Ti conserverò un luogo

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Giona mi dorme accanto. Attaccato, appiccicato. Caldo, vivo. Morbido, elastico. Respira tra le mie costole, soffia e mi attraversa. Io suono come un flauto di legno, un canto sottile che si perde nelle pianure del Nebraska. Ti conserverò un luogo, potrai correre come lupo!

Fuori la campagna è di fuoco giallo d’erba, verde cupo di Querce. Si muovono i Daucus.

Io pure respiro, ma non sono un fiore né un bambino.

Sul comodino Emma di Jane Austen.

In valigia un cerchietto a pois.

“Sei bella” – mi ha detto – prima di andar via.

Ho tutta la vita in gola.

 

 

 

Non ti spaventare mai.

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Patti Smith gira il mondo, dal Giappone alla Francia, dall’Inghilterra alla Tunisia. Cerca le tombe degli scrittori, dei poeti, delle grandi voci femminili dell’arte e della letteratura. Pulisce le lapidi, toglie la polvere e le incrostazioni che la pioggia lascia sulle foto, mette fiori freschi, scatta con la Polaroid un ricordo e scrive versi di gratitudine.

Al cimitero, in questo 2019 che si chiude, io ci sono stata due volte. Ad aprile ho seppellito mia nonna e a dicembre la madre del mio amore.

Di mia nonna so dire poco. Non l’ho ancora pianta la sua morte. Ma so che lei aspetta con pazienza le mie lacrime e il mio addio. Sa che sono infinitamente stanca e provata e che non posso piangere, che mi servono acqua e sale per restare a galla. E, ne sono certa, è sicura che a galla ci riuscirò a stare.
Patti sarebbe affascinata dall’infanzia di mia nonna, vissuta tra le strade di un piccolo paese vicino al mare, sette fratelli una piccola casa, profumata ogni giorno di pane e di buccellati, zucchero e fichi a dicembre. La starebbe ad ascoltare mentre le racconta del suo lavoro al manicomio, quando sulla terrazza stendeva le lenzuola dei malati ad asciugare e si aggiustava i capelli che il vento scompigliava cercando di mandar via dal bucato l’acqua in eccesso e la disperazione di quel luogo. Il nonno passava di sotto in bicicletta, dando voce al campanello che risuonava come una melodia d’amore in una Palermo ancora silenziosa. Lei si riparava gli occhi dal sole per guardare meglio il nonno, lui salutava, lei sorrideva. Poi il nonno le scrisse una lunga lettera, “E che c’era scritto Nonna?”, a distanza di sessant’anni rispondeva ancora: “Le sue cosuzze”, custodendo integro il segreto del loro amore per sempre giovane.

Disegno di Zhera Dogan

La mano di Fatima, disegno di Zehra Dogan

E se potessi portare a Patti una fetta della mia torta all’arancia per il suo compleanno, mi siederei sulla sua poltrona di pelle scansando il gatto e le direi che la nonna mi manca e che non riesco a pensarla senza sentire uno strappo al cuore che non posso sopportare. Le racconterei dell’ultima volta che l’ho vista, ormai a letto e apparentemente senza memoria del presente. Ha aperto gli occhi su mio figlio e gli ha mandato dei baci con la mano che immagino siano arrivati al piccolo come benedizione perenne. Glielo racconterei cercando il conforto che le donne più giovani dovrebbero poter ricevere dalle più anziane, una volta liberate dallo stereotipo crudele che ci vuole nemiche, anziane contro giovani, brutte contro belle, grasse contro magre, madri contro donne senza figli. Una follia, una bugia, una violenza.
Io mi butterei tra le braccia di Patti, e le chiederei di raccontarmi della sera in cui consolò l’insicurezza di Janis Joplin o di quando passava la notte a disegnare sui pavimenti sudici del Chelsea Hotel, mentre i suoi sogni si trasformavano tutti e velocemente senza mai tradirsi o tradire.

La madre del mio amore è morta il primo giorno della novena di Natale. Io la conoscevo da poco anche se nel suo mito ci ero cresciuta e mia sorella porta il suo nome. Con mia madre ha condiviso un anno di viaggi verso una scuola sperduta sulle Madonie. Viaggiavano in tre, con la neve, con il vento, con il caldo. Durante il viaggio lei che era la più anziana coi figli ormai grandi dispensava consigli a chi, come la mia mamma, aveva una bimba piccola ed una appena nata, io. Nessuno avrebbe potuto pensare che un giorno quella bimba appena nata avrebbe corrisposto l’amore del suo primogenito dando vita ad una storia che Patti capirebbe senza troppe spiegazioni con quell’animo di animale fantastico che le è stato dato in dono.
Mio figlio somiglia tanto a sua nonna paterna. Ha le stesse sopracciglia e le stesse espressioni, lo stesso labbro inferiore e lo stesso carattere forte. Non era una donna semplice, la madre del mio amore, un po’ l’ho capito ed un po’ l’ho saputo, ma la fedeltà che ha avuto verso se stessa è per me insegnamento ed eredità.
Anche in questo caso Patti avrebbe ascoltato con devozione i suoi racconti della guerra, di una Roma assediata, della fame, della miseria, della paura e della dignità. L’ho conosciuta poco e per poco, ma i racconti che mi ha fatto di quei tempi io non li scorderò finché avrò vita. I testimoni delle guerre non dovrebbero morire mai: l’attesa del padre, capitano dei Vigili del Fuoco, alla fermata del bus senza nessuna certezza di vederlo tornare, la madre incinta che piangeva al pensiero di come nutrirsi per poter allattare quel figlio che stava per arrivare, quella bomba caduta sul palazzo di fronte al loro, dove una madre che aveva appena partorito e non poteva correre ai ripari è rimasta sotto le macerie insieme alla sua bambina, davanti ai loro occhi che quasi non sapevano più piangere. Per aver superato e raccontato tutto questo io le sarò per sempre grata.

Patti Smith, autoritratto.

Patti Smith, autoritratto.

Il compleanno di Patti è da anni oramai il mio personale capodanno, quel giorno denso di sentimenti e bilanci, di paure e speranze, con un nodo in gola ed il cuore che trema dinanzi all’esistenza che procede senza farsi dominare. Quest’anno, per me quello della resistenza e della vita e della morte avvinghiate fra loro, è così che l’ho voluta celebrare la mia Patti, raccontandole idealmente di queste due donne, di una letteratura orale che resta scritta nella vita delle persone, del mio giro del mondo dentro alle storie incrociate, delle mie passeggiate lungo i viali dei cimiteri della mia città, dove non c’è modo di ripararsi dalla morte che circonda.

Ma una volta, la madre del mio amore, raccontandomi di alcune sue dolorose vicissitudini matrimoniali, mi ha preso la mano fra le sue e mi ha detto: “Non ti spaventare mai, noi ragazze ce la caviamo sempre!”. Questa solidarietà e questa confidenza sono nel mio cuore un argine alla morte.

La condivisione della propria vita accorcia le distanze e crea legami indissolubili. Non importa se questo avvenga tra persone che si conoscono davvero o grazie alle parole che si scrivono e si condividono. Io ho pianto la morte di Fred Sonic Smith, perché Patti l’ha raccontata mettendo in gioco se stessa. Così come ho gioito delle sue gioie e ho avuto con lei paura e fame, con lei ho sopportato i pidocchi ed ho mangiato pane raffermo insieme ai barboni afro americani, poeti notturni di Central Park.
Questa è la forza dei testi di Patti, in quelle pagine si consegna a chi legge, non ignara dei rischi immagino, ma fiduciosa, quasi bisognosa di credere che la forza delle esperienze vere sostiene le persone, disinnesca gli odi e i rancori, attenua i dolori, espande la gioia.

Ecco cos’è questo compleanno/capodanno per me oggi, è un inno di gratitudine per chi è com’è e ne fa dono al mondo.

Buon compleanno Patricia Lee Smith, la vita sia sempre con il tuo spirito.

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Il fiore della vita

Abbiamo piantato un mandorlo sulla placenta del nostro bambino.

Per sedici mesi è stata custodita al freddo, fino a quando non ci si è manifestato il momento opportuno.

Quando l’ostetrica che ha preparato e assistito la nascita di nostro figlio ha aperto l’involucro che la custodiva, pensavo mi facesse impressione, invece  la placenta era lì, bellissima e potente. Aveva ricominciato a sanguinare, del sangue vivo mio e del piccolo Giona, come durante la gravidanza e il parto. Dopo tutti questi mesi era ancora irrorata di forza vitale.

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Non ho faticato allora a credere a tutti i miti che ne raccontano il potere e il mistero, dai greci ai maori, fino ai giorni nostri.
Dal punto di vista della scienza, il patrimonio genetico più vicino a quello di mio figlio: perfino la medicina sembra poesia.

Ogni popolo ha la sua tradizione, per alcuni è dea, per altri drago, per altri immagine dell’albero della vita. La si usa per preparare medicamenti, la sì conserva in pozioni, la si mangia perfino, la si pianta in un luogo significativo, in ogni caso ha il compito di guarire e di proteggere.

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Il cordone ombelicale è detto “acchiappa sogni”, per questo è bene conoscere i propri desideri e dirli al cuore dopo averle dato sepoltura. Io l’ho fatto, stretta nell’abbraccio del padre di Giona. E svelare al cuore i desideri mi è parsa una grande protezione, l’inizio di una buona guarigione.

Sapevo di non volerla lasciare ai rifiuti sanitari dell’ospedale. L’avevo partorita al pari di Giona, mi apparteneva.

E proprio mentre Giona giocherellava l’abbiamo posta nella buca preparata con cura. Guardandola ho pensato: “Bene, una parte di me viene restituita alla terra”. Mi sono commossa perché sono viva ma morirò e vederne i segni è sapienza e benedizione.

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Con la terra morbida e fresca l’abbiamo ricoperta e poi piantato sopra la zolla di un mandorlo. Giona lo vedrà fiorire e portare frutto, perdere le foglie e rinascere di nuove gemme, così conterà le stagioni e i suoi anni, fino a quando non andrà per la sua strada.

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Scrivo perché credo che tutte e tutti possono recuperare questa ricchezza, perché anche il parto più medicalizzato e feroce porta con sè risorse infinite di bene che restano vive come il sangue della placenta.

Possiamo invertire il passo. Cambiare, recuperare, trasformare, ri-vivere.

La  sera Giona si è addormentato al seno. Mentre ciucciava con la mano mi accarezzava il petto, il viso, l’altro seno. Io sentivo il suo fiato addosso: “Se non è questo lo Spirito Santo” – ho pensato. Intanto dal mio corpo il sangue del mestruo e mi sono sentita viva e forte, selvatica, nonostante la stanchezza, le ferite, il sonno, la paura della vita.

Il corpo, la terra, le viscere, il sangue, l’amore.

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Quando l’embrione sta per cominciare la sua seconda settimana di vita, ha inizio il processo d’impianto che dura 3 o 4 giorni; si conclude generalmente entro il dodicesimo giorno. Sì forma il sacco amniotico, che funge da culla per l’embrione, mentre avviene la fuoriuscita del trofoblasto che si aggancia all’endometrio addentrandosi al suo interno e costituendo la Placenta, il mandala o fiore della vita.

Robin Lim, “Il chakra dimenticato. Il libro della placenta”.

Ho visto, la Madonna.

(Opera di Clorophillas)

(Opera di Clorophillas)

E fammela sta grazia, Madonna che sei bella!
Appari in sogno a tutti: “Ma quale Immacolata!
Il parto è con dolore
il sangue scorre a fiumi
Gesù mio,
di placenta rivestito,
amore di mamma, gioia mia,
sembri il re, pari il messia!”.
E dillo a tutti quanti che parli e non sei muta,
benedetto il frutto dell’amore,
dei corpi avvinghiati,
sudati,
innamorati.E non azzannatela, la Madonna mia,
con i denti avvelenati
con i dogmi raffinati.Madonna,
femmina sorella,
madre dei cuori a brandelli,
sbranati dai lupi,
ascolta la preghiera:
“Risorgici gli occhi,
risorgici la fame,
la sete,
i muscoli delle cosce.
Disperdici per strade sconosciute
che impariamo a chiedere aiuto e parlarci,
a parlarci e guardarci,
a guardarci e inventare una meta.
Madonna che sei bella,
donala la forza alle madri stanche
agli uomini addolorati
accendi un cero per noi
e falle succedere le cose belle,
quelle a sorpresa
quelle piene di attesa.
Madonna mia, che bella la grazia…
delle ragazze che si fanno la coda,
di mio padre che si graffia con le rose,
delle donne anziane con le amiche sottobraccio,
del rosmarino sulle patate
dello zucchero a velo
dei baci appassionati
che non possono finire.
E ti pare a te mi lasci senza amore!
Neanche per sogno!
Dammi la gioia fremente, ardente, sapiente,
ardita, amante, grondante.
Maria, Madonna addolorata,
cosa hanno fatto a tuo figlio,
Oh madonna mia!
“Oh disgraziati farabutti, figli di cani, il mio ragazzo, me l’avete ammazzato, la luce dei miei occhi, io l’ho partorito e allattato, e lavato e asciugato e cresciuto! Il mio tesoro, la vita mia! L’avete legato, bastonato, torturato, ucciso! Io vi ammazzo disgraziati, i vermi devono mangiarvi vivi!”.
Madonna,
ti consolo,
ti abbraccio, coraggio.
Piangi, furia di madre!
Lacrime a piena di fiumi!
Utero a lutto!
Benedetto il dolore che grida la rabbia!Madonna che fra poco è Pasqua
e vallo a capire come fu la pietra spostata,
la morte violata,
il corpo vivente!

E fammela sta grazia
di mio figlio che sta bene
e chi lo incontra s’innamora!
E se la vita gli spacca il cuore
nella crepa – prometti –  fioriscano i giacinti profumati,
le ginestre
e i papaveri di maggio!

E cambiale le carte in tavola, porcoilmondo,
che non sono i naufraghi che devono morire,
ma tutto io ti devo dire?!

Madonna che sei bella,
amica mia e sorella,
diciamoci le cose,
guardiamoci negli occhi,
adesso,
e nell’ora della morte mi pettini i capelli?

Amen.

La possibilità, la competenza (ovvero della vita e della morte)

("Il metafisico", opera di Elisa Nicolaci)

(“Il metafisico”, opera di Elisa Nicolaci)

Quando ero bambina non mi sfiorava l’idea che la “festa dei morti” fosse una contraddizione in termini. Perché la vivevo veramente come una festa ed intorno a me vedevo colori, luci, regali. I morti stavano sullo sfondo, anche se la visita obbligata ad un cimitero di provincia non mi lasciava indifferente. Il nonno lo conoscevo solo grazie a quella foto in bianco e nero da cui mi guardava austero, ma dolce. Poi c’era la zia Maria da visitare, che però la foto ce l’aveva a colori e poi c’erano i morti sconosciuti, giovani, vecchi, bambini perfino, di cui immaginavo la storia e incredibili avventure per tirarli fuori da quell’oblio che le tombe abbandonate mi suggerivano.

Oggi, seppur sia ancora forte e felice la memoria dell’infanzia, “la festa dei morti”, mi pare un ossimoro troppo difficile da accettare. Sarà che crescendo la morte si palesa in forme più o meno aggressive e personali, sarà che il persistere nella vita, la morte la mostra presente in mille piccole cose, se la si vuol ri-conoscere e vedere.

Certo fra gli uomini c’è chi la patisce da sempre, in forma violenta e carica di ingiustizia, perché è vero, inesorabilmente vero, che non è egualmente distribuita  la sua presenza tra le creature umane. E poi, non è soltanto il corpo a subirla, ma spesso è l’animo a farne le spese in modo più drammatico. Molte volte, corpo o animo che sia, viene inferta dall’esterno, altre germina da dentro e non si fa estirpare. Almeno così pare. E’ un po’ come la parabola del grano e della zizzania raccontata nei vangeli: vita e morte crescono insieme e non si possono separare se non rischiando di estirpare insieme alla morte la vita stessa.

Così accade durante le lunghe malattie, quelle che accompagnano per anni, che riempiono le giornate della stessa fatica per un tempo illimitato facendo attraversare giorno dopo giorno lo stesso calvario oramai battuto come una strada maestra.

E così, credo, sia il sopraggiungere della vecchiaia, sentirla nel corpo prima che nell’anima e opporre resistenza per istinto alla direzione forzata, fino a quando non vince la sapienza dell’accettazione o la disperazione del rifiuto.

Quel che però io oggi vedo, sospesa tra la più potente esperienza di vita e la fatica enorme della malattia, è che avanzare nell’esistenza comporta di fatto una perdita e un guadagno.
Quel che si va perdendo è il bagaglio di potenzialità che sono insite nel corpo, nella giovinezza e nel tempo, lungo e disteso dinnanzi a sé. La possibilità di non fare, di rimandare a domani, di distruggere e ricostruire, di lasciare a metà, di farsi sfuggire le occasioni, la possibilità di scelte acerbe tutte da recuperare.
Quel che si va guadagnando è, invece, l’abilità. La capacità cioè e la competenza per affrontare la vita, carica del suo passato, impegnativa nel presente e sempre più stretta di futuro. La capacità di riprendersi dal lutto e dal dolore, di affrontare gli ostacoli, di relazionarsi dosando aperture e difese, la competenza nella risoluzione dei problemi e dell’esperienza come bussola d’orientamento, l’abilità di riconoscere la gioia e di godere di momenti felici per quanto circoscritti e privi di perfezione e assolutezza, la capacità di lasciar andare sogni, affetti, persone…

Non lo so se questo è vero in generale, ma certamente è vero per me, che non “festeggio” più i morti, anzi che la morte la detesto, pur accettandola ogni giorno, così come si presenta, nella mia esperienza, nell’esperienza altrui, attorno a me, lontana  o vicina che sia. Esorcizzarla o rinnegarla è la più inutile delle illusioni. Mi pare. Tenerla presente costantemente e crederla preponderante rispetto alla vita e alla sua svariata sapienza, il più inutile dispendio di energie.

Forse il solo modo di mantenere insieme quel che si perde e quel che si guadagna, la potenzialità della vita da una parte e la capacità di viverla, dall’altra, è dosare la ribellione che la morte provoca con la sua oscenità di dolore e di fine di ogni cosa con l’integrazione nella vita della sua presenza, che, volente o nolente, c’è e ci interpella oggi e poi ancora e ancora e ancora.

La vita, la terra, la fisica e i baci!

Debbie Shultz, foto di Harvey Turtz, 1952.

Debbie Shultz, foto di Harvey Turtz, 1952.

Questa mattina sono andata a casa dei miei genitori, e sono entrata nella mia stanza. Dovevo prendere alcune cose, rimaste lì. Ho aperto armadi e cassetti e sono stata travolta da un mondo, il mio.

Fotografie, appunti ordinatissimi di ebraico ed esegesi biblica, moleskine con dentro segnati appuntamenti, cambiamenti e stravolgimenti, il nome del mio primo ragazzo circondato da cuori e un suo sms ricopiato in perfetta grafia, dove c’era scritto: “Posso rinunciare a tutto e a tutti, ma non a te! Quindi rompi questo silenzio stampa e parlami!!”. Non mi ricordo cosa fosse successo, ma ho sorriso, dosando con attenzione la giusta tenerezza e un’onesta malinconia.

Ho trovato biglietti di concerti e di viaggi in treno, alberi disegnati in foglietti volanti e quaderni ricoperti con carta colorata, un cappello come quello di De Gregori, una lettera della mia migliore amica degna del premio Pulitzer, un blister di pillole per il mal di pancia, la foto del mio cane vicino al comodino, la poesia di uno spasimante che mi ha fatto molto ridere, i diari carichi di un cammino non proprio lineare e facile.

La vita, insomma, che non mi è sembrata né brutta né bella, ma… mia! E questo si che mi è parso importante.

Allora ho pensato a mia nonna, che ha novantacinque anni e che domenica mi ha raccontato di quando nonno tornava da lavoro e la vedeva in lontananza seduta sotto il portico e le mandava con le mani baci di soffio appassionato. Giorno dopo giorno. E da quando è morto ogni mattina lei glieli restituisce guardando la sua foto al risveglio. Giorno dopo giorno.

Mi è venuto in mente perché la vita mi è sembrata come la terra, che è fatta di strati e di sostanze che le danno fertilità e di pietre e di radici e detriti, di sali minerali e di acqua, di sabbia e calcare e tutto si amalgama nel tempo, per millenni,  tutto fa sì che la terra sia terra.

E così anche se mia nonna è anziana e mio nonno è morto, i loro baci ci sono ancora, amalgamati al tutto che gli appartiene, non si sono perduti, come è tipico dei baci, di fatto.

E così anche se la mia vita è in trasformazione quel che ho alle spalle è  amalgamato nella mia terra d’oggi, anche le cose dolorose o interrotte senza parole o non comprese, anche le cose buie così come le giornate scintillanti di piccole segretissime felicità.

E così mi sono ricordata dell’unica, credo, legge della fisica che mi è rimasta nella memoria, perché è una legge poetica in fondo quella della conservazione della massa: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Non immaginavo che finalmente l’avrei capita così, dopo anni, una mattina d’autunno, con le mani a cercar il senso nel passato, la testa al presente e tutto il corpo immerso nel più miracoloso dei futuri.

 

Una scoperta

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Sono alla finestra di una casa di campagna, piove. Piove sull’erba secca e calda, su strade senza asfalto né traffico né via vai di persone. Piove con gocce pesanti d’acqua, che fanno tremare le foglie ad ogni colpo e che battono la terra con decisione. Il silenzio è quasi assoluto. Forse questo contesto fa da sfondo e contrasto perfetto ad un articolo letto oggi sul Corriere, uno scritto inedito di Fernanda Pivano su New York, uno scritto lucido e amarissimo (http://www.corriere.it/cultura/17_luglio_14/fernanda-pivano-testo-inedito-bompiani-7b663a7e-68aa-11e7-a661-7b83dfae73a6.shtml) che mi ha fatto pensare a molte cose.

Di tutto l’articolo il passaggio che ha scatenato il mio piccolo temporale interiore è stato questo: Dal lato di Wall Street, dal lato dove si estendono i villages, il sole sta battendo contro i grattacieli di banche e della Borsa e da qua sembrano veramente dei mostri, come lo sono in realtà. Mostri tenutari delle anime di tutta questa gente pigiata in questi enormi edifici. Oppure queste abitazioni qui sotto, non più palazzi di uffici, ma sempre con la gente incassata in piccole celle da alveari. È un’immagine consumata finché si vuole, però è difficile trovarne un’altra se non la si vuole sostituire con quella delle celle delle prigioni. Se si vuole si potrebbe pensare alle celle degli antichi monaci, ma qui c’è poco di ascetico. Qui c’è una specie di sacrificio della vita umana fatto per un egoismo tale che non ha neanche una giustificazione, non ha neanche in sé una possibilità di riscatto. Se si vuole una cosa sbagliata come il denaro e il potere, si ha quello che si merita: la distruzione della propria anima dentro a queste celle, sicché casomai è un ascetismo pagato a caro prezzo, non raggiunto come un premio… Ma in questo momento nessuno immaginerebbe che questi muri quasi disfatti da questa luce rosata possano nascondere gli orrori, la fame, le insidie, le manipolazioni.

A desiderare, purtroppo, non ce lo insegna nessuno. E’ assurdo se si pensa che intorno a ciò che desideriamo si muove l’intera nostra vita. Certamente nel desiderio esiste qualcosa di istintivo, di primordiale, ma il resto s’impara, perché l’essere umani, l’essere se stessi non è affatto un sapere innato, va scoperto, imparato, con immensa fatica e tenace pazienza.

Le conseguenze dei desideri sbagliati, non veramente nostri, indotti, forzati sono devastanti. Questi provocano una serie di ferite che si diffondono come epidemia attraverso i nostri contatti, le relazioni, le cose che facciamo e perfino quelle che evitiamo.
E non mi riferisco soltanto ai soldi e al potere e a tutte le loro ramificazioni, mi riferisco ai desideri legati all’idea che ci siamo fatti di noi stessi o alla confusione che abbiamo su noi stessi, ai desideri legati alle aspettative degli altri su di noi o a quanto noi vorremmo testardamente per la nostra realizzazione.

Non abbiamo la pazienza dell’attesa necessaria a capire se il desiderio che percepiamo abbia veramente a che fare con quel che siamo. E’ la fretta di determinarsi, è il bisogno di potersi e sapersi definire, il più delle volte rispetto al mondo che ci circonda. Avere una serie di cose o fare una serie di cose, appunto ben definite, ci permette di stare davanti agli altri con una certa sicurezza. Ma se quelle cose che facciamo, abbiamo e siamo non c’entrassero con noi? Se soddisfanno una serie di criteri definiti da altri, ma in verità ci fossero profondamente estranei?

Non lo so.

Quel che però intuisco è che legare la propria personale identità a sogni o progetti dai contorni tracciati fa di noi degli schiavi. E ci si sente persi, falliti e insoddisfatti se questo sogno tarda a realizzarsi, se questo o quel progetto incontra troppi ostacoli e perde di forza o di senso nel tempo o se tutto crolla all’improvviso.

Forse l’identità non è una definizione, è un processo. E nel processo tutto è mutevole. E i desideri dovrebbero mutare con noi, come se la cosa più importante, in fondo, fosse desiderare e non realizzare. Anzi, meglio, come se la cosa più importante fosse iniziare a costruire qualcosa, sulla base di quel che vogliamo, che poi, alla fine, possa essere perfino totalmente diversa dall’idea che ci eravamo fatti in partenza, ma che pure ci sembri bellissima e corrispondente, aderente e calzante al nostro divenire. Come se la realizzazione del nostro desiderio, nostro sul serio però, istintivo, consapevole  potesse essere, alla fin fine, uno svelamento, una scoperta.

Giro di Do

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

Ho conosciuto un ragazzo, si chiama Riccardo.
Stava ad un incrocio del paese nel quale mi trovo in questi giorni, nella parte orientale di quest’isola che è grande, ma pur sempre col mare come unico confine. Non ha fatto nessun cenno Riccardo con le braccia, perché in una mano teneva uno zaino colorato e nell’altra la chitarra nella sua custodia, ma ci ha guardati in un modo che non abbiamo potuto ignorare né io né la persona accanto a me. Ci siamo fermati e abbiamo fatto marcia indietro. Lui ha aperto lo sportello e ha chiesto: “Ma è questa la strada per Siracusa?”. Noi abbiamo detto si invitandolo a salire: lo avremmo accompagnato per un bel pezzo, verso la sua destinazione. “Grazie, ma grazie di cuore, di cuorissimo, ma che bello, grazie!”. Ha risposto lui.

Riccardo ha vent’anni, più o meno, le sopracciglia folte, gli occhi svegli e belli, i capelli spettinati, un po’ lunghi e un po’ mossi e un sorriso generoso. Indossava un paio di pantaloni corti e un maglione di cotone verde militare, nonostante i 40°. Aveva addosso un odore forte, di sudore, di notti insonni, di percorsi vagabondi.

Subito ha chiesto di noi con una curiosità sincera e allegra, voleva sapere chi eravamo e dove stavamo andando, perché lui è giovane e non lo sa ancora che queste domande per un adulto possono suonare minacciose! Eppure, Riccardo, si è entusiasmato per tutto: per il nostro mestiere di insegnanti, per la nostra gita al mare, per ogni dettaglio e per ogni frammento, come un cercatore d’oro che setaccia la sabbia. Era sicuro che qualcosa della nostra vita si sarebbe rivelata per lui una risorsa.

Quella mattina tornava da Pantalica. Aveva dormito lungo il fiume insieme a due ragazzi conosciuti alcuni giorni prima. Un catanese e una colombiana. Per prima aveva incontrato lei che viveva in una delle grotte che si trovano sotto al Monumento dei caduti, a Siracusa. Ha raccontato che era una tipa strana, ma con “strana”, la sua voce e il suo sguardo dicevano anche: “bellissima ed interessante”. “Come ti chiami?”, le aveva chiesto. “Tutti i nomi!”, aveva risposto lei. E così Riccardo, con un colpo da maestro, ha cominciato a chiamarla la chica del mar! Sperando di conquistarla, per sua stessa candidissima ammissione. Risalendo il fiume Calcinara Riccardo aveva inciampato più volte e si era punto e si era stancato, ma la chica del mar gli aveva insegnato a non arrabbiarsi o bestemmiare, a ringraziare piuttosto, per ogni cosa. “Oh non lo so com’è, ma giuro che dicendo grazie il dolore passa prima!”. Lo raccontava con il sorriso e cercando nel nostro sguardo una qualche conferma di questa stranezza colombiana che aveva sperimentato con  coraggio d’esploratore.

Riccardo è curioso e parla velocemente. Tra poco si trasferirà a Roma per frequentare il DAMS, non lo sa cosa vuole fare, lo deve scoprire, dice. Non ha un sogno da realizzare, uno di quei sogni a cui ci si attacca fino a cristallizzarsi sopra, no. Lui è alla scoperta, di tutto! E’ convinto che Roma sarà la città giusta per farsi conoscere, per incontrare persone, per realizzare cose.

Suona da due mesi. Gli piace costruire canzoni sul “giro di Do”. E così, tra una curva e l’altra, ha tirato fuori la chitarra, credo sia in assoluto la più scordata che io abbia mai sentito, ma la suonava con tale passione da far sembrare quello strumento in sintonia con l’intero universo. Ci ha dedicato una canzone che diceva così: “Sono in macchina e son molto contento, grazie a due persone buone che mi portano a Siracusa. E’ bello che esistano persone ancora in grado di empatia, che vogliono bene a noi giovani e ci regalano fiducia”. Stonato come una campana, ma in possesso di una vitalità potente.

Di canzoni lungo il tragitto ne ha inventate altre, su ogni cosa che gli abbiamo raccontato, tutte surreali e bellissime. Il 18 luglio un aereo lo porterà a Barcellona, poi andrà in autostop fino in Portogallo. Chissà quante cose imparerà curioso com’è, vivo com’è. Chissà quante chicas del mar incontrerà per la strada e amerà moltissimo, magari per un giorno intero, chissà se gli verrà la febbre lungo il cammino, se sognerà mai casa dormendo all’aperto, senza neppure sapere in quale regione del mondo poggia il suo sacco a pelo.

Abbiamo voluto bene a Riccardo, ci ha commosso profondamente. Ha stretto le nostre mani, forte, come fa un uomo, per ringraziarci ancora e salutarci. E noi gli abbiamo augurato ogni bene possibile lasciandolo per strada, così come lo avevamo trovato.

Che ci sia un età per ogni cosa è vero soltanto in parte, una parte minima, semmai, come dice il libro di Qoelet “c’è un tempo per ogni cosa”, che è ben diverso. E non importa essere adulti o giovani o vicini alla fine, importa semmai riconoscerlo il Tempo e riconoscerci in grado di viverlo, rigorosamente fedeli a se stessi pur in mezzo a profondissime personali trasformazioni, non attaccati o condizionati da quel che si deve e forse neppure da quel che si può. Certo, il “giro di Do” è lo stesso, sempre, ma sopra ciascuno di noi può comporre e cantare la propria canzone, “così come viene, dal cuore”, dice Riccardo.

 

Ad occhio nudo

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Ho scelto il mare tra le pietre. Lontano dalle spiagge attrezzate, affollate, martoriate. Qualche scalino diroccato per accedere a scogli biforcuti come lingue pietrificate di rettili. Pietre ostili ed abbandonate. Pietre che costringono a premeditare i passi, uno ad uno. Tra gli scogli trovo tutta la miseria del nostro popolo: cassette di polistirolo gettate dai venditori ambulanti di pesce. Scendono tra gli scogli a cercare alghe per ornare i pesci comprati al mercato tutti in fila ed eguali, per farli sembrare figli unici rubati al mare. Poi, a vendita avvenuta, quel che rimane lo buttano via insieme alle cassette, perché se una cosa non la si vede, non c’è. Si dissolvono le responsabilità. La preoccupazione di farla franca è più forte della bellezza e dell’armonia, più forte delle meraviglie che ci sono toccate in sorte. Non ci lasciamo educare dalla bellezza. La bellezza ci terrorizza, perché possiede una energia vitale che tutto coinvolge. E così le cassette coi resti di pesce si, erano oscene, ma drammaticamente familiari. Brandelli di animali a soddisfare quel senso della morte che noi siciliani portiamo nel DNA come anello immutabile, di generazione in generazione.

L’aria era fresca, il sole caldo, il mare leggermente increspato, il suo profumo ovunque. Nonostante fossi in compagnia sono rimasta a lungo in silenzio, un silenzio pieno, comunicativo, sereno. Ma non sono riuscita a pensare a nulla, perché tutta l’immobilità delle pietre si è animata, piano piano, esigendo la mia attenzione. Quando si guardano le stelle nelle notti d’estate, più si osserva il cielo più aumenta il numero di stelle che ad occhio nudo si riescono a guardare. L’occhio nudo. Una nudità antica, fragile, ma tenace.

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A tener fisso lo sguardo sugli scogli, a lungo, si scoprono mille piccole, piccolissime vite a prima vista invisibili: i pomodori di mare, rossi e morbidi, strane lumache con un guscio a piramide che camminano lentamente e costantemente da una parte all’altra, senza mostrare mai il proprio corpo. Sembra solo un guscio mobile, con un segreto dentro. Poi ci sono i granchi, piccoli, neri o color della pietra. Sono veloci e buffi, spariscono dentro i fori di quelle rocce modellate dall’acqua, piene di nascondigli e luoghi inaccessibili. E infine gli insetti: piccoli e grandi, con le ali, senza ali, neri o colorati. Colonie intere che si sono disperse non appena ci siamo accampati su una delle pietre meno ostili, per poi tornare sporadici e in pace, a cercar di recuperare il proprio spazio, le proprie attività.

In mare, vicino agli scogli che sprofondano in acqua nuotano pesci invisibili: li si vede solo se ci si ferma a guardare per minuti lunghi e senza fretta. Piccoli pesci quasi trasparenti, altri perlati, altri ancora neri e marroni, qualcuno rosso. Molti nuotano con disinvoltura senza una direzione precisa, almeno così pare. Destra sinistra, destra sinistra…senza metà. Altri restano aderenti agli scogli e più che nuotare, strisciano. Delle pietre assumono i colori e con le stesse si confondo stando fermi, immobili.

In cielo, i gabbiani. Uno di loro ci ha tenuto compagnia. Aveva avvistato i resti di pesce. Davanti a noi ha eseguito una serie di manovre di ammaraggio perfette. Planava leggero, aerodinamico, preciso. Pian piano ha preso confidenza, ha capito che noi non eravamo armati di nessun odio o istinto di morte nei suoi confronti, solo di un po’ di invidia per la sua leggerezza, per la possibilità di spiccare il volo diretti ovunque. Due, tre, quattro saltelli, poi in un baleno ha preso il pesce e penzolante dal becco lo ha portato un po’ a largo per consumare il simbolo del nostro animo decadente in santa pace.

L’acqua era fredda e pulita. Il corpo timido.

Io ho paura del mare, anche se ho un passato di nuotatrice. In mare non ci sono i confini delle piscine olimpiche e l’acqua è troppo, troppo leggera. Si nuota con minore fatica e maggior pensiero. In piscina, durante i km di allenamento il cervello riposa, i pensieri lasciano il posto alla gestione dello sfinimento, della stanchezza, dei muscoli doloranti. Quando nuoto in mare il mio cervello resta vigile, in allerta. Il mare è incontrollabile. E’ pieno di vite che non conosco, di cui percepisco e so la presenza, ma che non vedo. Mi sento guardata dalla forza primordiale del mondo e mi spavento.
Lo amo e lo temo, come nelle migliori delle tradizioni.
“Il mare è traditore”, si dice. Ma forse è semplicemente molto molto molto più grande e potente di noi. L’occhio, l’occhio nudo non lo può comprendere, anzi, il mare è a perdita d’occhio. Ne possiamo scegliere una porzione, piccola, tra le pietre, osservare il suo mondo attorno, perfino dentro, ma non di più.

Tra uno scoglio e l’altro c’era una piccola cavità. Ad ogni spinta del mare verso terra la cavità si riempiva d’acqua e quando l’acqua si ritirava appena, si svuotava. Sembrava come un ventricolo. Anche le pietre respirano.

La sera a casa il sole a picco sulle spalle restituiva il calore. La nostra è una pelle fragile. Non voliamo, non nuotiamo nelle profondità, non possiamo esporci a lungo al sole che riflette sull’acqua. Siamo inadatti al mare e per poterlo vivere dobbiamo attrezzarci di molti strumenti.

Esercita su di noi il fascino delle cose grandi, e come l’acqua tra gli anfratti degli scogli, il mare arriva dentro, lì dove si annidano i sentimenti migliori, i sogni grandi, gli amori mai sopiti. Il mare placa la rabbia che corrode e restituisce il senso della misura delle cose. E le cose, le situazioni, gli stati d’animo e i pensieri, sono molti, diversi, come i pesci e le lumache di mare sono invisibili ad uno sguardo frettoloso e disattento. Tutto sembra uguale, ma niente lo è davvero. Abbiamo bisogno di tempo, di calma, di pazienza e di curiosità per permettere all’occhio nudo di guidarci nel mare aperto delle nostre complessità.

Sulla linea ultima della terra

(Molo di Mondello, Palermo. Foto di Carlo Columba)

(Molo di Mondello, Palermo. Foto di Carlo Columba)

Qualche settimana fa, la mattina era di primavera, il cielo cobalto, il mare di cristallo. Io pedalavo con uno sguardo alla spiaggia e uno alla strada, i capelli sugli occhi, il vento nelle orecchie, molte promesse nel cuore.
Mi sono fermata al molo, l’ho percorso tutto, raggiungendo la linea che segna la fine della terra ferma. Su quella linea un ragazzino stava immobile, in piedi, col costume bagnato appiccicato alle cosce, le scarpe da tennis zuppe, le braccia dritte lungo i fianchi e le spalle rigide, per proteggersi da un vento molto leggero, ma ancora troppo freddo.
“Hai freddo?” – gli ha chiesto, infatti, una signora. Lui ha scosso la testa facendo segno di no, mentre batteva i denti e si sollevava sulle punte dei piedi. Poi ha fatto un passo indietro e ispirando in fretta ha cominciato a correre su quella esile linea di confine, ed è volato via. A me è parso restasse in aria con le ginocchia al petto per un tempo infinito. Di fronte aveva il sole, sopra di lui il blu, sotto di lui il blu. Gli schizzi sembravano un fuoco d’artificio di acqua e di sale. E’ riemerso dal mare come un reperto antico e prezioso, lentamente, su su, fino in superficie. Ha nuotato per tornare al punto di partenza, si è arrampicato sugli scogli per ricominciare a giocare sulla linea ultima della terra. Io l’ho guardato negli occhi per pochi secondi, era vivo e giovane, ed era felice.