Sereno Business a tutti!

(Viareggio, carro sul dramma delle frontiere chiuse, carnevale 2017)

(Viareggio, carro sul dramma delle frontiere chiuse, carnevale 2017)

Mentre guidavo verso scuola, giovedì mattina, in radio è passata la pubblicità di una società di assicurazioni, credo. Una di quelle realtà che coinvolgono ed interessano il mondo della finanza internazionale, il passaggio di merci e soldi da un paese all’altro. Quindi, io, in quanto docente precaria a tempo determinato pronta a rituffarmi nel campo di battaglia delle scuola, non le ho prestato alcun interesse o attenzione. Ero distratta, pensavo ad altro, a molte cose, ma di certo non ai capitali e al commercio.
Soltanto che la chiusura della pubblicità mi ha violentemente costretta all’ascolto:

“Guadagna sereno qualunque siano le tue rotte, con noi Il BUSINESS NON HA FRONTIERE!”

In Serbia, a un gruppo di migranti, che aveva con sé un bambino di 2 anni, era stato detto che sarebbero stati accompagnati in un centro di accoglienza profughi. La polizia li ha invece abbandonati in un bosco al confine con la Bulgaria in piena notte con temperature sotto lo zero. Sono sopravvissuti, ma quando li hanno trovati due erano in stato di ipotermia e privi di coscienza.

In un tribunale serbo alcuni migranti hanno espresso la volontà di richiedere asilo. La polizia che avrebbe dovuto accompagnarli in un centro di accoglienza, ha invece distrutto i documenti e li ha portati alla frontiera bulgara.

In Ungheria un ragazzo siriano di 22 anni ha visto respinta la sua richiesta di asilo in un processo dove non aveva rappresentanza legale e senza possibilità di appello.

“Invito tutta la gente d’Europa ad andare dalla polizia e dire: Aprite le frontiere!” (Aziz, afghano anni 8, bloccato in Serbia).

Ma i nostri capitali non hanno frontiere. Il Business viaggia sicuro. Siete sereni?

Lievito Madre

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Lievito madre è un film documentario per la regia di Concita De Gregorio ed Esmeralda Calabria, presentato alla 74° Mostra del cinema di Venezia.
E’ un film documentario che io definirei piuttosto un “luogo”, un luogo di incontro. Un luogo e un “tempo” dedicato, all’ascolto, all’introspezione alla condivisione, alla riflessione. Nel racconto che le protagoniste fanno di se stesse e della loro storia personale, nelle parole di queste donne che hanno attraversato buona parte del secolo scorso, riecheggia la storia del nostro paese, del movimento femminista, quello politico e culturale, ma anche quello domestico e quotidiano, attraverso il quale ciascuna di loro ha trasformato se stessa e la realtà che le circondava, grazie a quella capacità, tutta femminile, di modificare lo spazio nel quale ci si muove, si vive, si ama, si patisce.

Trasportata dal flusso di questo racconto, mai noioso o retorico, mai costruito o artificiale, ho avuto modo di ri-vedermi e ri-scoprirmi, come se immaginarmi alla loro età mi avesse avvicinata al senso del cammino presente.

Ho sentito sincera in me la gratitudine per le loro battaglie, per le vittorie e a maggior ragione per le sconfitte! Le vittorie mi hanno permesso di vivere in una società dove, seppur ancora negati, i diritti delle donne sono in gran parte legiferati. Mi hanno permesso di avere parità di istruzione e di poter tener testa ad un uomo ad ogni livello relazionale. Le loro sconfitte, invece, mi permettono, oggi, di avere misericordia di me stessa, perché in nessuna di loro è presente durezza e intransigenza. Amarezza si, disillusione anche, dolore molto, ma non durezza e lo trovo bellissimo, perché l’indurimento del cuore è uno dei più grandi pericoli dell’avanzare degli anni. Una protezione verso lo smarrimento della vita che finisce, forse, ma una maledizione per la vita del presente che sempre è, anche se diversa da come la si vorrebbe.

La lucidità con cui analizzano i loro legami familiari o i loro amori passati e presenti, mi ha consolato. Mi sono sentita confortata nella certezza che la sofferenza, anche la più atroce, si può portare nella carne, fino alla fine, solo se se ne ha consapevolezza: della ferita che l’ha generata, delle nostre responsabilità, della strada che ha fatto percorrere. Quando questo non accade, quando si cercano altre cause o ragioni, quando non ci si guarda dentro, ma solo attorno, il dolore è confuso e la confusione dolente provoca disperazione.

Eppure queste donne narrano della guerra, del fascismo, della fame e della povertà senza rancore. Ed è bellissimo ascoltare parole prive di rancore verso la vita e le sue disgrazie.

Dopo le ultime battute, quando il documentario si chiude in un rincorrersi di voci, ho provato nostalgia per la donna anziana che vorrei essere. Mi piacerebbe avere da raccontare cose vere, amori grandi, dolori che non mi hanno irrimediabilmente spezzata, mi piacerebbe sorridere di tutti i miei difetti e mantenere uno sguardo sereno sulla morte. Vorrei averne paura, come è giusto che sia, ma temere ancora e molto di più la vita spenta.

Per le donne, in ogni parte del mondo anche se in misura differente, molte cose sono tutt’oggi una conquista. Per noi poi che viviamo in un’Europa sbandata ed egoista temo moltissimo la perdita della memoria per quanto si è guadagnato e per i processi storici che ne mantengono viva la coscienza. Trascinate costantemente a forza verso modelli che ci riportano indietro o velocemente avanti verso il nulla, ho paura che le bambine di oggi vengano private della testimonianza proprio di quelle vittorie e di quelle sconfitte che le donne del documentario raccontano.

Osservando gli spezzoni di antichi filmati, tra un intervista e l’altra, che ritraggono i giovani delle passate generazioni, ho pensato a come gli uomini, i maschi, abbiano in gran parte fallito la gestione del mondo, vissuta come loro diritto esclusivo. Nel mezzo di questa tragedia passata e presente, spiccano, tuttavia, uomini, maschi, che sono riusciti a dare un indirizzo diverso alla storia e sono proprio coloro che hanno combattuto per la propria sopravvivenza e/o per la libertà del popolo a cui appartenevano. E sono anche quelli che son stati capaci di guardare alle donne con occhi diversi.

Ecco, per me Lievito madre restituisce il valore e il senso a ciò che ha valore e senso, ridimensionando e sbriciolando tutto il non-senso che oggi assedia questo paese e l’Occidente intero.

Le singole storie personali, conosciute o no, raccontate o no, hanno un valore inestimabile ed una capacità silente di trasformazione della realtà la cui potenza continuiamo purtroppo ad ignorare, a non riconoscere. Ed invece è proprio questo che fa il “lievito madre”, moltiplica se stesso, fermenta e rende buono tutto l’impasto.

Chi l’avrebbe mai detto

(Una delle ultime fotografie scattate a Sam Shepard).

(Una delle ultime fotografie scattate a Sam Shepard).

Chi l’avrebbe mai detto che gli Inglesi si sarebbero beccati la nostra musica.
Chi l’avrebbe mai detto che la nostra musica avrebbe beccato il mondo.
Chi l’avrebbe mai detto che l’Africa avrebbe acchiappato l’America.
Chi l’avrebbe mai detto che gli Indiani avrebbero fregato i Francesi.
Chi l’avrebbe mai detto che Brecht avrebbe fregato la mente di Dylan.
Chi l’avrebbe mai detto che il tempo era dalla nostra.

da “La Luna del Falco” di Sam Shepard, 1973.

Da qualche parte nella terra del sogno

Le parole che trovate di seguito sono un tentativo di traduzione del commiato scritto da Patti Smith per la morte di Sam Shepard, il suo amico di sempre (My Buddy, pubblicato su The New Yorker il 1 agosto 2017). Io non traduco per mestiere e mi è venuto difficile, difatti. Ma l’amore che ho per Patti, mi ha spinta a compiere l’impresa. E’ una traduzione certamente piena di errori, ma anche intrisa del desiderio di far conoscere, almeno ai lettori di Eufemia, una storia di rara amicizia, la storia di una relazione sincera che porta con sé il grande miracolo di poter essere e restare se stessi, nonostante le trasformazioni della vita e dell’età.


(Sam Shepard e Patti Smith)

(Sam Shepard e Patti Smith)

Telefonava tardi nella notte, mentre si trovava da qualche parte sulla strada: in una città fantasma del Texas, mentre riposava vicino a Pittsburgh, o da Santa Fe, dove restava immobile nel deserto, ascoltando i coyotes ululare.
Ma più spesso chiamava dal Kentucky, il suo “luogo”, quando la notte era fredda e serena, quando si sentivano respirare le stelle.
Solo una telefonata in tarda notte, da un blu sorprendente come una tela di Yves Klein; un blu per perdersi, un blu che può portare ovunque.
Mi svegliavo felicemente, preparavo del caffé e parlavamo di tutto: degli smeraldi di Cortez, o di Flanders fields, dei nostri figli o del derby del Kentucky. Ma per lo più parlavamo di scrittori e dei loro libri. Scrittori latini. Rudy Wurlitzer, Nabokov, Bruno Schulz.

“Gogol era ucraino” disse una volta, apparentemente dal nulla. Ma non era un nulla qualsiasi, era una scheggia di un nulla sfaccettato che, quando lo si pone sotto una certa luce, diventa un “qualche luogo”. Io cavalcavo quell’onda e improvvisavamo fino all’alba, come due sassofonisti esperti, alternandoci nelle interpretazioni.

Una volta mi ha inviato un messaggio dalle montagne della Bolivia, dove Mateo Gil stava girando “Blackthorn”. L’aria era sottile là sulle Ande, ma lui la fendeva bene, trovandosi meglio degli attori più giovani, cavalcando non meno di cinque diversi cavalli. Ha detto che mi avrebbe portato un serape, nero con strisce color ruggine. Ha cantato su quelle montagne davanti ad un falò, vecchie canzoni scritte da uomini a pezzi, innamorati di se stessi nonostante stessero per svanire. Avvolto in coperte, dormiva sotto le stelle, alla deriva sulle nubi di Magellano.

Sam amava stare in movimento. Lanciava una canna da pesca o una vecchia chitarra acustica nel sedile posteriore del suo camion, forse portava con sé anche un cane, ma sicuramente un quaderno, una penna e un mucchio di libri. A lui piaceva caricare i bagagli e vivere proprio così, andando ad ovest. Allo stesso modo amava interpretare ruoli che lo avrebbero costretto ad avere a che fare con la sua stranezza, un nutrimento per il successivo lavoro.

Nell’inverno del 2012, ci siano incontrati a Dublino, aveva ricevuto una laurea ad honorem  in lettere dal Trinity College. Era spesso imbarazzato dai riconoscimenti, ma lo accolse volentieri perché proveniente dalla stessa istituzione dove Samuel Beckett aveva camminato e studiato. Amava Beckett e aveva qualche suo brano manoscritto incorniciato in cucina, insieme alle foto dei suoi figli. Quella giornata abbiamo visto la macchina da scrivere con la quale John Millington Synge e James Joyce scrissero le loro opere e nella notte ci siamo uniti a dei musicisti che suonavano nel Pub preferito di Sam, il Cobblestone, dall’altro lato del fiume. E mentre camminavamo barcollando con il cuore leggero attraverso il ponte, recitò alcuni versi di Beckett a memoria.

Sam aveva promesso che un giorno mi avrebbe mostrato il paesaggio del sud-ovest, poiché nonostante avessi viaggiato molto non conoscevo bene il nostro paese. Ma fu colpito da una malattia debilitante e  alla fine ha smesso di caricare i bagagli e partire. Da allora in poi sono andata a trovarlo e abbiamo letto e parlato, ma per lo più abbiamo lavorato.
Lavorando per il suo ultimo manoscritto, Sam ha coraggiosamente dato vita ad una riserva di resistenza mentale per affrontare tutte le sfide che il destino gli aveva assegnato. La sua mano, con una luna crescente tatuata tra il pollice e l’indice, era poggiata sul tavolo davanti a lui. Il tatuaggio era un ricordo dei nostri giorni giovani, il mio è un fulmine, sul ginocchio sinistro.

Descrivendo un paesaggio western, improvvisamente alzò lo sguardo e disse: “Mi dispiace che non posso portarti lì”. Ho sorriso, perché in qualche modo lui aveva appena fatto proprio questo. Senza una parola, con gli occhi chiusi, noi attraversammo il deserto americano che srotolò un tappeto di polvere color zafferano, poi color ruggine e anche il colore del vetro verde, i verdi d’oro e poi, improvvisamente, un blu quasi inumano. La sabbia blu! – dissi – colma di meraviglia. “Tutto è blu” – ha detto lui – e le canzoni che abbiamo cantato avevano anch’esse un proprio colore.

Avevamo la nostra routine: svegliarsi, prepararsi per la giornata con un caffè e qualcosa da mangiare. Mettersi al lavoro, scrivendo. Poi una pausa, fuori, per sedersi sulle sedie di Adirondack e osservare il paesaggio. Non era necessario parlare, come accade in una vera amicizia. Mai stavamo a disagio in quel silenzio, che, nel suo sorgere, è un’estensione della conversazione. Ci conoscevamo da così tanto tempo! I nostri modi di fare non potrebbero essere definiti o liquidati con poche parole per raccontare una spensierata giovinezza. Noi eravamo amici. Nel bene e nel male, eravamo proprio noi stessi. Il passare del tempo non ha fatto altro che rinforzare tutto questo. Le sfide si facevano più ardue, ma siamo andati avanti ed abbiamo terminato il lavoro sul suo manoscritto. Stava sul tavolo e c’avevamo messo tutto, niente era rimasto di non detto. Quando sono partita, Sam stava leggendo Proust.

Passarono lunghi e lenti giorni. Era proprio una serata tipica del Kentucky, lucente di lucciole, accompagnata dal suono dei grilli e dai cori dei rospi. Sam si avvicinò al suo letto e si preparò per andare a dormire, un sonno stoico e nobile. Un sonno che lo ha condotto ad un passaggio senza testimoni, circondato da un amore che respirava nell’aria. Cadeva la pioggia quando trattenne il suo ultimo respiro, in silenzio, proprio come avrebbe voluto. Sam era un uomo riservato. So qualcosa degli uomini così. Devi lasciarli decidere come far andare le cose, anche alla fine. La pioggia cadeva, nascondendo le lacrime. I suoi figli, Jesse, Walker e Hannah, hanno detto addio al padre. Le sue sorelle Roxanne e Sandy hanno detto addio al loro fratello.

Io  ero lontana, in piedi sotto la pioggia davanti al leone addormentato di Lucerna, un colossale, nobile, stoico leone scolpito nella roccia di una bassa scogliera. La pioggia cadeva,  nascondendo le lacrime. Io sapevo che avrei rivisto Sam da qualche parte nella terra del sogno, ma in quel momento ho immaginato di tornare nel Kentucky, con i suoi campi ondeggianti e il torrente che sfocia in un piccolo fiume. Ho immaginato le copertine dei libri di Sam sulla mensola, i suoi stivali grinzosi poggiati contro il muro, sotto la finestra, da dove guardava i cavalli che pascolavano davanti alla recinzione. Ho immaginato me stessa seduta al tavolo della cucina mentre cercavo di raggiungere quella mano tatuata.

Molto tempo fa, Sam mi ha mandato una lettera. Una lunga lettera nella quale mi diceva di un sogno che aveva sperato non sarebbe finito mai. “Sognava cavalli”, ho detto al leone. “Realizza tu il sogno: un grande cavallo rosso che lo aspetta, un vero campione. Non avrà bisogno di una sella, non avrà bisogno di niente”. Mi diressi verso il confine francese, vi era una luna crescente che sorgeva nel cielo nero. Ho detto addio al mio amico, chiamandolo nella morte della notte.

 

Non oltre le tredici, zero zero.

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Questa mattina ho aperto gli occhi alle ore 6.25. Ho guardato il telefono, l’ho rimesso sotto al materasso.

Ho ascoltato i merli, ho richiuso gli occhi.

Li ho riaperti alle 7.54. Entrava più luce dalle finestre. Ho visitato le mie articolazioni una ad una, soppesato il loro dolore, le ho guardate con benevolenza. Poi ho attraversato le curve dell’intestino, era digiuno da un po’ e quindi stava bene.

Mi piace svegliarmi quando ho i capelli puliti. Ieri sera ho fatto lo shampoo per un concerto di pianoforte e contrabbasso. Li ho intrecciati appena, ho indossato la mia camicia verde preferita, e lui mi ha detto: sei bellissima stasera.

C’era mezza luna nel cielo, tra i pini. Ed un numero sufficiente di stelle per esclamare: ehi, guarda che bello!

Stamane i capelli erano mossi, un pochino.

Mi sono alzata, ho fatto colazione a gambe incrociate sul divano blu. Come ogni mattina. Ho mangiato fiocchi di soia e biscotti di farina di riso e cioccolato.

Alle 8.55 ho scritto alle mie amiche, al mio amore, ho ascoltato un brano dei The Velvet Underground e uno stranissimo di David Lynch, che mi sembrava bello finché è durata la luce.

Alle 9.30 mi sono seduta davanti al pc per scrivere e lavorare. Avevo molte idee e molto desiderio, volevo una giornata dai colori brillanti, proprio come scrive Sylvia Plath  nei suoi Diari. E invece si è fatto buio. Fuori di me. Tutto attorno. Ed è arrivato un uragano.

Si sentiva nell’aria fin da ieri sera, proprio mentre i due musicisti eseguivano un bellissimo arrangiamento di Apriti cuore di Lucio Dalla. Ha soffiato forte. Capita spesso. In tutte le stagioni, senza distinzione.

Ha spalancato con forza la finestra alle 10.32 circa. Ho pensato che non fosse molto forte, non più forte degli altri. E’ l’inganno degli uragani questo: non cominciano mai allo stesso modo, sembrano sempre più deboli dei precedenti, all’inizio, o più forti, e confondono perché non si sa mai se il modo di difendersi questa volta sarà quello giusto, sufficiente, se si resterà saldi, se scoperchierà la casa, se strapperà via le foto dal muro, se i giorni seguenti trascorreranno a rimettere con pazienza a posto ogni cosa, nella speranza che nulla di prezioso sia andato perduto.

Alle 12.40 l’uragano mi aveva già portata fuori casa, senza che me ne accorgessi. Ho vagato confusa nell’aria opaca di polvere, cattivo odore e la stessa atmosfera stantia fino alle 12.50, opponendo inutile resistenza.

Poi ho capito di essere stata condotta a forza dove non volevo andare, oramai.

E’ così l’uragano di tutte le stagioni, ti fa fluttuare sopra un campo di rovi velenosi e se non stai allerta, se non trovi ogni volta una nuova strategia, il veleno penetra sottopelle e raggiunge i ventricoli del cuore, il sangue è pompato in modo irregolare e il respiro si fa corto e l’ossigeno scarseggia.

Si impiega molto molto tempo per ritrovare la strada di casa. Alle 13 il vento è cessato, lasciandomi in un luogo sconosciuto ma dall’aspetto familiare: la stessa devastazione di sempre. Allora ho chiamato un mio amico e gli ho detto che sarei partita per Buenos Aires. Buenos Aires, è la nostra parola d’ordine per dire: così non va bene, bisogna far qualcosa. Lui mi ha chiesto se avrei portato con me la bici nuova, io ho risposto di si.

La bici e le mie gallette di mais.

Poi mi ha domandato se sarei tornata.

Gli ho risposto di no, perché a quel punto avrei girato il mondo scansando gli uragani.

Forse sarei morta di “febbre alta a Tangeri”, oppure su una lunga strada della California accartocciata con la bici sotto un tir. Come una citazione cinematografica a metà tra il glorioso Easy Rider e un telefilm di Netflix.

Ma lui mi ha risposto seriamente (e lo benedico per questo) che era meglio la febbre a Tangeri e secondo me, ha ragione.

A volte si soffoca, per gli uragani, i rovi, la ciclicità del veleno. Non fatevi soffocare, per favore. Almeno non oltre le 13.
Poi venite con me a Buenos Aires. Si parte alle 13.01. E si ritorna, forse, soltanto non appena l’aria sarà di nuovo sottile, limpida.

Obiettivi cambiati

Consecutive moments © Hiroko Otake

Consecutive moments © Hiroko Otake

“Il prete mi ammoniva dicendo che non dovevo comportarmi mai in modo individualista, non dovevo pensare solo a me stesso! I miei genitori si auguravano che avessi un lavoro normale; i miei fratelli che finissi gli studi; i miei amici che trovassi un posto fisso. Io invece mi sono opposto a ogni tentativo di imposizione, e i miei obiettivi sono sempre cambiati. La fine di ogni singola fase della vita è stata determinata esclusivamente dalla percezione che da una determinata attività non avrei tratto più alcuno sviluppo ulteriore. Il mio nido, ogni volta diverso, mi ha consentito una continua evoluzione. Noi uomini non siamo «portati» per un determinato lavoro, abbiamo un «compito», ma nessuna «vocazione», proprio come accade per le piante o gli animali”.

 “La vita secondo me” di Reinhold Messner

Discorso sospeso

Paolo Borsellino

Paolo Borsellino

Coltiviamo per tutti un rancore
che ha l’odore del sangue rappreso,
ciò che allora chiamammo dolore
è soltanto un discorso sospeso.

– Fabrizio De Andrè, La Ballata degli impiccati.

Una scoperta

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Sono alla finestra di una casa di campagna, piove. Piove sull’erba secca e calda, su strade senza asfalto né traffico né via vai di persone. Piove con gocce pesanti d’acqua, che fanno tremare le foglie ad ogni colpo e che battono la terra con decisione. Il silenzio è quasi assoluto. Forse questo contesto fa da sfondo e contrasto perfetto ad un articolo letto oggi sul Corriere, uno scritto inedito di Fernanda Pivano su New York, uno scritto lucido e amarissimo (http://www.corriere.it/cultura/17_luglio_14/fernanda-pivano-testo-inedito-bompiani-7b663a7e-68aa-11e7-a661-7b83dfae73a6.shtml) che mi ha fatto pensare a molte cose.

Di tutto l’articolo il passaggio che ha scatenato il mio piccolo temporale interiore è stato questo: Dal lato di Wall Street, dal lato dove si estendono i villages, il sole sta battendo contro i grattacieli di banche e della Borsa e da qua sembrano veramente dei mostri, come lo sono in realtà. Mostri tenutari delle anime di tutta questa gente pigiata in questi enormi edifici. Oppure queste abitazioni qui sotto, non più palazzi di uffici, ma sempre con la gente incassata in piccole celle da alveari. È un’immagine consumata finché si vuole, però è difficile trovarne un’altra se non la si vuole sostituire con quella delle celle delle prigioni. Se si vuole si potrebbe pensare alle celle degli antichi monaci, ma qui c’è poco di ascetico. Qui c’è una specie di sacrificio della vita umana fatto per un egoismo tale che non ha neanche una giustificazione, non ha neanche in sé una possibilità di riscatto. Se si vuole una cosa sbagliata come il denaro e il potere, si ha quello che si merita: la distruzione della propria anima dentro a queste celle, sicché casomai è un ascetismo pagato a caro prezzo, non raggiunto come un premio… Ma in questo momento nessuno immaginerebbe che questi muri quasi disfatti da questa luce rosata possano nascondere gli orrori, la fame, le insidie, le manipolazioni.

A desiderare, purtroppo, non ce lo insegna nessuno. E’ assurdo se si pensa che intorno a ciò che desideriamo si muove l’intera nostra vita. Certamente nel desiderio esiste qualcosa di istintivo, di primordiale, ma il resto s’impara, perché l’essere umani, l’essere se stessi non è affatto un sapere innato, va scoperto, imparato, con immensa fatica e tenace pazienza.

Le conseguenze dei desideri sbagliati, non veramente nostri, indotti, forzati sono devastanti. Questi provocano una serie di ferite che si diffondono come epidemia attraverso i nostri contatti, le relazioni, le cose che facciamo e perfino quelle che evitiamo.
E non mi riferisco soltanto ai soldi e al potere e a tutte le loro ramificazioni, mi riferisco ai desideri legati all’idea che ci siamo fatti di noi stessi o alla confusione che abbiamo su noi stessi, ai desideri legati alle aspettative degli altri su di noi o a quanto noi vorremmo testardamente per la nostra realizzazione.

Non abbiamo la pazienza dell’attesa necessaria a capire se il desiderio che percepiamo abbia veramente a che fare con quel che siamo. E’ la fretta di determinarsi, è il bisogno di potersi e sapersi definire, il più delle volte rispetto al mondo che ci circonda. Avere una serie di cose o fare una serie di cose, appunto ben definite, ci permette di stare davanti agli altri con una certa sicurezza. Ma se quelle cose che facciamo, abbiamo e siamo non c’entrassero con noi? Se soddisfanno una serie di criteri definiti da altri, ma in verità ci fossero profondamente estranei?

Non lo so.

Quel che però intuisco è che legare la propria personale identità a sogni o progetti dai contorni tracciati fa di noi degli schiavi. E ci si sente persi, falliti e insoddisfatti se questo sogno tarda a realizzarsi, se questo o quel progetto incontra troppi ostacoli e perde di forza o di senso nel tempo o se tutto crolla all’improvviso.

Forse l’identità non è una definizione, è un processo. E nel processo tutto è mutevole. E i desideri dovrebbero mutare con noi, come se la cosa più importante, in fondo, fosse desiderare e non realizzare. Anzi, meglio, come se la cosa più importante fosse iniziare a costruire qualcosa, sulla base di quel che vogliamo, che poi, alla fine, possa essere perfino totalmente diversa dall’idea che ci eravamo fatti in partenza, ma che pure ci sembri bellissima e corrispondente, aderente e calzante al nostro divenire. Come se la realizzazione del nostro desiderio, nostro sul serio però, istintivo, consapevole  potesse essere, alla fin fine, uno svelamento, una scoperta.

Giro di Do

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

Ho conosciuto un ragazzo, si chiama Riccardo.
Stava ad un incrocio del paese nel quale mi trovo in questi giorni, nella parte orientale di quest’isola che è grande, ma pur sempre col mare come unico confine. Non ha fatto nessun cenno Riccardo con le braccia, perché in una mano teneva uno zaino colorato e nell’altra la chitarra nella sua custodia, ma ci ha guardati in un modo che non abbiamo potuto ignorare né io né la persona accanto a me. Ci siamo fermati e abbiamo fatto marcia indietro. Lui ha aperto lo sportello e ha chiesto: “Ma è questa la strada per Siracusa?”. Noi abbiamo detto si invitandolo a salire: lo avremmo accompagnato per un bel pezzo, verso la sua destinazione. “Grazie, ma grazie di cuore, di cuorissimo, ma che bello, grazie!”. Ha risposto lui.

Riccardo ha vent’anni, più o meno, le sopracciglia folte, gli occhi svegli e belli, i capelli spettinati, un po’ lunghi e un po’ mossi e un sorriso generoso. Indossava un paio di pantaloni corti e un maglione di cotone verde militare, nonostante i 40°. Aveva addosso un odore forte, di sudore, di notti insonni, di percorsi vagabondi.

Subito ha chiesto di noi con una curiosità sincera e allegra, voleva sapere chi eravamo e dove stavamo andando, perché lui è giovane e non lo sa ancora che queste domande per un adulto possono suonare minacciose! Eppure, Riccardo, si è entusiasmato per tutto: per il nostro mestiere di insegnanti, per la nostra gita al mare, per ogni dettaglio e per ogni frammento, come un cercatore d’oro che setaccia la sabbia. Era sicuro che qualcosa della nostra vita si sarebbe rivelata per lui una risorsa.

Quella mattina tornava da Pantalica. Aveva dormito lungo il fiume insieme a due ragazzi conosciuti alcuni giorni prima. Un catanese e una colombiana. Per prima aveva incontrato lei che viveva in una delle grotte che si trovano sotto al Monumento dei caduti, a Siracusa. Ha raccontato che era una tipa strana, ma con “strana”, la sua voce e il suo sguardo dicevano anche: “bellissima ed interessante”. “Come ti chiami?”, le aveva chiesto. “Tutti i nomi!”, aveva risposto lei. E così Riccardo, con un colpo da maestro, ha cominciato a chiamarla la chica del mar! Sperando di conquistarla, per sua stessa candidissima ammissione. Risalendo il fiume Calcinara Riccardo aveva inciampato più volte e si era punto e si era stancato, ma la chica del mar gli aveva insegnato a non arrabbiarsi o bestemmiare, a ringraziare piuttosto, per ogni cosa. “Oh non lo so com’è, ma giuro che dicendo grazie il dolore passa prima!”. Lo raccontava con il sorriso e cercando nel nostro sguardo una qualche conferma di questa stranezza colombiana che aveva sperimentato con  coraggio d’esploratore.

Riccardo è curioso e parla velocemente. Tra poco si trasferirà a Roma per frequentare il DAMS, non lo sa cosa vuole fare, lo deve scoprire, dice. Non ha un sogno da realizzare, uno di quei sogni a cui ci si attacca fino a cristallizzarsi sopra, no. Lui è alla scoperta, di tutto! E’ convinto che Roma sarà la città giusta per farsi conoscere, per incontrare persone, per realizzare cose.

Suona da due mesi. Gli piace costruire canzoni sul “giro di Do”. E così, tra una curva e l’altra, ha tirato fuori la chitarra, credo sia in assoluto la più scordata che io abbia mai sentito, ma la suonava con tale passione da far sembrare quello strumento in sintonia con l’intero universo. Ci ha dedicato una canzone che diceva così: “Sono in macchina e son molto contento, grazie a due persone buone che mi portano a Siracusa. E’ bello che esistano persone ancora in grado di empatia, che vogliono bene a noi giovani e ci regalano fiducia”. Stonato come una campana, ma in possesso di una vitalità potente.

Di canzoni lungo il tragitto ne ha inventate altre, su ogni cosa che gli abbiamo raccontato, tutte surreali e bellissime. Il 18 luglio un aereo lo porterà a Barcellona, poi andrà in autostop fino in Portogallo. Chissà quante cose imparerà curioso com’è, vivo com’è. Chissà quante chicas del mar incontrerà per la strada e amerà moltissimo, magari per un giorno intero, chissà se gli verrà la febbre lungo il cammino, se sognerà mai casa dormendo all’aperto, senza neppure sapere in quale regione del mondo poggia il suo sacco a pelo.

Abbiamo voluto bene a Riccardo, ci ha commosso profondamente. Ha stretto le nostre mani, forte, come fa un uomo, per ringraziarci ancora e salutarci. E noi gli abbiamo augurato ogni bene possibile lasciandolo per strada, così come lo avevamo trovato.

Che ci sia un età per ogni cosa è vero soltanto in parte, una parte minima, semmai, come dice il libro di Qoelet “c’è un tempo per ogni cosa”, che è ben diverso. E non importa essere adulti o giovani o vicini alla fine, importa semmai riconoscerlo il Tempo e riconoscerci in grado di viverlo, rigorosamente fedeli a se stessi pur in mezzo a profondissime personali trasformazioni, non attaccati o condizionati da quel che si deve e forse neppure da quel che si può. Certo, il “giro di Do” è lo stesso, sempre, ma sopra ciascuno di noi può comporre e cantare la propria canzone, “così come viene, dal cuore”, dice Riccardo.