La possibilità, la competenza (ovvero della vita e della morte)

("Il metafisico", opera di Elisa Nicolaci)

(“Il metafisico”, opera di Elisa Nicolaci)

Quando ero bambina non mi sfiorava l’idea che la “festa dei morti” fosse una contraddizione in termini. Perché la vivevo veramente come una festa ed intorno a me vedevo colori, luci, regali. I morti stavano sullo sfondo, anche se la visita obbligata ad un cimitero di provincia non mi lasciava indifferente. Il nonno lo conoscevo solo grazie a quella foto in bianco e nero da cui mi guardava austero, ma dolce. Poi c’era la zia Maria da visitare, che però la foto ce l’aveva a colori e poi c’erano i morti sconosciuti, giovani, vecchi, bambini perfino, di cui immaginavo la storia e incredibili avventure per tirarli fuori da quell’oblio che le tombe abbandonate mi suggerivano.

Oggi, seppur sia ancora forte e felice la memoria dell’infanzia, “la festa dei morti”, mi pare un ossimoro troppo difficile da accettare. Sarà che crescendo la morte si palesa in forme più o meno aggressive e personali, sarà che il persistere nella vita, la morte la mostra presente in mille piccole cose, se la si vuol ri-conoscere e vedere.

Certo fra gli uomini c’è chi la patisce da sempre, in forma violenta e carica di ingiustizia, perché è vero, inesorabilmente vero, che non è egualmente distribuita  la sua presenza tra le creature umane. E poi, non è soltanto il corpo a subirla, ma spesso è l’animo a farne le spese in modo più drammatico. Molte volte, corpo o animo che sia, viene inferta dall’esterno, altre germina da dentro e non si fa estirpare. Almeno così pare. E’ un po’ come la parabola del grano e della zizzania raccontata nei vangeli: vita e morte crescono insieme e non si possono separare se non rischiando di estirpare insieme alla morte la vita stessa.

Così accade durante le lunghe malattie, quelle che accompagnano per anni, che riempiono le giornate della stessa fatica per un tempo illimitato facendo attraversare giorno dopo giorno lo stesso calvario oramai battuto come una strada maestra.

E così, credo, sia il sopraggiungere della vecchiaia, sentirla nel corpo prima che nell’anima e opporre resistenza per istinto alla direzione forzata, fino a quando non vince la sapienza dell’accettazione o la disperazione del rifiuto.

Quel che però io oggi vedo, sospesa tra la più potente esperienza di vita e la fatica enorme della malattia, è che avanzare nell’esistenza comporta di fatto una perdita e un guadagno.
Quel che si va perdendo è il bagaglio di potenzialità che sono insite nel corpo, nella giovinezza e nel tempo, lungo e disteso dinnanzi a sé. La possibilità di non fare, di rimandare a domani, di distruggere e ricostruire, di lasciare a metà, di farsi sfuggire le occasioni, la possibilità di scelte acerbe tutte da recuperare.
Quel che si va guadagnando è, invece, l’abilità. La capacità cioè e la competenza per affrontare la vita, carica del suo passato, impegnativa nel presente e sempre più stretta di futuro. La capacità di riprendersi dal lutto e dal dolore, di affrontare gli ostacoli, di relazionarsi dosando aperture e difese, la competenza nella risoluzione dei problemi e dell’esperienza come bussola d’orientamento, l’abilità di riconoscere la gioia e di godere di momenti felici per quanto circoscritti e privi di perfezione e assolutezza, la capacità di lasciar andare sogni, affetti, persone…

Non lo so se questo è vero in generale, ma certamente è vero per me, che non “festeggio” più i morti, anzi che la morte la detesto, pur accettandola ogni giorno, così come si presenta, nella mia esperienza, nell’esperienza altrui, attorno a me, lontana  o vicina che sia. Esorcizzarla o rinnegarla è la più inutile delle illusioni. Mi pare. Tenerla presente costantemente e crederla preponderante rispetto alla vita e alla sua svariata sapienza, il più inutile dispendio di energie.

Forse il solo modo di mantenere insieme quel che si perde e quel che si guadagna, la potenzialità della vita da una parte e la capacità di viverla, dall’altra, è dosare la ribellione che la morte provoca con la sua oscenità di dolore e di fine di ogni cosa con l’integrazione nella vita della sua presenza, che, volente o nolente, c’è e ci interpella oggi e poi ancora e ancora e ancora.

Giro di Do

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

Ho conosciuto un ragazzo, si chiama Riccardo.
Stava ad un incrocio del paese nel quale mi trovo in questi giorni, nella parte orientale di quest’isola che è grande, ma pur sempre col mare come unico confine. Non ha fatto nessun cenno Riccardo con le braccia, perché in una mano teneva uno zaino colorato e nell’altra la chitarra nella sua custodia, ma ci ha guardati in un modo che non abbiamo potuto ignorare né io né la persona accanto a me. Ci siamo fermati e abbiamo fatto marcia indietro. Lui ha aperto lo sportello e ha chiesto: “Ma è questa la strada per Siracusa?”. Noi abbiamo detto si invitandolo a salire: lo avremmo accompagnato per un bel pezzo, verso la sua destinazione. “Grazie, ma grazie di cuore, di cuorissimo, ma che bello, grazie!”. Ha risposto lui.

Riccardo ha vent’anni, più o meno, le sopracciglia folte, gli occhi svegli e belli, i capelli spettinati, un po’ lunghi e un po’ mossi e un sorriso generoso. Indossava un paio di pantaloni corti e un maglione di cotone verde militare, nonostante i 40°. Aveva addosso un odore forte, di sudore, di notti insonni, di percorsi vagabondi.

Subito ha chiesto di noi con una curiosità sincera e allegra, voleva sapere chi eravamo e dove stavamo andando, perché lui è giovane e non lo sa ancora che queste domande per un adulto possono suonare minacciose! Eppure, Riccardo, si è entusiasmato per tutto: per il nostro mestiere di insegnanti, per la nostra gita al mare, per ogni dettaglio e per ogni frammento, come un cercatore d’oro che setaccia la sabbia. Era sicuro che qualcosa della nostra vita si sarebbe rivelata per lui una risorsa.

Quella mattina tornava da Pantalica. Aveva dormito lungo il fiume insieme a due ragazzi conosciuti alcuni giorni prima. Un catanese e una colombiana. Per prima aveva incontrato lei che viveva in una delle grotte che si trovano sotto al Monumento dei caduti, a Siracusa. Ha raccontato che era una tipa strana, ma con “strana”, la sua voce e il suo sguardo dicevano anche: “bellissima ed interessante”. “Come ti chiami?”, le aveva chiesto. “Tutti i nomi!”, aveva risposto lei. E così Riccardo, con un colpo da maestro, ha cominciato a chiamarla la chica del mar! Sperando di conquistarla, per sua stessa candidissima ammissione. Risalendo il fiume Calcinara Riccardo aveva inciampato più volte e si era punto e si era stancato, ma la chica del mar gli aveva insegnato a non arrabbiarsi o bestemmiare, a ringraziare piuttosto, per ogni cosa. “Oh non lo so com’è, ma giuro che dicendo grazie il dolore passa prima!”. Lo raccontava con il sorriso e cercando nel nostro sguardo una qualche conferma di questa stranezza colombiana che aveva sperimentato con  coraggio d’esploratore.

Riccardo è curioso e parla velocemente. Tra poco si trasferirà a Roma per frequentare il DAMS, non lo sa cosa vuole fare, lo deve scoprire, dice. Non ha un sogno da realizzare, uno di quei sogni a cui ci si attacca fino a cristallizzarsi sopra, no. Lui è alla scoperta, di tutto! E’ convinto che Roma sarà la città giusta per farsi conoscere, per incontrare persone, per realizzare cose.

Suona da due mesi. Gli piace costruire canzoni sul “giro di Do”. E così, tra una curva e l’altra, ha tirato fuori la chitarra, credo sia in assoluto la più scordata che io abbia mai sentito, ma la suonava con tale passione da far sembrare quello strumento in sintonia con l’intero universo. Ci ha dedicato una canzone che diceva così: “Sono in macchina e son molto contento, grazie a due persone buone che mi portano a Siracusa. E’ bello che esistano persone ancora in grado di empatia, che vogliono bene a noi giovani e ci regalano fiducia”. Stonato come una campana, ma in possesso di una vitalità potente.

Di canzoni lungo il tragitto ne ha inventate altre, su ogni cosa che gli abbiamo raccontato, tutte surreali e bellissime. Il 18 luglio un aereo lo porterà a Barcellona, poi andrà in autostop fino in Portogallo. Chissà quante cose imparerà curioso com’è, vivo com’è. Chissà quante chicas del mar incontrerà per la strada e amerà moltissimo, magari per un giorno intero, chissà se gli verrà la febbre lungo il cammino, se sognerà mai casa dormendo all’aperto, senza neppure sapere in quale regione del mondo poggia il suo sacco a pelo.

Abbiamo voluto bene a Riccardo, ci ha commosso profondamente. Ha stretto le nostre mani, forte, come fa un uomo, per ringraziarci ancora e salutarci. E noi gli abbiamo augurato ogni bene possibile lasciandolo per strada, così come lo avevamo trovato.

Che ci sia un età per ogni cosa è vero soltanto in parte, una parte minima, semmai, come dice il libro di Qoelet “c’è un tempo per ogni cosa”, che è ben diverso. E non importa essere adulti o giovani o vicini alla fine, importa semmai riconoscerlo il Tempo e riconoscerci in grado di viverlo, rigorosamente fedeli a se stessi pur in mezzo a profondissime personali trasformazioni, non attaccati o condizionati da quel che si deve e forse neppure da quel che si può. Certo, il “giro di Do” è lo stesso, sempre, ma sopra ciascuno di noi può comporre e cantare la propria canzone, “così come viene, dal cuore”, dice Riccardo.

 

Ad occhio nudo

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Ho scelto il mare tra le pietre. Lontano dalle spiagge attrezzate, affollate, martoriate. Qualche scalino diroccato per accedere a scogli biforcuti come lingue pietrificate di rettili. Pietre ostili ed abbandonate. Pietre che costringono a premeditare i passi, uno ad uno. Tra gli scogli trovo tutta la miseria del nostro popolo: cassette di polistirolo gettate dai venditori ambulanti di pesce. Scendono tra gli scogli a cercare alghe per ornare i pesci comprati al mercato tutti in fila ed eguali, per farli sembrare figli unici rubati al mare. Poi, a vendita avvenuta, quel che rimane lo buttano via insieme alle cassette, perché se una cosa non la si vede, non c’è. Si dissolvono le responsabilità. La preoccupazione di farla franca è più forte della bellezza e dell’armonia, più forte delle meraviglie che ci sono toccate in sorte. Non ci lasciamo educare dalla bellezza. La bellezza ci terrorizza, perché possiede una energia vitale che tutto coinvolge. E così le cassette coi resti di pesce si, erano oscene, ma drammaticamente familiari. Brandelli di animali a soddisfare quel senso della morte che noi siciliani portiamo nel DNA come anello immutabile, di generazione in generazione.

L’aria era fresca, il sole caldo, il mare leggermente increspato, il suo profumo ovunque. Nonostante fossi in compagnia sono rimasta a lungo in silenzio, un silenzio pieno, comunicativo, sereno. Ma non sono riuscita a pensare a nulla, perché tutta l’immobilità delle pietre si è animata, piano piano, esigendo la mia attenzione. Quando si guardano le stelle nelle notti d’estate, più si osserva il cielo più aumenta il numero di stelle che ad occhio nudo si riescono a guardare. L’occhio nudo. Una nudità antica, fragile, ma tenace.

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A tener fisso lo sguardo sugli scogli, a lungo, si scoprono mille piccole, piccolissime vite a prima vista invisibili: i pomodori di mare, rossi e morbidi, strane lumache con un guscio a piramide che camminano lentamente e costantemente da una parte all’altra, senza mostrare mai il proprio corpo. Sembra solo un guscio mobile, con un segreto dentro. Poi ci sono i granchi, piccoli, neri o color della pietra. Sono veloci e buffi, spariscono dentro i fori di quelle rocce modellate dall’acqua, piene di nascondigli e luoghi inaccessibili. E infine gli insetti: piccoli e grandi, con le ali, senza ali, neri o colorati. Colonie intere che si sono disperse non appena ci siamo accampati su una delle pietre meno ostili, per poi tornare sporadici e in pace, a cercar di recuperare il proprio spazio, le proprie attività.

In mare, vicino agli scogli che sprofondano in acqua nuotano pesci invisibili: li si vede solo se ci si ferma a guardare per minuti lunghi e senza fretta. Piccoli pesci quasi trasparenti, altri perlati, altri ancora neri e marroni, qualcuno rosso. Molti nuotano con disinvoltura senza una direzione precisa, almeno così pare. Destra sinistra, destra sinistra…senza metà. Altri restano aderenti agli scogli e più che nuotare, strisciano. Delle pietre assumono i colori e con le stesse si confondo stando fermi, immobili.

In cielo, i gabbiani. Uno di loro ci ha tenuto compagnia. Aveva avvistato i resti di pesce. Davanti a noi ha eseguito una serie di manovre di ammaraggio perfette. Planava leggero, aerodinamico, preciso. Pian piano ha preso confidenza, ha capito che noi non eravamo armati di nessun odio o istinto di morte nei suoi confronti, solo di un po’ di invidia per la sua leggerezza, per la possibilità di spiccare il volo diretti ovunque. Due, tre, quattro saltelli, poi in un baleno ha preso il pesce e penzolante dal becco lo ha portato un po’ a largo per consumare il simbolo del nostro animo decadente in santa pace.

L’acqua era fredda e pulita. Il corpo timido.

Io ho paura del mare, anche se ho un passato di nuotatrice. In mare non ci sono i confini delle piscine olimpiche e l’acqua è troppo, troppo leggera. Si nuota con minore fatica e maggior pensiero. In piscina, durante i km di allenamento il cervello riposa, i pensieri lasciano il posto alla gestione dello sfinimento, della stanchezza, dei muscoli doloranti. Quando nuoto in mare il mio cervello resta vigile, in allerta. Il mare è incontrollabile. E’ pieno di vite che non conosco, di cui percepisco e so la presenza, ma che non vedo. Mi sento guardata dalla forza primordiale del mondo e mi spavento.
Lo amo e lo temo, come nelle migliori delle tradizioni.
“Il mare è traditore”, si dice. Ma forse è semplicemente molto molto molto più grande e potente di noi. L’occhio, l’occhio nudo non lo può comprendere, anzi, il mare è a perdita d’occhio. Ne possiamo scegliere una porzione, piccola, tra le pietre, osservare il suo mondo attorno, perfino dentro, ma non di più.

Tra uno scoglio e l’altro c’era una piccola cavità. Ad ogni spinta del mare verso terra la cavità si riempiva d’acqua e quando l’acqua si ritirava appena, si svuotava. Sembrava come un ventricolo. Anche le pietre respirano.

La sera a casa il sole a picco sulle spalle restituiva il calore. La nostra è una pelle fragile. Non voliamo, non nuotiamo nelle profondità, non possiamo esporci a lungo al sole che riflette sull’acqua. Siamo inadatti al mare e per poterlo vivere dobbiamo attrezzarci di molti strumenti.

Esercita su di noi il fascino delle cose grandi, e come l’acqua tra gli anfratti degli scogli, il mare arriva dentro, lì dove si annidano i sentimenti migliori, i sogni grandi, gli amori mai sopiti. Il mare placa la rabbia che corrode e restituisce il senso della misura delle cose. E le cose, le situazioni, gli stati d’animo e i pensieri, sono molti, diversi, come i pesci e le lumache di mare sono invisibili ad uno sguardo frettoloso e disattento. Tutto sembra uguale, ma niente lo è davvero. Abbiamo bisogno di tempo, di calma, di pazienza e di curiosità per permettere all’occhio nudo di guidarci nel mare aperto delle nostre complessità.

Nelle più piccole cose

Se ricordo i miei diciassette anni, penso che mi sono accadute una quantità incredibile di cose, ma, forse, quando si hanno diciassette anni, è normale che accada una incredibile quantità di cose.

Giugno, Austria, 1997.
Dovevo frequentare il quarto anno del Liceo classico e in sorte mi toccò di partire per la seconda ed ultima tappa del “gemellaggio” che la mia classe aveva intrapreso con una scuola di Linz. Durante la primavera i ragazzi austriaci erano stati a Palermo per quindici giorni; l’estate era il nostro turno. Li avevamo ospitati in casa e loro avrebbero fatto altrettanto. La mia “gemella” si chiamava Sandra e abitava in un comprensorio di villette immerse nel verde. Di quel viaggio ricordo ancora molte cose, per esempio che a giugno sulla vespa, in Austria, non puoi salirci a maniche corte perché ti cadono i denti dal freddo, che esistono laghi tanto grandi da sembrare mare, che mi annoiava, tranne qualche eccezione, stare con ragazzi della mia età, che molti dei miei compagni non avevano idea di chi fossi, che se vieni ricoverata in ospedale, a pranzo mangi la cotoletta con marmellata di mirtilli per contorno. Mi accadde una incredibile quantità di cose, per l’appunto.

Ma più di tutto mi accadde di visitare insieme ad uno dei professori in viaggio con noi e ad un gruppetto esiguo di ragazzi, il campo di concentramento di Mauthausen.

Campo di concentramento di Mauthausen, Austria

Campo di concentramento di Mauthausen, Austria

Avevo una paura matta di andare e ancora oggi non lo so cosa mi spinse ad unirmi al gruppo. Forse fu solo perché chi andava tra i compagni mi faceva più simpatia di chi restava o forse perché la paura a me fa un effetto strano e invece di mettermi al riparo, mi espongo, nella speranza che la questione, qualunque essa sia, si risolva al più presto, per non pensarci più.

Del viaggio di andata non ricordo quasi nulla. Ricordo, però, che quando arrivammo ero tesa e vigile, pronta a chiudermi a riccio per non vedere o non sentire qualunque cosa fosse stata “troppo”, per me. Invece ho ascoltato e visto ogni cosa. Abbiamo preso una guida cioè una cassetta con un registratore. Ci hanno detto che dovevamo far partire il nastro prima di cominciare la visita e così abbiamo fatto. La voce di un uomo, roca e profonda, iniziò dicendo: “Cari visitatori, adesso accadrà qualcosa che non potrete controllare, il vostro cervello metterà un filtro di protezione, perché quanto vi racconterò non vi porti alla pazzia”.

Abbiamo proseguito in silenzio: le zone di lavoro, i dormitori con i letti a castello in legno, le camere a gas, i forni crematoi. Era tutto avvolto di un silenzio surreale, sembrava che nessuno di noi osasse respirare. Era una giornata di sole che rendeva difficile immaginare la neve e il freddo e i corpi all’agghiaccio. Ma davanti ai forni crematoi non c’era niente da immaginare. Non riuscivo a provare sdegno o sgomento o commozione o rabbia, niente. Nessun respiro, nessun pensiero, nessuna emozione: niente.
In uno dei capannoni avevano allestito una mostra fotografica che fu durissima da visitare. Ricordo che seppur muti noi ragazzi ci cercavamo con gli occhi, da pannello a pannello, da un lato all’altro della stanza, come se avessimo sviluppato il bisogno di sapere dove ciascuno di noi fosse, in ogni momento.

La visita durò un paio d’ore. Passammo molto tempo all’aperto, all’interno del campo, ma solo una volta varcato il cancello verso l’esterno sentimmo di essere “fuori”. Il ritorno alla parola fu lento e pure il respiro si regolarizzò con fatica. Camminando, seguendo gli altri, senza sapere verso dove, pensai che studiare la storia dai libri era davvero poca cosa, pensai che fra le pagine non ci sono gli odori e neppure il rumore dei passi e non ci sono le voci dei testimoni e neppure il tatto della mano, poggiata a palmo aperto su quei muri di pietra umida.

Cosa fu per me la visita a Mauthausen, lo compresi veramente, però, solo alcuni mesi dopo, in un cinema del centro, a Palermo. Con un gruppetto di compagni andammo a vedere “La vita è bella” di Roberto Benigni. Fu un incubo per me.

Scena del film "La vita è bella"

Scena del film “La vita è bella”

Perché di ogni fotogramma che mostrava il campo di concentramento io ricordavo gli odori e tutte quelle emozioni che erano rimaste raggelate e mute allora, vennero fuori all’improvviso: provai uno sgomento tale da farmi correre in bagno a vomitare, sudai freddo. Dovetti soffocare il desiderio di urlare fino a cadere stremata per liberarmi di tutto l’orrore che durante quella visita avevo immagazzinato e che in quel momento mi esplodeva nel cervello senza riguardo.

Mi salvarono le ciliegie. Ricordai che andando via da Mauthausen ci perdemmo per le campagne alla ricerca di una stazione nascosta chissà dove, in mezzo a distese di campi in fiore. Lungo una discesa un grande albero di ciliegi aveva un ramo che come una carezza pendeva sulla strada, sfiorando i passanti. Avevamo fame. Ne raccogliemmo molte, tutte quelle che potevamo con la paura che i padroni di casa se ne accorgessero. Le magliette ripiegate sulla pancia a mo’ di cesta e poi una corsa senza meta, sgambettando come a diciassette anni si riesce a fare. Scoppiammo tutti in una risata sonora, una di quelle che poi resta in circolo e si riaccende alla minima occasione. Eravamo sudati, giovani e vivi.

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Pensai a questo mentre piangevo al cinema, a quel sole pomeridiano, alla luce, alle risa, alla corsa, alle ciliege strette sulla pancia, alle macchie sulla maglietta e sulle dita. Da allora penso sempre alle ciliegie quando provo un dolore che mi pare di non saper gestire. E quando si fa primavera e le vedo per strada sui banchi del mercato o sulle tavole, tante tutte insieme, di quel rosso così vivido, divento allegra e sorrido e mi faccio coraggio pensando a come la vita esploda e si riveli anche nelle più piccole cose, lì dove la morte vuole vincere su tutto.

Srebrenica: c’ero anch’io?

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Avevo circa dieci anni, ed era una domenica di primavera.
Non ricordo per quale motivo io mi trovassi sola a casa, forse un’influenza da cambio stagione. Decisi di apparecchiare la tavola e accesi la tv per farmi compagnia. C’era il Tg. Era il 1991 e stava per scoppiare la guerra in Jugoslavia.

Resoconti politici, analisi sociologiche, previsioni catastrofiche, diplomazie fallimentari. Avevo dieci anni, ma intuivo che qualcosa di molto grave stava per accadere, qualcosa di grave e di molto vicino a noi. Durante il servizio del Tg, proprio mentre il cronista  (pre) annunciava la violenza e le atrocità che quella guerra avrebbe portato con sé, si susseguivano sullo schermo le immagini di una città bosniaca. Erano immagini girate in tempo reale. Si vedevano le auto circolare, una discreta folla per strada. In mezzo a quella folla il mio sguardo scelse di seguire una gionave donna, ripresa da dietro. Aveva i capelli castani raccolti in una coda di cavallo, un dolcevita verde e una gonna marrone, stretta, lunga fino al ginocchio, nelle mani le buste della spesa.

Mentre l’osservavo camminare (tutto avvenne in una manciata di secondi), la voce del gionalista divenne un sottofondo indistinto ed io sentì il panico diffondersi lentamente nel mio corpo, dal basso verso l’alto fino ad esplodere all’altezza del cuore. Mi chiedevo come potessero essere tutti lì per strada nonostante l’imminenza della guerra, mi chiedevo perché non stessero scappando tutti. Mi chiedevo, soprattutto, perché noi italiani, così vicini a quella terra, non stessimo facendo nulla per andare a salvare la ragazza con le buste della spesa.

I miei rientrarono e mi trovarono con un piatto in mano, immobile, con il viso affogato nelle lacrime. “Cosa è successo?” – mi chiesero – “Sta scoppiando la guerra” – dissi io, balbettando. Si premurarono di dirmi che era tutto a posto, che non sarebbe successo nulla. Avevo dieci anni, volevano ad ogni costo che non mi angosciassi per la guerra, lo capisco. Ma non poterono in alcun modo mettermi in salvo da quello che accadde dopo, dal resoconto di violenze che i Tg ogni giorno raccontavano, accennandole soltanto, ma lasciando intravedere tutto l’orrore. Mi chiedevo, ogni giorno, cosa fosse accaduto alla ragazza.

Di tutto questo avevo perso memoria, l’anniversario della strage di Srebrenica, mi ha fatto riaffiorare ogni cosa. Sono passati vent’anni. E oggi, che non sono più una bambina, mi rendo conto quanto sia illusorio credere o sperare che gli avvenimenti del mondo non ci riguardino sempre e da vicino. Certo, non ho subito violenze, non mi è mancato il pane, non ho perso casa, non ho visto attorno a me brandelli di uomini dilaniati. Ma quella guerra e quel dolore hanno comunque condizionato la mia vita. Le guerre, la violenza, segnano il corpo del mondo di cui tutti siamo membra, in un modo o nell’altro. E anche le omissioni, il soccorso non dato, la codardia degli Stati, la tirannia del potere economico, l’interesse di pochi a scapito di molte vite umane, non illudiamoci, scavano in noi lunghi solchi di sangue con cui faremo prima o poi i conti, proprio nel dispiegarsi del nostro quotidiano, apparentemente lontano e indipendente da quelle vicende.

Ieri la Jugoslavia, oggi la Siria, in mezzo infiniti conflitti dimenticati. La storia ci implora: imparate ad essere umani!

Giugno

(foto di Mimmo Jodice)

(foto di Mimmo Jodice)

La testa che gira, l’amor che stordisce
la vita che avanza, eppure sparisce!
La notte silente affina gli artigli
la morte vogliosa che schiude i sigilli.

Ferite di sangue e lividi neri
cicatrici profonde dentro ai pensieri.
I piedi nel fango a passo di danza
negli occhi un bagliore ad intermittenza.

Il ventre ruggisce, di pietra, difende
il corpo che stanco pian piano s’arrende:
“Reagisci, ti prego!” – urla il ventre sventrato
al cuor dall’amore abbandonato.

“Ti han divorato il naso e la bocca?
Il buio profondo con le mani ti tocca?
Resisti piangendo le lacrime vere
vegliando la vita, di sera in sere!

E’ lento il risveglio, l’amor sembra muto,
ma il mostro vedrai sconfitto, abbattuto!
Dov’è la tua forza, gigante violento?
Le tue mani sacre d’abbrutimento?

La vita non tornerà da un paese lontano,
nessuno potrà offrirtela dalla sua mano.
La vita dall’intimo del tuo tormento
farà biondeggiare di luce il frumento.

Il corpo riavrà il profumo del pane,
risuscitate le labbra, morbide, sane.
Nei vostri baci nuovi affonderà la morte
dallo sfiorarsi di mani, la nuova sorte.

Quel che resta

Immagini della guerra in Siria, fin dal suo inizio, ne sono arrivate moltissime. Alcune di queste sono introdotte dalla scritta: “ATTENZIONE, le immagini che seguono potrebbero urtare la vostra sensibilità”. Mi fa sorridere questo avviso, poiché da per scontato il fatto di rivolgersi ad un pubblico provvisto di sensibilità. E’ un avviso ottimista, in fondo.

Le esecuzioni dell’Isis, le teste mozzate, i corpi sventrati dalle bombe, i bambini morti tutti in fila, uccisi dalle armi chimiche del dittatore. Sangue e distruzione ovunque, in un crescendo che pare non aver fine. Un groviglio politico, culturale, religioso ed economico di cui nessuno sembra voler tirare, veramente le fila. Il regime bombarda gli ospedali, le scuole, i mercati. Lì dove la gente si riunisce, ancora, nell’eroica ricerca di normalità, piomba impietosa la morte violenta, la polvere, il sibilo delle bombe. Macerie su macerie a formare cumuli di nulla: pure la disperazione si frantuma e si deposita ai bordi delle strade simile a materiale di scarto.

Da questo nulla che tutti ci interpella e verso il quale siamo responsabili, oggi è venuto fuori il corpo in vita di un neonato. Come dall’utero della madre, il piccolo, vivo di nuovo, è uscito dal buio e dal fuoco, incredibilmente indenne. Sono rimasta a guardare questa foto per alcuni lunghissimi minuti, cercando di capire cosa turbasse, pur in assenza di sangue e corpi in brandelli, la mia sensibilità. Forse l’espressione di quell’uomo che tiene in braccio il piccolo come la cosa più preziosa che le sue mani  possano contenere? Forse lo sguardo smarrito di chi si guarda intorno senza trovare un luogo sicuro nel quale custodire la vita? Forse il fatto che il bambino dorma, del tutto ignaro di esser nato all’inferno? O forse il dubbio che il bambino possa riuscire a diventare adulto, a vivere quella vita che uomini potenti e popoli pavidi gli stanno portando via?

Se questa foto rappresenta ciò che resta della Siria, allora vale ancora la pena sperare per la libertà di un popolo sacrificato sull’altare di questo mondo meschino. Io cambierei l’avviso e scriverei così: “ATTENZIONE! Speriamo che le immagini che seguono possano davvero turbare la vostra sensibilità e muovere i vostri cuori all’azione, la vita intera alla compassione”.

Sulle rive di confine

(foto di  Hiroshi Sugimoto)

(foto di Hiroshi Sugimoto)

Vita mia,
non piangere, te ne prego. Non è tutto perduto. Tutto deve ancora cominciare. La notte crede di aver vinto, le tenebre assistono mute alla nostra discesa, lenta, nel ventre del mare, ma non è finita.

Io ho i tuoi occhi impressi ovunque nella mia carne e se pure i pescecani mi faranno a brandelli, tu resterai tutta intera con i tuoi occhi in ogni frammento di me. Lo so che t’avevo promesso un futuro migliore, giorni di pane e notti d’abbracci, al sicuro, Lo so. Ce l’ho messa tutta, te lo giuro amore mio. Sapevo di dover stare attento lungo la traversata, di dovermi guardare da tutti, perchè paura, fame e disperazione strappano dagli uomini il cuore, trasformando in nemici i fratelli. Ma il mare…dal mare non ci si può difendere: durante il giorno è luce accecante, che confonde la mente e brucia gli occhi e la notte è come un mostro nero con la bava alla bocca e le sue onde sono artigli da cui non si può fuggire.

Non stare in pena per me, qui sotto siamo in tanti, non patirò solitudine e disperazione, no. Della disperazione e della solitudine ho svuotato i serbatoi del mondo nei minuti che hanno preceduto la mia morte: le urla e il buio e la consapevolezza di essere arrivato troppo presto al capolinea del mio viaggio, senza di te. L’acqua fredda e il sale e l’angoscia del corpo che non sapeva cosa fare, le mani ad afferrare il mare; stringevo forte i pugni, amore, ma il mare scappava via ed io scivolavo, sempre più a fondo, in un silenzio senza appigli. Ero così stanco…ma pensavo a te, alle tue mani e al sorriso, alla prima volta che abbiam fatto l’amore, in fretta, prima che la guerra raggiungesse il nostro letto e rapisse la nostra giovinezza. Il pensiero di te mi ha reso lieve la morte, perchè la morte solo dell’amore ha paura.

Adesso cammino con le mani in tasca dentro al blu di questo cimitero fra Africa e resto del mondo e se alzo lo sguardo vedo uomini bianchi dalla faccia dura. Poveri uomini sazi, che mangiano tre volte al giorno, che non conoscono i rumori della guerra, che litigano seduti sulle poltrone degli studi televisivi. Il loro cuore è marcio ed emana cattivo odore, sono morti e puzzano più di 700 cadaveri corrosi dal sale. Poveri uomini bianchi, l’ignoranza ha rubato loro il mare e ogni volta che lo guarderanno uno dei nostri corpi salirà a galla per turbare la festa e le nostre facce senza naso e bocca, le nostre mani scure usciranno fuori dal ventre dei pesci a macchiar di sangue le loro tavole imbandite. Tu, invece, vita mia dolcissima, un giorno porterai i nostri bambini sulle rive di confine e dirai loro che in quel mare, fra le correnti e i fondali di corallo il loro papà li ha amati fino alla fine. Così il mare sarà per gli uomini e le donne dell’altra velenosa sponda segno di orrore e vergogna e per noi, invece, memoria di lotta e libertà.

Si credono forti e potenti, le loro donne hanno labbra morbide e capelli di seta, giocano con la vita e temono la morte come il peggiore dei mali. Come giocolieri fanno ruotare in aria le parole e confondono verità e menzogna, dignità e vergogna e non sanno nulla di noi. Non sanno che sulle tue labbra ruvide di sole e di deserto io ho trovato la forza di sfidare la morte, non sanno che nei grumi di polvere tra i tuoi capelli io mi sono ubriacato di vita e di speranza. Si consolano gli uni gli altri dicendo con occhi bassi e voce severa: “Cosa potevamo fare noi?”. Sono convinti che il loro buon Dio li assolverà, che non gli accadrà nulla. Ma non sanno che il loro Dio cammina qui con noi sui fondali del Mediterraneo e che il giudizio sarà senza misericordia per tutti coloro che non hanno avuto di noi misericordia.

Vita mia, luce dei miei occhi, che illuminerai per sempre il buio di questi abissi, la nostra, la mia morte non è la fine di tutto, io veglierò, insieme ai miei compagni di sventura assisterò al crollo del mondo antico, alla rovinosa frana della loro arroganza. Hanno seminato ignoranza, indifferenza e morte e il frutto che ne verrà sarà veleno ad ogni morso, cadranno così, a poco a poco. Quel giorno amore mio, te ne prego, apri il tuo cuore, salvali, abbi pietà.

Piccole schegge sparse ovunque

(foto di Beth Moon)

(foto di Beth Moon)

E’ successo ieri sera, mentre spegnevo la luce su una giornata piena di pensieri. All’improvviso. Mi sono ricordata di una cosa vista ogni giorno per molti anni e incredibilmente dimenticata per altrettanti.
Avuta sotto gli occhi da sempre, quotidiana, ordinaria. Non ho idea di come abbia fatto a non pensarvi durante tutti questi anni e neppure so perché me ne sono ricordata adesso.

Mia nonna portava al collo un ciondolo, un ciondolo con la fotografia di suo marito. Mio nonno cioè. Un primo piano, in bianco e nero. E anche mia nonna era in bianco e nero, il bianco dei capelli, intrecciati pazientemente ogni mattina e il nero del lutto, segno di un dolore che non si vuol dimenticare.
Mio nonno era più grande di lei di ben dieci anni. Era ordinario allora: “Il maschio 28, la femmina 18” – diceva lei. Della loro storia non so praticamente nulla, perché non gliel’ho mai chiesto. Ero troppo piccola finché c’è stata. So che si volevano bene, me lo dice mia mamma, so che quando erano sposini mangiavano un chilo di pasta in due: “E non ingrassavamo mai” – aggiungeva sempre la nonna, con una punta di orgoglio e nostalgia. D’ingrassare non c’era il tempo: la guerra, il lavoro, lui in campagna, lei a casa con l’acqua da riempire alla fontana e un paese fatto a scale, da arrampicare. So che andavano a braccetto fino al seggio, poi lui votava il partito comunista e mia nonna la democrazia cristiana e di nuovo abbracciati verso casa.

Oggi, ripensare a quella foto che portava addosso ogni giorno e ogni notte per i ventanni della sua vita senza di lui, è un ricordo che mi stordisce. Il fatto è che, adesso, io le domande ce le avrei e forse sarei anche in grado di ascoltare le risposte, di capirle, intendo. E’ che l’amore, più di altre dimensioni di questa complessa cosa che è l’esistenza, diventa fortissimo quando viene raccontato, non quando viene visto, desiderato, cantato, celebrato, consacrato e neppure quando è detto, che fra dire e narrare c’è una bella differenza. Dell’amore si dicono molte cose, infatti. Dire l’amore è come cercare di centrare un bersaglio in movimento. Non per niente l’amore, tra tutti i verbi possibili, predilige il “fare”. Ma al racconto l’amore si piega,  forse perchè la narrazione non esiste se non quando si passa attraverso la vita,  in mezzo, magari temendo di non riuscire a venirne a capo.

L’amore.

L’amore, io l’ho visto, mi pare, ma non  so se ci ho girato attorno o se mi ci son persa dentro: l’amore impossibilie, l’amore platonico, l’amore vicino ma assante, l’amore assoluto, di gran lunga l’esperienza peggiore. Ma l’amore da tenere al collo fino alla morte, forse non lo so cos’è e forse per questo mi sono ricordata del ciondolo della nonna e di quel primo piano in bianco e nero. Lo baciava al mattino, al risveglio, e la notte, prima di dormire. E adesso io vorrei tanto che mi raccontasse di lui, di quando lo salutava all’alba e di quando lo attendeva, al tramonto, della gioia della sera e di tanti quotidiani ritorni, dell’amore che c’è e che resta sempre perfino quando la morte si mette in mezzo.

Adesso che sento repulsione per ogni teoria, qualunque siano le sue argomentazioni e qualunque forma essa assuma, adesso l’amore lo vorrei così, frantumato, piccole schegge  sparse ovunque: come lievito nel pane impastato a spinta di polsi, come residui di cenere ad imbiancar le lenzuola, come fili che tessono l’abito della festa, come parole nell’aria sull’uscio di casa sul far della sera. Mia nonna cantava sempre. Melodie di campagne innevate che le rendevano meno amaro, forse, il suo esilio in città. La morte del nonno è stata la fine di molte cose per lei. L’inizio di una vita in una città non sua, dove la figlia da amare e le nipoti da crescere sono diventate tutto il suo mondo. Ma lui stava lì, poggiato sul petto, sempre.
Oggi chi non ha qualcosa da dire sull’amore? L’amore non va idealizzato, l’innamoramento – attenzione – non è l’amore! L’amore non è tutto rosa è fiori, si sa. Mia nonna avrebbe crucciato lo sguardo davanti a tutti questi professionisti dell’amore, davanti ai dottori delle leggi che lo governano e definiscono. Forse avrebbe risposto che il nonno le voleva bene, che le portava rispetto. Troppo poco per le nostre consapevolezze moderne? Mi rendo conto, si.

Non è la nostalgia di un’età dell’oro, tra l’altro mai vissuta. E’ piuttosto la rivendicazione del diritto a non dimenticare, il diritto ad avere molta nostalgia delle persone amate e di non sottostare alla legge del chiodo schiaccia chiodo o dei portoni che si spalancano inghiottendo le porte chiuse. Vorrei avere un cuore dove le porte chiuse restano lì, chiuse ma presenti, magari con un bel rampicante fiorito che ci cresce addosso. Rivendico il diritto ad una nostalgia esagerata che cammina dritta dritta sullo stesso binario del presente, senza impedirmi di andare avanti e senza impedirmi di voltarmi ogni volta che vorrò farlo. Rivendico il diritto all’esistenza per il mio cuore tortuoso dove la vita non scorre fluida, lasciando a secco alcune zone e paludose molte altre. Rivendico davanti all’amore il diritto di coltivare la mia propensione alla solitudine senza sensi di colpa o frustrazioni. Rivendico il diritto di amare chi non mi ama o chi pur amandomi non vuole o non riesce a restare. Rivendico il diritto di sentirmi molto molto innamorata salvo poi scoprire che non era davvero così, senza disperazione. Rivendico davanti al buon senso il diritto di credere possibile quanto non lo è, sognando ad occhi aperti, il diritto di commuovermi al pensiero che quella persona lì esiste davvero, il diritto a morire d’amore per un fugace sfiorarsi di mani. Se è l’esperienza a suggerirmelo, rivendico il diritto di capovolgere ogni legge, voglio poter dire: innamorarmi è stato molto più difficile e doloroso che amarlo per tutta la vita al mattino quando lascia in disordine il bagno!

Una foto in bianco e nero sul petto silenzioso di una donna riemerge nella mia memoria come la possibilità di amare a modo mio. Forse non me ero dimenticata, forse aspettavo soltanto di capire cosa significasse per me.

Tremula

(foto di Rostislav Kostal)

(foto di Rostislav Kostal)

Tremula s’apre la mano
le dita di resa, sconfitte.
E’ l’inizio. E’ la fine.

Cade, bagna la terra, nessun rumore
sangue di una vita intera,
frutto maturo di semina
senza raccolto.

L’amore miracoloso si fa vedere
adulto, all’improvviso
tutto nudo e intero
appare
agli occhi bagnati d’addio.

Venite, Venite!
Ho doni per tutti:
pelle, ossa,
lacrime e vene,
i respiri
prendete ogni cosa.
Che nulla resti d’unito.

Ovunque la mia pelle canterà di te,
ovunque le ossa suoneranno il tuo nome,
le lacrime bagneranno su ogni sabbia i tuoi piedi
le vene uniranno come filo d’oro i tuoi passi
e il respiro spingerà lontano le vele.

Tutta la fatica d’esser viva tra i vivi,
fiorita dentro ai tuoi occhi,
ogni felicità attesa dal mondo,
germogliata fra le tue mani.
Che ne hai fatto del ghiaccio di tutti i miei inverni?

Ora, spogliata
d’amore nudo
entro a piedi scalzi
nella bocca del mondo.