D’amore è il ritorno

Ponte Garibaldi, Roma

Ponte Garibaldi, Roma

Ho rivisto uguali i posti. Ho guardato gli stessi luoghi con occhi nuovi. L’amore rinnova gli organi di tessuti vergini e modifica gli sguardi come fanciulli.

Roma puzza di piscio e povertà davanti ai portoni delle chiese del centro. All’interno bruciano le candale e si consuma l’attesa, la speranza di un esito. L’amore trasforma l’attesa, l’amore partorisce desideri di radici antiche e rami morbidi di germoglio.

A Roma i barboni dormono negli angoli e tormentano la prospettiva, le palpebre si chiudono sulle panchine vegliate dai cani. A Roma s’intrecciano le braccia degli amici, le risa liete nell’umidità della sera, le voci dei bambini. L’amore mescola i drammi e accende la notte di fiato e di segreti.

A Roma piovono ricordi sulle foglie dei platani rossi. Tremano le ombre al perdurar dei sentimenti tutti trasformati, adulti e soli. L’amore fermenta il mosto di antiche raccolte e placa la sete della festa.

A Roma suonano campane di antichi annunci, si accendono le strade di passi novelli. L’amore scioglie i grumi al dolore ed è fertile di semi la terra strappata al pianto.

 

Gesti

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“…che almeno nei gesti si plachi,
per un istante di gloria
tutta la febbre che mi freme nel cuore…”

Cesare Pavese, estratto poesia del 17 agosto 1927

Sai che cosa sembra?

(Addaura, Palermo)

“Ora camminavano sotto braccio.
L’uomo portava la bicicletta con la mano sinistra e lei, la donna, era nell’altra sua mano, camminava dentro di lui, non sulla strada. […]
«Sai,» egli le disse, «che cosa sembra?»,
«Che cosa?» disse Berta.
«Che io abbia un incantesimo in te».
«E io in te. Non l’ho anch’io in te?».
«Questa è la nostra cosa».
«C’è altro fra noi?»,
«Pure sembra che ci sia altro».
«Che altro?»,
«Che io debba vederti quando sono al limite».
«Come, al limite?»
«Quando ho voglia di perdermi»”.

Elio Vittorini, Uomini e no, 1945.

Finché è possibile

 

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Mondello, Palermo

 

“…dal momento che siete uomo e incostante voi stesso, siete costretto ad aggiungere tacitamente: finché è possibile”.

– Alfred de Musset, La confession d’un enfant du siècle, 1836 – parte prima, cap. V

PrimaVera

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“E c’è da qualche parte un amore che uccide gli inverni ….”

– La rotazione, Nicolò Carnesi

Come un fiore

© Francesca Woodman

© Francesca Woodman

La solitudine che tu mi hai regalato
io la coltivo come un fiore.
– Sergio Endrigo, Canzone per te, 1968

Il tempo opportuno

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Oh, saprò aspettare il momento giusto.
Custodirò la tempesta,
fino alla sua esplosione resterò in silenzio.
Il respiro sarà lieve fino a che non sarà colma la furia.
Poi sarà uno scroscio d’acqua senza riparo,
sarà burrasca in ogni anfratto del mondo.
La terrà secca tornerà a partorire germogli,
e l’aridità non scamperà alla vendetta.
Il deserto arretrerà con il terrore negli occhi
e l’umidità esploderà in un canto di tuoni.
Ovunque arriverà la frescura,
ogni spigolo si ricoprirà di muschio.
La piena delle acque nuove sconvolgerà ogni cosa
e nulla resterà al suo posto.
Il vento spargerà sementi ovunque
e non troverà alcun rifugio la desolazione.
Sarò quel che sono fino all’ultima goccia di rugiada
e tutta la fatica cupa dell’attesa si muterà in festa.

Povero Ulisse

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“Navigo al buio su acque ignote e i venti mi portano ora in una direzione ora in un’altra e rendono sempre più difficile il mio rapporto con Penelope. Ogni sua parola, ogni suo gesto lascia un segno ambiguo nella mia memoria. Mi sono difeso dall’acqua e dal fuoco, dal ferro e dagli altri metalli, dalle pietre, dalla terra, dalle malattie, dai quadrupedi e dai mostri con un occhio solo, dagli uccelli, dalle Sirene e dall’invidia degli dei, ma non so come difendermi da Penelope.
Povero Ulisse.
Ti sei destreggiato senza mai perderti d’animo anche nelle più difficili emergenze della guerra e hai saputo evitare le infinite trappole che gli dei hanno disseminato sulla tua strada, e ora guardi come fosse un fantasma sfuggente la tua sposa che pure sta lì seduta di fronte a te e ti basterebbe allungare la mano per toccarla”.

da Itaca per sempre, di Luigi Malerba

Dovevamo saperlo

«Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo».

Vincenzo Cardarelli

Giugno

(foto di Mimmo Jodice)

(foto di Mimmo Jodice)

La testa che gira, l’amor che stordisce
la vita che avanza, eppure sparisce!
La notte silente affina gli artigli
la morte vogliosa che schiude i sigilli.

Ferite di sangue e lividi neri
cicatrici profonde dentro ai pensieri.
I piedi nel fango a passo di danza
negli occhi un bagliore ad intermittenza.

Il ventre ruggisce, di pietra, difende
il corpo che stanco pian piano s’arrende:
“Reagisci, ti prego!” – urla il ventre sventrato
al cuor dall’amore abbandonato.

“Ti han divorato il naso e la bocca?
Il buio profondo con le mani ti tocca?
Resisti piangendo le lacrime vere
vegliando la vita, di sera in sere!

E’ lento il risveglio, l’amor sembra muto,
ma il mostro vedrai sconfitto, abbattuto!
Dov’è la tua forza, gigante violento?
Le tue mani sacre d’abbrutimento?

La vita non tornerà da un paese lontano,
nessuno potrà offrirtela dalla sua mano.
La vita dall’intimo del tuo tormento
farà biondeggiare di luce il frumento.

Il corpo riavrà il profumo del pane,
risuscitate le labbra, morbide, sane.
Nei vostri baci nuovi affonderà la morte
dallo sfiorarsi di mani, la nuova sorte.