Un filo di paura

Giovanni Falcone

Giovanni Falcone

Dove fiorisce il rosmarino c’è una fontana scura
dove cammina il mio destino c’è un filo di paura
qual è la direzione nessuno me lo imparò
qual è il mio vero nome ancora non lo so.

da “Canto del servo pastore” di Fabrizio De Andrè

Il tempo imperfetto

(foto di Artem Rozhnov)

(foto di Artem Rozhnov)

Io non so se esistono esperienze che non possono essere narrate, quel che sperimento, al momento, è che per raccontare l’esperienza del parto, non esiste nulla di esaustivo nel vocabolario della mia lingua madre.

Si procede allora a piccoli passi muti e non certo mentre “si torna alla normalità”, perché dopo il parto di “normale” non c’è nulla e non si può ritornare a quel che era, c’era e si faceva prima. E’ un passaggio verso un altrove e solo una direzione è possibile, soltanto avanti si può andare. Il parto lancia verso la vita con la forza delle cose vere che tolgono spazio a qualunque tipologia di ragionamento. Serve la consapevolezza dell’essere e del fare, di giorno così come nella notte.

Ma è un punto di partenza da ri-visitare, piano piano, per recuperare ogni pezzo dell’esperienza vissuta e trarne  la forza e lo stupore necessario per non lasciarsi travolgere dalla stanchezza né tanto meno dalle aspettative, neppure le nostre.

Perché anche “tu” non sei più quella che ha infilato di fretta e con fatica le scarpe da tennis per correre in ospedale tra una contrazione e un respiro profondo e serve tempo  ed occorre coraggio per rendersi conto della metamorfosi. Frutto di una nuova nascita, come il proprio bambino, madre di se stesse con una identità da scoprire e da plasmare che le notti insonni e la fatica e la paura e perfino la gioia non possono cancellare se non al prezzo di sacrificare ogni nuova cosa sull’altare della paura che tutto invecchia.
E così bisogna fare la strada, farla e poi percorrerla, perché non ne esistono due uguali nonostante il parto sia forse la più condivisa tra le umane esperienze.

Ed è oggi che si comincia, che il tempo di rimandare è terminato e la vita adesso è verissima ed ha la forma e l’odore e il calore di un essere umano di carne e sangue e del proprio sangue pure e del proprio calore che è tutto da sentire, perché il corpo, se ne ha la prova esperenziale ed evidente oramai, non può ingannare.

Il parto porta verità, ovunque, come un’esplosione. E la luce può essere accecante e paralizzare il cuore che non regge, nel senso proprio di supportare, nulla che non sia reso dalla vita a sua misura. Penso che tale compito spetti all’amore, l’amore concreto che con la quotidianità della sua presenza quella luce la rende da inaccessibile, vivibile, da troppo forte a necessaria agli occhi.

E il corpo accompagna l’animo nella gradualità di adattamento, si riprende piano dalla fatica della luce, si riprende con una poesia nascosta nelle piaghe, nelle suture, nel sangue in eccesso, nel latte che compare come una sorgente e che trasforma il corpo ancora una volta, di nuovo.

Io lo so, lo sento, di non aver ancora capito niente, di non aver ancora pianto tutta l’acqua buona ad irrigare e sanare, so, però, perché lo riconosco adesso nello sguardo di molte donne, che il tempo imperfetto del post parto è quello buono, così com’è, perché è quello adatto a se stesse, al bambino e all’uomo con il quale quel figlio lo si è generato e che pure si ama diversamente ora, perché quella luce non lascia fuori niente.

Per questo il post che sto scrivendo lo sto anche amando tanto, perché non è scritto come i precedenti, nella concentrazione e nella disponibilità del mio tempo, ma con una mano sola, mentre l’altra dondola la culla dove al caldo di una coperta color del cielo respira, sommessa e potente, la vita che mi aspetta.

 

Di luce

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Le cose che si trasformano con la gravidanza sono moltissime anche se so che saranno più chiare dopo aver attraversato l’esperienza del parto.

Oggi sono stata in ospedale per fare il tracciato. Mi sono messa sul lettino, ho scoperto la pancia ed ho sentito i 145 battiti al minuto del nostro bambino.

Nel lettino accanto al mio una giovane donna con le contrazioni. Seduta, perché di stare sdraiata con quel dolore non se ne parlava. Aveva i capelli neri lunghi, una camicia da notte bianca. Ad ogni contrazione, a voce bassa, si lamentava. “Ahi ahi – diceva – non ce la faccio più”. Le contrazioni erano cominciate alle due del mattino, ma la dilatazione era ancora a zero.

Osservandola ed ascoltandola mi sono chiesta molte cose, cercando di capire a cosa corrispondesse quanto stavo sentendo in quel momento.

Quella donna era bella, di una bellezza che non avevo mai visto. Aveva i capelli spettinati, non un filo di trucco, la peluria sulla pancia, un paio di fantasmini blu ai piedi. Ma era davvero bellissima. Fragile e potente, sfinita e forte, terrorizzata e coraggiosa. Aveva fame e caldo, aveva fretta, ma restava calma, seduta su quel lettino.

“Non pensavo che non mi interessasse nulla di stare mezza nuda davanti ad estranei”, mi ha detto. Era libera, tutte le categorie che di solito ci incasellano o ci imprigionano stavano lì, in frantumi ai suoi piedi, accanto alle ciabatte a fiori, quelle di tutti i giorni, perché quelle nuove, nella fretta, erano rimaste a casa.
“Sta andando tutto in modo diverso da come avevo immaginato”, mi ha confidato. Ma non lo diceva con tristezza o rabbia, lo diceva con stupore e tremore, come chi sta camminando e di gran passo su una strada che non aveva mai attraversato prima.
Era talmente libera che in quel momento di esserlo non le importava nulla. Voleva smettere di star male, voleva il suo bambino.

L’ho lasciata lì, mentre io venivo liberata dal macchinario e rimandata a casa.

Spero abbia partorito, e spero stia bene. Ma, soprattutto, spero di non dimenticare quel che ho visto e intravisto: canoni diversi, criteri differenti.

Capita spesso che venute meno le condizioni di lotta, trasformazione e si, anche  di sofferenza, ci si dimentichi della libertà sperimentata. Si sente la vertigine, il rischio della solitudine e si cerca il conforto della strada conosciuta. Non è certo una colpa. Spesso non è neppure un meccanismo riflesso e proprio per questo accade e basta.

Però, nonostante la paura dell’ignoto che è di ogni partoriente, nonostante il corpo senta potenza di vita e pericolo di morte abitarlo contemporaneamente senza poterli separare fin dai mesi di gravidanza, nonostante la perdita dell’immagine che si è costruite di se stesse, nonostante vengano scoperchiati in quel momento tutti gli angoli chiusi e remoti del cuore, e ci sia paura e ansia e tanto dolore, spero che quella donna non perda memoria della libertà che ha sperimentato e condiviso con me, seppur di passaggio. Non lo dimenticherò: mentre dava alla luce il suo bambino, in qualche modo ha dato un po’ di quella luce anche a me.

Passaggio. In ebraico si dice Pesah, in italiano si traduce Pasqua, appunto.

Su una nuvola

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

Più tardi, dopo il bagno, mia madre mi pettinava i capelli e mi rimboccava le coperte mentre dicevo le preghiere. Aspettavo che il silenzio calasse su ogni cosa. Quindi mi alzavo, salivo su una sedia, scostavo il tessuto che copriva la mia finestra e continuavo le orazioni, divagando per rendere onore al mio dio. […]
Da giovani, sopraffatti dalla sensazione di provenire da un altro luogo, scrutiamo, sondiamo l’interno e ne usciamo stranieri, indiani, o arriviamo, più spesso, su una nuvola. Una razza di abitanti delle nuvole. Questi sono i nostri pensieri giovani.

da “I tessitori di sogni”, Patti Smith

Noi ragazze

cop_Pane_nero_Mafai:2008Alcune settimane fa ho pranzato con una donna di ottantacinque anni, la signora Lucia, volitiva e con una memoria vividissi-ma, nonostante i malanni dell’età.
Mi ha parlato di molte cose, un po’ per farsi conoscere, un po’ per conoscere me, anche attraverso le mie reazioni al suo raccontarsi: occhi, corpo, parole.
E di fronte ai suoi ricordi di guerra, subita e vissuta a Roma poco più che bambina, io sono rimasta tutta occhi, però, senza parole.
Non era solo quel che raccontava a rapirmi dentro riflessioni e sensazioni fortissime, ma era la forza del racconto: un dramma ancora intatto, come intatta era la rabbia e la memoria dei personaggi che quella guerra l’hanno giocata solcando a sangue la vita di un intero popolo, come sempre disgraziatamente accade.

Poi, appena qualche giorno dopo, ho sentito in radio di un libro di Miriam Mafai: Pane nero. Donne e vita quotidiana durante la seconda guerra mondiale. L’ho letto con la fame di chi in questi tempi di penuria di senso e buon senso, sente la necessità di un nutrimento che non sappia di slogan senza radici, di semplificazioni della realtà, di rigurgiti fascisti. E’ stato davvero incredibile ritrovare fra le pagine della Mafai, gli stessi racconti e stati d’animo che la signora mi aveva trasmesso pochi giorni prima.

Il libro comincia narrando del 10 giugno 1940, di quel discorso che Mussolini fece per annunciare l’entrata in guerra del nostro paese, discorso che venne accolto quasi si trattasse di una festa.
Si credeva sarebbe durata ancora per poco la guerra e che, con il minimo sforzo, l’Italia si sarebbe guadagnata la partecipazione al tavolo dei “grandi”.

Le manie di grandezza di quel fascismo, a me che ne conosco il massacro e la disperazione che ne seguirono, sembrano ridicole fino ad essere offensive. La razza, l’impero, il prestigio. Una favola orribile capace di incantare la maggior parte degli italiani, non capisco ancora come e perché. La guerra non fu né veloce né indolore, fu un’immane tragedia, fu distruzione ed umiliazione.

Se i primi tempi si pregava perché l’Italia vincesse, presto si cominciò a pregare per la pace, perché “con la fame cresce la rabbia per le ingiustizie”.

E della fame, la signora Lucia me ne aveva parlato, delle bucce delle fave arrostite che si mangiavano davanti al focolare senza che ne rimanesse una sola briciola. In silenzio, perché sembrava incredibile e surreale anche a loro stessi.

Con gli uomini al fronte le donne si trovarono ad affrontare una vita che non avevano immaginato per se stesse. Non la scelsero, di fatto, se la ritrovarono fra le mani come unica alternativa alla morte: “La fame e la guerra spingono le donne fuori di casa, le obbligano a cercare un lavoro, a prendere decisioni, ad aiutare coloro che sparano o a sparare loro stesse; le obbligano ad uscire dal ruolo che era stato loro affidato dal fascismo e dalla Chiesa, di moglie e madre esemplare. Questa uscita dal ruolo non avviene sempre coscientemente. In molti casi, al contrario, si giustifica proprio col desiderio di mantenere fede fino in fondo a una tradizionale immagine di sé: Ma, una volta vissuta, la trasgressione incide nella coscienza di tutte, rivelando l’esistenza e la possibilità di percorsi individuali sconosciuti, certo più accidentati ma anche più gratificanti di quelli che alle donne erano riservati in passato”.

Era dura a morire l’idea che avevano interiorizzato di se stesse, quel modello di femminilità scelto da altri, maschi di potere o sacri che fossero.

Eppure, come le mie orecchie hanno udito dalla voce ferma di Lucia, erano le bambine che andavano a fare la fila per ottenere il carbone necessario a cucinare il poco che c’era, ed erano le donne a portare avanti le fabbriche, le ferrovie, le poste, l’Italia! Così come furono le donne a tessere la rete connettiva della Resistenza, percorrendo chilometri e chilometri in bicicletta, portando missive, armi, viveri, volantini: “La guerra costringe a cambiare abitudini […] Ma sollecita e stimola anche qualche corda segreta, quello spirito di avventura che normalmente le donne reprimono e puniscono quasi fosse una vergogna ed un peccato”.

Gli uomini che dal fronte riuscirono a tornare, però, desideravano ritrovare le certezze che avevano lasciato partendo. Quella possibilità d’essere padroni in casa propria, dopo essere stati servi di un regime e di un’ideologia che li aveva portati a sfiorare la morte e comunque a vederla ovunque attorno a loro. La superiorità dell’uomo sulla donna frutto dell’intreccio e del vicendevole sostegno tra politica fascista e l’ideologia cattolica, sembra ingoiare quasi del tutto l’esperienza che le donne avevano fatto di se stesse. Ma così non sarà, non del tutto, perché avere stretto al collo un cappio dai tedeschi per estorcere una confessione o vedere morire il proprio bambino per il latte divenuto cattivo a causa della fame e dello spavento costante, non sono esperienze che permettono di tornare come si era prima.

Anche la signora Lucia mi ha raccontato della paura, sentita in corpo più che consapevolizzata a causa dell’età e della confusione e della fame, vista e riconosciuta nei lineamenti della madre. La paura provata davanti alla fermata del bus, nella speranza di veder tornare il proprio padre,  non rimasto sotto un bombardamento, non ucciso dal fuoco dei soldati tedeschi.

“I bambini, circa trenta – racconta Elide Ruggeri – erano tutti morti tra le braccia delle loro madri. Alcuni adulti riuscirono incredibilmente a salvarsi, sepolti sotto i morti. Anche io, ferita, restai tra i cadaveri. Sopra di me e al mio fianco c’erano i cadaveri delle mie cugine e quello di mia madre, sventrata. Restai così immobile tutto il giorno e tutta la notte seguenti, sotto la pioggia, in un mare di sangue e quasi non respiravo più”.

La signora Lucia sembra non trovare parole abbastanza dispregiative per definire Mussolini e per la verità, neppure a  Vittorio Emanuele III, risparmia la sua incredibile ed intatta carica di rabbia mista a dolore. La ferita della guerra non è aperta, poiché la vita è andata avanti, sono state fatte scelte, affrontate difficoltà, vissute gioie e altri quotidiani dolori, ma non è neppure chiusa, perché dimenticare è morire. La ferita è viva, iscritta nella sua esperienza e portata addosso come bagaglio pesante, ma prezioso.

E sono proprio questi i sentimenti che mi hanno aiutata a leggere Pane nero, con lo stupore e l’interesse che il libro merita. Scritto in modo lineare, asciutto, chiaro, il testo della Mafai mi ha aiutata a leggere ed interpretare una parte di storia tanto recente e tanto discussa dalla quale io provengo e che mi porto dentro inevitabilmente. Attraverso le testimonianze che Miriam Mafai ha raccolto ho potuto far luce sulla mia identità di donna, in Italia, oggi. Un oggi difficile che incredibilmente guarda al passato rievocando quello spirito grottesco e tragico di una grandezza costruita su discriminazioni, demagogie e una profonda radicale ignoranza, quella su cui l’odio si annida e prolifera come forma di difesa verso un mondo divenuto troppo complesso per essere vissuto.

Pane nero è un libro che rende fiere le donne, per quella partecipazione alla Resistenza tanto attiva e fondamentale per la liberazione del nostro paese e tanto omessa dalla successiva storiografia. E’ un libro che permette di intravedere quella rete di fili rossi che dalla perseveranza, fiducia e coraggio di allora, conducono oggi alla perseveranza, alla fiducia e al coraggio di cui le donne hanno bisogno. Ed è un libro che apre gli occhi e fa sentire tutto il disgusto che il fascismo e che i fascismi, che la guerra e che le guerre meritano.

Miriam Mafai

Miriam Mafai

Infine, per chi non la conoscesse già, il libro è un modo per incontrare la vita e la scrittura di Miriam Mafai, una donna con la quale, se fosse ancora in vita, mi piacerebbe stare ore a parlare. Vorrei ascoltare da lei il racconto delle sue esperienze e, allo stesso tempo, dirle di me, della gratitudine che sento verso chi come lei, ha reso possibile percorrere strade altrimenti impensabili per noi donne. Mi piacerebbe dirle, guardandola con sguardo complice quel che la signora Lucia ha detto a me, con uno spirito di solidarietà che non potrò dimenticare, appena una battuta, ma che pronunciata da una donna di ottantacinque anni verso una di trentasette in gravidanza, ha avuto per me il sapore prezioso di una consegna: “Comunque Giulia, la verità è che noi ragazze ce la caviamo sempre!”:

L’inatteso mentre si compie

Perché un incontro sia importante non serve il contatto quotidiano né che su ogni cosa si sia d’accordo. Non importa nemmeno avere la stessa visione della vita, delle relazioni o delle persone. Ciò che conta è che da quell’incontro qualcosa di veramente importante nasca e che non si prosegui il cammino senza nulla di immutato.

Antonio Mercadante è stato il fotografo del mio libro “Orlando allo specchio. Uomini e pupi nel teatro di Mimmo Cuticchio”. Quando ci siamo incontrati, a mio avviso, il testo era completo. Restavano da fare solo le foto e la cosa mi riguardava relativamente. Ma lui non era d’accordo. Perché? Perché nel libro mancavo io e quel che i pupi, nel lavoro quasi triennale con Mimmo Cuticchio, avevano significato per me: “Se non mi racconti la tua esperienza io i pupi non li posso fotografare”, mi disse.

Scrissi allora alcune pagine e gliele mandai. “No, non ci siamo – rispose – ancora non ti vedo”.  E’ stato frustrante. Poi un pomeriggio, quasi raccogliendo una sfida, decisi di provare a scrivere qualcosa di davvero mio che non gli avrei di certo mandato, però!
Fu un’esperienza di scrittura molto intensa: le parole sgorgavano come da una sorgente sommersa che non credevo di possedere e mi accorsi quanto l’esperienza vissuta dentro al teatro dei pupi avesse cambiato il mio sguardo, dandomi la possibilità di vedere, osservare e comprendere dal di fuori il mio mondo interiore. Il miracolo del teatro!

“Adesso si!”, mi scrisse, quando decisi, invece, di inviare le mie pagine e mettermi in gioco per davvero. Adesso lui mi vedeva e, diceva, poteva entrare in relazione con i pupi per poterli fotografare mostrandone l’animo, la personalità, la vita.

Così è stato.

Antonio è morto improvvisamente martedì scorso. Ad un’età nella quale ancora la morte sembra uno sfregio, una disarmonia, una stonatura, un furto.

Per ricordare il nostro incontro il gesto più vero mi pare quello di pubblicare un paragrafo di “Orlando allo specchio”, accompagnato da una suo scatto, Clorinda, il mio personaggio preferito, la donna che mi ha insegnato il valore d’essere chi si è. Senza Antonio probabilmente non l’avrei mai amata tanto.

Grazie Antonio. Riposa in pace.

(Clorinda, particolare. Ossatura in faggio di Antonio D'Agostino. Armatura in ottone e rame di Mimmo Cuticchio, Nino Cuticchio e Matteo Trapani. Foto di Antonio Mercadante).

(Clorinda, particolare. Ossatura in faggio di Antonio D’Agostino. Armatura in ottone e rame di Mimmo Cuticchio, Nino Cuticchio e Matteo Trapani. Foto di Antonio Mercadante).

Clorinda

Clorinda la vidi da vicino solo dopo aver assistito al suo duello con Tancredi. Molto dopo. Fino a quel momento era per me più una sagoma che un volto. Era una storia, una storia forte che mi aveva lasciata commossa e sgomenta, coinvolta e pensierosa.

Tornando a casa, a spettacolo terminato, cercai i versi della Gerusalemme liberata che narravano la sua vicenda, lessi con attenzione e cercai di ricomporre nella mia mente l’accaduto, accostando in una sintesi personalissima le parole di Torquato Tasso al cunto di Mimmo Cuticchio. Pensavo che lo spazio vuoto scavato in cuore dallo spettacolo potesse essere colmato dallo studio dei versi o dal ripercorrere mentalmente le parole e il ritmo del cunto. Non fu così. Lasciai che il vuoto rimanesse tale, in attesa di trovare le risposte che cercavo o forse sperando che le domande mi sorgessero più distinte, comprensibili.

Le settimane si susseguirono veloci tra il lavoro, la stesura del libro, gli incontri con il maestro e il vuoto ne restò sommerso, non colmato, fino al pomeriggio in cui, aspettando che Mimmo Cuticchio mi raggiungesse nel suo laboratorio, mi voltai e la vidi. Era bella. Bellissima. Mi chiesi se avrebbe mai potuto affascinarmi così se non avessi saputo chi fosse, se l’avessi vista prima di conoscere la sua avventura tanto intricata e dolorosa. Non lo so. So che il suo volto mi sembrò velato di un dolore invincibile, ma non disperato. Mi spaventò pensare che il dolore potesse apparirmi “bello”, ma non era il dolore a conferirle bellezza, era il modo in cui Clorinda lo portava addosso. Clorinda ha la pelle scura, olivastra, un naso pronunciato e due labbra carnose, i capelli, scuri anch’essi, lunghi e ondulati. Gli occhi sono blu,come il mar mediterraneo nelle belle giornate d’inverno e pare guardino dritto davanti a sé, ma in realtà non seguono nessuna direzione, gli occhi di Clorinda guardano altrove.

A cosa guardi Clorinda? Cosa vedi che io non riesco a scorgere? Come si porta addosso il dolore così, come un abito tagliato su misura? Come una veste solenne che non è per il lutto né per i giorni di festa? Come si fa a credere di essere qualcuno per una vita intera per poi scoprire, senza soccombere, che tutto deve cambiare? Che si è altro? Che la verità stava rannicchiata dentro al cuore, come un bimbo nel grembo, scalciando e invocando il diritto di vedere la luce?

A Clorinda accade tutto al momento della sua nascita e tutto al momento della sua morte. In mezzo una vita intera in attesa di un compimento veloce, estremo, inatteso, tragico e dolcissimo. Se sapessimo prima il modo in cui ci deve accadere la vita! Moriremmo di paura o di presunzione. Penseremmo di non poter sopportare quello che ci aspetta o di poterlo affrontare per averne conosciuto prima gli eventi. Affrontare l’inatteso mentre si compie è, invece, l’unica sorte possibile,  la nostra sola abilità.

Io vorrei sapere come hai fatto, cosa hai provato quando ti hanno detto che ciò che difendevi, che quello a cui credevi non era tuo, che combattevi non un nemico, ma te stessa, che quanto cercavi di sconfiggere e di cacciare lontano da te, ti apparteneva. Dove hai trovato la forza di continuare a combattere? Sotto i colpi di spada, il sudore della battaglia, il sangue a chi pensavi Clorinda? Pensavi allo sguardo di Tancredi? Agli occhi che gli avevi rapito?

Ma era la tua identità ad essere in gioco e Clorinda poteva non combattere per Clorinda? All’improvviso il tuo corpo, la tua vita, tu, tutta intera ti sei trasformata nel campo di battaglia per la conquista di te stessa. Vorrei sentire da te parole di speranza, un incoraggiamento a non temere la battaglia, a sopportare la fatica nella comprensione di se stessi, fino all’ultimo duello. Vedo in te l’assenza di misure di mezzo: tutta la vita, tutta la morte e tutto l’amore ti hanno raggiunta e tu sei stata pronta, non ti sei sottratta. Forse hai avuto paura, ma sei rimasta. E non importa se l’uomo che ti amava lo hai amato tutto in un solo momento, se lo hai incontrato in un solo sguardo, se è stato per te l’opportunità di conoscerti senza poter ricambiare il favore, se tu sei stata veramente te stessa appena il tempo di renderti conto che la vita era finita, tutta sparsa in quel sangue che proprio il tuo desiderio di vivere aveva versato.

Non c’è spargimento di sangue nell’opera dei pupi. Il sangue che sentiamo scorrere copioso è il nostro, quello che ci corre dentro mentre assistiamo agli spettacoli, partecipi dei duelli, delle grandi battaglie, degli scontri valorosi. Nei pupi riflettiamo noi stessi, alla loro vita ci appassioniamo e, fosse pure senza immediata consapevolezza, cresce in noi la passione per quanto ci appartiene. A me è accaduto così. Da Clorinda ho imparato che ciò che siamo realmente e che sempre si trasforma non può restare nascosto, prima o poi viene a galla, la luce della vita lo attrae e seppure si tenta di mantenere il controllo di ciò a cui si è oramai abituati, l’identità si dimena e ci dilania fino a quando non trova la strada per raggiungerci. E quando, finalmente, ci permettiamo di esistere allora la vita diventa urgente e l’amore diventa urgente e l’unica unità di misura applicabile alla vita come all’amore è l’intensità.

da Orlando allo specchio. Uomini e pupi nel teatro di Mimmo Cuticchio, Edizioni Lussografica, 2016.

 

L’ultima attesa

IMG_20180206_130054All’ottavo mese di gravidanza è così che mi sento: un po’ mare e un po’ montagna. Gonfia di liquido primordiale e terra emersa dal nulla.

Più si avvicina il tempo del parto, più la sensazione è quella di inoltrarsi in una stanza segreta, dove la luce filtra appena, ma dove il buio non è tenebroso, solo sconosciuto. Il silenzio diventa una necessità, la lentezza una condizione di fatto, presente e vera al di là della volontà. Il fiato si accorcia e servono respiri decisi e profondi, il cuore diviene un setaccio: passano solo le relazioni buone, quelle di poche parole e molta, strabordante com-passione.

L’attesa si fa concreta, è di carne. Quella che si muove dentro sempre più impetuosa e crea una serie di onde che trasformano la pancia in mare.

Le idee, le teorie, perfino la propria immaginazione si sgretola. E’ una diversità costante che si fa vita quotidiana. Quello che vorresti non può essere, quello che è s’impara a volerlo, in prospettiva, nell’attesa di capire, vedere, toccare, sentire.

L’ottavo mese è stanchezza, soddisfazione e timore. La strada fatta, pesa. Alle spalle giacciono ferite a morte molte paure attraversate e sconfitte. Davanti però c’è la più difficile da vivere che non corrisponde a nessuna esperienza fatta e le abilità, le forze, le competenze per superarla bisogna credere di possederle, iscritte nel corpo, anche se non le si è mai viste. E’ una professione di fede, senza mistificazioni, nelle proprie viscere, costruita granello dopo granello nelle trasformazioni accettate, nei numerosi piccoli e grandi malesseri portati nella carne ogni santo giorno, nella pazienza delle notti ad occhi aperti e corpo dolente, senza che la felicità si allontanasse di un passo dal cuore. E’ l’affidamento di tutta intera la propria esistenza al figlio che è e che verrà, piccolo, ma capace di trovare la luce per il suo istinto vergine alla vita.

Ci si nutre di testimonianze, della sapienza di donne che quella porta l’hanno attraversata, le si scruta ed ascolta con la devozione dei discepoli, ma si sente dentro la certezza che questa esperienza che si ripete da sempre non è assimilabile, quanto già avvenuto non posso farlo diventar “mio”, perché la mia esperienza sarà diversa dalla loro pur essendo lo stesso miracoloso e concretissimo avvenimento.

E ci si nutre della presenza femminile di coloro che non hanno partorito, portatrici però di una sapienza diversa, accogliente, indispensabile, capace di ascolto e della curiosità che costringe alla riflessione, alla presa di consapevolezza nel e del momento.

L’ottavo mese è di solitudine, ma ogni abbraccio è necessario. Sono necessarie le mani del padre sul ventre, lo sguardo attento di uomo ai mutamenti del corpo e dell’animo, scorgere negli occhi amati l’attesa, accettare che sia diversa, ma sentirla autentica, audace.

Tutto il mondo e tutta la vita e perfino tutte le contraddizioni e la morte, tutto si invoca come necessario, perché non c’è parzialità che possa essere tollerata né autoinganno né autodifesa. E non si riesce a dare un nome corrispondente ad uno “schema” a nessuna divinità, perché di Dio si vuole tutto, lo si vuole maschio e femmina, potente e debole, presente e nascosto.

All’ottavo mese si comprende che ogni cosa è oramai trasformata, non importa quel che accadrà o in quale modo succederà, già ora si è altri, il maggior grado possibile di vicinanza a se stessi mai raggiunto e le madri, i padri, le sorelle e i fratelli si amano di amore più forte e la loro presenza rende coraggiosa e possibile l’ultima attesa.

Il nostro decennio

(Patti Smith. Ph. rockarchive.com)

(Patti Smith. Ph. rockarchive.com)

Gli anni sessanta volgevano al termine.
Robert e io festeggiammo i nostri compleanni.
Robert aveva compiuto ventitré anni.
Dopodiché fui io a compiere ventitré anni. Il numero primo perfetto.
Robert mi costruì un appendicravatte con l’immagine della Vergine Maria.
Io gli regalai sette teschi d’argento sopra uno scampolo di pelle.
Lui indossava teschi.
Io indossavo cravatte.
Ci sentivamo pronti per gli anni settanta.
“E’ il nostro decennio”, disse lui.

  • Just Kids, Patti Smith

Crocevia

(Golfo di Mondello, foto di Carlo Columba)

(Golfo di Mondello, foto di Carlo Columba)

Lo vedo ogni giorno, vicino alla casa in cui vivo.
Quando prendo l’auto per andare dal mare alla città lui è lì, al semaforo di una piazzetta circondata da aranci amari, piccole aiuole e sparute panchine quasi arrugginite.

Si chiama Hatef e viene dal Bangladesh.
Non so capire quanti anni abbia, è come se non fosse né giovane né anziano.
Lo ha conosciuto per primo l’uomo che mi vuol bene, poi me lo ha presentato.
Loro spesso si salutano stringendosi la mano, a me, invece, Hatef rivolge un gesto a volte con la testa a volte alzando il braccio. Ha un portamento elegante, perfino quando offre il pacco di fazzoletti o quando domanda se può lavare i nostri parabrezza. Non l’ho visto mai insistere e neppure nascondere lo sconforto per il moltiplicarsi dei dinieghi.

E’ elegante ed è malinconico. A Natale si è tagliato i capelli e si è messo in ordine, aveva il collo come quello dei bambini, nudo e pulito. Hatef possiede un vecchio cellulare e da sette anni non fa ritorno a casa. Ci ha raccontato di avere una moglie e dei figli, il più piccolo di sette anni, appunto, e da come ne parla credo che lui questo figlio non lo abbia mai visto.

Non so con esattezza a che ora cominci a passeggiare su e giù per quell’incrocio, ma verso le tredici fa la pausa pranzo. Appena qualche giorno fa l’abbiamo visto seduto su una di quelle panchine arrugginite, mentre mangiava con evidente appetito da un porta pranzo di plastica e divideva il pane con uno stuolo di piccioni che arrivavano a lui, felici, da ogni dove. Sembrava che davvero fossero amici. E la sua solitudine era dignitosa, quasi romantica, senza apparente disperazione, piuttosto appariva come una condivisione di briciole che moltiplicava una comunione bizzarra tra esseri viventi. Emanava però anche un senso d’assenza assai profondo, impenetrabile.
Dopo pranzo Hatef riposa, sdraiato sulla solita panchina, con la testa infilata in una grossa scatola di cartone. Un po’ per pudore, credo, un po’ per proteggersi dai rumori. Poi, ripone in un angolo il cartone e la coperta e si rimette in piedi fra gli aranci, amari di lontananze e di quotidiana iniquità.

Ma la cosa che di più amo di Hatef è la sua girandola. Lui ne possiede una, di quelle con le eliche di plastica colorata che altri suoi connazionali vendono per pochi euro a semafori non distanti dal suo. Lui, invece, la possiede per se stesso e ogni volta che comincia a lavorare la pianta nelle aiuole umide di mare, per segnalare la sua presenza e sperare, forse, in un raccolto di buoni frutti per la sussistenza. La sera, quando se ne va, la tira via e se la mette sottobraccio, per portarla lì dove Hatef scompare lontano dai nostri sguardi.

(La girandola di Hatef)

(La girandola di Hatef)

Io non lo so qual è la sua storia, so che quest’uomo crede e spera in Allah, e che qualcosa di profondamente ingiusto lo ha strappato alla sua vita e alla sua terra portandolo dal golfo del Bengala al golfo di Mondello. Non so cosa patisce davvero né cosa sogna né tanto meno so se ha o se fa progetti per il suo futuro, se il futuro è per lui una categoria reale. Però, per me, quella girandola che si muove gioiosa sospinta dal vento, messa lì a segnalare a tutti la sua esistenza, è grido ed è canto, un’invocazione e una protesta.

Hatef è un grande poeta muto. E’ poeta d’azione, organizzazione e resistenza.
E i suoi gesti rendono il nostro mondo, che certo non gli sorride, un posto migliore affrettando, spero, il giorno in cui saremo capaci di comunione almeno quanto lo sono i piccioni.

Tutti gli scrittori sono vagabondi

(Patti Smith)

(Patti Smith)

C’è chi fa bilanci alle porte del Capodanno e chi, invece, scandisce il tempo contando i compleanni di Patti Smith.
Oggi è il suo 71° e dai 70 sono mutate una infinita quantità di cose per me, come per lei, credo.
Patti ha ricevuto all’Università di Parma la laurea ad honorem in Lettere, ha esposto le sue foto e fatto una super mega tournée in Italia. Io l’ho vista in concerto a Roma, ho un essere umano vivo nella pancia e abito in riva al mare.
Tutte cose belle, direi. Anche se, al di là di quel che si vede e quel che si sa, nel cuore c’è il proprio giardino segreto con cui fare i conti, dove sarà stato necessario potare, estirpare, combattere la siccità, lavorare la terra, piantare. Molte foglie cadute e sfiorite le rose, molti germogli sugli alberi spogli e tanti semi frementi di vita eppure sepolti dalla terra.

Durante il 2017 io e l’uomo che mi vuol bene abbiamo letto ad alta voce il suo M Train, lo abbiamo letto soprattutto on the road, macinando chilometri sulle autostrade siciliane, fra mare e montagna, tra i boschi e la desolazione dei paesaggi mangiati dal fuoco, guidando incontro ad amici sinceri, inseguendo gli impegni di lavoro, facendo ritorno a casa, cercando riparo dall’arsura del logorio quotidiano nella Sicilia d’oriente, tra i monti Iblei e il mare ionio, tra i panini degli autogrill e gli snack senza glutine consumati con le gambe a penzoloni fuori dall’auto, mentre si osservano le persone e si immaginano le loro storie.

M Train ci ha accompagnati ovunque, provocando scoppi di risate a risanare il cuore, lacrime per liberare i polmoni, riflessioni dalle trame ingarbugliate da sciogliere la notte, prima di dormire. Da quando la nausea ha fermato la nostra auto e trasformato di attesa le nostre vite, abbiamo riposto il libro sul comodino.
Restano le ultime 20 pagine, quelle che si vorrebbe non finissero mai.
Patti, che legge Murakami in un albergo messicano specializzato in sushi, è una compagna di viaggio necessaria: nutre le utopie e le rende “normali”, un modo d’essere quotidiano che non ha certo voglia di mostrarsi per il gusto di stupire, che cerca piuttosto la possibilità di esistere (da ex e sistere, forma secondaria derivata da stare “stare saldo, essere stabile, essere in atto), come una necessità, come un’urgenza.

Ho imparato molte cose da Patti Smith durante quest’anno, dalla Patti che prega Dio e legge i tarocchi e si mette in ascolto degli spiriti degli antenati, tutto senza dottrine da difendere, con la curiosità dei bambini e la fiducia sapiente degli anziani.
M Train è un libro entusiasmante, ma in modo diverso da come lo è Just Kids. Quest’ultimo contiene l’euforia della giovinezza, degli anni’ 70, le sperimentazioni e il viaggio interiore e psichedelico di un’intera generazione.
M Train, invece, è carico di nostalgia e fatica, è pieno della straziante assenza di Fred, della solitudine, delle paure e delle conquiste costate la vita intera. Non è l’epilogo che viene raccontato: “Trova la verità della tua situazione. Comincia con coraggio”, scrive Patti. Ma lo dice come per narrare un’operazione giornaliera, un proposito ed una azione che comincia al sorgere del sole e che nella notte si rigenera per riprendere d’accapo, ancora, fino a quando ci sarà fiato.

Ho riempito la tazzina ed ho bevuto. “Tutti gli scrittori sono vagabondi”, ho mormorato. “Magari un giorno potessi essere dei vostri!”.

Patti gira il mondo, dal Giappone alla Francia, per pulire e rendere onore alle tombe degli scrittori e dei musicisti. Non vede alcuna fine lì dove tutti, invece, la fine crediamo di fissarla sul marmo. Lei vede incipit, il generarsi e rigenerarsi sempre e dovunque possibile:

Quella sera mi sono seduta al parco a bere succo di anguria in tazza conica di carta, comprato da un venditore ambulante. Tornata in camera riuscivo a sentire tutto quello che succedeva di sotto. Ho cantato canzoncine agli uccelli sul davanzale. Ho cantato per i giornalisti, per l’operatore e per la donna uccisi a Veracruz. Ho cantato per quelli che vengono lasciati nei fossi a putrefarsi, nelle discariche e tra i rottami. La luna era il faretto della natura, puntato sulle facce splendenti della gente radunata al parco di sotto. Le loro risate si sollevavano con la brezza e per un breve istante non c’erano più dolore né sofferenza, solo armonia.

Credo che finirò, che finiremo il libro prima che scocchi la mezzanotte, prima che arrivi il nuovo anno che sempre ha le radici in quel che solo convenzionalmente possiede un termine. Lo farò anche io, nonostante sia impossibilitata  a vagabondare, come vorrei, lo farò cantando per i gabbiani del mare che ho di fronte, per le mie zone d’ombra, per gli amici, con voce sottile, perché sia dolce al mio bambino la festa dell’anno che viene. Senza petardi, fuochi di artificio, musica ad alto volume. Come i canti dei pellirossa sulle montagne le notti di luna, come le mani dello “Sciamano galilaico” sulle ferite umane o le cantilene delle donne di paese quando impastavano il pane o lavavano i panni, un canto che sostiene la fatica e guarda lontano.

Mio padre diceva di non ricordare mai i sogni, ma io riuscivo a raccontare i miei con facilità. Diceva anche che era rarissimo vedere le proprie mani in sogno. Ero sicura che se mi fossi concentrata ci sarei riuscita, idea che generò una marea di esperimenti falliti. Mio padre metteva in discussione l’utilità dell’operazione, ma l’essere capace di invadere i miei stessi sogni restava comunque in cima alla lista delle cose impossibili che un giorno sarei riuscita a fare.

Buon compleanno Patti, sei proprio il mio Capodanno.

(Foto di Carlo Columba)

(Foto di Carlo Columba)