Un filo di paura

Giovanni Falcone

Giovanni Falcone

Dove fiorisce il rosmarino c’è una fontana scura
dove cammina il mio destino c’è un filo di paura
qual è la direzione nessuno me lo imparò
qual è il mio vero nome ancora non lo so.

da “Canto del servo pastore” di Fabrizio De Andrè

Su una nuvola

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

Più tardi, dopo il bagno, mia madre mi pettinava i capelli e mi rimboccava le coperte mentre dicevo le preghiere. Aspettavo che il silenzio calasse su ogni cosa. Quindi mi alzavo, salivo su una sedia, scostavo il tessuto che copriva la mia finestra e continuavo le orazioni, divagando per rendere onore al mio dio. […]
Da giovani, sopraffatti dalla sensazione di provenire da un altro luogo, scrutiamo, sondiamo l’interno e ne usciamo stranieri, indiani, o arriviamo, più spesso, su una nuvola. Una razza di abitanti delle nuvole. Questi sono i nostri pensieri giovani.

da “I tessitori di sogni”, Patti Smith

L’inatteso mentre si compie

Perché un incontro sia importante non serve il contatto quotidiano né che su ogni cosa si sia d’accordo. Non importa nemmeno avere la stessa visione della vita, delle relazioni o delle persone. Ciò che conta è che da quell’incontro qualcosa di veramente importante nasca e che non si prosegui il cammino senza nulla di immutato.

Antonio Mercadante è stato il fotografo del mio libro “Orlando allo specchio. Uomini e pupi nel teatro di Mimmo Cuticchio”. Quando ci siamo incontrati, a mio avviso, il testo era completo. Restavano da fare solo le foto e la cosa mi riguardava relativamente. Ma lui non era d’accordo. Perché? Perché nel libro mancavo io e quel che i pupi, nel lavoro quasi triennale con Mimmo Cuticchio, avevano significato per me: “Se non mi racconti la tua esperienza io i pupi non li posso fotografare”, mi disse.

Scrissi allora alcune pagine e gliele mandai. “No, non ci siamo – rispose – ancora non ti vedo”.  E’ stato frustrante. Poi un pomeriggio, quasi raccogliendo una sfida, decisi di provare a scrivere qualcosa di davvero mio che non gli avrei di certo mandato, però!
Fu un’esperienza di scrittura molto intensa: le parole sgorgavano come da una sorgente sommersa che non credevo di possedere e mi accorsi quanto l’esperienza vissuta dentro al teatro dei pupi avesse cambiato il mio sguardo, dandomi la possibilità di vedere, osservare e comprendere dal di fuori il mio mondo interiore. Il miracolo del teatro!

“Adesso si!”, mi scrisse, quando decisi, invece, di inviare le mie pagine e mettermi in gioco per davvero. Adesso lui mi vedeva e, diceva, poteva entrare in relazione con i pupi per poterli fotografare mostrandone l’animo, la personalità, la vita.

Così è stato.

Antonio è morto improvvisamente martedì scorso. Ad un’età nella quale ancora la morte sembra uno sfregio, una disarmonia, una stonatura, un furto.

Per ricordare il nostro incontro il gesto più vero mi pare quello di pubblicare un paragrafo di “Orlando allo specchio”, accompagnato da una suo scatto, Clorinda, il mio personaggio preferito, la donna che mi ha insegnato il valore d’essere chi si è. Senza Antonio probabilmente non l’avrei mai amata tanto.

Grazie Antonio. Riposa in pace.

(Clorinda, particolare. Ossatura in faggio di Antonio D'Agostino. Armatura in ottone e rame di Mimmo Cuticchio, Nino Cuticchio e Matteo Trapani. Foto di Antonio Mercadante).

(Clorinda, particolare. Ossatura in faggio di Antonio D’Agostino. Armatura in ottone e rame di Mimmo Cuticchio, Nino Cuticchio e Matteo Trapani. Foto di Antonio Mercadante).

Clorinda

Clorinda la vidi da vicino solo dopo aver assistito al suo duello con Tancredi. Molto dopo. Fino a quel momento era per me più una sagoma che un volto. Era una storia, una storia forte che mi aveva lasciata commossa e sgomenta, coinvolta e pensierosa.

Tornando a casa, a spettacolo terminato, cercai i versi della Gerusalemme liberata che narravano la sua vicenda, lessi con attenzione e cercai di ricomporre nella mia mente l’accaduto, accostando in una sintesi personalissima le parole di Torquato Tasso al cunto di Mimmo Cuticchio. Pensavo che lo spazio vuoto scavato in cuore dallo spettacolo potesse essere colmato dallo studio dei versi o dal ripercorrere mentalmente le parole e il ritmo del cunto. Non fu così. Lasciai che il vuoto rimanesse tale, in attesa di trovare le risposte che cercavo o forse sperando che le domande mi sorgessero più distinte, comprensibili.

Le settimane si susseguirono veloci tra il lavoro, la stesura del libro, gli incontri con il maestro e il vuoto ne restò sommerso, non colmato, fino al pomeriggio in cui, aspettando che Mimmo Cuticchio mi raggiungesse nel suo laboratorio, mi voltai e la vidi. Era bella. Bellissima. Mi chiesi se avrebbe mai potuto affascinarmi così se non avessi saputo chi fosse, se l’avessi vista prima di conoscere la sua avventura tanto intricata e dolorosa. Non lo so. So che il suo volto mi sembrò velato di un dolore invincibile, ma non disperato. Mi spaventò pensare che il dolore potesse apparirmi “bello”, ma non era il dolore a conferirle bellezza, era il modo in cui Clorinda lo portava addosso. Clorinda ha la pelle scura, olivastra, un naso pronunciato e due labbra carnose, i capelli, scuri anch’essi, lunghi e ondulati. Gli occhi sono blu,come il mar mediterraneo nelle belle giornate d’inverno e pare guardino dritto davanti a sé, ma in realtà non seguono nessuna direzione, gli occhi di Clorinda guardano altrove.

A cosa guardi Clorinda? Cosa vedi che io non riesco a scorgere? Come si porta addosso il dolore così, come un abito tagliato su misura? Come una veste solenne che non è per il lutto né per i giorni di festa? Come si fa a credere di essere qualcuno per una vita intera per poi scoprire, senza soccombere, che tutto deve cambiare? Che si è altro? Che la verità stava rannicchiata dentro al cuore, come un bimbo nel grembo, scalciando e invocando il diritto di vedere la luce?

A Clorinda accade tutto al momento della sua nascita e tutto al momento della sua morte. In mezzo una vita intera in attesa di un compimento veloce, estremo, inatteso, tragico e dolcissimo. Se sapessimo prima il modo in cui ci deve accadere la vita! Moriremmo di paura o di presunzione. Penseremmo di non poter sopportare quello che ci aspetta o di poterlo affrontare per averne conosciuto prima gli eventi. Affrontare l’inatteso mentre si compie è, invece, l’unica sorte possibile,  la nostra sola abilità.

Io vorrei sapere come hai fatto, cosa hai provato quando ti hanno detto che ciò che difendevi, che quello a cui credevi non era tuo, che combattevi non un nemico, ma te stessa, che quanto cercavi di sconfiggere e di cacciare lontano da te, ti apparteneva. Dove hai trovato la forza di continuare a combattere? Sotto i colpi di spada, il sudore della battaglia, il sangue a chi pensavi Clorinda? Pensavi allo sguardo di Tancredi? Agli occhi che gli avevi rapito?

Ma era la tua identità ad essere in gioco e Clorinda poteva non combattere per Clorinda? All’improvviso il tuo corpo, la tua vita, tu, tutta intera ti sei trasformata nel campo di battaglia per la conquista di te stessa. Vorrei sentire da te parole di speranza, un incoraggiamento a non temere la battaglia, a sopportare la fatica nella comprensione di se stessi, fino all’ultimo duello. Vedo in te l’assenza di misure di mezzo: tutta la vita, tutta la morte e tutto l’amore ti hanno raggiunta e tu sei stata pronta, non ti sei sottratta. Forse hai avuto paura, ma sei rimasta. E non importa se l’uomo che ti amava lo hai amato tutto in un solo momento, se lo hai incontrato in un solo sguardo, se è stato per te l’opportunità di conoscerti senza poter ricambiare il favore, se tu sei stata veramente te stessa appena il tempo di renderti conto che la vita era finita, tutta sparsa in quel sangue che proprio il tuo desiderio di vivere aveva versato.

Non c’è spargimento di sangue nell’opera dei pupi. Il sangue che sentiamo scorrere copioso è il nostro, quello che ci corre dentro mentre assistiamo agli spettacoli, partecipi dei duelli, delle grandi battaglie, degli scontri valorosi. Nei pupi riflettiamo noi stessi, alla loro vita ci appassioniamo e, fosse pure senza immediata consapevolezza, cresce in noi la passione per quanto ci appartiene. A me è accaduto così. Da Clorinda ho imparato che ciò che siamo realmente e che sempre si trasforma non può restare nascosto, prima o poi viene a galla, la luce della vita lo attrae e seppure si tenta di mantenere il controllo di ciò a cui si è oramai abituati, l’identità si dimena e ci dilania fino a quando non trova la strada per raggiungerci. E quando, finalmente, ci permettiamo di esistere allora la vita diventa urgente e l’amore diventa urgente e l’unica unità di misura applicabile alla vita come all’amore è l’intensità.

da Orlando allo specchio. Uomini e pupi nel teatro di Mimmo Cuticchio, Edizioni Lussografica, 2016.

 

Il nostro decennio

(Patti Smith. Ph. rockarchive.com)

(Patti Smith. Ph. rockarchive.com)

Gli anni sessanta volgevano al termine.
Robert e io festeggiammo i nostri compleanni.
Robert aveva compiuto ventitré anni.
Dopodiché fui io a compiere ventitré anni. Il numero primo perfetto.
Robert mi costruì un appendicravatte con l’immagine della Vergine Maria.
Io gli regalai sette teschi d’argento sopra uno scampolo di pelle.
Lui indossava teschi.
Io indossavo cravatte.
Ci sentivamo pronti per gli anni settanta.
“E’ il nostro decennio”, disse lui.

  • Just Kids, Patti Smith

“…Andate nelle montagne!”

(Norma Parenti, partigiana, insieme al marito Mario Pratelli. Sarà uccisa dopo feroci sevizie, a soli 23 anni)

(Norma Parenti, partigiana, insieme al marito Mario Pratelli. Sarà uccisa dopo feroci sevizie, a soli 23 anni)

Roma, 22 dicembre 1947, l’assemblea costituente alle ore 18.30, con 453 voti a favore e 62 contrari approva la Costituzione della Repubblica Italiana.

In questa Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti… Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione!
Dietro ogni articolo, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte in questa Costituzione. Questa non è una carta morta, questo è un testamento…un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio sul luogo in cui è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la vostra Costituzione. 

  • Pietro Calamandrei

Occorre essere fortissimi

(Pier Paolo Pasolini)

(Pier Paolo Pasolini)

L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.

Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli.

Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società.

  • Saggi sulla politica e sulla società, Pier Paolo Pasolini.

Chi l’avrebbe mai detto

(Una delle ultime fotografie scattate a Sam Shepard).

(Una delle ultime fotografie scattate a Sam Shepard).

Chi l’avrebbe mai detto che gli Inglesi si sarebbero beccati la nostra musica.
Chi l’avrebbe mai detto che la nostra musica avrebbe beccato il mondo.
Chi l’avrebbe mai detto che l’Africa avrebbe acchiappato l’America.
Chi l’avrebbe mai detto che gli Indiani avrebbero fregato i Francesi.
Chi l’avrebbe mai detto che Brecht avrebbe fregato la mente di Dylan.
Chi l’avrebbe mai detto che il tempo era dalla nostra.

da “La Luna del Falco” di Sam Shepard, 1973.

Da qualche parte nella terra del sogno

Le parole che trovate di seguito sono un tentativo di traduzione del commiato scritto da Patti Smith per la morte di Sam Shepard, il suo amico di sempre (My Buddy, pubblicato su The New Yorker il 1 agosto 2017). Io non traduco per mestiere e mi è venuto difficile, difatti. Ma l’amore che ho per Patti, mi ha spinta a compiere l’impresa. E’ una traduzione certamente piena di errori, ma anche intrisa del desiderio di far conoscere, almeno ai lettori di Eufemia, una storia di rara amicizia, la storia di una relazione sincera che porta con sé il grande miracolo di poter essere e restare se stessi, nonostante le trasformazioni della vita e dell’età.


(Sam Shepard e Patti Smith)

(Sam Shepard e Patti Smith)

Telefonava tardi nella notte, mentre si trovava da qualche parte sulla strada: in una città fantasma del Texas, mentre riposava vicino a Pittsburgh, o da Santa Fe, dove restava immobile nel deserto, ascoltando i coyotes ululare.
Ma più spesso chiamava dal Kentucky, il suo “luogo”, quando la notte era fredda e serena, quando si sentivano respirare le stelle.
Solo una telefonata in tarda notte, da un blu sorprendente come una tela di Yves Klein; un blu per perdersi, un blu che può portare ovunque.
Mi svegliavo felicemente, preparavo del caffé e parlavamo di tutto: degli smeraldi di Cortez, o di Flanders fields, dei nostri figli o del derby del Kentucky. Ma per lo più parlavamo di scrittori e dei loro libri. Scrittori latini. Rudy Wurlitzer, Nabokov, Bruno Schulz.

“Gogol era ucraino” disse una volta, apparentemente dal nulla. Ma non era un nulla qualsiasi, era una scheggia di un nulla sfaccettato che, quando lo si pone sotto una certa luce, diventa un “qualche luogo”. Io cavalcavo quell’onda e improvvisavamo fino all’alba, come due sassofonisti esperti, alternandoci nelle interpretazioni.

Una volta mi ha inviato un messaggio dalle montagne della Bolivia, dove Mateo Gil stava girando “Blackthorn”. L’aria era sottile là sulle Ande, ma lui la fendeva bene, trovandosi meglio degli attori più giovani, cavalcando non meno di cinque diversi cavalli. Ha detto che mi avrebbe portato un serape, nero con strisce color ruggine. Ha cantato su quelle montagne davanti ad un falò, vecchie canzoni scritte da uomini a pezzi, innamorati di se stessi nonostante stessero per svanire. Avvolto in coperte, dormiva sotto le stelle, alla deriva sulle nubi di Magellano.

Sam amava stare in movimento. Lanciava una canna da pesca o una vecchia chitarra acustica nel sedile posteriore del suo camion, forse portava con sé anche un cane, ma sicuramente un quaderno, una penna e un mucchio di libri. A lui piaceva caricare i bagagli e vivere proprio così, andando ad ovest. Allo stesso modo amava interpretare ruoli che lo avrebbero costretto ad avere a che fare con la sua stranezza, un nutrimento per il successivo lavoro.

Nell’inverno del 2012, ci siano incontrati a Dublino, aveva ricevuto una laurea ad honorem  in lettere dal Trinity College. Era spesso imbarazzato dai riconoscimenti, ma lo accolse volentieri perché proveniente dalla stessa istituzione dove Samuel Beckett aveva camminato e studiato. Amava Beckett e aveva qualche suo brano manoscritto incorniciato in cucina, insieme alle foto dei suoi figli. Quella giornata abbiamo visto la macchina da scrivere con la quale John Millington Synge e James Joyce scrissero le loro opere e nella notte ci siamo uniti a dei musicisti che suonavano nel Pub preferito di Sam, il Cobblestone, dall’altro lato del fiume. E mentre camminavamo barcollando con il cuore leggero attraverso il ponte, recitò alcuni versi di Beckett a memoria.

Sam aveva promesso che un giorno mi avrebbe mostrato il paesaggio del sud-ovest, poiché nonostante avessi viaggiato molto non conoscevo bene il nostro paese. Ma fu colpito da una malattia debilitante e  alla fine ha smesso di caricare i bagagli e partire. Da allora in poi sono andata a trovarlo e abbiamo letto e parlato, ma per lo più abbiamo lavorato.
Lavorando per il suo ultimo manoscritto, Sam ha coraggiosamente dato vita ad una riserva di resistenza mentale per affrontare tutte le sfide che il destino gli aveva assegnato. La sua mano, con una luna crescente tatuata tra il pollice e l’indice, era poggiata sul tavolo davanti a lui. Il tatuaggio era un ricordo dei nostri giorni giovani, il mio è un fulmine, sul ginocchio sinistro.

Descrivendo un paesaggio western, improvvisamente alzò lo sguardo e disse: “Mi dispiace che non posso portarti lì”. Ho sorriso, perché in qualche modo lui aveva appena fatto proprio questo. Senza una parola, con gli occhi chiusi, noi attraversammo il deserto americano che srotolò un tappeto di polvere color zafferano, poi color ruggine e anche il colore del vetro verde, i verdi d’oro e poi, improvvisamente, un blu quasi inumano. La sabbia blu! – dissi – colma di meraviglia. “Tutto è blu” – ha detto lui – e le canzoni che abbiamo cantato avevano anch’esse un proprio colore.

Avevamo la nostra routine: svegliarsi, prepararsi per la giornata con un caffè e qualcosa da mangiare. Mettersi al lavoro, scrivendo. Poi una pausa, fuori, per sedersi sulle sedie di Adirondack e osservare il paesaggio. Non era necessario parlare, come accade in una vera amicizia. Mai stavamo a disagio in quel silenzio, che, nel suo sorgere, è un’estensione della conversazione. Ci conoscevamo da così tanto tempo! I nostri modi di fare non potrebbero essere definiti o liquidati con poche parole per raccontare una spensierata giovinezza. Noi eravamo amici. Nel bene e nel male, eravamo proprio noi stessi. Il passare del tempo non ha fatto altro che rinforzare tutto questo. Le sfide si facevano più ardue, ma siamo andati avanti ed abbiamo terminato il lavoro sul suo manoscritto. Stava sul tavolo e c’avevamo messo tutto, niente era rimasto di non detto. Quando sono partita, Sam stava leggendo Proust.

Passarono lunghi e lenti giorni. Era proprio una serata tipica del Kentucky, lucente di lucciole, accompagnata dal suono dei grilli e dai cori dei rospi. Sam si avvicinò al suo letto e si preparò per andare a dormire, un sonno stoico e nobile. Un sonno che lo ha condotto ad un passaggio senza testimoni, circondato da un amore che respirava nell’aria. Cadeva la pioggia quando trattenne il suo ultimo respiro, in silenzio, proprio come avrebbe voluto. Sam era un uomo riservato. So qualcosa degli uomini così. Devi lasciarli decidere come far andare le cose, anche alla fine. La pioggia cadeva, nascondendo le lacrime. I suoi figli, Jesse, Walker e Hannah, hanno detto addio al padre. Le sue sorelle Roxanne e Sandy hanno detto addio al loro fratello.

Io  ero lontana, in piedi sotto la pioggia davanti al leone addormentato di Lucerna, un colossale, nobile, stoico leone scolpito nella roccia di una bassa scogliera. La pioggia cadeva,  nascondendo le lacrime. Io sapevo che avrei rivisto Sam da qualche parte nella terra del sogno, ma in quel momento ho immaginato di tornare nel Kentucky, con i suoi campi ondeggianti e il torrente che sfocia in un piccolo fiume. Ho immaginato le copertine dei libri di Sam sulla mensola, i suoi stivali grinzosi poggiati contro il muro, sotto la finestra, da dove guardava i cavalli che pascolavano davanti alla recinzione. Ho immaginato me stessa seduta al tavolo della cucina mentre cercavo di raggiungere quella mano tatuata.

Molto tempo fa, Sam mi ha mandato una lettera. Una lunga lettera nella quale mi diceva di un sogno che aveva sperato non sarebbe finito mai. “Sognava cavalli”, ho detto al leone. “Realizza tu il sogno: un grande cavallo rosso che lo aspetta, un vero campione. Non avrà bisogno di una sella, non avrà bisogno di niente”. Mi diressi verso il confine francese, vi era una luna crescente che sorgeva nel cielo nero. Ho detto addio al mio amico, chiamandolo nella morte della notte.

 

Obiettivi cambiati

Consecutive moments © Hiroko Otake

Consecutive moments © Hiroko Otake

“Il prete mi ammoniva dicendo che non dovevo comportarmi mai in modo individualista, non dovevo pensare solo a me stesso! I miei genitori si auguravano che avessi un lavoro normale; i miei fratelli che finissi gli studi; i miei amici che trovassi un posto fisso. Io invece mi sono opposto a ogni tentativo di imposizione, e i miei obiettivi sono sempre cambiati. La fine di ogni singola fase della vita è stata determinata esclusivamente dalla percezione che da una determinata attività non avrei tratto più alcuno sviluppo ulteriore. Il mio nido, ogni volta diverso, mi ha consentito una continua evoluzione. Noi uomini non siamo «portati» per un determinato lavoro, abbiamo un «compito», ma nessuna «vocazione», proprio come accade per le piante o gli animali”.

 “La vita secondo me” di Reinhold Messner

Discorso sospeso

Paolo Borsellino

Paolo Borsellino

Coltiviamo per tutti un rancore
che ha l’odore del sangue rappreso,
ciò che allora chiamammo dolore
è soltanto un discorso sospeso.

– Fabrizio De Andrè, La Ballata degli impiccati.