Chi l’avrebbe mai detto

(Una delle ultime fotografie scattate a Sam Shepard).

(Una delle ultime fotografie scattate a Sam Shepard).

Chi l’avrebbe mai detto che gli Inglesi si sarebbero beccati la nostra musica.
Chi l’avrebbe mai detto che la nostra musica avrebbe beccato il mondo.
Chi l’avrebbe mai detto che l’Africa avrebbe acchiappato l’America.
Chi l’avrebbe mai detto che gli Indiani avrebbero fregato i Francesi.
Chi l’avrebbe mai detto che Brecht avrebbe fregato la mente di Dylan.
Chi l’avrebbe mai detto che il tempo era dalla nostra.

da “La Luna del Falco” di Sam Shepard, 1973.

Da qualche parte nella terra del sogno

Le parole che trovate di seguito sono un tentativo di traduzione del commiato scritto da Patti Smith per la morte di Sam Shepard, il suo amico di sempre (My Buddy, pubblicato su The New Yorker il 1 agosto 2017). Io non traduco per mestiere e mi è venuto difficile, difatti. Ma l’amore che ho per Patti, mi ha spinta a compiere l’impresa. E’ una traduzione certamente piena di errori, ma anche intrisa del desiderio di far conoscere, almeno ai lettori di Eufemia, una storia di rara amicizia, la storia di una relazione sincera che porta con sé il grande miracolo di poter essere e restare se stessi, nonostante le trasformazioni della vita e dell’età.


(Sam Shepard e Patti Smith)

(Sam Shepard e Patti Smith)

Telefonava tardi nella notte, mentre si trovava da qualche parte sulla strada: in una città fantasma del Texas, mentre riposava vicino a Pittsburgh, o da Santa Fe, dove restava immobile nel deserto, ascoltando i coyotes ululare.
Ma più spesso chiamava dal Kentucky, il suo “luogo”, quando la notte era fredda e serena, quando si sentivano respirare le stelle.
Solo una telefonata in tarda notte, da un blu sorprendente come una tela di Yves Klein; un blu per perdersi, un blu che può portare ovunque.
Mi svegliavo felicemente, preparavo del caffé e parlavamo di tutto: degli smeraldi di Cortez, o di Flanders fields, dei nostri figli o del derby del Kentucky. Ma per lo più parlavamo di scrittori e dei loro libri. Scrittori latini. Rudy Wurlitzer, Nabokov, Bruno Schulz.

“Gogol era ucraino” disse una volta, apparentemente dal nulla. Ma non era un nulla qualsiasi, era una scheggia di un nulla sfaccettato che, quando lo si pone sotto una certa luce, diventa un “qualche luogo”. Io cavalcavo quell’onda e improvvisavamo fino all’alba, come due sassofonisti esperti, alternandoci nelle interpretazioni.

Una volta mi ha inviato un messaggio dalle montagne della Bolivia, dove Mateo Gil stava girando “Blackthorn”. L’aria era sottile là sulle Ande, ma lui la fendeva bene, trovandosi meglio degli attori più giovani, cavalcando non meno di cinque diversi cavalli. Ha detto che mi avrebbe portato un serape, nero con strisce color ruggine. Ha cantato su quelle montagne davanti ad un falò, vecchie canzoni scritte da uomini a pezzi, innamorati di se stessi nonostante stessero per svanire. Avvolto in coperte, dormiva sotto le stelle, alla deriva sulle nubi di Magellano.

Sam amava stare in movimento. Lanciava una canna da pesca o una vecchia chitarra acustica nel sedile posteriore del suo camion, forse portava con sé anche un cane, ma sicuramente un quaderno, una penna e un mucchio di libri. A lui piaceva caricare i bagagli e vivere proprio così, andando ad ovest. Allo stesso modo amava interpretare ruoli che lo avrebbero costretto ad avere a che fare con la sua stranezza, un nutrimento per il successivo lavoro.

Nell’inverno del 2012, ci siano incontrati a Dublino, aveva ricevuto una laurea ad honorem  in lettere dal Trinity College. Era spesso imbarazzato dai riconoscimenti, ma lo accolse volentieri perché proveniente dalla stessa istituzione dove Samuel Beckett aveva camminato e studiato. Amava Beckett e aveva qualche suo brano manoscritto incorniciato in cucina, insieme alle foto dei suoi figli. Quella giornata abbiamo visto la macchina da scrivere con la quale John Millington Synge e James Joyce scrissero le loro opere e nella notte ci siamo uniti a dei musicisti che suonavano nel Pub preferito di Sam, il Cobblestone, dall’altro lato del fiume. E mentre camminavamo barcollando con il cuore leggero attraverso il ponte, recitò alcuni versi di Beckett a memoria.

Sam aveva promesso che un giorno mi avrebbe mostrato il paesaggio del sud-ovest, poiché nonostante avessi viaggiato molto non conoscevo bene il nostro paese. Ma fu colpito da una malattia debilitante e  alla fine ha smesso di caricare i bagagli e partire. Da allora in poi sono andata a trovarlo e abbiamo letto e parlato, ma per lo più abbiamo lavorato.
Lavorando per il suo ultimo manoscritto, Sam ha coraggiosamente dato vita ad una riserva di resistenza mentale per affrontare tutte le sfide che il destino gli aveva assegnato. La sua mano, con una luna crescente tatuata tra il pollice e l’indice, era poggiata sul tavolo davanti a lui. Il tatuaggio era un ricordo dei nostri giorni giovani, il mio è un fulmine, sul ginocchio sinistro.

Descrivendo un paesaggio western, improvvisamente alzò lo sguardo e disse: “Mi dispiace che non posso portarti lì”. Ho sorriso, perché in qualche modo lui aveva appena fatto proprio questo. Senza una parola, con gli occhi chiusi, noi attraversammo il deserto americano che srotolò un tappeto di polvere color zafferano, poi color ruggine e anche il colore del vetro verde, i verdi d’oro e poi, improvvisamente, un blu quasi inumano. La sabbia blu! – dissi – colma di meraviglia. “Tutto è blu” – ha detto lui – e le canzoni che abbiamo cantato avevano anch’esse un proprio colore.

Avevamo la nostra routine: svegliarsi, prepararsi per la giornata con un caffè e qualcosa da mangiare. Mettersi al lavoro, scrivendo. Poi una pausa, fuori, per sedersi sulle sedie di Adirondack e osservare il paesaggio. Non era necessario parlare, come accade in una vera amicizia. Mai stavamo a disagio in quel silenzio, che, nel suo sorgere, è un’estensione della conversazione. Ci conoscevamo da così tanto tempo! I nostri modi di fare non potrebbero essere definiti o liquidati con poche parole per raccontare una spensierata giovinezza. Noi eravamo amici. Nel bene e nel male, eravamo proprio noi stessi. Il passare del tempo non ha fatto altro che rinforzare tutto questo. Le sfide si facevano più ardue, ma siamo andati avanti ed abbiamo terminato il lavoro sul suo manoscritto. Stava sul tavolo e c’avevamo messo tutto, niente era rimasto di non detto. Quando sono partita, Sam stava leggendo Proust.

Passarono lunghi e lenti giorni. Era proprio una serata tipica del Kentucky, lucente di lucciole, accompagnata dal suono dei grilli e dai cori dei rospi. Sam si avvicinò al suo letto e si preparò per andare a dormire, un sonno stoico e nobile. Un sonno che lo ha condotto ad un passaggio senza testimoni, circondato da un amore che respirava nell’aria. Cadeva la pioggia quando trattenne il suo ultimo respiro, in silenzio, proprio come avrebbe voluto. Sam era un uomo riservato. So qualcosa degli uomini così. Devi lasciarli decidere come far andare le cose, anche alla fine. La pioggia cadeva, nascondendo le lacrime. I suoi figli, Jesse, Walker e Hannah, hanno detto addio al padre. Le sue sorelle Roxanne e Sandy hanno detto addio al loro fratello.

Io  ero lontana, in piedi sotto la pioggia davanti al leone addormentato di Lucerna, un colossale, nobile, stoico leone scolpito nella roccia di una bassa scogliera. La pioggia cadeva,  nascondendo le lacrime. Io sapevo che avrei rivisto Sam da qualche parte nella terra del sogno, ma in quel momento ho immaginato di tornare nel Kentucky, con i suoi campi ondeggianti e il torrente che sfocia in un piccolo fiume. Ho immaginato le copertine dei libri di Sam sulla mensola, i suoi stivali grinzosi poggiati contro il muro, sotto la finestra, da dove guardava i cavalli che pascolavano davanti alla recinzione. Ho immaginato me stessa seduta al tavolo della cucina mentre cercavo di raggiungere quella mano tatuata.

Molto tempo fa, Sam mi ha mandato una lettera. Una lunga lettera nella quale mi diceva di un sogno che aveva sperato non sarebbe finito mai. “Sognava cavalli”, ho detto al leone. “Realizza tu il sogno: un grande cavallo rosso che lo aspetta, un vero campione. Non avrà bisogno di una sella, non avrà bisogno di niente”. Mi diressi verso il confine francese, vi era una luna crescente che sorgeva nel cielo nero. Ho detto addio al mio amico, chiamandolo nella morte della notte.

 

Una cosa meravigliosa

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La metamorfosi del cuore è una cosa meravigliosa, a prescindere da come arrivi.

– Patti Smith, M Train.

“Nel trascorrere della notte”.

Patti Smith

Patti Smith

Racconta di essere nata durante una bufera di neve, il 30 dicembre 1946 al North Side di Chicago e di aver visto la luce già pronta a richiudere gli occhi per sempre, a causa di una broncopolmonite e di un corpicino troppo magro e fragile. La salvò il padre, tenendola sospesa su una tinozza fumante. Nacque due volte, Patti Smith.

Oggi, 30 dicembre 2016, compie 70 anni, uno in più di mia madre, nata 355 giorni dopo, dove la neve in Sicilia cadeva ancora copiosa, allora.

Mi impressiona questa vicinanza di età e di neve fra Patti e mia madre, anche se le loro vite si sono svolte in modo assai diverso. Credo che dipenda dal riconoscere a Patti Smith un ruolo ri-generante per me, uno di quei parti misteriosi che solo l’arte può compiere fra persone lontane per generazione, ubicazione o secoli di distanza.

Brani come Because The Night o People Have The Power si impara a riconoscerli naturalmente, così come accade con Jiingle Bells o l’Inno nazionale. Poi, crescendo e avendo accesso allo sconfinato mondo del web, ho cominciato ad imbattermi in Patti Smith sempre più spesso. Ero incuriosita dai suoi capelli bianchi, gli occhi luccicanti e il più totale distacco da ogni modello estetico femminile, sempre diverso, ma continuamente imposto lungo i decenni che ha attraversato.

Ho cominciato ad ascoltare le sue canzoni, a tradurle e a cercarmi fra le righe o ad utilizzare le sue parole come tracce di vita buona per orientarmi nella comprensione del mondo.
Ma il vero incontro è avvenuto nella narrazione che fa di se stessa nelle pagine di Just Kids, un libro che, per me almeno, è una miscela esplosiva fatta di racconti e ricordi, musica, arte, relazioni, Brooklyn, amori ed anni ’70.

- Patti Smith

Patti Smith

Patti Smith capì di voler essere un’artista quando era ancora molto piccola, sulle sponde del fiume Prairie, lo capì osservando un cigno alzarsi in volo:

La vista del cigno generò in me un’urgenza per la quale non conoscevo parole; un desiderio di parlare del cigno, di dire il suo biancore, dell’esplosività dei suoi movimenti e del suo lento battere d’ali. Il cigno divenne tutt’uno col cielo. Mi sforzai di trovare una parola capace di descrivere la mia percezione dell’animale. Cigno, ripetei, non del tutto soddisfatta, e avvertii una fitta, un singolare struggimento impercettibile ai passanti, a mia madre, agli alberi oppure alle nuvole.

Crescendo non cercò di distrarsi da quell’urgenza per la quale non trovava parole né ignorò la fitta e lo struggimento impercettibile, non disse a stessa di provare qualcosa che non aveva importanza e non si rassegnò a fare la maestra e a sposare un brav’uomo di provincia, così come tutti si aspettavano facesse.

Patti Smith ha una scrittura sobria, senza orpelli e parole di troppo. Utilizza un linguaggio semplice, asciutto. Va dritta al punto e il punto era vivere la vita a modo suo.

Rimase incinta a sedici anni. Ebbe paura, ma fu sapiente e coraggiosa. Decise di aver cura di sé e della sua salute e di star bene per quella bambina che, una volta nata, avrebbe affidato ad una famiglia in grado di occuparsene.

Patti Smith

Patti Smith

Col pancione insieme alla sua amica ascoltava Bob Dylan, cantava e frugava nei negozi di abiti usati per cercare cappotti simili a quelli di Oscar Wild. Quattro anni prima, al museo di Philadelphia, la visione del cigno aveva assunto un senso più compiuto nei disegni di Salvator Dalì e nei quadri di Picasso:

Mentre marciavamo giù dalla grande scalinata sono sicura di aver dato l’impressione di essere la stessa di sempre, un’anima in pena di dodici anni tutta braccia e gambe; in segreto però, sentivo d’essermi trasformata, commossa dalla rivelazione che gli esseri umani creano l’arte, che essere un artista voleva dire vedere ciò che gli altri non potevano vedere. Non avevo prove di possedere la stoffa dell’artista, ma bramai di esserlo con tutta me stessa.

Partorì la sua bambina, rimandando al tempo opportuno di attraversare lo strazio per quella separazione e partì alla direzione di New York. Non sapeva dove andare e cosa fare esattamente, sapeva soltanto di dover provare ad essere ciò che voleva essere.

Dormì a Central Park, vicino alla statua del cappellaio matto, ebbe fame, freddo e molti pidocchi, divenne amica dei barboni e di misteriose anime notturne che la presero a cuore dividendo con lei mozziconi di pane e un’infinità di racconti. Mai venne attraversata dal pensiero che quelle condizioni di vita le mostrassero la necessità di abbandonare il suo proposito o di rinnegare la sua intuizione. Stavano per cominciare gli anni’70, tutto sarebbe stato possibile.

 - Patti Smith

Patti Smith

Trovò lavoro come commessa e un giorno, in quel negozio, entrò un ragazzo: “Aveva lampi di luce negli occhi”. Il ragazzo comprò la collanina che lei amava molto e lasciando di stucco se stessa gli disse: “Non darla a nessun’ altra che a me”. Lui sorrise, annuì e rispose: “Non lo farò”. S’incontrarono di nuovo, una notte, per caso, nel parco; aiutò Patti a venir fuori da una brutta situazione e non si separarono mai più. Quel ragazzo era Robert Mapplethorpe.

La vita prende direzioni impensabili grazie agli incontri che facciamo, si potrebbe costruire una mappa dell’esistenza basata sulle deviazioni che gli incontri provocano. Si vedrebbero vie tortuose e grandi rettilinei, scalate impervie di costoni rocciosi e lunghe navigazioni su mari a volte sereni e muti altre burrascosi e cupi.

Patti e Robert divennero intimi senza sforzo e senza bisogno d’esser prudenti. Appena ebbero soldi a sufficienza presero in affitto un appartamento “su un viale alberato, girato l’angolo da Myrtle El e dal quale si poteva raggiungere il Pratt a piedi”. Non aveva importanza che le pareti fossero incrostate di sangue e scarabocchi psicotici e neppure che il forno fosse pieno di rifiuti e siringhe usate. Ripulirono tutto e appesero al muro i loro disegni: malinconici, quelli di Patti, inquieti e deliranti quelli di Robert:

Certi giorni, grigi giorni di pioggia le strade di Brooklyn meritano una fotografia. Radunavamo le nostre matite colorate e disegnavamo come ossessi, figli ferali della notte finché esausti, non ci lasciavamo crollare a letto. Giacevamo l’uno nelle braccia dell’altra, ancora impacciati ma felici, a scambiarci baci mozzafiato durante il sonno. 
Il ragazzo che avevo conosciuto era schivo, incapace di esprimersi. Adorava essere guidato, essere preso per mano e varcare la soglia di un altro mondo a cuore aperto. Era virile e protettivo, anche se femminile e remissivo. Meticoloso nel modo di vestire e di comportarsi, era capace di un disordine terrificante all’interno delle sue opere. I suoi erano mondi solitari e pericolosi, preannunciavano libertà, estasi e liberazione.

Patti Smith e Sam Shepard al Chelsea Hotel

Patti Smith e Sam Shepard al Chelsea Hotel

Si trasferirono al Chelsea Hotel, situato al 222 West della ventitreesima strada, Manhattan, tra la Seven e l’Eight Avenue. Lì oltre agli artisti vicini ad Andy Warhol, soggiornavano Leonard Cohen, Janis Joplin, Bob Dylan e molti altri. Era importante riuscire a mantenere una camera al Chelsea e i due fecero di tutto per riuscirvi.

- Patti Smith e Bob Dylan

Patti Smith e Bob Dylan

 Patti rimaneva vicina a Robert anche quando piangeva e stava male e agitava le mani contro i demoni e urlava di inquietudine e dolore. Robert incoraggiava Patti a scrivere poesie, le regalò una copia di Ariel di Sylvia Plath e le insegnò ad amare le sue smagliature, segni feroci di una gravidanza precoce, cicatrici indelebili di una innaturale separazione. Seppero allontanarsi ogni volta che stare insieme non costituiva un bene per loro o per la loro arte e seppero tornare insieme, vicini, fratelli, dopo aver attraversato qualunque distanza. Erano necessari l’uno all’altra, senza che vi fosse perversa dipendenza:

L’opera di Robert mi attraeva perché il suo vocabolario visivo era affine al mio vocabolario poetico, nonostante potessimo dare l’impressione di muoverci in direzioni differenti. Robert mi ripeteva sempre: “Nulla è finito finché non lo vedi tu”.

Patti Smith e Robert Mapplethorpe

Patti Smith e Robert Mapplethorpe

Si amarono moltissimo, anche quando Robert comprese di essere omosessuale. Si trasformava continuamente, lui, senza mai smettere di essere il ragazzo con il quale andare a Coney Island a far fotografie e a scambiarsi baci di sale e umidità. Patti era sempre contenta di andare, amava il pensiero di poter raggiungere l’oceano con la metropolitana.

L’Oceano. L’ho visto anch’io. Dalla costa opposta a quella di Patti e Robert. Era estate, era un viaggio importante, era l’uomo che mi vuol bene, una Fiesta Diesel grigia e 2000 Km tra Spagna e Portogallo. Fu durante quel viaggio che lessi Just Kids, fu durante quel viaggio che Patti Smith diventò compagna e maestra della mia vita da adulta, quella in cui io sono io, senza che vi sia più a questo alcuna alternativa possibile. Lo sapevo da sempre che prima o poi l’avrei incontrato, l’Oceano. Lo sapevo da quando ho studiato Cristoforo Colombo e letto Moby Dick, da quando sogno di visitare gli Stati Uniti d’America e da quando “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”, Sostiene Pereira. Così è proprio lì che gli ho dato appuntamento, sulla costa delle grandi partenze verso il nuovo mondo, sulle spiagge dove Antonio Tabucchi ha immaginato un uomo diventare finalmente se stesso.

– Vila Nova de Gaia, distretto della città di Porto, Portogallo

Indossavo pantaloni lunghi, una maglietta a righe e la felpa. Ma i ragazzi portoghesi, i pochi rimasti sul far della sera, avevano addosso solo il costume e il calore di abbracci e promesse sussurrate al tramonto del sole.
Mi tolsi le scarpe: la sabbia era di granuli grossi e ruvidi e molto, molto fredda appena sotto la superficie. Le onde lunghe mi raggiungevano, sempre, nonostante corressi veloce da una parte all’altra con una strana gioia nel cuore. L’acqua dell’Oceano è gelata e l’odore di alghe, fortissimo. E’ un’acqua scura e profonda e misteriosa. Mi spaventava, ma senza paura, come una magia.
E’ stato un viaggio nel viaggio, quello della lettura e quello alla scoperta dell’estremo occidente d’Europa. Per entrambi stupore e tenerezza, entusiasmo e grande partecipazione. Riempivo il libro di sorrisi disegnati con la matita accanto alle parole che più mi rallegravano il cuore, tra le pagine disegnavo alberi o punti esclamativi e facevo cadere come neve di dicembre a New York, briciole di pane portoghese, mangiato tra una tappa e l’altra, fra molti discorsi, carezze e baci rubati a 130 km/h.
- Patti Smith

Patti Smith

Da Patti Smith ho imparato la fiducia nelle proprie intuizioni e la disponibilità ad aprirsi alla vita con le sue rotte inattese. Mai avrebbe pensato di diventare una rock star, lo è diventata, ma non per questo ha rinunciato a scrivere poesie, a disegnare, a fotografare “a sentire in corpo la nascita di nuovi progetti”. E’ rimasta disponibile ad intraprendere ogni strada possibile e ad accogliere quel suo mondo interiore “metà garage e metà reame da fiaba”. Ha amato così come il cuore le suggeriva di fare e si è sposata, con un uomo che fu la sua gioia e che la seppe amare, accogliere e capire a sua volta; ha dato alla luce due bambini senza cedere allo stereotipo inverso, quello che vede incompatibile la vita artistica e la vita “normale”. Quando Robert la vide con in braccio sua figlia, la guardò e le disse: “Patti, lei è perfetta”. Si riferiva al piccolo, a lei, a quello che aveva scelto e a quanto Patti aveva fatto.

- Patti Smith e Fred "Sonic" Smith

Patti Smith e Fred “Sonic” Smith

- Patti Smith, seduta al Cafè' Ino di New York

– Patti Smith, seduta al Cafè’ Ino di New York

Non ha potuto fare a meno d’essere se stessa e oggi, a settant’anni, sogna ancora di aprire un caffè sulla spiaggia e ripercorre coraggiosa le vie dei ricordi e degli incontri, seduta al Cafè’ Ino di New York, appartata in un angolo con i suoi quaderni d’appunti, la sua malinconia e la Polaroid. Ha visto morire la maggior parte dei suoi amici, di AIDS, di overdose e di troppa, esagerata  vita, impossibile da imparare a vivere tutta, ma rimane dritta davanti al dolore, oggi come allora, guardandolo per quello che è: una realtà misteriosa, terribile e necessaria in modo inspiegabile alla vita:

- Patti Smith e Robert Mapplethorpe

Patti Smith e Robert Mapplethorpe

Robert morì il 9 marzo 1989 […] Fui sopraffatta da un senso di agitazione e frenesia, quasi che, per via dell’intimità che avevo vissuto con Robert, dovessi condividere la sua nuova avventura, il miracolo della sua morte. Quella sensazione indomabile rimase con me per qualche giorno. Ero sicura di non averla lasciata trasparire, ma forse il mio dolore era più evidente di quanto non credessi, perché mio marito ci mise tutti in macchina; ci dirigemmo a sud. Trovammo un motel sul mare e ci restammo per le festività di Pasqua. Su e giù per la spiaggia deserta, camminavo nel giaccone nero. Tra le sue pieghe grandi e asimmetriche mi sentivo come una principessa o una monaca. Sono sicura che Robert avrebbe apprezzato questa immagine: un cielo bianco, il mare grigio e questo singolare impermeabile nero. Finalmente, al cospetto del mare, dove Dio è dappertutto, riuscii a calmarmi.

Secondo me Patti Smith è bellissima, ora molto più di prima. La sua bellezza si fa beffa di ogni cliché, ma risuona nella sua voce ancora sicura e nello sguardo sempre luminoso.

Si muove con la grazia di chi è passata in mezzo al fuoco, disposta a bruciare pur di non rinunciare alla fedeltà verso se stessa.

Patti Smith

Patti Smith

Se potessi prendermi un caffé con lei, le chiederei di raccontarmi dei disegni sui tovaglioli dei bar, della morte del marito, Fred, dei suoi gatti e di quel primo reading di poesie con la voce tremante, che cambiò il suo destino e l’idea che aveva di se stessa. Io le racconterei del mio viaggio, dell’Oceano, della malattia, delle ferite e di tutte le resurrezioni conquistate attimo, dopo attimo, dopo attimo. Con lei vorrei parlare di Dio, di quando decise di non pregare più con le parole che la madre le aveva insegnato, di quando cominciò a comporre lunghe missive a Dio, piene di domande, desiderose di conforto e di confronto. Patti prega per strada, davanti ai sepolcri dei poeti, per la vita disgraziata dei poveri e per le esistenze spezzate dei suoi amici di sempre.
Le racconterei delle soste forzate nel traffico di questa città decadente in mezzo al mare, di April Fool cantata a squarciagola o di Gloria a tutto volume, mentre guardo le travi di legno sdraiata sul letto a pancia in su e penso a quanta fatica costa la fedeltà a se stessi e a quanta misericordia ci vuole per non soccombere.
Le direi che i suoi libri, le sue parole, le sue canzoni sono intrecciate alla mia storia d’amore e le chiederei di recitare per me una delle sue preghiere perché nulla finisca, prima che sia compiuto.
Questa, di seguito, è As the night goes by, Nel trascorrere della notte.
E’ bellissima. Ascoltatela sul far della sera, quando sarete molto innamorati o molto ubriachi, ascoltatela quando sentirete di essere poeti, umani e perduti o santi. Oppure ascoltatela di fronte all’Oceano, il giorno in cui andrete ad incontrarlo.
All through the Night
Sirens call
Come to me
I’ll come to you
As the night softly
Goes by bye.
Per tutta la notte
le Sirene chiamano
Vieni da me
Io verrò da te

nel trascorrere dolce della notte.

Happy Birthday Patti Smith!

Qualcosa accade, sempre.

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Venerdì sera, una villa vicino al mare, fulmini che illuminano il cielo e pioggia e vento a far tremare i vetri.
Delle sei persone con cui ho trascorso la serata, a parte l’uomo che mi vuol bene, ne conoscevo, appena, solo una. Ma la sensazione di non conoscersi è durata poco.
Il tempo di prendere da bere, aprire il pacco di sfoglie cariche di burro con lo zucchero a velo ad imbiancare il pavimento, schiacciare qualche noce, accendere l’impianto stereo.

Eravamo lì, insieme, per la musica.

Ciascuno con i suoi cd sotto braccio o le tracce di spotify o i video di youtube da proporre agli altri componenti di questo strano strano gruppo, motivando la scelta, spiegando cosa quella canzone, quel pezzo significasse, dando notizie sull’album, il cantante, la versione che stavamo ascoltando.
Attorno a quel tavolino di briciole e bicchieri di whisky e vino dolce, seduti, ad ascoltare… E’ stato bello, per tutti. E’ stato bellissimo, per me.

Lo è stato perché la musica era forte, intensissima, perché il suono dell’impianto stereo montato per l’occasione, sublime. Ma anche perché la serata si è trasformata in un viaggio. Non solo per la svariata provenienza dei brani, ma sopratutto per le storie che li hanno accompagnati. Storie di ricordi, di anni ’70 vissuti nel vortice dei vent’anni, di legami nati su quelle note di basso e rulli di batteria. Storie di incontri, di emozioni, di concerti, di amori, di delusioni, di attese. Ho visto occhi brillare o chiudersi lentamente per immergersi  nel suono, ho visto sorrisi e sguardi complici.

Non serviva conoscere i singoli avvenimenti della vita di ciascuno; gli amori, i dolori, gli errori o i rimpianti né tanto meno sapere cosa ci fosse in cuore quella sera, quale situazione si era lasciata a casa o quali timori, aspettative o angosce si sarebbero ripresentate alla porta con il nuovo giorno, la musica raccontava tutto.

L’una e mezza della notte è arrivata in fretta, tra pause di sigaretta e cd da mixare. L’atmosfera vissuta posso provare solo a descriverla, ma i brani che ho amato maggiormente tra quelli ascoltati, quelli posso condividerli e far viaggiare anche voi.

Fra tutti l’intro di Lust for life di Iggy Pop, è il mio pezzo preferito. Un minuto ed undici secondi che sembrano sempre uguali e che pare siano infiniti, come se stesse per succedere qualcosa, come se non potesse succedere niente. Ma, per fortuna, qualcosa accade sempre, se ci si (ri)mette in piedi e si comincia a cantare.

Ecco, alzate il volume:

Una perla di ragazza

(foto di Barry Feinstein)

(Janis Joplin, foto di Barry Feinstein)

Da quando gli anni ’70 hanno fatto irruzione nella mia vita attraverso la storia di chi era un ragazzo in quegli anni, ho imparato, conosciuto e cominciato ad amare molte, moltissime cose e ho compreso che quegli anni esistono come una traccia genetica, inconscia, ma fortissima nella vita di chiunque sia arrivato dopo.

Janis Joplin fino a qualche mese fa era per me uno dei tanti nomi leggendari della musica: Jim Morrison, Bob Dylan, Jimi Hendrix, John Lennon…. Questa estate, invece, percorrendo le assolate strade del Portogallo, ho scoperto chi fosse. Osannata per la sua voce blues, particolarissima in una donna bianca, capace di interpretare brani dal folk al rock and roll (per esempio: https://www.youtube.com/watch?v=sfjon-ZTqzU) e morta come tutte le stars della musica a 27 anni.

Ma della sua storia, più di tutto, mi ha impressionato il disagio e l’inquietudine che l’hanno quasi costretta ad una ricerca continua di se stessa e alla gestione di una sofferenza molto molto profonda.
Dicevano che non fosse bella e pensava anche lei di non esserlo. Grassa per tutta la durata della sua maledetta adolescenza e con la pelle del viso rovinata dall’acne era il bersaglio perfetto per quella massa di idioti presenti nelle scuole di ogni tempo. Janis pativa la solitudine e desiderava essere amata da tutti, tutti, senza distinzione. Scappò via dalla cittadina del Texas dove era nata, da un futuro scritto che la voleva sposata ad un brav’uomo e insegnante in una scuola di provincia. A diciassette anni scoprì di saper cantare e da allora, fino alla morte, non fece altro che questo: cantare e desiderare l’amore.

Io solitamente ascolto Janis Joplin quando sono triste o quando ho bisogno che la malinconia prenda una forma. Possiede una strana forza Janis: quella di portare in corpo un grande tormento e di riuscire a condividerlo come un dono. E’ graffiante ed è dolce. Sfacciata a volte e timida come una bambina. Ascoltare Janis Joplin è come partecipare ad un dolore che è di tutti e cantare con lei aiuta a capire che la fragilità non è una colpa e che nello sguardo di ciascuno si può ritrovare un frammento di qualcosa che ci appartiene.

Janis entrava ed usciva dai tornanti dell’eroina continuamente, era la sua tragica metafora della vita. Vi entrava per amore e vi usciva per amore. Janis ha fatto tutto per amore. Non si è accorta di morire e questo mi consola quando la penso spaventata per la sua solitudine. Forse aveva troppa vita addosso per attraversare l’esistenza  camminando su sentieri già battuti: “Lei non riusciva a trovar il modo per essere come tutti gli altri. Grazie al cielo”, raccontano i suoi amici.

Tra le mie canzoni preferite c’è “To love somebody” ( https://www.youtube.com/watch?v=fkGUt4QYc08; testo e traduzione: http://www.theblacksnack.com/to-love-somebody-janis-joplin/). Mi piace perché descrive bene la sua paura di non poter essere veramente amata da qualcuno. Janis era emotivamente onesta. Patty Smith che l’ha conosciuta e frequentata durante la permanenza al Chelsea Hotel, racconta: Janis trascorse gran parte della festa in compagnia di un bel ragazzo che le piaceva, ma poco prima dell’orario di chiusura il tizio se la svignò con una delle sue leccapiedi più carine. Janis ne fu sconvolta: “Capita sempre a me. Un’altra notte da sola”. Io la riportai in camera. Quando feci per andarmene si guardò allo specchio, e sistemò i boa di piume: “Come ti sembro amica?”.  “Una perla – le risposi. Una perla di ragazza”. (da Just Kids di Patti Smith).

Nel 2005 al 72° Festival di Venezia è stato presentato un documentario che ripercorre la sua storia, guardatelo se potete (https://www.youtube.com/watch?v=UI3NxZIcd2A). E’ molto bello. Viaggerete con lei tra le vie tortuose, tragiche e bellissime dell’animo umano, tra la California e Manhattan, fino al compimento di una vita che sembra spezzata solo in superficie. Nel montaggio è inclusa la lettura di alcune sue lettera. Quella che amo in particolare si conclude con una esclamazione che è forse un grido, forse una bestemmia, ma che a me sembra davvero una delle più belle preghiere che abbia mai sentito in vita mia: “Cristo, quanto cazzo vorrei essere felice!”.