Giro di Do

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

Ho conosciuto un ragazzo, si chiama Riccardo.
Stava ad un incrocio del paese nel quale mi trovo in questi giorni, nella parte orientale di quest’isola che è grande, ma pur sempre col mare come unico confine. Non ha fatto nessun cenno Riccardo con le braccia, perché in una mano teneva uno zaino colorato e nell’altra la chitarra nella sua custodia, ma ci ha guardati in un modo che non abbiamo potuto ignorare né io né la persona accanto a me. Ci siamo fermati e abbiamo fatto marcia indietro. Lui ha aperto lo sportello e ha chiesto: “Ma è questa la strada per Siracusa?”. Noi abbiamo detto si invitandolo a salire: lo avremmo accompagnato per un bel pezzo, verso la sua destinazione. “Grazie, ma grazie di cuore, di cuorissimo, ma che bello, grazie!”. Ha risposto lui.

Riccardo ha vent’anni, più o meno, le sopracciglia folte, gli occhi svegli e belli, i capelli spettinati, un po’ lunghi e un po’ mossi e un sorriso generoso. Indossava un paio di pantaloni corti e un maglione di cotone verde militare, nonostante i 40°. Aveva addosso un odore forte, di sudore, di notti insonni, di percorsi vagabondi.

Subito ha chiesto di noi con una curiosità sincera e allegra, voleva sapere chi eravamo e dove stavamo andando, perché lui è giovane e non lo sa ancora che queste domande per un adulto possono suonare minacciose! Eppure, Riccardo, si è entusiasmato per tutto: per il nostro mestiere di insegnanti, per la nostra gita al mare, per ogni dettaglio e per ogni frammento, come un cercatore d’oro che setaccia la sabbia. Era sicuro che qualcosa della nostra vita si sarebbe rivelata per lui una risorsa.

Quella mattina tornava da Pantalica. Aveva dormito lungo il fiume insieme a due ragazzi conosciuti alcuni giorni prima. Un catanese e una colombiana. Per prima aveva incontrato lei che viveva in una delle grotte che si trovano sotto al Monumento dei caduti, a Siracusa. Ha raccontato che era una tipa strana, ma con “strana”, la sua voce e il suo sguardo dicevano anche: “bellissima ed interessante”. “Come ti chiami?”, le aveva chiesto. “Tutti i nomi!”, aveva risposto lei. E così Riccardo, con un colpo da maestro, ha cominciato a chiamarla la chica del mar! Sperando di conquistarla, per sua stessa candidissima ammissione. Risalendo il fiume Calcinara Riccardo aveva inciampato più volte e si era punto e si era stancato, ma la chica del mar gli aveva insegnato a non arrabbiarsi o bestemmiare, a ringraziare piuttosto, per ogni cosa. “Oh non lo so com’è, ma giuro che dicendo grazie il dolore passa prima!”. Lo raccontava con il sorriso e cercando nel nostro sguardo una qualche conferma di questa stranezza colombiana che aveva sperimentato con  coraggio d’esploratore.

Riccardo è curioso e parla velocemente. Tra poco si trasferirà a Roma per frequentare il DAMS, non lo sa cosa vuole fare, lo deve scoprire, dice. Non ha un sogno da realizzare, uno di quei sogni a cui ci si attacca fino a cristallizzarsi sopra, no. Lui è alla scoperta, di tutto! E’ convinto che Roma sarà la città giusta per farsi conoscere, per incontrare persone, per realizzare cose.

Suona da due mesi. Gli piace costruire canzoni sul “giro di Do”. E così, tra una curva e l’altra, ha tirato fuori la chitarra, credo sia in assoluto la più scordata che io abbia mai sentito, ma la suonava con tale passione da far sembrare quello strumento in sintonia con l’intero universo. Ci ha dedicato una canzone che diceva così: “Sono in macchina e son molto contento, grazie a due persone buone che mi portano a Siracusa. E’ bello che esistano persone ancora in grado di empatia, che vogliono bene a noi giovani e ci regalano fiducia”. Stonato come una campana, ma in possesso di una vitalità potente.

Di canzoni lungo il tragitto ne ha inventate altre, su ogni cosa che gli abbiamo raccontato, tutte surreali e bellissime. Il 18 luglio un aereo lo porterà a Barcellona, poi andrà in autostop fino in Portogallo. Chissà quante cose imparerà curioso com’è, vivo com’è. Chissà quante chicas del mar incontrerà per la strada e amerà moltissimo, magari per un giorno intero, chissà se gli verrà la febbre lungo il cammino, se sognerà mai casa dormendo all’aperto, senza neppure sapere in quale regione del mondo poggia il suo sacco a pelo.

Abbiamo voluto bene a Riccardo, ci ha commosso profondamente. Ha stretto le nostre mani, forte, come fa un uomo, per ringraziarci ancora e salutarci. E noi gli abbiamo augurato ogni bene possibile lasciandolo per strada, così come lo avevamo trovato.

Che ci sia un età per ogni cosa è vero soltanto in parte, una parte minima, semmai, come dice il libro di Qoelet “c’è un tempo per ogni cosa”, che è ben diverso. E non importa essere adulti o giovani o vicini alla fine, importa semmai riconoscerlo il Tempo e riconoscerci in grado di viverlo, rigorosamente fedeli a se stessi pur in mezzo a profondissime personali trasformazioni, non attaccati o condizionati da quel che si deve e forse neppure da quel che si può. Certo, il “giro di Do” è lo stesso, sempre, ma sopra ciascuno di noi può comporre e cantare la propria canzone, “così come viene, dal cuore”, dice Riccardo.

 

D’autunno

img_20161119_221658

I Faggi che sono in Sicilia sono figli dell’ultima glaciazione. Quando i ghiacci si sono ritirati, loro sono rimasti in questa Trinacria circondata dal mare. Son rimasti abbarbicati e maestosi a ricoprire le rocce più alte dove il freddo dell’isola si concentra e si difende dall’aria di mare. Se vengono tagliati non ricrescono più. Se muoiono nessun altro Faggio prenderà il loro posto.

Io non lo sapevo, l’ho imparato ieri, fra le curve delle montagne madonite, durante una gita quasi improvvisata alla ricerca dell’autunno. L’uomo che mi vuol bene mi ha portata via dalla città, perché, a volte, le grandi città sono il luogo più stretto e soffocante dove vivere. Siamo andati in cerca di spazi senza artifizio, dove ogni cosa occupa il suo naturale ambiente di sopravvivenza e dove il tempo che passa è un ciclo che fa nascere e morire continuamente, senza lutto, senza dolore.

Mi pareva fosse visibile dietro di noi una scia: man mano che abbandonavamo la valle ci lasciavamo dietro preoccupazioni, stanchezze, pensieri, grovigli difficili da sciogliere. In auto abbiamo ascoltato Live From Madison Square Garden di Eric Clapton e Steve Winwood (http://www.deezer.com/album/339209) e mentre lui guidava io leggevo ad alta voce alcune pagine di My generation di Igort, un libro che è un’immersione nella musica, nella cultura e nel dramma degli anni’70 (http://www.chiarelettere.it/libro/narrazioni/my-generation-9788861908536.php).
Pioveva. Il cielo era grigio. Il mare era piatto. Io indossavo un maglione blu. Lui era bellissimo.

Prima il mare, poi la campagna, poi la montagna. Tutto percorrendo cento chilometri appena. Lungo la strada mutavano i colori, la temperatura scendeva, il silenzio ricopriva ogni cosa. L’unica voce era quella del vento. Ci siamo fermati a fotografare gli alberi accesi di arancio, uno in particolare, proprio sulla strada, sembrava il roveto ardente dal quale Dio parlò a Mosè rivelandogli che proprio lui, fuggitivo e balbuziente, avrebbe potuto sfidare il faraone d’Egitto e liberare gli ebrei dalla schiavitù.

img-20161119-wa0009

Avevo freddo, ma sono rimasta sotto la chioma a vedere le foglie tremare, staccarsi, cadere e piovermi addosso come pioggia luminosa.

img_20161119_221914

I bordi delle strade erano pure ricoperti d’autunno: milioni di foglie morenti adagiate sfinite, ma fiere di aver portato a termine il proprio compito. Fino a qualche anno addietro io odiavo la “fine”, qualunque fosse la sua declinazione e pure l’autunno mi stava stretto per quella privazione di luce che mi sembrava sempre improvvisa ed ingiusta.

img_20161119_221403

Adesso non è più così. Adesso la “fine” delle cose, mi consola. Non mi sembra facile né indolore, semplicemente la sento necessaria perché tutto si possa rinnovare. E pure il buio mi è meno ostile: c’è bisogno che l’oscurità avvolga le cose, come i bulbi  dei fiori che per germogliare restano nascosti e muti fino al tempo opportuno. Ecco, l’autunno è diventato per me il tempo opportuno, per lasciar andare ciò che ha bisogno di morire e attendere ciò che fiorirà non appena sarà pronto a farlo.

Abbiamo raggiunto Piano Battaglia (http://www.pianobattaglia.it/), restando a bocca aperta ad ogni curva. Poi siamo scesi, di nuovo, in mezzo al fango, alla pioggia e al freddo, per rendere omaggio ai due “Patriarchi”, i grandi Faggi che da secoli sorvegliano la vallata. Quando la pioggia è diventata battente abbiamo bussato al Ristoro dello scoiattolo (https://www.tripadvisor.it/LocationPhotoDirectLink-g1081305-d7081880-i193122211-Il_Ristoro_dello_Scoiattolo Petralia_Sottana_Province_of_Palermo_Sicily.html), e una gentile signora dagli occhi chiari ha apparecchiato per noi, unici clienti della giornata uggiosa, vicino al camino appena acceso. Erano le due del pomeriggio, fuori c’erano 6 C°, ma la signora non aveva dubbi: “Ancora non fa freddo”. Abbiamo mangiato, parlato, scambiato le idee e immaginato cose. La signora si è fermata con noi per il caffè  e ci ha raccontato dell’acquisto di una villa adiacente e del progetto di creare trenta posti letto. Le brillavano gli occhi.
Allora ho pensato che è bello fare progetti e pure provare a realizzarli. Forse bisogna sempre, però, mantenere vigile il senso dell’autunno e sapere che a nessuna cosa e a nessuna relazione, comprese quelle primarie, ci si può attaccare come non dovessero finire mai, perché le foglie si staccano dall’albero, al momento opportuno, e cadono.

img_20161120_084729

Sulla strada del ritorno, ci siamo fermati ancora, questa volta per fotografare alla nostra sinistra un gregge di Faggi, tutti fitti e vicini, pronti ad addormentarsi per l’inverno, color fuoco, bellissimi. Alla nostra destra, invece, incredibilmente, c’era il mare. Enorme, solitario, e blu.

img_20161119_220807

Ho amato la mia terra per la sua bellezza e odiato il popolo cui appartengo per la sua stoltezza, per quella cecità criminale volta a distruggere e umiliare un patrimonio unico al mondo, per ignoranza e pigrizia e per quell’animo sottomesso al prevaricatore di turno che si pensa di raggirare, mai di affrontare, con una furbizia viscida e prepotente, vandalizzando ogni cosa. Ma non volevamo essere tristi o arrabbiati tornando a casa. Abbiamo accolto le notizie del bombardamento ininterrotto su Aleppo est e sui suoi ospedali con profondo sdegno e lottando contro un ineluttabile senso di rassegnazione. Ci ha aiutati a farlo una luce proveniente dal sole oramai al di sotto delle nuvole più scure, una luce abbagliante, pulita. Era un incanto.

Si compiono viaggi importanti, anche percorrendo pochi chilometri e nel giro di alcune ore, sono viaggi personalissimi alla ricerca di qualcosa che difficilmente riusciamo a definire, ma che la ciclicità vitale della natura e del mondo ci permette di riconoscere. I cicli della vita non ripercorrono sempre un’unica strada, non sono la ripresentazione di cose già accadute, così mi pare di capire. Ogni ciclo ci spinge in avanti verso qualcosa di nuovo che possiamo aspettare, desiderare, veder accadere:

Il sole sorge, il sole tramonta;
si alza e corre verso il luogo
da dove rispunterà di nuovo.
Il vento soffia ora dal nord ora dal sud,
gira e rigira, va e ritorna di nuovo.
Tutti i fiumi vanno nel mare,
ma il mare non è mai pieno.
E l’acqua continua a scorrere
dalle sorgenti dove nascono i fiumi.
Tutte le cose sono in continuo movimento,
non si finirebbe mai di elencarle.
Eppure gli occhi non si stancano di vedere
né gli orecchi di ascoltare.
(Qoelet 1, 5-8)

La vita dentro

still-02_a-walnut-tree

Ieri sera a Palermo ha preso il via il Sole Luna Doc Film Festival, una rassegna cinematografica che cerca di promuovere, come ponte fra le culture, la conoscenza reciproca, la solidarietà, il rispetto.
Tra i primi film in gara è stato proiettato presso lo Spazio Arena dei Cantieri culturali A walnut tree “Un albero di noci”. Il regista Ammar Aziz racconta la nostalgia di un anziano strappato al suo villaggio, in Pakistan, dal conflitto fra esercito e talebani e costretto a vivere in un campo profughi con la sua famiglia.
Baba, così viene chiamato il protagonista, è un maestro e un poeta, un uomo misurato, dalla barba bianca e lo sguardo profondo. Poggiato ad un muretto di mattoni che ne sostiene la fatica e la disperazione narra ai nipoti della terra che ama e nella quale, però, non è potuto restare, “una terra piena di giardini”, trasformata in terreno di sanguinose guerre fratricide, in terra arida dove è feroce la sete della lotta.

Si aggira nel campo in cerca di confronto e conforto, ma lì “non esistono più persone, solo storie”. Esiste solo il passato da ricordare, per molti di loro il presente è troppo duro e il futuro un lusso fuori portata. I bambini bevono acqua mista a fango e sporcizia ed hanno i capelli unti di inconsapevole disperazione.

I lunghi silenzi aiutano a comprendere e a rendere il dramma dei giorni tutti uguali e i dialoghi fanno venire alla luce la distanza tra le generazioni. Lì dove i giovani resistono in attesa di un futuro migliore gli anziani disperano non tollerando oltre l’esilio, la sofferenza, la solitudine.

Baba recita per farsi coraggio una poesia su un albero di noci piantato dal padre, simbolo di appartenenza ad una terra, ad una comunità. Non poterne aver cura, non poterne passare la custodia a figli e nipoti è un dolore troppo grande da sopportare, uno sradicamento che rende il pensiero della morte più tollerabile della vita vissuta in quelle condizioni.

Baba piange lo strazio della sua condizione, davanti al figlio, ai nipoti, alla giovane nuora dice di voler tornare al villaggio e non servono a nulla le ragionevoli opposizioni della sua famiglia, a nulla giova ricordargli delle bombe, delle case distrutte, dei funerali quotidiani, dei bambini senza braccia e gambe, del terrore, dell’odio fratricida. “Voglio tornare – dice singhiozzando – non provate a fermarmi”.

E il desiderio di tornare, di fuggire da una vita che umilia  l’identità è davvero più forte di tutto. Baba scappa. Ancora oggi risulta disperso. Il figlio ha provato a raggiungerlo, ma non lo ha trovato. Ciò che trova sono le macerie della scuola dove lui era cresciuto, dove suo padre aveva insegnato.

Prima di fuggire Baba aveva raccontato delle dodici ore di viaggio tra le montagne, per fuggire ai talebani. Dodici ore durante le quali un fratello spara alla sorella disabile su sua disperata richiesta, perché portarla sulle spalle durante la fuga era impossibile, dodici ore in cui i bambini muoiono di stenti e dove le madri partoriscono figli sotto la pioggia battente.

A walnut tree è una potente poetica narrazione che descrive la forza inarrestabile del viaggio verso la vita che si porta dentro: “La terra di Dio è vasta, troveremo un luogo per vivere in pace”.

A walnut tree

 

Il viaggio a ritroso

Nella vita “si deve andare avanti”. Lo si dice quando si è nel dolore, soprattutto. Quando si è disposti a qualunque cosa pur di “andar via”, dalla sofferenza, dal dramma, dal fallimento, dalla malattia. Poco importa se non si sa dove andare, se non si percepisce alcuna direzione: “avanti” è certamente un luogo migliore. Quando si è felici, invece, non ci si vorrebbe spostare, mai. Anzi, tutto quello che sembra poter mutare l’assetto delle cose è percepito come una minaccia: chi è felice vuole restare dov’è. Forse qualche temerario della felicità azzarda un passo nel territorio scosceso della “progettazione”, immaginando il modo di perpetuare nel tempo e nello spazio il proprio giubilo, inutilmente.

Poi, invece, c’è chi non è né felice né triste, perché ha disimparato la strada delle ambivalenze, degli opposti che si attraggono o delle forze che si respingono. Chi, magari, ha scoperto che ad andare sempre avanti per fuggire dal dolore ci si perde e a voler ingabbiare la felicità lo sguardo si restringe, sempre di piú, sempre di piú, fino alla cecità e all’egoismo piú bieco.

Accadono cose nella vita che costringono a tornare indietro, a fare la strada a ritroso fino a ricongiungersi con la parte di sé che si era persa, chissà quando, chissà dove o come. Magari proprio per l’ansia di futuro o per la brama di dettar legge alla vita. Oppure con la parte si stessi che non si è mai compresa o guardata a fondo o amata, accolta, accettata.

Accadono cose, s’incontrano persone. E all’improvviso comprendiamo che andare verso noi stessi è la sola strada possibile. È un percorso accidentato, pieno di macerie, di zone d’ombra, di vuoti d’aria. Si passa per strade che si preferirebbe dimenticare, che si vorrebbe non aver mai imboccato. E pur ripercorrendo a ritroso la vita, le cose imparate fino a quel momento non servono a nulla. Non ci sono criteri conosciuti che si possano applicare, nessuna esperienza è abilitata per la riuscita del cammino, non c’è giudizio che sappia aprire varchi nel buio, non ci sono imperativi esterni a noi stessi che sappiano appianare le salite, segnalare i burroni, evitare i tornanti. La fiducia in se stessi è tutto il coraggio di cui si può disporre, prendersi sul serio l’unico atto di eroismo possibile. Tutto ciò che sapevamo si ribalta, si ribella e scappa mentre del nuovo non riusciamo a scorgere che frammenti,  luccichii ed echi lontani.

La speranza è che una volta intrapresa la strada ci si possa ri-conoscere, alla fine, che esista realmente la possibilità di ri-congiungersi con se stessi, di ri-trovarsi, di ri-scoprirsi e che la vita, la nostra, le persone, le relazioni abbiano ancora desiderio d’accadere, con noi.

Qui. Dopo. Lì. Adesso.

Immagine

Sono all’aeroporto. Vedo la gente.
Mi passa davanti con gli zaini sulle spalle e le valigie in mano. Si prepara a partire.
Partire ha un peso.
Il peso delle cose che vuoi portare con te o il peso della rinuncia, per le cose lasciate.
Più cose lasci, più la capacità di adattamento deve esser grande.
Più cose porti più si deve esser disposti a sopportare il peso, l’impiccio, la poca libertà d’azione.
Si deve esser viaggiatori esperti per dosare con saggezza  peso e mancanza, oscillare più volte tra il troppo e il troppo poco per sentire di possedere il “giusto”.
Che poi, il “giusto”, non è uno e non è per sempre. No.
Dipende da dove si è diretti e per quanto tempo.
Il “giusto” è un’unità di misura liquida, prende la forma di ciò che sai in un momento preciso di un luogo preciso di un contesto preciso.
E così, quello che è “giusto” qui e adesso, non lo sarà più lì e dopo.
Qui. Dopo. Lì. Adesso.
Le coordinate della “giusta misura” si mischiano con la percezione di ciò che è necessario.
Cosa mi serve davvero?
A cosa posso rinunciare?
Ma anche: a cosa devo rinunciare perchè il mio essere qui, ora, sia della “giusta misura?”.
Viaggiare, partire è azione amata, stancante a volte, ma desiderata perchè da sempre il viaggio è metafora della ricerca di una vita che sia la nostra.
Forse è per questo che dietro al viaggiare troppo o troppo poco si nasconde una vita incapace di dosare necessità e giusta misura, una vita troppo pesante o priva del necessario.
Del viaggio non è la meta che si ama e neppure un luogo in cui tornare. Ciò che si ama è il tempo di mezzo, quel dimorare per un tempo indeterminato in un luogo indeterminato. In cielo, in terra, in mare esiste uno spazio privo di argini e di barriere nel quale ci si sente liberi di essere “informali”, senza forma, pura potenzialità in divenire.
Il viaggio è il rifugio di chi non ha trovato nella propria vita una sua dimora.
E’ il campo fertile di chi possiede i semi ma non ha la pazienza dell’attesa.
Il viaggio è il tocco leggero di chi fugge i legami. Occhi che si incrociano veloci. Abbracci senza radici.
Viaggiare troppo.
Viaggiare troppo poco è degli uomini di pietra. Di chi si lascia levigare, immobile, dal vento e dall’acqua,
di chi si fa formare o deformare senza resistenza se non quella del duro materiale di cui è fatto.
Chi viaggia poco ha la pazienza dello sguardo fisso, impara i particolari di un paesaggio e se ne nutre senza la nausea per quel cibo sempre uguale. Chi viaggia poco ha lo sguardo e lo stomaco di ferro.
Qui. Dopo. Lì. Adesso.
La gente mi passa davanti veloce e stanca, euforica e dormiente. Ognuno ha il suo bagaglio, un biglietto, una destinazione. E un tempo, il tempo di mezzo nel quale possiamo, provare almeno, a di-venire.

 

Fuga, da ogni cosa

Gridava forte, il treno, la sua selvaggia disperata nota: come se la fiera macchina sapesse che, dopo tanti sforzi furibondi, brucianti, dopo tanta ruggente, lampeggiante fatica, i suoi dominatori umani sarebbero discesi a destinazione sempre uguali, sempre schiavi, a fronteggiare là come altrove le goffe commedie della vita.

Rabbiosamente esultava il treno lungo la brillante parallela delle rotaie che si allargavano sotto le grandi ruote per restringersi subito, davanti e dietro. I pali del telegrafo gli si precipitavano incontro, balzando su come alti uomini minacciosi; ad uno ad uno venivano abbattuti, e fuggivan via. Snodando agili pistoni, soffiando getti di argenteo vapore la macchina ruggiva, gloriosa nel suo compito, gloriosa nella sua cieca fedeltà, nella sua passione…Poco le importava che tutto sarebbe stato da rifare, in opposta direzione, il giorno dopo.

Joyce, in piedi nel vestibolo della vettura Godiva, stava fumando una sigaretta. Vi era rimasta durante la maggior parte del viaggio, giacchè, in treno, la sua fantasia diventava sempre troppo attiva per permetterle di starsene tranquillamente seduta. […] Joyce non pensava mai ai treni come accorrenti verso qualcosa, ma piuttosto come fuggenti da qualche cosa, disperatamente. Quelle grandi eloquenti macchine stavano accucciate e raccolte, pronte alla fuga, simili a grandi belve ansanti di paura. Erano i simboli dell’universale terrore: e lei tremava di eccitamento nel sentire il brivido della fuga…fuga da ogni cosa. […]
La sua mente reagiva con fresca sensibilità alla stranezza dei volti umani, al colore e alla vitalità della campagna, alle forti rigonfie curve delle colline. Sto volando, sto volando, cantava. Sto volando via da un sogno, sono un poco folle. Troppe cose affluiscono alla mia mente, non le può contenere tutte, pensieri di ogni sorta straripano fuor dall’orlo, si perdono per mancanza di posto.

da Tuono a sinistra di C. Morley

Futuro, passato, presente

[…] Tutto perchè Marco Polo potesse spiegare o immaginare di spiegare o essere immaginato di spiegare o riuscire finalmente a spiegare a se stesso che quello che lui cecava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano egli avanzava nel suo viaggio, perchè il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando ad ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.

[…] Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un’altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi [….] Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.

601766_513691652029694_1710355311_n

(foto di Gabriele De Micheli)

“…la città cui tende il mio vaggio…”

Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell’approdo.

Alle volte mi basta uno scorcio che s’apre nel bel mezzo d’un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s’incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie.

Se ti dico che la città cui tende il mio vaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora pi densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla.