Un sogno obliato

Paolo Borsellino

Paolo Borsellino

Amai la verità che giace al fondo, quasi un sogno obliato, che il dolore riscopre amica. Con paura il cuore le si accosta, che più non l’abbandona.

Amai, Umberto Saba

Semi tra le pietre

Viaggiamo nel tempo, ogni volta.

L'Etna

L’Etna

E torniamo diversi, più noi stessi e inadatti al mondo.

Ho cucinato torte di grano saraceno in un vecchio forno senza regolazione, Giona ha imparato a lanciare pigne oltre i muretti a secco, lavare i piatti, sedersi sul vasino, camminare tra le spine. Tu hai percorso la campagna in cerca di semi, uomo primitivo, visionario e profeta.

Foto di Carlo Columba

Foto di Carlo Columba

Siamo rimasti la sera seduti fuori, coi maglioni larghi e la kefiah al collo a farci punzecchiare dai moscerini, immobili come asceti, immersi nell’aria, nel silenzio e nel desiderio che gira come macina da mulino e dà sapore al nostro pane quotidiano.

Ci siam lavati poco, vestiti a caso, dormito mischiando calzini alle lenzuola e pigiami improvvisati ad un sogno ininterrotto, perseveranti come grilli nelle notti d’estate.

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Abbiamo attraversato l’isola per asciugare lacrime, abbracciare i vivi, seppellire i morti, portare il nostro amore agli amati ed osservare il dolore che non avvisa né risparmia. Siamo tornati alla campagna come si torna nelle tane, ci siamo leccati le ferite e baciati alla luce della luna che Giona scova sempre, di notte o di giorno, tra le fronde, i tetti, le nuvole: “Mamma ho trovato la luna e una stella!”.

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Giona impara che ci si bacia spesso e per tutto, dappertutto. Mi chiama mamma, Giulia, gioia.

Amore, amore, amore, cambiamo ancora! Con intatto timore. Mescoliamo ogni cosa, di nuovo, costruiamo futuri meticci e cresciamo un figlio animale selvatico, indomito che impari a spezzare recinti  di filo spinato coi denti.

Figlio selvatico

Chiamiamo per nome ogni dolore. Dimmi che mi ami con immutata e commossa meraviglia. Scambiamoci promesse feconde tra Acanti bruciati dal sole che affidano fiduciosi i semi alle pietre.

Foto di Carlo Columba

Foto di Carlo Columba

In campagna le cinciallegre saltellano tra i rami dei cipressi.

Hai nostalgia, tu, dei canti di uccelli numerosi sul pino grande.

Hai la vita dietro le spalle, il futuro fra i rami più alti degli alberi.

Giona è uno scoiattolo.

Foto di Carlo Columba

Foto di Carlo Columba

Siamo tornati, con bagagli di oracoli, miele e mandorle tostate.

Nostro figlio ha piccole radici sotto i suoi piedi.

 

 

 

A qual sogno

Giovanni Falcone

Giovanni Falcone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qual ponte, muti chiedemmo, qual ponte abbiamo noi gettato sull’infinito, che tutto ci appare ombra di eternità?

A qual sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza?

da Il viaggio e il ritorno di Dino Campana.

Infrangere, spaccare.

Villa Trabia, Palermo.

Villa Trabia, Palermo.

Vorrei essere bella come una serra abbandonata,
farmi crescere dentro vegetazioni selvagge, disordinate,
spontanee,
arruffate,
coi rami infrangere vetri
nuovi germogli che allungano verso il cielo.
Crescere,
piano piano,
piegar le sbarre di ferro,
uscir fuori
e seguir luce
aria
acqua
nutrimento.
Con le radici
strabordare i vasi
e spaccare, spaccare, spaccare il cemento.

Un filo di paura

Giovanni Falcone

Giovanni Falcone

Dove fiorisce il rosmarino c’è una fontana scura
dove cammina il mio destino c’è un filo di paura
qual è la direzione nessuno me lo imparò
qual è il mio vero nome ancora non lo so.

da “Canto del servo pastore” di Fabrizio De Andrè

Discorso sospeso

Paolo Borsellino

Paolo Borsellino

Coltiviamo per tutti un rancore
che ha l’odore del sangue rappreso,
ciò che allora chiamammo dolore
è soltanto un discorso sospeso.

– Fabrizio De Andrè, La Ballata degli impiccati.

Giro di Do

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

Ho conosciuto un ragazzo, si chiama Riccardo.
Stava ad un incrocio del paese nel quale mi trovo in questi giorni, nella parte orientale di quest’isola che è grande, ma pur sempre col mare come unico confine. Non ha fatto nessun cenno Riccardo con le braccia, perché in una mano teneva uno zaino colorato e nell’altra la chitarra nella sua custodia, ma ci ha guardati in un modo che non abbiamo potuto ignorare né io né la persona accanto a me. Ci siamo fermati e abbiamo fatto marcia indietro. Lui ha aperto lo sportello e ha chiesto: “Ma è questa la strada per Siracusa?”. Noi abbiamo detto si invitandolo a salire: lo avremmo accompagnato per un bel pezzo, verso la sua destinazione. “Grazie, ma grazie di cuore, di cuorissimo, ma che bello, grazie!”. Ha risposto lui.

Riccardo ha vent’anni, più o meno, le sopracciglia folte, gli occhi svegli e belli, i capelli spettinati, un po’ lunghi e un po’ mossi e un sorriso generoso. Indossava un paio di pantaloni corti e un maglione di cotone verde militare, nonostante i 40°. Aveva addosso un odore forte, di sudore, di notti insonni, di percorsi vagabondi.

Subito ha chiesto di noi con una curiosità sincera e allegra, voleva sapere chi eravamo e dove stavamo andando, perché lui è giovane e non lo sa ancora che queste domande per un adulto possono suonare minacciose! Eppure, Riccardo, si è entusiasmato per tutto: per il nostro mestiere di insegnanti, per la nostra gita al mare, per ogni dettaglio e per ogni frammento, come un cercatore d’oro che setaccia la sabbia. Era sicuro che qualcosa della nostra vita si sarebbe rivelata per lui una risorsa.

Quella mattina tornava da Pantalica. Aveva dormito lungo il fiume insieme a due ragazzi conosciuti alcuni giorni prima. Un catanese e una colombiana. Per prima aveva incontrato lei che viveva in una delle grotte che si trovano sotto al Monumento dei caduti, a Siracusa. Ha raccontato che era una tipa strana, ma con “strana”, la sua voce e il suo sguardo dicevano anche: “bellissima ed interessante”. “Come ti chiami?”, le aveva chiesto. “Tutti i nomi!”, aveva risposto lei. E così Riccardo, con un colpo da maestro, ha cominciato a chiamarla la chica del mar! Sperando di conquistarla, per sua stessa candidissima ammissione. Risalendo il fiume Calcinara Riccardo aveva inciampato più volte e si era punto e si era stancato, ma la chica del mar gli aveva insegnato a non arrabbiarsi o bestemmiare, a ringraziare piuttosto, per ogni cosa. “Oh non lo so com’è, ma giuro che dicendo grazie il dolore passa prima!”. Lo raccontava con il sorriso e cercando nel nostro sguardo una qualche conferma di questa stranezza colombiana che aveva sperimentato con  coraggio d’esploratore.

Riccardo è curioso e parla velocemente. Tra poco si trasferirà a Roma per frequentare il DAMS, non lo sa cosa vuole fare, lo deve scoprire, dice. Non ha un sogno da realizzare, uno di quei sogni a cui ci si attacca fino a cristallizzarsi sopra, no. Lui è alla scoperta, di tutto! E’ convinto che Roma sarà la città giusta per farsi conoscere, per incontrare persone, per realizzare cose.

Suona da due mesi. Gli piace costruire canzoni sul “giro di Do”. E così, tra una curva e l’altra, ha tirato fuori la chitarra, credo sia in assoluto la più scordata che io abbia mai sentito, ma la suonava con tale passione da far sembrare quello strumento in sintonia con l’intero universo. Ci ha dedicato una canzone che diceva così: “Sono in macchina e son molto contento, grazie a due persone buone che mi portano a Siracusa. E’ bello che esistano persone ancora in grado di empatia, che vogliono bene a noi giovani e ci regalano fiducia”. Stonato come una campana, ma in possesso di una vitalità potente.

Di canzoni lungo il tragitto ne ha inventate altre, su ogni cosa che gli abbiamo raccontato, tutte surreali e bellissime. Il 18 luglio un aereo lo porterà a Barcellona, poi andrà in autostop fino in Portogallo. Chissà quante cose imparerà curioso com’è, vivo com’è. Chissà quante chicas del mar incontrerà per la strada e amerà moltissimo, magari per un giorno intero, chissà se gli verrà la febbre lungo il cammino, se sognerà mai casa dormendo all’aperto, senza neppure sapere in quale regione del mondo poggia il suo sacco a pelo.

Abbiamo voluto bene a Riccardo, ci ha commosso profondamente. Ha stretto le nostre mani, forte, come fa un uomo, per ringraziarci ancora e salutarci. E noi gli abbiamo augurato ogni bene possibile lasciandolo per strada, così come lo avevamo trovato.

Che ci sia un età per ogni cosa è vero soltanto in parte, una parte minima, semmai, come dice il libro di Qoelet “c’è un tempo per ogni cosa”, che è ben diverso. E non importa essere adulti o giovani o vicini alla fine, importa semmai riconoscerlo il Tempo e riconoscerci in grado di viverlo, rigorosamente fedeli a se stessi pur in mezzo a profondissime personali trasformazioni, non attaccati o condizionati da quel che si deve e forse neppure da quel che si può. Certo, il “giro di Do” è lo stesso, sempre, ma sopra ciascuno di noi può comporre e cantare la propria canzone, “così come viene, dal cuore”, dice Riccardo.

 

Ad occhio nudo

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Ho scelto il mare tra le pietre. Lontano dalle spiagge attrezzate, affollate, martoriate. Qualche scalino diroccato per accedere a scogli biforcuti come lingue pietrificate di rettili. Pietre ostili ed abbandonate. Pietre che costringono a premeditare i passi, uno ad uno. Tra gli scogli trovo tutta la miseria del nostro popolo: cassette di polistirolo gettate dai venditori ambulanti di pesce. Scendono tra gli scogli a cercare alghe per ornare i pesci comprati al mercato tutti in fila ed eguali, per farli sembrare figli unici rubati al mare. Poi, a vendita avvenuta, quel che rimane lo buttano via insieme alle cassette, perché se una cosa non la si vede, non c’è. Si dissolvono le responsabilità. La preoccupazione di farla franca è più forte della bellezza e dell’armonia, più forte delle meraviglie che ci sono toccate in sorte. Non ci lasciamo educare dalla bellezza. La bellezza ci terrorizza, perché possiede una energia vitale che tutto coinvolge. E così le cassette coi resti di pesce si, erano oscene, ma drammaticamente familiari. Brandelli di animali a soddisfare quel senso della morte che noi siciliani portiamo nel DNA come anello immutabile, di generazione in generazione.

L’aria era fresca, il sole caldo, il mare leggermente increspato, il suo profumo ovunque. Nonostante fossi in compagnia sono rimasta a lungo in silenzio, un silenzio pieno, comunicativo, sereno. Ma non sono riuscita a pensare a nulla, perché tutta l’immobilità delle pietre si è animata, piano piano, esigendo la mia attenzione. Quando si guardano le stelle nelle notti d’estate, più si osserva il cielo più aumenta il numero di stelle che ad occhio nudo si riescono a guardare. L’occhio nudo. Una nudità antica, fragile, ma tenace.

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A tener fisso lo sguardo sugli scogli, a lungo, si scoprono mille piccole, piccolissime vite a prima vista invisibili: i pomodori di mare, rossi e morbidi, strane lumache con un guscio a piramide che camminano lentamente e costantemente da una parte all’altra, senza mostrare mai il proprio corpo. Sembra solo un guscio mobile, con un segreto dentro. Poi ci sono i granchi, piccoli, neri o color della pietra. Sono veloci e buffi, spariscono dentro i fori di quelle rocce modellate dall’acqua, piene di nascondigli e luoghi inaccessibili. E infine gli insetti: piccoli e grandi, con le ali, senza ali, neri o colorati. Colonie intere che si sono disperse non appena ci siamo accampati su una delle pietre meno ostili, per poi tornare sporadici e in pace, a cercar di recuperare il proprio spazio, le proprie attività.

In mare, vicino agli scogli che sprofondano in acqua nuotano pesci invisibili: li si vede solo se ci si ferma a guardare per minuti lunghi e senza fretta. Piccoli pesci quasi trasparenti, altri perlati, altri ancora neri e marroni, qualcuno rosso. Molti nuotano con disinvoltura senza una direzione precisa, almeno così pare. Destra sinistra, destra sinistra…senza metà. Altri restano aderenti agli scogli e più che nuotare, strisciano. Delle pietre assumono i colori e con le stesse si confondo stando fermi, immobili.

In cielo, i gabbiani. Uno di loro ci ha tenuto compagnia. Aveva avvistato i resti di pesce. Davanti a noi ha eseguito una serie di manovre di ammaraggio perfette. Planava leggero, aerodinamico, preciso. Pian piano ha preso confidenza, ha capito che noi non eravamo armati di nessun odio o istinto di morte nei suoi confronti, solo di un po’ di invidia per la sua leggerezza, per la possibilità di spiccare il volo diretti ovunque. Due, tre, quattro saltelli, poi in un baleno ha preso il pesce e penzolante dal becco lo ha portato un po’ a largo per consumare il simbolo del nostro animo decadente in santa pace.

L’acqua era fredda e pulita. Il corpo timido.

Io ho paura del mare, anche se ho un passato di nuotatrice. In mare non ci sono i confini delle piscine olimpiche e l’acqua è troppo, troppo leggera. Si nuota con minore fatica e maggior pensiero. In piscina, durante i km di allenamento il cervello riposa, i pensieri lasciano il posto alla gestione dello sfinimento, della stanchezza, dei muscoli doloranti. Quando nuoto in mare il mio cervello resta vigile, in allerta. Il mare è incontrollabile. E’ pieno di vite che non conosco, di cui percepisco e so la presenza, ma che non vedo. Mi sento guardata dalla forza primordiale del mondo e mi spavento.
Lo amo e lo temo, come nelle migliori delle tradizioni.
“Il mare è traditore”, si dice. Ma forse è semplicemente molto molto molto più grande e potente di noi. L’occhio, l’occhio nudo non lo può comprendere, anzi, il mare è a perdita d’occhio. Ne possiamo scegliere una porzione, piccola, tra le pietre, osservare il suo mondo attorno, perfino dentro, ma non di più.

Tra uno scoglio e l’altro c’era una piccola cavità. Ad ogni spinta del mare verso terra la cavità si riempiva d’acqua e quando l’acqua si ritirava appena, si svuotava. Sembrava come un ventricolo. Anche le pietre respirano.

La sera a casa il sole a picco sulle spalle restituiva il calore. La nostra è una pelle fragile. Non voliamo, non nuotiamo nelle profondità, non possiamo esporci a lungo al sole che riflette sull’acqua. Siamo inadatti al mare e per poterlo vivere dobbiamo attrezzarci di molti strumenti.

Esercita su di noi il fascino delle cose grandi, e come l’acqua tra gli anfratti degli scogli, il mare arriva dentro, lì dove si annidano i sentimenti migliori, i sogni grandi, gli amori mai sopiti. Il mare placa la rabbia che corrode e restituisce il senso della misura delle cose. E le cose, le situazioni, gli stati d’animo e i pensieri, sono molti, diversi, come i pesci e le lumache di mare sono invisibili ad uno sguardo frettoloso e disattento. Tutto sembra uguale, ma niente lo è davvero. Abbiamo bisogno di tempo, di calma, di pazienza e di curiosità per permettere all’occhio nudo di guidarci nel mare aperto delle nostre complessità.

Fuoco pazzo

(Giovanni Falcone - Francesca Morvillo)

(Giovanni Falcone – Francesca Morvillo)

Il mondo è fatto così – , rivelò. – Un mucchio di gente, un mare di fuocherelli.
Ogni persona brilla di luce propria in mezzo a tutte le altre. Non esistono due fuochi uguali. Ci sono fuochi grandi e fuochi piccoli e fuochi di tutti i colori. C’è gente di fuoco sereno, che non si cura del vento, e gente di fuoco pazzo, che riempie l’aria di faville. Certi fuochi, fuochi sciocchi, non fanno lume né bruciano. Ma altri ardono la vita con tanta passione che non si può guardarli senza strizzare gli occhi; e chi si avvicina va in fiamme.
                                                                                                               Eduardo Galeano

Nessun confine

Kasbah di Mazara del Vallo.

Kasbah di Mazara del Vallo.

In arabo confine si dice al hudud. L’ho imparato da poco. Ed ho capito ieri che saperlo non mi servirà a niente. Tra la Sicilia e l’Africa settentrionale il confine non esiste. Esiste una sponda, poi un tratto di mare, poi un’altra sponda.

Mi hanno spiegato che in Sicilia sono due le zolle che s’incontrano, la Sicilia è una terra mista. La val di Noto è d’Africa, il resto è d’Europa. E lì dove le due zolle provano da millenni a diventare una sola l’Etna si agita di fuoco e di potenza.
Da Mazara del Vallo la Tunisia dista 153 chilometri. Se ci fosse una strada al posto del mare potremmo andare e tornare da un altro continente in tre ore appena. Ma la strada non c’è. E noi restiamo quell’isola che spesso non vorremmo essere.

Mazara è una città bianca. E’ bianca di riflessi di luce sul mare e di intonaco fresco della Kasbah, il quartiere tunisino che da lì continua qui, sulla sponda opposta, come se fosse, compreso il mare, un’unica grande città, unita, uguale. Dove le sue stradine s’intrecciano e non arriva il frastuono del traffico i sussurri si amplificano come in passato le voci degli uomini antichi. Sui muri ogni ceramica racconta una storia di incontri, di colori, di vita condivisa tra le due sponde, fra innesti riusciti e conquiste di sangue. Non è facile la pace. E Mazara prova a dirlo in ogni modo possibile.

Per strada, di tanto in tanto, s’incontrano ragazzine adolescenti di lingua araba. Parlano velocemente, muovendo le mani e gli occhi come fanno le ragazze, mettendoci dentro tutta la vita in eccesso che portano in corpo e che cade al passaggio, come scia di terra verdeggiante. Sono gesti familiari in una lingua simile ma diversa, come ascoltare la propria voce senza capirne a fondo significato e suono. Io ho sorriso più volte, per quella mia pelle scura come la loro. I compagni a scuola mi prendevano in giro, perché sembravo tornare dal mare d’estate anche se era dicembre: “Ma chi sì tuicca?” (“Ma che sei turca?”), mi dicevano. Ma senza farmi male, perché io avevo la pelle di papà e tanto mi bastava per sentirmi al sicuro. Mamma, poi, mi spiegava che noi, i siciliani, siamo mescolati con il sangue degli arabi e io mi sentivo meticcia e felice.

Sul Porto Canale i pescherecci che restano sono il piccolo resto di un passato ben più glorioso. Li ha inghiottiti il mal governo, più feroce del mare in tempesta. La tempesta è nella sua natura e il mare la scatena senza poterne fare a meno; la mala politica, invece, tradisce se stessa e i diritti degli uomini che abbandona alla fame. Sembrava triste il porto così enorme, vuoto e fermo; la ruggine del rimorchiatore, le reti ammucchiate a prua, le vernici scrostate a cancellare i nomi delle imbarcazioni e le speranze di pesca. Sembrava una solenne cattedrale abbandonata dai fedeli e dai canti di gioia. Bellissima però, sempre e ancora bellissima.

Piazza della Repubblica, Mazara del Vallo. Foto di Carlo Columba.

Piazza della Repubblica, Mazara del Vallo. Foto di Carlo Columba.

La piazza di Mazara è un incanto: i palazzi hanno lo stesso colore della sabbia e le cupole sono verde smeraldo e brillano di sole. E’ ampia e mi è sembrata solida e festiva, anche se deserta e silenziosa. I bar  vendono i “vuccunieddi”, bocconi di pasta di mandorla ripieni di cedrata e avvolti nella carta d’argento, per farli luccicare forse, come il mare o come le cupole. A me sono sembrati morbidi e buoni, una metafora della città, che è bella, ma a “bocconi” piccoli, perché appena fuori dal centro storico la periferia ha lo squallore di troppe identità tradite.

Ho pranzato sulla spiaggia di Capo Feto, un’oasi naturale di pantani e fenicotteri bianchi chinati a cercar cibo. Piccole dune di sabbia cambiano col vento, ovunque le poseidonie spiaggiate a migliaia e di fronte a me il mar Mediterraneo. L’ho guardato a lungo, calmo e blu con il suo orizzonte mutevole e nessun confine. A guardarlo, però, ci vuol coraggio, perché quel mare non è il Tirreno che bagna Palermo e guarda a nord, quello è il canale di Sicilia, il custode severo dei morti a migliaia.
Solo 153 chilometri. Se fossi nata tre ore più a Sud, adesso, forse, sarei tra le donne che portano avanti la rivoluzione dei paesi arabi, sarei impegnata a rivendicare insieme al mio popolo, quel che un centinaio di chilometri più su, invece, si va perdendo senza troppa consapevolezza o grande dolore.

Riserva Capo Feto, Mazara del Vallo. Foto di Carlo Columba.

Riserva Capo Feto, Mazara del Vallo. Foto di Carlo Columba.

A Mazara si mescolano la malinconia e la speranza che le città di mare possiedono, abituate come sono alle partenze, alle attese, allo strazio per chi non fa ritorno. Costrette ad imparare i segnali del mare e del cielo e pazienti di racconti, di avventure spaventose, di incontri straordinari, di avvistamenti fiabeschi. Dal mare viene il cibo e la benedizione della vita, dal mare i nemici e la distruzione e sul mare la paura della morte fino alla pazzia.

Prima di rientrare ho reso omaggio al satiro danzante, questa volta l’armonia delle sue forme l’ho vissuta come un augurio e quel volteggiare che l’assenza di braccia, di una gamba e l’immobilità della statua non riescono a celare mi è parso indicasse un segreto di vita, una strada sapiente da trovare ancora.

Satiro danzante, Museo del Satiro, Mazara del Vallo. Foto di Carlo Columba.

Satiro danzante, Museo del Satiro, Mazara del Vallo. Foto di Carlo Columba.

Secondo la Bibbia esiste una strada nel mare, la mostra Dio al suo popolo per salvarli dalla morte certa, dall’esercito nemico ormai alle spalle e dalla schiavitù del faraone.
Mi piace pensare che dalle coste di Mazara, la città bianca, una strada possa essere trovata da uomini giusti, per salvare anche oggi dalla schiavitù e offrire scampo agli oppressi. Non esiste motivo perché così non accada, tra noi e loro… nessun confine:
…che leggi più eque rendano amiche le acque delle opposte sponde l’africana e l’europea, nel nome del Dio universale, Padre di tutte le genti, cristiane ed islamiche, facendone un solo mare libero al lavoro, fecondo di pace.

(da un’iscrizione affissa in via san Giovanni)