…Ma invece dopo la nascita capisco il contrario (ovvero…”Nutro mia figlia”)

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Nutro mia figlia è un testo bellissimo.
Uno di quei testi che leggere è come viaggiare. Un viaggio a velocità folle tra le viscere, il sangue, il corpo, l’utero, lo sguardo, il latte di una madre.
E’ come uno scrigno, dal quale ciascuno può estrarre la sua moneta d’oro e sentirsi il re o la regina del più fantastico dei regni: il proprio corpo!
Di seguito trovate un “frammento” del testo e il link attraverso il quale potrete leggere il brano per intero (prendete fiato prima!).
Da, qui, invece, accedete all’intero progetto dal quale il brano è estrapolato. Lo ridico, è bellissimo!

 

Nascita terremoto e tempesta 
nascita non ce la faccio
madonnuzza incastonata sul muro alla mia sinistra
coraggiosa compagna santa e madre madre e santa
ti cerco a tentoni nel cuore alla mia sinistra
mi afferro a questo nostro cuore come ad un albero
e chiedo aiuto alle donne vive nel mio cuore
impasto i loro nomi fra lingua e palato
dietro gli occhi trovo la parola antica
aiuto
ho paura
non mi lasciate
fatemi vita
fatemi spazio e silenzio
fatemi luce
Continua…

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Corpo a corpo

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Allatto da quattro mesi e quindici giorni.
Allatto di giorno e di notte, col fresco e col caldo, col sorriso e nel pianto, se sto bene o se sto male.

All’inizio il mio bimbo non sapeva ciucciare. Ma ha imparato, mentre piangevamo insieme, lui di fame, io di un amore che non volevo perdere.
Ha imparato, aprendo la bocca grande che sembrava un uccellino. Bocca grande ed occhi chiusi.
E così dal 4 aprile non faccio altro che questo: allattare.

A volte mio figlio si attacca al seno perché è stanco o ha sonno o ha desiderio di stare con la sua mamma. Così ho compreso che la fame non riguarda solo le viscere.
E, poi, un’altra cosa ho capito allattando: che il dualismo non esiste. Bene, male, giusto, sbagliato, bello, brutto…Noi umani siamo tutti immischiati con tutto. E, infatti, allattare è bellissimo ed è terribile. Bellissimo come il più tenero dei sentimenti, la più selvaggia sensazione d’esser viva, il più sano degli istinti. Terribile come una stanchezza feroce, come i pianti di disperazione per il sonno che corrode il cervello e che fa dire ogni mattino: io non ce la faccio più.
Tutto mischiato, come il corpo del mio bambino su di me e l’odore acre del sudore e quello dolciastro del latte, il profumo della sua pelle nuova e quello pungente della pipì. Mischiato, come i rigurgiti sul materasso e la cacca fuori dal pannolino alle quattro del mattino. Come la gioia mischiata alla stanchezza e lo stupore allo sconforto.

Allatto da quattro mesi e quindici giorni. Il peso del mio bambino è più che raddoppiato ed io lo guardo e so che le sue cosce sono il mio latte, lo sono i suoi piedi e le sue mani, prima ferme e ora frenetiche, che mi carezzano il seno o lo afferrano per tenerlo in bocca stretto lasciandomi sulla pelle con le unghiette affilate dei cuccioli i segni della più intima e antica delle relazioni. Il mio latte sono i suoi occhi e il suo sorriso, quando si stacca un attimo per guardarmi e un rivolo di latte dalla bocca cola sulla guancia a zig zag.

Non appena la fame è saziata sul capezzolo ci poggia la faccia e dorme e affonda il naso dentro al seno. Quando posso lo lascio dormire così e dormo anche io e poi tra le mani gli trovo i miei capelli o le briciole del pane mangiato tenendolo addosso. A volte respiriamo all’unisono a volte a me manca il respiro perché il mio corpo è tutto nuovo e mi ci perdo dentro cercando una nuova strada. Quando è lui ad aver paura io faccio respiri profondi e lunghi e lui va su e giù sulla mia pancia e si placa. Ed io con lui.

Succhia il mio latte e succhia la mia malinconia, insieme al parmigiano che divoro, insieme ai miei desideri, alle paure, le ferite, le medicine, i ricordi. Fa un pasto completo di me. E il suo corpo mischia lui a me e a suo padre, ancora, anche fuori dall’utero, in una combinazione sconosciuta che la vita intera non basterà a scoprire.

La notte  dorme se gli alito addosso, come il bue e l’asinello, dormiamo poco e corpo a corpo. Cerca il seno, si attacca, dorme, si stacca, scalcia, lo riprende, si sveglia, mangia, piange, si gira, mi graffia, sorride, mi cerca, ri-dorme, ri-mangia, mi guarda.

Allatto da quattro mesi e quindici giorni e ho capito che anche per l’allattamento come per la gravidanza esiste un racconto edulcorato a misura di commercio, che ci vuole ordinate, composte e riservate, profumate di colonia, sorridenti e pettinate.

Perché spettinate e sudate coi seni all’aria, le occhiaie stanche, gli occhi lucidi e ogni imperfezione alla luce non corrispondiamo a nessun immaginario.

Che l’allattamento possa essere un’esperienza feroce lo s’impara sul campo. Ed è difficile accettare che sia così. Eppure, questo campo di vita e di battaglia, solcato da notti insonni e nuove solitudini è il solo posto dove desidero dimorare.

Lì cresce l’amore che il mio bimbo ha portato e cresce mio figlio. Lì cresco io, cresce la persona che non smette di venire alla luce nonostante lo strazio della stanchezza. Perché si può dire di essere stanche fino a vomitare senza contraddire la felicità. Si può dire che è difficile e che si soffre a vedersi diverse da come ci si era immaginate, ma che quel che si scopre è pulito come acqua di fonte.

Ogni mamma fa le sue scelte su come allattare e nutrire il suo bambino ed ogni scelta ha in se stessa tutto l’amore necessario perché il bimbo possa crescere sano e felice.

Io ho fatto la mia di scelta, e so che sono libera di trasformarla in qualunque momento senza che nessun giudizio o consiglio debba  dilaniare il cuore. Ma intanto, per trovare la forza che mi serve ogni notte quando lui mangia ed io vorrei solo dormire, lo bacio sulla testa, sulle guance, sulla bocca e prego sussurrando: Il tuo corpo non se ne dimentichi mai, resti benedetto per sempre da questi baci, da questo amore, da questa fatica. Il mio latte ti renda forte e il tuo corpo sia colmo di grazia e di ogni tenerezza. La vita sia abbondante in ogni tuo gesto come lo è il latte nel mio seno e sentiti libero d’esser debole, come mi sento io notte dopo notte, e la tua vita che cresce mi riempia di  tanto tanto coraggio. Così sia.

Questa è la mia esperienza, fino ad oggi: quattro mesi e quindici giorni.

Abuna

Paolo Dall'Oglio a Mar Musa, Siria.

Paolo Dall’Oglio a Mar Musa, Siria.

Dovete avere una grande fiducia nella vostra capacità di visione, un’enorme fiducia nel vostro desiderio.

Paolo Dall’Oglio.

Questa era la prova

Sam Shapard e Patti Smith, 1976

Sam Shapard e Patti Smith, 1976

Cantai alla notte. I piccioncini primaverili mi risposero e mi resero forte. Forte abbastanza da vincere. Riuscii a guadagnare la spiaggia, corsi dritto nell’oceano fino alla vita e mi fermai. L’acqua gelata mi riportò in me. Questa era la prova. Andare dritto avanti e non tornare più indietro né girarsi. Rimasi così fino alla mattina cantando la mia canzone.

– “La prova del demone” da La Luna del Falco, Sam Shepard

Il 27 luglio dello scorso anno moriva Sam Shapard. Sam è stato fidanzato con Patti Smith e per tutta la vita sono rimasti amici. Una volta Sam le regalò una copia del suo primo esperimento di narrativa e poesia, La Luna del Falco e le scrisse: “Se perdi la brama, sei pazza”.

Per tenere vive le cose belle che accadono tra gli esseri umani. Come si può.

Adesso, la vita.

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Non ho smesso di scrivere solo perché non ho più un minuto di tempo per me e se ce l’ho, dormo. Ho smesso anche perché sento di non avere al momento nulla da dire  come prima.

Mio figlio mi ha resa muta.

Adesso la vita si svolge sul piano del sentire e dell’agire, sopratutto: di minuto in minuto percepire cosa bisogna fare e farlo.
Ci vuole forza fisica, è una prova di resistenza. Forza e nervi flessibili, così come richiede la vita che cresce.

È un allenamento spietato, spesso dolce, fatto di latte che fuoriesce dal seno e macchia le magliette, fatto di occhiaie e lacrime sotto la doccia, fatto di smarrimento e di momenti imperfetti e felici.
I vestiti di prima non vanno, servono scollature buone a nutrire ovunque e a qualsiasi ora e sorrido di quelli che per farmi un complimento mi dicono d’esser magra “come prima”, perché in me non vi è neppure una fibra uguale a prima.

Io non ho la forma che avevo e neppure sento di corrispondere alla forma di mamma. Ognuna è madre a modo suo, credo, con la propria felicità indicibile e la propria ferita da rimarginare.

Esiste un’idea di maternità a cui si fa riferimento che con la realtà dell’esperienza c’entra poco. È costruita. Ma la maternità non è una costruzione, un prodotto che può esser progettato a tavolino, è corpo che s’impone, è una gioia incisa nella carne anche quando sembra che tutto vada a scatafascio. È un sentiero obbligato che si percorre, però, a modo proprio dove ci si può incontrare con altre donne se si è disposte a rivedersi in esperienze simili e a non ritrovarsi ma ad accogliere storie diverse. Dovremmo esser capaci di creare una rete sociale di solidarietà e mutuo aiuto, capaci anche di immaginare e costruire un mondo diverso. Noi possiamo. Messe a nudo davanti a noi stesse e dopo un faccia a faccia tanto intenso con la vita e con la morte, noi possiamo, se abbiamo la pazienza e l’audacia di abitare tutto quel che proviamo e non diventare le madri che gli altri si aspettano o che l’immaginario comune impone.

C’è troppa meraviglia nello sguardo dei nostri bimbi nello scoprire il mondo, per non tentare almeno di viverlo in modo nuovo.

Per questo sento che le mie parole sono e vogliono essere differenti. Cercano di dar voce al desiderio che ho di far emergere la trasformazione e di comprenderla man mano che ininterrotta continua ad accadere. Tutto è più scarno, breve, forte, vero.

E in questo laboratorio esistenziale anche “Eufemia”, inevitabilmente, è alle prese con la sua metamorfosi.

Un filo di paura

Giovanni Falcone

Giovanni Falcone

Dove fiorisce il rosmarino c’è una fontana scura
dove cammina il mio destino c’è un filo di paura
qual è la direzione nessuno me lo imparò
qual è il mio vero nome ancora non lo so.

da “Canto del servo pastore” di Fabrizio De Andrè

Il tempo imperfetto

(foto di Artem Rozhnov)

(foto di Artem Rozhnov)

Io non so se esistono esperienze che non possono essere narrate, quel che sperimento, al momento, è che per raccontare l’esperienza del parto, non esiste nulla di esaustivo nel vocabolario della mia lingua madre.

Si procede allora a piccoli passi muti e non certo mentre “si torna alla normalità”, perché dopo il parto di “normale” non c’è nulla e non si può ritornare a quel che era, c’era e si faceva prima. E’ un passaggio verso un altrove e solo una direzione è possibile, soltanto avanti si può andare. Il parto lancia verso la vita con la forza delle cose vere che tolgono spazio a qualunque tipologia di ragionamento. Serve la consapevolezza dell’essere e del fare, di giorno così come nella notte.

Ma è un punto di partenza da ri-visitare, piano piano, per recuperare ogni pezzo dell’esperienza vissuta e trarne  la forza e lo stupore necessario per non lasciarsi travolgere dalla stanchezza né tanto meno dalle aspettative, neppure le nostre.

Perché anche “tu” non sei più quella che ha infilato di fretta e con fatica le scarpe da tennis per correre in ospedale tra una contrazione e un respiro profondo e serve tempo  ed occorre coraggio per rendersi conto della metamorfosi. Frutto di una nuova nascita, come il proprio bambino, madre di se stesse con una identità da scoprire e da plasmare che le notti insonni e la fatica e la paura e perfino la gioia non possono cancellare se non al prezzo di sacrificare ogni nuova cosa sull’altare della paura che tutto invecchia.
E così bisogna fare la strada, farla e poi percorrerla, perché non ne esistono due uguali nonostante il parto sia forse la più condivisa tra le umane esperienze.

Ed è oggi che si comincia, che il tempo di rimandare è terminato e la vita adesso è verissima ed ha la forma e l’odore e il calore di un essere umano di carne e sangue e del proprio sangue pure e del proprio calore che è tutto da sentire, perché il corpo, se ne ha la prova esperenziale ed evidente oramai, non può ingannare.

Il parto porta verità, ovunque, come un’esplosione. E la luce può essere accecante e paralizzare il cuore che non regge, nel senso proprio di supportare, nulla che non sia reso dalla vita a sua misura. Penso che tale compito spetti all’amore, l’amore concreto che con la quotidianità della sua presenza quella luce la rende da inaccessibile, vivibile, da troppo forte a necessaria agli occhi.

E il corpo accompagna l’animo nella gradualità di adattamento, si riprende piano dalla fatica della luce, si riprende con una poesia nascosta nelle piaghe, nelle suture, nel sangue in eccesso, nel latte che compare come una sorgente e che trasforma il corpo ancora una volta, di nuovo.

Io lo so, lo sento, di non aver ancora capito niente, di non aver ancora pianto tutta l’acqua buona ad irrigare e sanare, so, però, perché lo riconosco adesso nello sguardo di molte donne, che il tempo imperfetto del post parto è quello buono, così com’è, perché è quello adatto a se stesse, al bambino e all’uomo con il quale quel figlio lo si è generato e che pure si ama diversamente ora, perché quella luce non lascia fuori niente.

Per questo il post che sto scrivendo lo sto anche amando tanto, perché non è scritto come i precedenti, nella concentrazione e nella disponibilità del mio tempo, ma con una mano sola, mentre l’altra dondola la culla dove al caldo di una coperta color del cielo respira, sommessa e potente, la vita che mi aspetta.

 

Di luce

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Le cose che si trasformano con la gravidanza sono moltissime anche se so che saranno più chiare dopo aver attraversato l’esperienza del parto.

Oggi sono stata in ospedale per fare il tracciato. Mi sono messa sul lettino, ho scoperto la pancia ed ho sentito i 145 battiti al minuto del nostro bambino.

Nel lettino accanto al mio una giovane donna con le contrazioni. Seduta, perché di stare sdraiata con quel dolore non se ne parlava. Aveva i capelli neri lunghi, una camicia da notte bianca. Ad ogni contrazione, a voce bassa, si lamentava. “Ahi ahi – diceva – non ce la faccio più”. Le contrazioni erano cominciate alle due del mattino, ma la dilatazione era ancora a zero.

Osservandola ed ascoltandola mi sono chiesta molte cose, cercando di capire a cosa corrispondesse quanto stavo sentendo in quel momento.

Quella donna era bella, di una bellezza che non avevo mai visto. Aveva i capelli spettinati, non un filo di trucco, la peluria sulla pancia, un paio di fantasmini blu ai piedi. Ma era davvero bellissima. Fragile e potente, sfinita e forte, terrorizzata e coraggiosa. Aveva fame e caldo, aveva fretta, ma restava calma, seduta su quel lettino.

“Non pensavo che non mi interessasse nulla di stare mezza nuda davanti ad estranei”, mi ha detto. Era libera, tutte le categorie che di solito ci incasellano o ci imprigionano stavano lì, in frantumi ai suoi piedi, accanto alle ciabatte a fiori, quelle di tutti i giorni, perché quelle nuove, nella fretta, erano rimaste a casa.
“Sta andando tutto in modo diverso da come avevo immaginato”, mi ha confidato. Ma non lo diceva con tristezza o rabbia, lo diceva con stupore e tremore, come chi sta camminando e di gran passo su una strada che non aveva mai attraversato prima.
Era talmente libera che in quel momento di esserlo non le importava nulla. Voleva smettere di star male, voleva il suo bambino.

L’ho lasciata lì, mentre io venivo liberata dal macchinario e rimandata a casa.

Spero abbia partorito, e spero stia bene. Ma, soprattutto, spero di non dimenticare quel che ho visto e intravisto: canoni diversi, criteri differenti.

Capita spesso che venute meno le condizioni di lotta, trasformazione e si, anche  di sofferenza, ci si dimentichi della libertà sperimentata. Si sente la vertigine, il rischio della solitudine e si cerca il conforto della strada conosciuta. Non è certo una colpa. Spesso non è neppure un meccanismo riflesso e proprio per questo accade e basta.

Però, nonostante la paura dell’ignoto che è di ogni partoriente, nonostante il corpo senta potenza di vita e pericolo di morte abitarlo contemporaneamente senza poterli separare fin dai mesi di gravidanza, nonostante la perdita dell’immagine che si è costruite di se stesse, nonostante vengano scoperchiati in quel momento tutti gli angoli chiusi e remoti del cuore, e ci sia paura e ansia e tanto dolore, spero che quella donna non perda memoria della libertà che ha sperimentato e condiviso con me, seppur di passaggio. Non lo dimenticherò: mentre dava alla luce il suo bambino, in qualche modo ha dato un po’ di quella luce anche a me.

Passaggio. In ebraico si dice Pesah, in italiano si traduce Pasqua, appunto.

Su una nuvola

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

Più tardi, dopo il bagno, mia madre mi pettinava i capelli e mi rimboccava le coperte mentre dicevo le preghiere. Aspettavo che il silenzio calasse su ogni cosa. Quindi mi alzavo, salivo su una sedia, scostavo il tessuto che copriva la mia finestra e continuavo le orazioni, divagando per rendere onore al mio dio. […]
Da giovani, sopraffatti dalla sensazione di provenire da un altro luogo, scrutiamo, sondiamo l’interno e ne usciamo stranieri, indiani, o arriviamo, più spesso, su una nuvola. Una razza di abitanti delle nuvole. Questi sono i nostri pensieri giovani.

da “I tessitori di sogni”, Patti Smith

Noi ragazze

cop_Pane_nero_Mafai:2008Alcune settimane fa ho pranzato con una donna di ottantacinque anni, la signora Lucia, volitiva e con una memoria vividissi-ma, nonostante i malanni dell’età.
Mi ha parlato di molte cose, un po’ per farsi conoscere, un po’ per conoscere me, anche attraverso le mie reazioni al suo raccontarsi: occhi, corpo, parole.
E di fronte ai suoi ricordi di guerra, subita e vissuta a Roma poco più che bambina, io sono rimasta tutta occhi, però, senza parole.
Non era solo quel che raccontava a rapirmi dentro riflessioni e sensazioni fortissime, ma era la forza del racconto: un dramma ancora intatto, come intatta era la rabbia e la memoria dei personaggi che quella guerra l’hanno giocata solcando a sangue la vita di un intero popolo, come sempre disgraziatamente accade.

Poi, appena qualche giorno dopo, ho sentito in radio di un libro di Miriam Mafai: Pane nero. Donne e vita quotidiana durante la seconda guerra mondiale. L’ho letto con la fame di chi in questi tempi di penuria di senso e buon senso, sente la necessità di un nutrimento che non sappia di slogan senza radici, di semplificazioni della realtà, di rigurgiti fascisti. E’ stato davvero incredibile ritrovare fra le pagine della Mafai, gli stessi racconti e stati d’animo che la signora mi aveva trasmesso pochi giorni prima.

Il libro comincia narrando del 10 giugno 1940, di quel discorso che Mussolini fece per annunciare l’entrata in guerra del nostro paese, discorso che venne accolto quasi si trattasse di una festa.
Si credeva sarebbe durata ancora per poco la guerra e che, con il minimo sforzo, l’Italia si sarebbe guadagnata la partecipazione al tavolo dei “grandi”.

Le manie di grandezza di quel fascismo, a me che ne conosco il massacro e la disperazione che ne seguirono, sembrano ridicole fino ad essere offensive. La razza, l’impero, il prestigio. Una favola orribile capace di incantare la maggior parte degli italiani, non capisco ancora come e perché. La guerra non fu né veloce né indolore, fu un’immane tragedia, fu distruzione ed umiliazione.

Se i primi tempi si pregava perché l’Italia vincesse, presto si cominciò a pregare per la pace, perché “con la fame cresce la rabbia per le ingiustizie”.

E della fame, la signora Lucia me ne aveva parlato, delle bucce delle fave arrostite che si mangiavano davanti al focolare senza che ne rimanesse una sola briciola. In silenzio, perché sembrava incredibile e surreale anche a loro stessi.

Con gli uomini al fronte le donne si trovarono ad affrontare una vita che non avevano immaginato per se stesse. Non la scelsero, di fatto, se la ritrovarono fra le mani come unica alternativa alla morte: “La fame e la guerra spingono le donne fuori di casa, le obbligano a cercare un lavoro, a prendere decisioni, ad aiutare coloro che sparano o a sparare loro stesse; le obbligano ad uscire dal ruolo che era stato loro affidato dal fascismo e dalla Chiesa, di moglie e madre esemplare. Questa uscita dal ruolo non avviene sempre coscientemente. In molti casi, al contrario, si giustifica proprio col desiderio di mantenere fede fino in fondo a una tradizionale immagine di sé: Ma, una volta vissuta, la trasgressione incide nella coscienza di tutte, rivelando l’esistenza e la possibilità di percorsi individuali sconosciuti, certo più accidentati ma anche più gratificanti di quelli che alle donne erano riservati in passato”.

Era dura a morire l’idea che avevano interiorizzato di se stesse, quel modello di femminilità scelto da altri, maschi di potere o sacri che fossero.

Eppure, come le mie orecchie hanno udito dalla voce ferma di Lucia, erano le bambine che andavano a fare la fila per ottenere il carbone necessario a cucinare il poco che c’era, ed erano le donne a portare avanti le fabbriche, le ferrovie, le poste, l’Italia! Così come furono le donne a tessere la rete connettiva della Resistenza, percorrendo chilometri e chilometri in bicicletta, portando missive, armi, viveri, volantini: “La guerra costringe a cambiare abitudini […] Ma sollecita e stimola anche qualche corda segreta, quello spirito di avventura che normalmente le donne reprimono e puniscono quasi fosse una vergogna ed un peccato”.

Gli uomini che dal fronte riuscirono a tornare, però, desideravano ritrovare le certezze che avevano lasciato partendo. Quella possibilità d’essere padroni in casa propria, dopo essere stati servi di un regime e di un’ideologia che li aveva portati a sfiorare la morte e comunque a vederla ovunque attorno a loro. La superiorità dell’uomo sulla donna frutto dell’intreccio e del vicendevole sostegno tra politica fascista e l’ideologia cattolica, sembra ingoiare quasi del tutto l’esperienza che le donne avevano fatto di se stesse. Ma così non sarà, non del tutto, perché avere stretto al collo un cappio dai tedeschi per estorcere una confessione o vedere morire il proprio bambino per il latte divenuto cattivo a causa della fame e dello spavento costante, non sono esperienze che permettono di tornare come si era prima.

Anche la signora Lucia mi ha raccontato della paura, sentita in corpo più che consapevolizzata a causa dell’età e della confusione e della fame, vista e riconosciuta nei lineamenti della madre. La paura provata davanti alla fermata del bus, nella speranza di veder tornare il proprio padre,  non rimasto sotto un bombardamento, non ucciso dal fuoco dei soldati tedeschi.

“I bambini, circa trenta – racconta Elide Ruggeri – erano tutti morti tra le braccia delle loro madri. Alcuni adulti riuscirono incredibilmente a salvarsi, sepolti sotto i morti. Anche io, ferita, restai tra i cadaveri. Sopra di me e al mio fianco c’erano i cadaveri delle mie cugine e quello di mia madre, sventrata. Restai così immobile tutto il giorno e tutta la notte seguenti, sotto la pioggia, in un mare di sangue e quasi non respiravo più”.

La signora Lucia sembra non trovare parole abbastanza dispregiative per definire Mussolini e per la verità, neppure a  Vittorio Emanuele III, risparmia la sua incredibile ed intatta carica di rabbia mista a dolore. La ferita della guerra non è aperta, poiché la vita è andata avanti, sono state fatte scelte, affrontate difficoltà, vissute gioie e altri quotidiani dolori, ma non è neppure chiusa, perché dimenticare è morire. La ferita è viva, iscritta nella sua esperienza e portata addosso come bagaglio pesante, ma prezioso.

E sono proprio questi i sentimenti che mi hanno aiutata a leggere Pane nero, con lo stupore e l’interesse che il libro merita. Scritto in modo lineare, asciutto, chiaro, il testo della Mafai mi ha aiutata a leggere ed interpretare una parte di storia tanto recente e tanto discussa dalla quale io provengo e che mi porto dentro inevitabilmente. Attraverso le testimonianze che Miriam Mafai ha raccolto ho potuto far luce sulla mia identità di donna, in Italia, oggi. Un oggi difficile che incredibilmente guarda al passato rievocando quello spirito grottesco e tragico di una grandezza costruita su discriminazioni, demagogie e una profonda radicale ignoranza, quella su cui l’odio si annida e prolifera come forma di difesa verso un mondo divenuto troppo complesso per essere vissuto.

Pane nero è un libro che rende fiere le donne, per quella partecipazione alla Resistenza tanto attiva e fondamentale per la liberazione del nostro paese e tanto omessa dalla successiva storiografia. E’ un libro che permette di intravedere quella rete di fili rossi che dalla perseveranza, fiducia e coraggio di allora, conducono oggi alla perseveranza, alla fiducia e al coraggio di cui le donne hanno bisogno. Ed è un libro che apre gli occhi e fa sentire tutto il disgusto che il fascismo e che i fascismi, che la guerra e che le guerre meritano.

Miriam Mafai

Miriam Mafai

Infine, per chi non la conoscesse già, il libro è un modo per incontrare la vita e la scrittura di Miriam Mafai, una donna con la quale, se fosse ancora in vita, mi piacerebbe stare ore a parlare. Vorrei ascoltare da lei il racconto delle sue esperienze e, allo stesso tempo, dirle di me, della gratitudine che sento verso chi come lei, ha reso possibile percorrere strade altrimenti impensabili per noi donne. Mi piacerebbe dirle, guardandola con sguardo complice quel che la signora Lucia ha detto a me, con uno spirito di solidarietà che non potrò dimenticare, appena una battuta, ma che pronunciata da una donna di ottantacinque anni verso una di trentasette in gravidanza, ha avuto per me il sapore prezioso di una consegna: “Comunque Giulia, la verità è che noi ragazze ce la caviamo sempre!”: