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'Patti Smith's hands', foto di Fabio Torre.

‘Patti Smith’s hands’, foto di Fabio Torre.

L’unica cosa su cui si può contare è il mutamento.

Patti Smith, Il tessitore di sogni.

Poiché c’è forza

 Robert Mapplethorpe, Calla Lily (Selenium) , 1988.

Robert Mapplethorpe, Calla Lily (Selenium) , 1988.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poiché c’è forza
nel nero più nero

una padronanza assoluta
l’esplosione di una calla
trombe
grazia corporea
c’è una mano ferma
che allaccia stringhe di bambino
e il volto del coraggio
nascosto da  un velo inviolato
c’è una mano ferma
provetta nella trama dei cieli
che si annerano
là dove i cuori puri
si fanno parenti.

Poesia in memoria, Patti Smith.

Stralunata

Patti e Jackson Smith

Patti e Jackson Smith

La sera, perfino la sera quando senti che stai per morire di stanchezza, spettinata e in pigiama, stralunata e tramortita. Perfino quando hai dolori e pensi: “Fottiti malattia del cazzo…però aspe’ non mi ammazzare per favore”, perfino quando non riesci a scrivere per mesi, a pensare per settimane, a parlare per giornate intere e perfino quando il bagno è social e la solitudine bandita, perfino allora stare con il tuo bambino può essere Rock and Roll.

Io l’ho capito oggi, quando ho visto la foto di Patti Smith con il piccolo Jackson e gliel’ho subito inviata alla mia amica Valentina la foto, ma le ho solo saputo dire: Vale, Vale, Vale!!

Stasera invece, mentre veglio sul mio bambino che dorme in macchina, che pare di pasta di mandorla per quanto è bello, proprio qui in un parcheggio del supermercato al tramonto, capisco.

Patti e Fred avevano comprato una barca per vivere sul mare e pescare i gamberetti. Poi Patti ha scoperto d’essere incinta. E allora la barca l’hanno messa in giardino e ci andavano a leggere e a prendere il thè.

Perché bisogna essere morbidi, avere sogni morbidi, flessibili, rimodellabili. E avere un’officina nel cuore e cercare la poesia come fosse pepita d’oro, con l’amore per setaccio, l’amore e il desiderio, desiderio ovunque: dentro, fuori,sulla pelle, sul cuore, in testa, sui genitali, sulle mani, nello stomaco, in mezzo ai piedi.

Lo devo dire a Valentina.

 

Rinnovata devozione

Oliver Ray - Patti Smith, 1997.

Oliver Ray – Patti Smith, 1997.

Dopo aver lasciato la Ventitreesima, mi ritrovai in un limbo. Mia sorella Linda mi procurò un lavoro part-time alla libreria Strand. Comprai cataste di libri che tuttavia non lessi. Attaccai fogli alle pareti con il nastro adesivo ma non disegnai. Infilai la chitarra sotto il letto. Di notte, da sola, mi mettevo seduta e aspettavo. Per l’ennesima volta mi ritrovai a meditare su ciò che avrei dovuto fare per realizzare qualcosa di meritevole. Le uniche cose che mi venivano in mente mi parevano irrispettose o irrilevanti.

Il primo dell’anno accesi una candela per Roberto Clemente, il giocatore di baseball preferito di mio fratello; era morto durante una missione umanitaria, mentre portava aiuti in Nicaragua in seguito ad un terribile terremoto. Mi rimproverai per l’apatia e l’autocommiserazione di cui stavo dando prova, e promisi rinnovata devozione al mio lavoro.

Patti Smith, Just Kids. 

Un’intima primavera rovente

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Patti Smith quest’anno ha composto il suo piccolo presepe sudamericano sulla bandana rossa che gli regalò William S. Burroughs.
Quando l’ho letto ho pensato: “Diamine, wow!”. Non solo riflettendo su quante persone che hanno fatto la storia di musica e letteratura lei abbia incontrato, ma anche per il suo modo personalissimo di ricordarsi del Natale.

Il mio modo personalissimo di prepararmi al nuovo anno è, da qualche capodanno a questa parte, scrivere di lei, e di lei e me.

Nei 365 giorni che sto per lasciarmi alle spalle mi rendo conto di aver corso all’impazzata a cavallo fra i miei trentasette e trentotto anni, percorrendo territori sconosciuti terribili a tratti, straordinari.
Il ventre mi si è gonfiato come vela di maestrale, nuda, in acqua, ho partorito mio figlio, tra grida, sangue, mani di uomo amato sulla fronte. Ho sentito tutto il potere di cui sono regina e poi la fragilità, la stanchezza, la solitudine, la tenerezza, la passione, l’amore.

Tutto diverso,
tutto maestoso e bellissimo,
tutto tragico,
tutto disordinato,
tutto vero a perdifiato.

Capisco in altro modo, lo dico, lo scrivo, lo ridico, lo riscrivo.
Giro lo sguardo interiore come la testa delle civette e vedo cose che prima non sapevo esistessero.
E Patti e lì. Con un altro libro da leggere (da Devotion, Patti Smith, Edizione Passaggi Bompiani), insieme all’uomo con cui condivido l’affetto e la stima per lei. Libro letto lentamente, abitando i brandelli di tempo comune senza bocca da nutrire, culo da pulire, vita da crescere, benedetta in ogni cellula, in eterno.

Patti parte, attraversa l’oceano verso l’Europa continuamente. Sceglie con cura i libri da portare in viaggio e chiude gli occhi immaginando di trovarsi sulla punta di enormi ghiacciai:

Mi sistemo al mio posto, bevo acqua minerale, e mi lascio trasportare da un libro che racconta una vita, un frammento di Simone Weil. Il libro scelto di fretta si è rivelato più che utile e il soggetto è un modello ammirevole per una moltitudine di modi di pensare. […] Chiudendo gli occhi, visualizzo la cima di un ghiacciaio e scivolo in un’intima primavera rovente circondata da pareti impenetrabili di ghiaccio.

Patti è con noi, come una maestra interiore, la leggiamo, l’ascoltiamo, la citiamo mentre diamo forma ai nostri sogni futuri di viaggi, di arte nelle mani, di libertà realizzate, di identità inesplorate.
Noi, per niente precisi ed efficienti… Le sue visioni ci danno il coraggio di navigare a zonzo fra i nostri desideri, mangiando mandorle sul divano e
intrecciando i piedi e i fiati ad ogni riga,
gli sguardi e cuori,
la stanchezza e i dolori.
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Patti visita i cafè francesci, ripercorre la vita degli scrittori europei, mangia e beve dove hanno bevuto e mangiato loro, legge quel che loro hanno letto, rende omaggio alle loro tombe. In Italia visita gli affreschi di Giotto, le stanze dei monasteri antichi, resta in piedi, silenziosa, all’idroscalo di Ostia dove fu straziato Pasolini e offesa l’intelligenza e piagato l’animo di tutti.

Tornata a New York, ho faticato un po’ nel riaggiustarmi chimicamente. Avevo soprattutto dei lunghi momenti di nostalgia, una brama di essere dove ero stata. Prendere il caffè la mattina al Cafè de Flore, i pomeriggi al giardino della Gallimard, esplosioni di produttività su un treno in corsa.

Trascorre molto tempo con sua figlia Jesse, parla ai gatti, scrive, beve caffè nero al bar del quartiere. Ha cura e devozione per il suo tempo interiore e vive senza rancori. Imparo da lei che non esiste il tempo perso, imparo perfino che mai niente è perduto, dei vivi come dei morti.

Tutto è solenne, onesto, potente.

Imparo da lei che d’imparare non finisce mai il tempo, da quel che non si conosce e perfino da quel che si sa bene.
La racconto a mio figlio che non pronuncia parole, lui tutto corpo ancora muto che parla con il pianto, con gli occhi, con le braccia tese, con la saliva in faccia, con sillabe stentate.

Da quando il mio corpo ha dato vita alla vita desidero trovare la forza di ogni cosa, la magia delle persone, le alchimie che tengono in piedi il mondo. Nessun mito, nessuna idealizzazione. La forza come è, l’amore come è, la morte perfino e il buio com’è.

Patti ha tanto sofferto. Ha patito la fame, la solitudine, ha partorito a sedici anni una bambina che non ha potuto crescere, ha perduto l’amore della sua vita all’improvviso e prematuramente, ha vissuto il lutto per la morte del fratello e di mille amici che AIDS ed eroina falciavano senza nessuna misericordia o pietà.
Eppure la vita le piace moltissimo, ama il giorno del suo compleanno e sempre ringrazia i suoi genitori per averla fatta nascere.
Racconta del dolore come il fuoco che brucia, riscalda, rinnova. Lo accetta, lo guarda, lo tocca, infila dentro le mani, i piedi, ci cammina dentro. Non fugge.

Non fugge.

Ho guardato in cielo le nuvole minacciose.
Ho supplicato mio fratello.

“Todd, puoi aiutarmi? Sono da sola nel giorno del tuo compleanno e cerco una persona che si chiama Simone”. 
Ho sentito la sua mano che mi guidava. Alla mia destra c’era un’area boscosa e ho sentito che dovevo andare lì. Di colpo mi sono fermata. riuscivo a sentire l’odore della terra. C’erano allodole e passeri, un fascio di luce sottile che appariva e poi scompariva. Ho girato la testa senza alcuna pausa estatica e l’ho trovata, in tutta la sua umile grazia. Ho aperto il soffietto della macchina fotografica, ho regolato le lenti e ho fatto qualche foto. Mentre mi inginocchiavo per mettere il mio piccolo fagotto sotto il suo nome, si sono formate parole, ruzzolando come una filastrocca. Mi sono sentita nella pace più assoluta. La pioggia è andata scemando. Avevo le scarpe fradice. La Luce non c’era, ma l’amore sì.

Happy birthday Patricia, you are born!

Januar von Patti Smith - Making of ; January by Patti Smith - Making of;

Questa era la prova

Sam Shapard e Patti Smith, 1976

Sam Shapard e Patti Smith, 1976

Cantai alla notte. I piccioncini primaverili mi risposero e mi resero forte. Forte abbastanza da vincere. Riuscii a guadagnare la spiaggia, corsi dritto nell’oceano fino alla vita e mi fermai. L’acqua gelata mi riportò in me. Questa era la prova. Andare dritto avanti e non tornare più indietro né girarsi. Rimasi così fino alla mattina cantando la mia canzone.

– “La prova del demone” da La Luna del Falco, Sam Shepard

Il 27 luglio dello scorso anno moriva Sam Shapard. Sam è stato fidanzato con Patti Smith e per tutta la vita sono rimasti amici. Una volta Sam le regalò una copia del suo primo esperimento di narrativa e poesia, La Luna del Falco e le scrisse: “Se perdi la brama, sei pazza”.

Per tenere vive le cose belle che accadono tra gli esseri umani. Come si può.

Su una nuvola

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

Più tardi, dopo il bagno, mia madre mi pettinava i capelli e mi rimboccava le coperte mentre dicevo le preghiere. Aspettavo che il silenzio calasse su ogni cosa. Quindi mi alzavo, salivo su una sedia, scostavo il tessuto che copriva la mia finestra e continuavo le orazioni, divagando per rendere onore al mio dio. […]
Da giovani, sopraffatti dalla sensazione di provenire da un altro luogo, scrutiamo, sondiamo l’interno e ne usciamo stranieri, indiani, o arriviamo, più spesso, su una nuvola. Una razza di abitanti delle nuvole. Questi sono i nostri pensieri giovani.

da “I tessitori di sogni”, Patti Smith

Il nostro decennio

(Patti Smith. Ph. rockarchive.com)

(Patti Smith. Ph. rockarchive.com)

Gli anni sessanta volgevano al termine.
Robert e io festeggiammo i nostri compleanni.
Robert aveva compiuto ventitré anni.
Dopodiché fui io a compiere ventitré anni. Il numero primo perfetto.
Robert mi costruì un appendicravatte con l’immagine della Vergine Maria.
Io gli regalai sette teschi d’argento sopra uno scampolo di pelle.
Lui indossava teschi.
Io indossavo cravatte.
Ci sentivamo pronti per gli anni settanta.
“E’ il nostro decennio”, disse lui.

  • Just Kids, Patti Smith

Tutti gli scrittori sono vagabondi

(Patti Smith)

(Patti Smith)

C’è chi fa bilanci alle porte del Capodanno e chi, invece, scandisce il tempo contando i compleanni di Patti Smith.
Oggi è il suo 71° e dai 70 sono mutate una infinita quantità di cose per me, come per lei, credo.
Patti ha ricevuto all’Università di Parma la laurea ad honorem in Lettere, ha esposto le sue foto e fatto una super mega tournée in Italia. Io l’ho vista in concerto a Roma, ho un essere umano vivo nella pancia e abito in riva al mare.
Tutte cose belle, direi. Anche se, al di là di quel che si vede e quel che si sa, nel cuore c’è il proprio giardino segreto con cui fare i conti, dove sarà stato necessario potare, estirpare, combattere la siccità, lavorare la terra, piantare. Molte foglie cadute e sfiorite le rose, molti germogli sugli alberi spogli e tanti semi frementi di vita eppure sepolti dalla terra.

Durante il 2017 io e l’uomo che mi vuol bene abbiamo letto ad alta voce il suo M Train, lo abbiamo letto soprattutto on the road, macinando chilometri sulle autostrade siciliane, fra mare e montagna, tra i boschi e la desolazione dei paesaggi mangiati dal fuoco, guidando incontro ad amici sinceri, inseguendo gli impegni di lavoro, facendo ritorno a casa, cercando riparo dall’arsura del logorio quotidiano nella Sicilia d’oriente, tra i monti Iblei e il mare ionio, tra i panini degli autogrill e gli snack senza glutine consumati con le gambe a penzoloni fuori dall’auto, mentre si osservano le persone e si immaginano le loro storie.

M Train ci ha accompagnati ovunque, provocando scoppi di risate a risanare il cuore, lacrime per liberare i polmoni, riflessioni dalle trame ingarbugliate da sciogliere la notte, prima di dormire. Da quando la nausea ha fermato la nostra auto e trasformato di attesa le nostre vite, abbiamo riposto il libro sul comodino.
Restano le ultime 20 pagine, quelle che si vorrebbe non finissero mai.
Patti, che legge Murakami in un albergo messicano specializzato in sushi, è una compagna di viaggio necessaria: nutre le utopie e le rende “normali”, un modo d’essere quotidiano che non ha certo voglia di mostrarsi per il gusto di stupire, che cerca piuttosto la possibilità di esistere (da ex e sistere, forma secondaria derivata da stare “stare saldo, essere stabile, essere in atto), come una necessità, come un’urgenza.

Ho imparato molte cose da Patti Smith durante quest’anno, dalla Patti che prega Dio e legge i tarocchi e si mette in ascolto degli spiriti degli antenati, tutto senza dottrine da difendere, con la curiosità dei bambini e la fiducia sapiente degli anziani.
M Train è un libro entusiasmante, ma in modo diverso da come lo è Just Kids. Quest’ultimo contiene l’euforia della giovinezza, degli anni’ 70, le sperimentazioni e il viaggio interiore e psichedelico di un’intera generazione.
M Train, invece, è carico di nostalgia e fatica, è pieno della straziante assenza di Fred, della solitudine, delle paure e delle conquiste costate la vita intera. Non è l’epilogo che viene raccontato: “Trova la verità della tua situazione. Comincia con coraggio”, scrive Patti. Ma lo dice come per narrare un’operazione giornaliera, un proposito ed una azione che comincia al sorgere del sole e che nella notte si rigenera per riprendere d’accapo, ancora, fino a quando ci sarà fiato.

Ho riempito la tazzina ed ho bevuto. “Tutti gli scrittori sono vagabondi”, ho mormorato. “Magari un giorno potessi essere dei vostri!”.

Patti gira il mondo, dal Giappone alla Francia, per pulire e rendere onore alle tombe degli scrittori e dei musicisti. Non vede alcuna fine lì dove tutti, invece, la fine crediamo di fissarla sul marmo. Lei vede incipit, il generarsi e rigenerarsi sempre e dovunque possibile:

Quella sera mi sono seduta al parco a bere succo di anguria in tazza conica di carta, comprato da un venditore ambulante. Tornata in camera riuscivo a sentire tutto quello che succedeva di sotto. Ho cantato canzoncine agli uccelli sul davanzale. Ho cantato per i giornalisti, per l’operatore e per la donna uccisi a Veracruz. Ho cantato per quelli che vengono lasciati nei fossi a putrefarsi, nelle discariche e tra i rottami. La luna era il faretto della natura, puntato sulle facce splendenti della gente radunata al parco di sotto. Le loro risate si sollevavano con la brezza e per un breve istante non c’erano più dolore né sofferenza, solo armonia.

Credo che finirò, che finiremo il libro prima che scocchi la mezzanotte, prima che arrivi il nuovo anno che sempre ha le radici in quel che solo convenzionalmente possiede un termine. Lo farò anche io, nonostante sia impossibilitata  a vagabondare, come vorrei, lo farò cantando per i gabbiani del mare che ho di fronte, per le mie zone d’ombra, per gli amici, con voce sottile, perché sia dolce al mio bambino la festa dell’anno che viene. Senza petardi, fuochi di artificio, musica ad alto volume. Come i canti dei pellirossa sulle montagne le notti di luna, come le mani dello “Sciamano galilaico” sulle ferite umane o le cantilene delle donne di paese quando impastavano il pane o lavavano i panni, un canto che sostiene la fatica e guarda lontano.

Mio padre diceva di non ricordare mai i sogni, ma io riuscivo a raccontare i miei con facilità. Diceva anche che era rarissimo vedere le proprie mani in sogno. Ero sicura che se mi fossi concentrata ci sarei riuscita, idea che generò una marea di esperimenti falliti. Mio padre metteva in discussione l’utilità dell’operazione, ma l’essere capace di invadere i miei stessi sogni restava comunque in cima alla lista delle cose impossibili che un giorno sarei riuscita a fare.

Buon compleanno Patti, sei proprio il mio Capodanno.

(Foto di Carlo Columba)

(Foto di Carlo Columba)

 

Chi l’avrebbe mai detto

(Una delle ultime fotografie scattate a Sam Shepard).

(Una delle ultime fotografie scattate a Sam Shepard).

Chi l’avrebbe mai detto che gli Inglesi si sarebbero beccati la nostra musica.
Chi l’avrebbe mai detto che la nostra musica avrebbe beccato il mondo.
Chi l’avrebbe mai detto che l’Africa avrebbe acchiappato l’America.
Chi l’avrebbe mai detto che gli Indiani avrebbero fregato i Francesi.
Chi l’avrebbe mai detto che Brecht avrebbe fregato la mente di Dylan.
Chi l’avrebbe mai detto che il tempo era dalla nostra.

da “La Luna del Falco” di Sam Shepard, 1973.