono la vita con tanta passione che non si può guardarli senza strizzare gli occhi; e chi si avvicina va in fiamme.
                                                                                                               Eduardo Galeano

Darsi pace

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

La notte che fa paura ai bambini e spaventa gli ammalati, mette in fuga le finzioni ed inghiotte con le luci le sue ombre!

I bus tornano al deposito lenti, mentre sfrecciano le auto di ragazzi in fuga dal mondo, almeno per una sera.

Nessuno è innocente e la notte nasconde tutti.

La luce che a tratti ci fa bello lo sguardo, nella notte allunga le radici. E’ frutto di molti silenzi, della veglia prolungata a forza cercando di rimettere insieme  pezzi di corpo e cuore o di dar senso a ciò che spezzato non torna intero.

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

Al sonno si mescola rabbia, solitudine, l’amarezza dei giorni infelici oppure la pace di una felicità tutta da sbocciare, ancora, al riaffacciarsi del sole. Vorremmo che la luce svelasse al nostro sguardo un mondo diverso, sogniamo di poter mutare noi col mondo lasciando alle strade deserte della sera quel che possediamo e non vogliamo.

Temiamo che all’alba appaia immutato il muro scrostato dell’animo, quel lento sgretolarsi di polveri che lascia intravedere il cemento, vivo e grezzo, che tutto può ri-diventare, ma che non riesce ad essere altro.

La notte, laboriosa e nascosta, cantina di sogni che invecchiano col vino di raccolti antichi, lasciati troppo a lungo a macerare nelle botti. E’ l’aceto amaro di ogni buona cosa rimandata, sempre a domani.

La notte accorcia le distanze: gli amanti si pensano, gli amori si toccano, i figli cercano le madri e chiedono il seno con l’istinto buono e senza parole che la vita essenziale possiede. Nel sonno si allungano le mani in cerca del contatto.

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

Affiora alla coscienza quel che con il giorno non pensiamo, non domiamo. La notte apre i cancelli delle gabbie e lascia camminare in unico spazio, fianco a fianco, le belve e le prede.

La notte ruba il riposo agli artisti. E’ tempo di visioni. In cielo volano i mammiferi e gli uccelli, tacciano. Si ribaltano i sensi ed è al contrario che bisogna porsi, voltare le spalle a se stessi per poterli ri-afferrare. Il bene è il bene? E il male cos’è?

La notte è breve per chi impasta il pane, ha i pensieri vivi, di carne, tra le dita delle mani. Le mani dei filosofi non parlano, invece, e la notte è per loro come un giro di valzer che non sa fermarsi.

Le luci di chi non dorme si accendono come torce di solidarietà agli insonni del mondo.

Bisogna darsi pace: se ne andrà, la notte. E poi, tornerà ancora.

Ma a se stessi, la pace.

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“La Siria, la scuola, il nostro destino”

Frequentavo la 1° elementare quando Mu’ammar Muhammad Abu Minyar ‘Abd al-Salam al-Qadhdhafi cioè il generale Gheddafi lanciò due missili SS-1 scud verso Lampedusa. Fu allora che mi resi conto della vicinanza geografica tra noi, la Sicilia, e l’Africa araba.

Frequentavo la 5° elementare, invece, quando scoppiò la “guerra del golfo” guidata da George H. W. Bush e fu allora che compresi quanto vicino a noi fosse anche il Medio Oriente. In entrambi i casi alla sigla del Tg correvo in camera per nascondermi sotto al letto e non ascoltare gli aggiornamenti sulla guerra, per fuggire quel senso di pericolo e quella difficoltà invincibile alla comprensione. Cattura defAnche se frequentavo le elementari, infatti, la teoria degli americani buoni e degli arabi cattivi mi convinceva poco e non perché fossi esperta a quell’età di politica estera o storia, ma semplicemente perché mi guardavo allo specchio e mi guardavo attorno e non vedevo facce “americane” volermi bene e prendersi cura di me, vedevo facce arabe: per me gli arabi erano i buoni!

Quando da bambina rientravo dalle vacanze al mare mia nonna mi abbracciava e poi volgeva lo sguardo preoccupato verso i miei genitori dicendo: “E fatele prendere un poco meno sole, pare proprio saracena!”.

Durante i miei viaggi all’estero o negli anni trascorsi nella penisola fuori Sicilia, mi sono sentita chiedere infinite volte se fossi italiana. Rispondere: “Si, sono italiana, vengo da Palermo”, mi è parsa sempre una mezza verità.

(Castello della Zisa, Palermo)

(La Zisa, Palermo)

Solo il tempo e gli incontri della vita mi hanno aiutata a prendere consapevolezza di quanto fosse forte quel richiamo, quella voce lontana ma distinta che mi portava a leggere autori arabi e ad interessarmi delle vicende legate a quella realtà. E per la mia naturale propensione a preferire le storie periferiche e gli attori non protagonisti, ho sempre amato moltissimo, come credo abbia pure fatto il patriarca Abramo, sia Agar che Ismaele (cfr. Genesi 16-21), senza dovere, per tale ragione, diminuire o censurare il fascino e la meraviglia per la storia ebraica di cui mi occupavo per i miei studi biblici.

Proprio per questo, quanto vissuto negli ultimi giorni è per me la realizzazione concreta di una parte della mia identità personale oltre ad essere la realizzazione di un sogno.

(Da destra: Adel el-Ali; Safa Neji; Anna Ponente e me, presso la palestra dell'I.S. Majorana)

(Da destra: Adel el-Ali; Safa Neji; Anna Ponente e me, presso la palestra dell’I.S. Majorana)

Quando il 29 luglio del 2013 Paolo Dall’Oglio è stato rapito in Siria, mi sono sentita come travolta da un’urgenza: leggere, studiare, capire, parlare, fare. Le sue parole erano state per me come il fuoco ed io, adesso, non potevo non cominciare ad occuparmi davvero del suo amore più grande: la Siria. Con il tempo mi sono resa conto che la Siria per quanto stava accadendo al suo popolo era, in realtà, affare di tutti, premura per tutti. E così, iniziando ad insegnare ho cominciato ad elaborare progetti finalizzati a far conoscere e comprendere le Rivoluzioni arabe, la vicenda siriana, l’Islam.

Non è andata sempre bene. Ad esempio una volta, proprio subito dopo un incontro in aula magna su Paolo Dall’Oglio, ho sentito due ragazze parlare tra loro dicendo, cito testualmente: “Ma chi cazzo se ne frega, ma chi è questo e lei cosa vuole da noi!”. Mi sono addolorata, ovviamente, moltissimo. E tante volte, ancora oggi, mi accade di rientrare a casa desiderando di fare qualunque altro lavoro, ma non questo!

(Introduzione all'intervento del giornalista e scrittore Italo Siriano, Shady Hamadi)

(Introduzione all’intervento del giornalista e scrittore italo siriano, Shady Hamadi)

Ma la scuola è un posto incredibile, davvero poco intellegibile per chi la guarda da fuori. Forse sono in grado di comprenderla più i contadini che i funzionari del Ministero della pubblica istruzione (già sul termine “Istruzione” si potrebbe e si dovrebbe discutere a lungo). La scuola è un luogo di semina spesso senza raccolta, perché il tempo buono della mietitura si compie lontano dalle aule e dai banchi, lì dove la vita non ha più protezioni e pretende d’esser vissuta. I ragazzi a cui insegno non sono né grandi né piccoli, sono come un grumo di potenza vitale atomica pronta ad esplodere, giorno dopo giorno. Sono giovani, ma spesso già feriti a morte, alcuni sembrano impermeabili a tutto, altri chiedono di uscire dall’aula perché il confronto diretto è troppo per loro.

(I.S. Majorana, Palermo)

(I.S. Majorana, Palermo)

Ma ieri erano lì tutti e duecento, ciascuno con la propria capacità di attenzione, forse inadeguata all’intensità degli argomenti trattati, al peso delle parole che descrivevano esperienze che nessuno dovrebbe vivere. Ieri, a scuola, i ragazzi hanno potuto incontrare ed ascoltare chi dalla Siria è giunto fin qui grazie ai corridoi umanitari della chiesa Valdese e della comunità di Sant’Egidio.

(Safa Neji e Adel el-Ali)

(Safa Neji e Adel el-Ali)

Quando Adel, siriano di Homs, ha cominciato a parlare in arabo io mi sono sentita felice, perché la sua voce che rimbombava all’interno della palestra di questa scuola palermitana di periferia, era per me una vittoria sugli slogan urlati in tv, sulla mala politica, sul giornalismo populista. Eravamo lì tutti insieme e ci stavamo in pace. Le domande dei ragazzi a Shady Hamadi, autore di “Esilio dalla Siria. Una lotta contro l’indifferenza” erano domande sincere, curiose, piccoli germogli, fragili e forti insieme, venuti fuori da ore e ore e ore di lavoro in classe.

(La dirigente dell'I.S. Majorana, dott.ssa Melchiorra Greco)

(La dirigente dell’I.S. Majorana, dott.ssa Melchiorra Greco)

E’ stato bello ieri perché c’eravamo tutti: ragazzi, docenti, dirigente, personale ATA, tutti. E’ stata la comunità scolastica ad accogliere Shady Hamadi, Fabrizio Piazza (libreria Modusvivendi), la dott.ssa Anna Ponente, direttrice del centro La Noce – Istituto Valdese, la mediatrice culturale Safa Neji e Adel el- Ali. Ciascuno aveva collaborato alla realizzazione di questo incontro ed è per questo che per tutti è stato importante.

(Shady Hamadi firma le copie del suo "Esilio dalla Siria")

(Shady Hamadi firma le copie del suo “Esilio dalla Siria”)

Da ieri ricevo messaggi di persone sconosciute che mi ringraziano per la presentazione di “Esilio dalla Siria” presso la libreria Modusvivendi e di ragazzi e colleghi che sentono di voler condividere con me le emozioni di un’esperienza forte perché vera.

(presentazione di "Esilio dalla Siria" presso la libreria Modusvivendi, Palermo)

(presentazione di “Esilio dalla Siria” presso la libreria Modusvivendi, Palermo)

(Shady Hamadi)

(Shady Hamadi)

Ha ragione Shady Hamadi quando con la forza dei suoi ventotto anni e la carica della sua rabbia sacrosanta ci esorta, soprattutto, ad incontrarci e parlare. Discutere della Siria, del mondo arabo e di qualunque cosa possa alimentare il pensiero critico, il solo capace di renderci individui liberi pronti ad assumersi la responsabilità della propria vita anche rispetto a quanto accade attorno.

Ieri non abbiamo certo posto fine alla guerra in Siria e non abbiamo potuto sollevare nessuno dalle sofferenze del conflitto. Eppure quel che abbiamo vissuto e fatto ha superato realmente il bipolarismo sempre oscillante tra assenza di pensiero e azione o rassegnazione, che molti ci presentano come unica alternativa possibile. Non è così ed è questa la mia, la nostra resistenza!

 Mio giovane amico,

T’immagino, o ti spero, animato da un desiderio di impegno. Sei musulmano, cristiano, credente, ateo o in ricerca, e io mi rivolgo alla tua aspirazione al bene […]. 
O ci mettiamo sulla strada della differenza oppure sulla strada della morte o si accetta la differenza oppure la si sopprime. La Siria è, da questo punto di vista, un luogo altamente centrale e simbolico. Non si tratta qui soltanto di un povero popolo abbandonato nell’est del Mediterraneo, bensì di questioni che sono di urgente attualità ovunque nel mondo. Dibattendo della Siria, tu e il tuo vicino, cristiano, musulmano, ebreo o altro, è di voi che parlate: discutete delle vostre stesse relazioni. Quando gli europei evocano la Siria, parlano del loro destino.

                           da “Collera e Luce. Un prete nella rivoluzione Siriana” di Paolo Dall’Oglio

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(Una fra le mie foto preferite di Paolo Dall’Oglio)

(Le foto presso la libreria Modusvivendi e l’I.S. Majorana sono di Carlo Columba)

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MAdRI

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MAdRi è un laboratorio creativo sulla maternità. Anzi no, MAdRI è un laboratorio creativo sulla nascita. Anzi no, MAdRi è un laboratorio creativo sulla nascita, sulla maternità e sul valore dell’esperienza.
Ieri pomeriggio MadRI si è svolto a Palermo, presso la sede di Di.A.Ri.A (http://www.diariapalermo.org/), un’associazione d’Arte, Ricerca e Azione in collaborazione con il “Piccolo teatro patafisico” (http://www.piccoloteatropatafisico.it/)
Il laboratorio è stato condotto da Gina Bruno, una giovane donna, molto dolce e molto brava che fin dai primi minuti è riuscita a placare il tumulto degli ultimi dubbi che mi portavo dentro riguardo alla mia presenza lì.

Attorno alla maternità ruotano una costellazione di luoghi comuni, falsi miti, stereotipi e aspettative in parte deluse e in parte, poi, ampiamente superate. La verità è che l’esperienza ad essa legata è un esperienza senza eguali, che non si ripropone simile a se stessa qualora la si vivesse più di una volta, che somiglia a quelle di altre donne solo in piccoli pezzettini di storia e che è strettamente legata a tutta la vita della donna che si trova a farne esperienza, a partire dalla sua propria nascita.
E’ strano trovarsi a riflettere tanto intensamente su un evento che per ciascuno di noi è privo di memoria personale. Tutti veniamo a contatto con la nostra nascita soltanto attraverso una memoria mediata, quella dei genitori, di nonne, di zii o sorelle e fratelli maggiori. Eppure quel che MAdRI permette di scoprire è che gli eventi della propria nascita si portano impressi nel corpo in modo indelebile, una chiave interpretativa per comprendere chi siamo e di cosa è fatto il nostro mondo interiore.

La cosa bella è che non è apparentemente accaduto nulla di particolare per riuscire a capire tutto questo, se non il farci narratrici delle nostre storie. Gina è stata molto brava a creare un’atmosfera serena e di grande libertà, poi, ciascuna con la propria esperienza si è messa prima in ascolto e poi in gioco per condividere con le altre la storia di nascita e maternità. Abbiamo lavorato con le mani, abbiamo scritto, abbiamo cantato, abbiamo raccontato. Le esperienze di parto completamente positive sono poche, ed è bello ascoltarle: sono armoniche, fanno bene al cuore. Poi ci sono quelle che “nonostante tutto è stato una bella esperienza” e poi ci sono quelle drammatiche, da capire, elaborare, accettare. Per tutte esiste però una costante: l’ospedalizzazione della gravidanza lascia dietro di sé piccole o grandi ferite tutte da rimarginare. Certo, l’ospedale ha salvato e salva molte vite, non è questo il punto. Semmai quel che chiedono le donne è che gli ambienti, le condizioni, il personale, la degenza siano adatti ad uno degli eventi più straordinari e delicati della loro vita.

A me ha fatto impressione ascoltare le storie delle donne presenti: i loro racconti e le loro lacrime mi risuonavano nella pancia e nel cuore e mi è parso insostenibile il pensiero che quelle piccole grandi ferite date dal venire “assistite”  senza essere spesso realmente guardate, dalla solitudine, dalle luci sparate in faccia, da una posizione innaturale, dalla difficoltà di restare a contatto con il proprio corpo in mezzo a confusione, rumori, tensioni, fossero da moltiplicare per un numero veramente enorme di donne.
E’ stato molto emozionante sentire tutta la fatica nelle loro parole che uscivano a volte fluide e abbondanti come le acque che si rompono al tempo opportuno, a volte lente e sofferte come contrazioni dolorose. Ed è stato emozionante sentire che anche per me era così, lo stesso seppur diverso, ma ugualmente intenso.
La vita e la morte in atto nello stesso momento che rendono il corpo estremo e potente,
i sogni e le aspettative che si incontrano con la realtà e che sono costretti a mutare, spesso bruscamente, per stare a passo con la vita che certe volte capita proprio come vuole, senza riguardo per nessuno.

Le donne possiedono davvero una straordinaria capacità di fare rete, di creare attorno a se stesse e alle altre una sorta di protezione dentro alla quale l’altra può esprimersi con tutta la forza della propria originalità. Ma è una capacità che va riconquistata con piccole ed audaci azioni coraggiose. Si dovrebbe di nuovo uscire dalle proprie case, come in passato, per ritrovare spazi comuni di condivisione delle esperienze, di trasmissione di quella sapienza che il corpo possiede e sa donare, luoghi nei quali si possa mettere in campo la propria vita per quanto sofferta e bizzarra che sia, luoghi nei quali si possa esistere senza l’angoscia di cosa non si può o non si deve essere.

Se potete portare MAdRI nelle vostre città, fatelo. E’ un’esperienza forte e delicata grazie alla quale vengono alla luce molte e fondamentali cose, si gode del conforto che viene dalla comprensione e dall’ascolto e ci si spinge a sognare quel che il corpo sa e desidera molto oltre i modelli che portiamo addosso. MAdRI è come un viaggio, che ha assoluta e piena legittimità d’essere compiuto.

Rivoluzioni (Im)Perfette

Venerdì 10 febbraio resterà per me una data da ricordare.
Importante perché ho visto e sperimentato in prima persona il circolo virtuoso che passione, amicizia, studio, consapevolezza riescono a creare.
Il mio personale e crescente interesse per il Medio Oriente e il mondo arabo mi ha fatto incontrare tempo fa una donna, Marta Bellingreri, che di quella porzione di mondo si occupa con grande impegno e passione. Marta mi ha invitata alla presentazione di un libro, “Rivoluzioni violate”, io ho letto il libro e, a mia volta, ho invitato altri amici che insieme a me hanno partecipato all’evento, acquistando il testo, e con i quali è continuato lo scambio di impressioni, idee, emozioni.
Con le persone che ho lì conosciuto si sono creati nuovi contatti in vista di possibili incontri di formazione e informazione da realizzare a scuola: è la speranza che questa rete di conoscenza, passione e solidarietà possa avere lunga vita attraverso i ragazzi. Per questo motivo affido oggi le pagine di Eufemia alla voce di una delle persone che con me da un po’ di tempo condivide interesse, tensione e preoccupazione per quelle rivoluzioni del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale che interpellano da vicino la nostra coscienza di cittadini liberi  e nelle quali tutti dovremmo aver contezza d’essere personalmente coinvolti.
E’ il punto di vista di chi, pur appartenendo ad una generazione diversa dalla mia, forse più disincantata, ma più consapevole, resta però sempre lucidamente in ascolto, curioso, disposto a partecipare ai processi di cambiamento necessari al compimento della giustizia.

Giulia Lo Porto

Da sinistra: Cecilia Dalla Negra,Fouad Roueiha e Debora Del Pistoia.

Da sinistra: Cecilia Dalla Negra, Fouad Roueiha e Debora Del Pistoia.

Rivoluzioni Violate è il titolo del libro presentato ieri al circolo Arci Porco Rosso a Palermo, nel cuore del centro storico, in un locale che per dimensioni e arredamento ricorda luoghi movimentisti degli anni settanta e ottanta, ma rispetto a quelli (e a quel periodo) con una differenza notevole di frequentazione: per varietà delle fasce di età rappresentate e per varietà di provenienza etnica e culturale e di colore della pelle.

Gli interventi di tre degli autori dei diversi saggi contenuti, sono stati centrati intanto sulla scelta del titolo: come fa una rivoluzione ad essere “violata”? Che significa? La domanda viene ovviamente dalla considerazione che tutti i paesi del nord-africa e gran parte del medio oriente sono sono stati attraversati quasi contemporaneamente da movimenti popolari e studenteschi centrati sulle stesse istanze: diritti civili ,rispetto delle minoranze, diritti della donna, libertà intellettuale. Praticamente dappertutto assistiamo oggi ad una marcia indietro rispetto alle aperture e ai cambiamenti che questi movimenti erano stati capaci di provocare, con conseguenze assai drammatiche culminanti con la situazione della Siria.

copertina de I tre, Cecilia Dalla Negra, Debora Del Pistoia e Fouad Roueiha, hanno esposto la situazione delle aree di rispettivo interesse: Palestina, Tunisia, Siria. Non voglio qui riportare quanto detto, produrrei solamente una insignificante sintesi,  invito eventualmente a comprare il libro, ne vale la pena. Voglio dire invece quali sono state le mie impressioni.
Grande competenza ed esperienza da parte dei relatori, i quali, usando una lingua italiana assai corretta ed elegante, scansando la tentazione del forbito e del dotto, hanno esposto con precisione l’esperienza compiuta in quei paesi e i pensieri e le deduzioni cui erano giunti. Mi ha colpito questa modalità comunicativa e credo di non essere stato il solo, dal momento che l’incontro ha sforato le due ore conservando intatti l’attenzione e l’interesse di tutti pur trovandoci in un luogo dove a quelle sopraggiunte ore il costume dei presenti è usualmente “da pub”.
Ho capito poi che la complessità delle situazioni sul campo, quella siriana in testa, sono così complesse da rendere veramente difficile dire di “avere le idee chiare” , figuriamoci di poter prevedere qualche sviluppo sia pure in tempi brevi. Ho compreso infine, ma questo già lo sospettavo e farei meglio quindi a dire “ho avuto la conferma” della inadeguatezza dei mezzi di informazione sia a video che a stampa nel descrivere i vari accadimenti: succede che la pratica professionale del giornalismo, quella stessa almeno in parte responsabile dell’affermarsi della cosiddetta “post-verità”, ha costantemente semplificato sino alla banalizzazione la descrizione dei diversi accadimenti e processi, preferendo “pompare” su Isis e la cosiddetta “Guerra Mondiale” tra i paesi a cultura occidentale e quelli a cultura islamica. Preferendo, ancora, adottare tecniche di marketing basate su richiami pseudopornografici piuttosto che rischiare di perdere un lettore non disponibile alla complessità e preferendo posizionarsi ideologicamente su un terreno politicamente neutro e sicuro in quanto realmente lontano e indifferente agli attori veri sul campo. Scelta a dir poco irresponsabile e vigliacca.

Rilancio, per concludere, quanto detto da Fouad Roueiha: “Non è tanto importante quanto vi potrò raccontare io oggi, meglio sarebbe che ognuno di noi si facesse raccontare le storie personali e familiari da i diversi rifugiati che incontriamo nelle nostre città”.

Carlo Columba