A qual sogno

Giovanni Falcone

Giovanni Falcone

Qual ponte, muti chiedemmo, qual ponte abbiamo noi gettato sull’infinito, che tutto ci appare ombra di eternità?

A qual sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza?

da Il viaggio e il ritorno di Dino Campana.

Come una silenziosa primavera

Fiori di pesco. Foto di Carlo Columba https://www.instagram.com/carlocolumbafineart/?hl=it

Fiori di pesco.
Foto di Carlo Columba
https://www.instagram.com/carlocolumbafineart/?hl=it

Viaggeremo con un camper dall’Alaska a New York,
fino all’ultimo metro del sogno.

Vedremo le balene, il Montana, i coccodrilli della Florida
i cavalli pazzi del Kentucky vicino al Ranch di Sam Shepard.
Cercheremo Patti in un café italiano della Grande Mela,
il cappelaio matto di Central Park.

Saremo sudici e felici.
Nostro figlio non andrà a scuola.
Sarà nomade. La terra nelle scarpe.
Le unghia nere di colori ad olio sui notes della lista della spesa.

Porteremo in giro per il mondo la paura di invecchiare,
una borsa frigo con le mie fiale e
gli incubi notturni si sgretoleranno sotto i piedi del gigante “Presente”.
Rinasceremo e moriremo ogni giorno, come una silenziosa primavera.

Avremo la leggerezza di chi ha fallito tutti gli obiettivi,
mancato ogni profezia.
Avremo punti di riferimento nella stratosfera, in angoli di universo
che nessun calcolo potrà ipotizzare.
Saremo i pastori di un solo agnello, con la speranza
di vederlo andar via, saltellando..

Leggeremo libri, ci scambieremo baci, morsi alle fragole, pesche nel vino e
massaggi di labbra e di mani ai piedi gonfi di passi.
Andremo in cerca di eremiti e poeti, ragazze madri e galeotti
comporremo elegie con la vita che avremo mietuto, gialla come il grano di giugno.

Festeggeremo come un “rito perenne”, il giorno in cui ci siamo guardati,
il concepimento del piccolo profeta, il parto che mi ha dato occhi di animale selvatico.
Non ci saranno compleanni, la linea del tempo avrà abbandonato la tangente,
Bohémien chissà dove.
Non tornerà mai più.

Guarderemo di tanto in tanto le nostre tristezze, per poi riporle con cura e integre
in preziose scatole intarsiate a mano.
Porteremo al collo, ai polsi e alle caviglie gli affetti più cari.
Tintinneranno ad ogni nostro passo di danze gitane, ad ogni braccio teso al saluto.

Noi finiremo.

Il nostro giardino sarà felice per sempre.

Un passero, il vento, un lupo, mio figlio.

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Djali im këndon!
Nella lingua di mia nonna e di mia madre vuol dire: “Mio figlio canta!”.

Djali im, il mio bambino, ieri ha cantato per la prima volta.
Lui ha 21 mesi e pochi giorni, pronuncia molte parole ma non articola frasi, eppure canta!

Lo ha fatto ieri, prima di andare al nido:  “…guri a te, guri a te!”. Parole storpiate su note perfette: la canzone del buon compleanno.

Era stupito e contento d’esservi riuscito, l’ho capito da come mi ha chiamata. Sì è messo dietro la porta del bagno, dentro il quale una mancata diagnosi spesso mi imprigiona e nasconde ai suoi occhi e mi ha fatta partecipe del suo successo: “Mamma! …guri a te! Mamma mamma …guri a te!”.

Sono uscita dal bagno con la faccia stravolta dal dolore, ma lui non si è preoccupato come quando mi vede star male, perché un lampo di gioia mi aveva acceso lo sguardo e i miei occhi erano in festa!

Djali im lo ha capito e si rimesso a cantare girando su stesso, senza mai togliermi gli occhi dagli occhi mentre insieme, così, giravamo il mondo!

Lo guardavo, e mi sentivo come se tutte le ferite del pianeta si potessero cicatrizzare, i bulbi fiorire all’istante, i deboli rinvigorire e risorgere i morti!

Ho trascorso la giornata attraversando il futuro per tutte le strade che riuscivo ad immaginare, così l’ho sognato con una chitarra tra le braccia, la pelle di sale, il sole nel cuore, nel corpo l’amore, che cantava in cerchio sul far del  tramonto di una spensierata estate, un po’ profeta e un po’ marinaio in tempesta, come il suo nome vuole.
E poi in auto, mentre guida solo rientrando a casa, con la radio accesa a storpiare intonato le parole di una famosa Hit.
E poi sotto la doccia, dopo una giornata di lavoro, avvolto dal vapore e da pensieri difficili da districare.
E poi guardando negli occhi il suo nuovo amore o il suo amore di sempre.
E poi mentre cucina l’arrosto la vigilia di Natale.
E poi ai suoi bambini per farli addormentare con Pale Blue Eyes dei Velvet Underground, mentre pensa o racconta che così faceva sua madre.

E’ stato come se prendendo la sua prima nota, lo avessi visto saltare sul trampolino della vita con un salto lento e altissimo, fino a vederlo scomparire dal mio sguardo, così come è giusto che accada. Mi sono emozionata, entusiasmata, spaventata ed innamorata di questo figlio ancora e ancora, stupendomi della sua esistenza, che ce lo avevo nel sangue questo figlio, nelle cellule, nei pensieri, tutto dentro la carne, tutto a riempire il cuore. Era tutto sotto le palpebre, nelle orecchie, infilato sotto le unghie, dentro ai seni, navigava nel midollo, nelle pieghe del cervello, nelle curve dell’intestino, nella radice di ogni capello, dentro le pupille gustative, nel nucleo più profondo della leucina-encefalina delle lacrime che ho pianto, temendo di non riuscire a trovarmi mai; era nelle corde vocali che ho aperto, spalancato come una finestra all’aria fresca del mattino mentre lo consegnavo, altro da me, alla Luce di un giorno di primavera!

Letteratura italiana, greca, latina, inglese e poi elucubrazioni teologiche e spirituali, ideologie, teorizzazioni.
Poi.
Poi mio figlio.
Distruttore implacabile di tutte le chimere.

Djali im këndon!
Mia nonna materna cantava sempre, forse per questo ho pensato in albanese ascoltando il primo canto di mio figlio. Cantava mentre cucinava, grattugiava il pane raffermo o puliva la verdura. Cantava in albanese, in dialetto, in italiano. Prendeva una parola della frase che le avevi appena detto e la trasformava in un canto! Cantava pregando il suo Dio, come Miriam nel deserto o il re Davide davanti l’Arca dell’Alleanza, cantava quando era triste e quando era contenta, e solo il cielo sa quanto lo abbia fatto per sopportare la nostalgia.

Quando mio figlio ha cantato io mi sono sentita… salva! Perché “Dove si canta nessuno viene derubato, i malvagi non hanno canti” (Johann Gottfried Seume).

Da quando è nato abbiamo la grazia di vivere dove arriva il canto degli uccelli: i gabbiani, i merli, le tortore, i passeri, le cinciallegre e qualche pettirosso. Passeggiamo tendendo l’orecchio: “Sshhh, ascolta!”. E lui ascolta, li cerca con gli occhi, ma non sempre riesco ad indicargli da dove arrivi quel canto. E mi pare sia proprio sensato così: da dove venga il canto che ci commuove ed emoziona nessuno davvero lo sa. E’ difatti un mistero, nonostante tecnicamente si possa ricostruire, analizzare, osservare. Un po’ mistero, un po’ miracolo, come il canto delle balene, come il sibilo del vento, come l’ululato dei lupi, come mio figlio.

(Foto di Ronan Donovan)

(Foto di Ronan Donovan)

Non ti spaventare mai.

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Patti Smith gira il mondo, dal Giappone alla Francia, dall’Inghilterra alla Tunisia. Cerca le tombe degli scrittori, dei poeti, delle grandi voci femminili dell’arte e della letteratura. Pulisce le lapidi, toglie la polvere e le incrostazioni che la pioggia lascia sulle foto, mette fiori freschi, scatta con la Polaroid un ricordo e scrive versi di gratitudine.

Al cimitero, in questo 2019 che si chiude, io ci sono stata due volte. Ad aprile ho seppellito mia nonna e a dicembre la madre del mio amore.

Di mia nonna so dire poco. Non l’ho ancora pianta la sua morte. Ma so che lei aspetta con pazienza le mie lacrime e il mio addio. Sa che sono infinitamente stanca e provata e che non posso piangere, che mi servono acqua e sale per restare a galla. E, ne sono certa, è sicura che a galla ci riuscirò a stare.
Patti sarebbe affascinata dall’infanzia di mia nonna, vissuta tra le strade di un piccolo paese vicino al mare, sette fratelli una piccola casa, profumata ogni giorno di pane e di buccellati, zucchero e fichi a dicembre. La starebbe ad ascoltare mentre le racconta del suo lavoro al manicomio, quando sulla terrazza stendeva le lenzuola dei malati ad asciugare e si aggiustava i capelli che il vento scompigliava cercando di mandar via dal bucato l’acqua in eccesso e la disperazione di quel luogo. Il nonno passava di sotto in bicicletta, dando voce al campanello che risuonava come una melodia d’amore in una Palermo ancora silenziosa. Lei si riparava gli occhi dal sole per guardare meglio il nonno, lui salutava, lei sorrideva. Poi il nonno le scrisse una lunga lettera, “E che c’era scritto Nonna?”, a distanza di sessant’anni rispondeva ancora: “Le sue cosuzze”, custodendo integro il segreto del loro amore per sempre giovane.

Disegno di Zhera Dogan

La mano di Fatima, disegno di Zehra Dogan

E se potessi portare a Patti una fetta della mia torta all’arancia per il suo compleanno, mi siederei sulla sua poltrona di pelle scansando il gatto e le direi che la nonna mi manca e che non riesco a pensarla senza sentire uno strappo al cuore che non posso sopportare. Le racconterei dell’ultima volta che l’ho vista, ormai a letto e apparentemente senza memoria del presente. Ha aperto gli occhi su mio figlio e gli ha mandato dei baci con la mano che immagino siano arrivati al piccolo come benedizione perenne. Glielo racconterei cercando il conforto che le donne più giovani dovrebbero poter ricevere dalle più anziane, una volta liberate dallo stereotipo crudele che ci vuole nemiche, anziane contro giovani, brutte contro belle, grasse contro magre, madri contro donne senza figli. Una follia, una bugia, una violenza.
Io mi butterei tra le braccia di Patti, e le chiederei di raccontarmi della sera in cui consolò l’insicurezza di Janis Joplin o di quando passava la notte a disegnare sui pavimenti sudici del Chelsea Hotel, mentre i suoi sogni si trasformavano tutti e velocemente senza mai tradirsi o tradire.

La madre del mio amore è morta il primo giorno della novena di Natale. Io la conoscevo da poco anche se nel suo mito ci ero cresciuta e mia sorella porta il suo nome. Con mia madre ha condiviso un anno di viaggi verso una scuola sperduta sulle Madonie. Viaggiavano in tre, con la neve, con il vento, con il caldo. Durante il viaggio lei che era la più anziana coi figli ormai grandi dispensava consigli a chi, come la mia mamma, aveva una bimba piccola ed una appena nata, io. Nessuno avrebbe potuto pensare che un giorno quella bimba appena nata avrebbe corrisposto l’amore del suo primogenito dando vita ad una storia che Patti capirebbe senza troppe spiegazioni con quell’animo di animale fantastico che le è stato dato in dono.
Mio figlio somiglia tanto a sua nonna paterna. Ha le stesse sopracciglia e le stesse espressioni, lo stesso labbro inferiore e lo stesso carattere forte. Non era una donna semplice, la madre del mio amore, un po’ l’ho capito ed un po’ l’ho saputo, ma la fedeltà che ha avuto verso se stessa è per me insegnamento ed eredità.
Anche in questo caso Patti avrebbe ascoltato con devozione i suoi racconti della guerra, di una Roma assediata, della fame, della miseria, della paura e della dignità. L’ho conosciuta poco e per poco, ma i racconti che mi ha fatto di quei tempi io non li scorderò finché avrò vita. I testimoni delle guerre non dovrebbero morire mai: l’attesa del padre, capitano dei Vigili del Fuoco, alla fermata del bus senza nessuna certezza di vederlo tornare, la madre incinta che piangeva al pensiero di come nutrirsi per poter allattare quel figlio che stava per arrivare, quella bomba caduta sul palazzo di fronte al loro, dove una madre che aveva appena partorito e non poteva correre ai ripari è rimasta sotto le macerie insieme alla sua bambina, davanti ai loro occhi che quasi non sapevano più piangere. Per aver superato e raccontato tutto questo io le sarò per sempre grata.

Patti Smith, autoritratto.

Patti Smith, autoritratto.

Il compleanno di Patti è da anni oramai il mio personale capodanno, quel giorno denso di sentimenti e bilanci, di paure e speranze, con un nodo in gola ed il cuore che trema dinanzi all’esistenza che procede senza farsi dominare. Quest’anno, per me quello della resistenza e della vita e della morte avvinghiate fra loro, è così che l’ho voluta celebrare la mia Patti, raccontandole idealmente di queste due donne, di una letteratura orale che resta scritta nella vita delle persone, del mio giro del mondo dentro alle storie incrociate, delle mie passeggiate lungo i viali dei cimiteri della mia città, dove non c’è modo di ripararsi dalla morte che circonda.

Ma una volta, la madre del mio amore, raccontandomi di alcune sue dolorose vicissitudini matrimoniali, mi ha preso la mano fra le sue e mi ha detto: “Non ti spaventare mai, noi ragazze ce la caviamo sempre!”. Questa solidarietà e questa confidenza sono nel mio cuore un argine alla morte.

La condivisione della propria vita accorcia le distanze e crea legami indissolubili. Non importa se questo avvenga tra persone che si conoscono davvero o grazie alle parole che si scrivono e si condividono. Io ho pianto la morte di Fred Sonic Smith, perché Patti l’ha raccontata mettendo in gioco se stessa. Così come ho gioito delle sue gioie e ho avuto con lei paura e fame, con lei ho sopportato i pidocchi ed ho mangiato pane raffermo insieme ai barboni afro americani, poeti notturni di Central Park.
Questa è la forza dei testi di Patti, in quelle pagine si consegna a chi legge, non ignara dei rischi immagino, ma fiduciosa, quasi bisognosa di credere che la forza delle esperienze vere sostiene le persone, disinnesca gli odi e i rancori, attenua i dolori, espande la gioia.

Ecco cos’è questo compleanno/capodanno per me oggi, è un inno di gratitudine per chi è com’è e ne fa dono al mondo.

Buon compleanno Patricia Lee Smith, la vita sia sempre con il tuo spirito.

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La luna, il fuoco, una danza.

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Il mio letto è come un terrazzo. Da qui vedo il giardino e gli alberi e la luna calante. È grande e luminosa ed ha attorno un’aura splendente che in arabo si chiama “Hala”.

Accanto a me, a sinistra, dorme il mio bambino. È piccolo ancora. Non sa parlare, ma sa amare. Oggi mi ha amata con gli occhi ed una parola. Mentre ballavo i Guns N’ Roses nella sua camera e lui giocava a tuffarsi dal letto sui cuscini si è fermato e mi ha guardata, aveva gli occhi pieni di luce e sorridendo ha detto piano a se stesso: “…mamma!”.

Accanto a me, a destra, dorme il mio amore, il padre del mio bambino. Stasera ha acceso il fuoco per noi ed abbiamo cenato davanti al camino. Abbiamo parlato poco, ci siamo accarezzati molto e poi ancora.

È sabato, sono le 21.29 e noi siamo già a letto. E siamo sfiniti, a tratti impauriti, ma felici.

È davvero probabile che l’amore ci salverà tutti.

Il fiore della vita

Abbiamo piantato un mandorlo sulla placenta del nostro bambino.

Per sedici mesi è stata custodita al freddo, fino a quando non ci si è manifestato il momento opportuno.

Quando l’ostetrica che ha preparato e assistito la nascita di nostro figlio ha aperto l’involucro che la custodiva, pensavo mi facesse impressione, invece  la placenta era lì, bellissima e potente. Aveva ricominciato a sanguinare, del sangue vivo mio e del piccolo Giona, come durante la gravidanza e il parto. Dopo tutti questi mesi era ancora irrorata di forza vitale.

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Non ho faticato allora a credere a tutti i miti che ne raccontano il potere e il mistero, dai greci ai maori, fino ai giorni nostri.
Dal punto di vista della scienza, il patrimonio genetico più vicino a quello di mio figlio: perfino la medicina sembra poesia.

Ogni popolo ha la sua tradizione, per alcuni è dea, per altri drago, per altri immagine dell’albero della vita. La si usa per preparare medicamenti, la sì conserva in pozioni, la si mangia perfino, la si pianta in un luogo significativo, in ogni caso ha il compito di guarire e di proteggere.

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Il cordone ombelicale è detto “acchiappa sogni”, per questo è bene conoscere i propri desideri e dirli al cuore dopo averle dato sepoltura. Io l’ho fatto, stretta nell’abbraccio del padre di Giona. E svelare al cuore i desideri mi è parsa una grande protezione, l’inizio di una buona guarigione.

Sapevo di non volerla lasciare ai rifiuti sanitari dell’ospedale. L’avevo partorita al pari di Giona, mi apparteneva.

E proprio mentre Giona giocherellava l’abbiamo posta nella buca preparata con cura. Guardandola ho pensato: “Bene, una parte di me viene restituita alla terra”. Mi sono commossa perché sono viva ma morirò e vederne i segni è sapienza e benedizione.

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Con la terra morbida e fresca l’abbiamo ricoperta e poi piantato sopra la zolla di un mandorlo. Giona lo vedrà fiorire e portare frutto, perdere le foglie e rinascere di nuove gemme, così conterà le stagioni e i suoi anni, fino a quando non andrà per la sua strada.

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Scrivo perché credo che tutte e tutti possono recuperare questa ricchezza, perché anche il parto più medicalizzato e feroce porta con sè risorse infinite di bene che restano vive come il sangue della placenta.

Possiamo invertire il passo. Cambiare, recuperare, trasformare, ri-vivere.

La  sera Giona si è addormentato al seno. Mentre ciucciava con la mano mi accarezzava il petto, il viso, l’altro seno. Io sentivo il suo fiato addosso: “Se non è questo lo Spirito Santo” – ho pensato. Intanto dal mio corpo il sangue del mestruo e mi sono sentita viva e forte, selvatica, nonostante la stanchezza, le ferite, il sonno, la paura della vita.

Il corpo, la terra, le viscere, il sangue, l’amore.

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Quando l’embrione sta per cominciare la sua seconda settimana di vita, ha inizio il processo d’impianto che dura 3 o 4 giorni; si conclude generalmente entro il dodicesimo giorno. Sì forma il sacco amniotico, che funge da culla per l’embrione, mentre avviene la fuoriuscita del trofoblasto che si aggancia all’endometrio addentrandosi al suo interno e costituendo la Placenta, il mandala o fiore della vita.

Robin Lim, “Il chakra dimenticato. Il libro della placenta”.

La chiave

Sicilia, estate 2017

Sicilia, estate 2017

Tutto quello di cui avevo bisogno mi si era manifestato in un frammento di secondo, come se di colpo sapessi tutte le risposte o la strada esatta per una destinazione impossibile.
Vidi tutto quello che avevo davanti, in un istante che immediatamente scomparve, lasciando però il segno.
Intuii che quando sarei stata pronta avrei avuto la chiave.

  • Patti Smith, Devotion.

Infrangere, spaccare.

Villa Trabia, Palermo.

Villa Trabia, Palermo.

Vorrei essere bella come una serra abbandonata,
farmi crescere dentro vegetazioni selvagge, disordinate,
spontanee,
arruffate,
coi rami infrangere vetri
nuovi germogli che allungano verso il cielo.
Crescere,
piano piano,
piegar le sbarre di ferro,
uscir fuori
e seguir luce
aria
acqua
nutrimento.
Con le radici
strabordare i vasi
e spaccare, spaccare, spaccare il cemento.

Il cielo, l’attesa.

Il 27 luglio 2017 moriva di SLA Sam Shepard.

Eufemia lo ha amato e ama moltissimo ed ogni anno gli rende omaggio, come può e sa.

Sam Shepard

Sam Shepard

Why is he watching me? I can’t understand that. Nothing. I just lie here. Waiting for someone to find me. I just look up at the sky. I can smell him close by.

Sam Shepard, Spy of the First Person.

La gioia viva

I pini hanno gli aghi
che pungono i piedi.
Il silenzio è una casa,
bella! Più di quel che credi.

Ci abita dentro il respiro di mamma,
Il latte, la notte, la luna, la nanna.
Ci abita il sole cocente del giorno
i baci, l’amore, l’andata e il ritorno.

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Fra gli alberi cresce la nostalgia
dalla mamma mi allontano
ma senza andar via.
Inseguo i grilli, le formiche veloci
Il vento leggero
le foglie
un sentiero!

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La luce fa tremule tutte le cose
la mamma e me
le piante odorose.

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Mi sporco e mi lavo
sono selvaggio
per crescere bene
ci vuole coraggio!

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La mamma lo dice:
papà bambino
giocava qui ed era felice!

E la gioia resta viva
perfino sulla pietra.
La cerco, la trovo
mi avvolge come un manto.
Guarda come è bello!
E restami qui accanto!

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