Tutti gli scrittori sono vagabondi

(Patti Smith)

(Patti Smith)

C’è chi fa bilanci alle porte del Capodanno e chi, invece, scandisce il tempo contando i compleanni di Patti Smith.
Oggi è il suo 71° e dai 70 sono mutate una infinita quantità di cose per me, come per lei, credo.
Patti ha ricevuto all’Università di Parma la laurea ad honorem in Lettere, ha esposto le sue foto e fatto una super mega tournée in Italia. Io l’ho vista in concerto a Roma, ho un essere umano vivo nella pancia e abito in riva al mare.
Tutte cose belle, direi. Anche se, al di là di quel che si vede e quel che si sa, nel cuore c’è il proprio giardino segreto con cui fare i conti, dove sarà stato necessario potare, estirpare, combattere la siccità, lavorare la terra, piantare. Molte foglie cadute e sfiorite le rose, molti germogli sugli alberi spogli e tanti semi frementi di vita eppure sepolti dalla terra.

Durante il 2017 io e l’uomo che mi vuol bene abbiamo letto ad alta voce il suo M Train, lo abbiamo letto soprattutto on the road, macinando chilometri sulle autostrade siciliane, fra mare e montagna, tra i boschi e la desolazione dei paesaggi mangiati dal fuoco, guidando incontro ad amici sinceri, inseguendo gli impegni di lavoro, facendo ritorno a casa, cercando riparo dall’arsura del logorio quotidiano nella Sicilia d’oriente, tra i monti Iblei e il mare ionio, tra i panini degli autogrill e gli snack senza glutine consumati con le gambe a penzoloni fuori dall’auto, mentre si osservano le persone e si immaginano le loro storie.

M Train ci ha accompagnati ovunque, provocando scoppi di risate a risanare il cuore, lacrime per liberare i polmoni, riflessioni dalle trame ingarbugliate da sciogliere la notte, prima di dormire. Da quando la nausea ha fermato la nostra auto e trasformato di attesa le nostre vite, abbiamo riposto il libro sul comodino.
Restano le ultime 20 pagine, quelle che si vorrebbe non finissero mai.
Patti, che legge Murakami in un albergo messicano specializzato in sushi, è una compagna di viaggio necessaria: nutre le utopie e le rende “normali”, un modo d’essere quotidiano che non ha certo voglia di mostrarsi per il gusto di stupire, che cerca piuttosto la possibilità di esistere (da ex e sistere, forma secondaria derivata da stare “stare saldo, essere stabile, essere in atto), come una necessità, come un’urgenza.

Ho imparato molte cose da Patti Smith durante quest’anno, dalla Patti che prega Dio e legge i tarocchi e si mette in ascolto degli spiriti degli antenati, tutto senza dottrine da difendere, con la curiosità dei bambini e la fiducia sapiente degli anziani.
M Train è un libro entusiasmante, ma in modo diverso da come lo è Just Kids. Quest’ultimo contiene l’euforia della giovinezza, degli anni’ 70, le sperimentazioni e il viaggio interiore e psichedelico di un’intera generazione.
M Train, invece, è carico di nostalgia e fatica, è pieno della straziante assenza di Fred, della solitudine, delle paure e delle conquiste costate la vita intera. Non è l’epilogo che viene raccontato: “Trova la verità della tua situazione. Comincia con coraggio”, scrive Patti. Ma lo dice come per narrare un’operazione giornaliera, un proposito ed una azione che comincia al sorgere del sole e che nella notte si rigenera per riprendere d’accapo, ancora, fino a quando ci sarà fiato.

Ho riempito la tazzina ed ho bevuto. “Tutti gli scrittori sono vagabondi”, ho mormorato. “Magari un giorno potessi essere dei vostri!”.

Patti gira il mondo, dal Giappone alla Francia, per pulire e rendere onore alle tombe degli scrittori e dei musicisti. Non vede alcuna fine lì dove tutti, invece, la fine crediamo di fissarla sul marmo. Lei vede incipit, il generarsi e rigenerarsi sempre e dovunque possibile:

Quella sera mi sono seduta al parco a bere succo di anguria in tazza conica di carta, comprato da un venditore ambulante. Tornata in camera riuscivo a sentire tutto quello che succedeva di sotto. Ho cantato canzoncine agli uccelli sul davanzale. Ho cantato per i giornalisti, per l’operatore e per la donna uccisi a Veracruz. Ho cantato per quelli che vengono lasciati nei fossi a putrefarsi, nelle discariche e tra i rottami. La luna era il faretto della natura, puntato sulle facce splendenti della gente radunata al parco di sotto. Le loro risate si sollevavano con la brezza e per un breve istante non c’erano più dolore né sofferenza, solo armonia.

Credo che finirò, che finiremo il libro prima che scocchi la mezzanotte, prima che arrivi il nuovo anno che sempre ha le radici in quel che solo convenzionalmente possiede un termine. Lo farò anche io, nonostante sia impossibilitata  a vagabondare, come vorrei, lo farò cantando per i gabbiani del mare che ho di fronte, per le mie zone d’ombra, per gli amici, con voce sottile, perché sia dolce al mio bambino la festa dell’anno che viene. Senza petardi, fuochi di artificio, musica ad alto volume. Come i canti dei pellirossa sulle montagne le notti di luna, come le mani dello “Sciamano galilaico” sulle ferite umane o le cantilene delle donne di paese quando impastavano il pane o lavavano i panni, un canto che sostiene la fatica e guarda lontano.

Mio padre diceva di non ricordare mai i sogni, ma io riuscivo a raccontare i miei con facilità. Diceva anche che era rarissimo vedere le proprie mani in sogno. Ero sicura che se mi fossi concentrata ci sarei riuscita, idea che generò una marea di esperimenti falliti. Mio padre metteva in discussione l’utilità dell’operazione, ma l’essere capace di invadere i miei stessi sogni restava comunque in cima alla lista delle cose impossibili che un giorno sarei riuscita a fare.

Buon compleanno Patti, sei proprio il mio Capodanno.

(Foto di Carlo Columba)

(Foto di Carlo Columba)

 

La strada sconosciuta

(Foto di Carlo Columba)

(Foto di Carlo Columba)

Una volta un mio professore di Sacra Scrittura mi disse che diventando adulti prima e anziani poi il tempo comincia a trascorrere più lentamente perché s’impara a vivere, a fare il proprio mestiere, a relazionarsi alle persone, a difendersi e a dare quel che si vuole. E così che tutto rallenta e viene da questo la necessità di non smettere di leggere, interessarsi e fare cose nuove.
Nel mezzo (e un po’) del cammino della mia vita non so ancora dire se avesse o no ragione. Certo è vero, a stare al mondo piano piano s’impara e anche ad avere a che fare con se stessi piano piano s’impara. Di questo sono stata convinta fino a qualche mese fa, quando cioè è cominciata la mia gravidanza.

Da allora la strada è ignota e il cammino è incerto. Mi dicono che diventare genitori è ufficialmente diventar grandi, ma io mi sento come se fossi tornata al punto di partenza, come se tutto fosse da rimparare, daccapo. E quel che si è e quel che si ha non serve ad agire bene, serve semmai ad imparare bene, se non ci si lascia travolgere dalle paure e dalle mille voci che si scatenano alla notizia che un nuovo uomo sta per venire al mondo. Come se quello che sto vivendo potesse essere vissuto sulle orme di miliardi di esseri umani venuti prima. Non è così. Ogni volta è l’unica volta. Questo è quel che capisco.

Le esperienze è bello ascoltarle, per trovare differenze e per sentire parlare le donne, ciascuna con il proprio mistero, presente da sempre e a prescindere dalla gravidanza, per la verità. Perché alcune donne generano, ma il mistero non sboccia e altre, invece, non generano, ma il mistero le avvolge come una scia luminosa.

La gravidanza è una strada sconosciuta. E non c’è passo che si compia che lasci prevedere il prossimo. Non sai chi c’è dentro di te, come sarà e non sai come sarai tu, quale esito avrà la trasformazione che contando le settimane e affrontando i malesseri ti porterà alle doglie del parto, quando di trasformazione ne comincerà un’altra e poi, ancora, una differente non appena sarà il tempo della cura.

A volte è come rimanere sospesi nel vuoto, in attesa che il tuo corpo faccia quello che la tua volontà non può decidere né nessuna forma di controllo determinare. E bisogna nutrire la fiducia che lo farà, nonostante la paura porti a temere che così, forse, non accadrà?

Non è vero che le mamme devono essere forti, ma è vero che lo sono. Perché se moltissime cose io ancora non le so, so che non c’è modello o senso del dovere a cui sono chiamata ad obbedire.

Forse la gravidanza, oltre ai timori più ancestrali e alla gioia più viscerale, può essere anche questo, allora: un processo di liberazione. Ma esiste strada di liberazione che sia un sentiero battuto, facile da attraversare? Semmai il cammino da compiere è a ritroso, verso un’istintività quasi animale, perché è lì che devo arrivare dove tutto è cominciato, ma lo devo fare a modo mio, anzi no, eccolo il cambiamento: devo farlo a modo nostro.

La possibilità, la competenza (ovvero della vita e della morte)

("Il metafisico", opera di Elisa Nicolaci)

(“Il metafisico”, opera di Elisa Nicolaci)

Quando ero bambina non mi sfiorava l’idea che la “festa dei morti” fosse una contraddizione in termini. Perché la vivevo veramente come una festa ed intorno a me vedevo colori, luci, regali. I morti stavano sullo sfondo, anche se la visita obbligata ad un cimitero di provincia non mi lasciava indifferente. Il nonno lo conoscevo solo grazie a quella foto in bianco e nero da cui mi guardava austero, ma dolce. Poi c’era la zia Maria da visitare, che però la foto ce l’aveva a colori e poi c’erano i morti sconosciuti, giovani, vecchi, bambini perfino, di cui immaginavo la storia e incredibili avventure per tirarli fuori da quell’oblio che le tombe abbandonate mi suggerivano.

Oggi, seppur sia ancora forte e felice la memoria dell’infanzia, “la festa dei morti”, mi pare un ossimoro troppo difficile da accettare. Sarà che crescendo la morte si palesa in forme più o meno aggressive e personali, sarà che il persistere nella vita, la morte la mostra presente in mille piccole cose, se la si vuol ri-conoscere e vedere.

Certo fra gli uomini c’è chi la patisce da sempre, in forma violenta e carica di ingiustizia, perché è vero, inesorabilmente vero, che non è egualmente distribuita  la sua presenza tra le creature umane. E poi, non è soltanto il corpo a subirla, ma spesso è l’animo a farne le spese in modo più drammatico. Molte volte, corpo o animo che sia, viene inferta dall’esterno, altre germina da dentro e non si fa estirpare. Almeno così pare. E’ un po’ come la parabola del grano e della zizzania raccontata nei vangeli: vita e morte crescono insieme e non si possono separare se non rischiando di estirpare insieme alla morte la vita stessa.

Così accade durante le lunghe malattie, quelle che accompagnano per anni, che riempiono le giornate della stessa fatica per un tempo illimitato facendo attraversare giorno dopo giorno lo stesso calvario oramai battuto come una strada maestra.

E così, credo, sia il sopraggiungere della vecchiaia, sentirla nel corpo prima che nell’anima e opporre resistenza per istinto alla direzione forzata, fino a quando non vince la sapienza dell’accettazione o la disperazione del rifiuto.

Quel che però io oggi vedo, sospesa tra la più potente esperienza di vita e la fatica enorme della malattia, è che avanzare nell’esistenza comporta di fatto una perdita e un guadagno.
Quel che si va perdendo è il bagaglio di potenzialità che sono insite nel corpo, nella giovinezza e nel tempo, lungo e disteso dinnanzi a sé. La possibilità di non fare, di rimandare a domani, di distruggere e ricostruire, di lasciare a metà, di farsi sfuggire le occasioni, la possibilità di scelte acerbe tutte da recuperare.
Quel che si va guadagnando è, invece, l’abilità. La capacità cioè e la competenza per affrontare la vita, carica del suo passato, impegnativa nel presente e sempre più stretta di futuro. La capacità di riprendersi dal lutto e dal dolore, di affrontare gli ostacoli, di relazionarsi dosando aperture e difese, la competenza nella risoluzione dei problemi e dell’esperienza come bussola d’orientamento, l’abilità di riconoscere la gioia e di godere di momenti felici per quanto circoscritti e privi di perfezione e assolutezza, la capacità di lasciar andare sogni, affetti, persone…

Non lo so se questo è vero in generale, ma certamente è vero per me, che non “festeggio” più i morti, anzi che la morte la detesto, pur accettandola ogni giorno, così come si presenta, nella mia esperienza, nell’esperienza altrui, attorno a me, lontana  o vicina che sia. Esorcizzarla o rinnegarla è la più inutile delle illusioni. Mi pare. Tenerla presente costantemente e crederla preponderante rispetto alla vita e alla sua svariata sapienza, il più inutile dispendio di energie.

Forse il solo modo di mantenere insieme quel che si perde e quel che si guadagna, la potenzialità della vita da una parte e la capacità di viverla, dall’altra, è dosare la ribellione che la morte provoca con la sua oscenità di dolore e di fine di ogni cosa con l’integrazione nella vita della sua presenza, che, volente o nolente, c’è e ci interpella oggi e poi ancora e ancora e ancora.

La vita, la terra, la fisica e i baci!

Debbie Shultz, foto di Harvey Turtz, 1952.

Debbie Shultz, foto di Harvey Turtz, 1952.

Questa mattina sono andata a casa dei miei genitori, e sono entrata nella mia stanza. Dovevo prendere alcune cose, rimaste lì. Ho aperto armadi e cassetti e sono stata travolta da un mondo, il mio.

Fotografie, appunti ordinatissimi di ebraico ed esegesi biblica, moleskine con dentro segnati appuntamenti, cambiamenti e stravolgimenti, il nome del mio primo ragazzo circondato da cuori e un suo sms ricopiato in perfetta grafia, dove c’era scritto: “Posso rinunciare a tutto e a tutti, ma non a te! Quindi rompi questo silenzio stampa e parlami!!”. Non mi ricordo cosa fosse successo, ma ho sorriso, dosando con attenzione la giusta tenerezza e un’onesta malinconia.

Ho trovato biglietti di concerti e di viaggi in treno, alberi disegnati in foglietti volanti e quaderni ricoperti con carta colorata, un cappello come quello di De Gregori, una lettera della mia migliore amica degna del premio Pulitzer, un blister di pillole per il mal di pancia, la foto del mio cane vicino al comodino, la poesia di uno spasimante che mi ha fatto molto ridere, i diari carichi di un cammino non proprio lineare e facile.

La vita, insomma, che non mi è sembrata né brutta né bella, ma… mia! E questo si che mi è parso importante.

Allora ho pensato a mia nonna, che ha novantacinque anni e che domenica mi ha raccontato di quando nonno tornava da lavoro e la vedeva in lontananza seduta sotto il portico e le mandava con le mani baci di soffio appassionato. Giorno dopo giorno. E da quando è morto ogni mattina lei glieli restituisce guardando la sua foto al risveglio. Giorno dopo giorno.

Mi è venuto in mente perché la vita mi è sembrata come la terra, che è fatta di strati e di sostanze che le danno fertilità e di pietre e di radici e detriti, di sali minerali e di acqua, di sabbia e calcare e tutto si amalgama nel tempo, per millenni,  tutto fa sì che la terra sia terra.

E così anche se mia nonna è anziana e mio nonno è morto, i loro baci ci sono ancora, amalgamati al tutto che gli appartiene, non si sono perduti, come è tipico dei baci, di fatto.

E così anche se la mia vita è in trasformazione quel che ho alle spalle è  amalgamato nella mia terra d’oggi, anche le cose dolorose o interrotte senza parole o non comprese, anche le cose buie così come le giornate scintillanti di piccole segretissime felicità.

E così mi sono ricordata dell’unica, credo, legge della fisica che mi è rimasta nella memoria, perché è una legge poetica in fondo quella della conservazione della massa: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Non immaginavo che finalmente l’avrei capita così, dopo anni, una mattina d’autunno, con le mani a cercar il senso nel passato, la testa al presente e tutto il corpo immerso nel più miracoloso dei futuri.

 

Lievito Madre

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Lievito madre è un film documentario per la regia di Concita De Gregorio ed Esmeralda Calabria, presentato alla 74° Mostra del cinema di Venezia.
E’ un film documentario che io definirei piuttosto un “luogo”, un luogo di incontro. Un luogo e un “tempo” dedicato, all’ascolto, all’introspezione alla condivisione, alla riflessione. Nel racconto che le protagoniste fanno di se stesse e della loro storia personale, nelle parole di queste donne che hanno attraversato buona parte del secolo scorso, riecheggia la storia del nostro paese, del movimento femminista, quello politico e culturale, ma anche quello domestico e quotidiano, attraverso il quale ciascuna di loro ha trasformato se stessa e la realtà che le circondava, grazie a quella capacità, tutta femminile, di modificare lo spazio nel quale ci si muove, si vive, si ama, si patisce.

Trasportata dal flusso di questo racconto, mai noioso o retorico, mai costruito o artificiale, ho avuto modo di ri-vedermi e ri-scoprirmi, come se immaginarmi alla loro età mi avesse avvicinata al senso del cammino presente.

Ho sentito sincera in me la gratitudine per le loro battaglie, per le vittorie e a maggior ragione per le sconfitte! Le vittorie mi hanno permesso di vivere in una società dove, seppur ancora negati, i diritti delle donne sono in gran parte legiferati. Mi hanno permesso di avere parità di istruzione e di poter tener testa ad un uomo ad ogni livello relazionale. Le loro sconfitte, invece, mi permettono, oggi, di avere misericordia di me stessa, perché in nessuna di loro è presente durezza e intransigenza. Amarezza si, disillusione anche, dolore molto, ma non durezza e lo trovo bellissimo, perché l’indurimento del cuore è uno dei più grandi pericoli dell’avanzare degli anni. Una protezione verso lo smarrimento della vita che finisce, forse, ma una maledizione per la vita del presente che sempre è, anche se diversa da come la si vorrebbe.

La lucidità con cui analizzano i loro legami familiari o i loro amori passati e presenti, mi ha consolato. Mi sono sentita confortata nella certezza che la sofferenza, anche la più atroce, si può portare nella carne, fino alla fine, solo se se ne ha consapevolezza: della ferita che l’ha generata, delle nostre responsabilità, della strada che ha fatto percorrere. Quando questo non accade, quando si cercano altre cause o ragioni, quando non ci si guarda dentro, ma solo attorno, il dolore è confuso e la confusione dolente provoca disperazione.

Eppure queste donne narrano della guerra, del fascismo, della fame e della povertà senza rancore. Ed è bellissimo ascoltare parole prive di rancore verso la vita e le sue disgrazie.

Dopo le ultime battute, quando il documentario si chiude in un rincorrersi di voci, ho provato nostalgia per la donna anziana che vorrei essere. Mi piacerebbe avere da raccontare cose vere, amori grandi, dolori che non mi hanno irrimediabilmente spezzata, mi piacerebbe sorridere di tutti i miei difetti e mantenere uno sguardo sereno sulla morte. Vorrei averne paura, come è giusto che sia, ma temere ancora e molto di più la vita spenta.

Per le donne, in ogni parte del mondo anche se in misura differente, molte cose sono tutt’oggi una conquista. Per noi poi che viviamo in un’Europa sbandata ed egoista temo moltissimo la perdita della memoria per quanto si è guadagnato e per i processi storici che ne mantengono viva la coscienza. Trascinate costantemente a forza verso modelli che ci riportano indietro o velocemente avanti verso il nulla, ho paura che le bambine di oggi vengano private della testimonianza proprio di quelle vittorie e di quelle sconfitte che le donne del documentario raccontano.

Osservando gli spezzoni di antichi filmati, tra un intervista e l’altra, che ritraggono i giovani delle passate generazioni, ho pensato a come gli uomini, i maschi, abbiano in gran parte fallito la gestione del mondo, vissuta come loro diritto esclusivo. Nel mezzo di questa tragedia passata e presente, spiccano, tuttavia, uomini, maschi, che sono riusciti a dare un indirizzo diverso alla storia e sono proprio coloro che hanno combattuto per la propria sopravvivenza e/o per la libertà del popolo a cui appartenevano. E sono anche quelli che son stati capaci di guardare alle donne con occhi diversi.

Ecco, per me Lievito madre restituisce il valore e il senso a ciò che ha valore e senso, ridimensionando e sbriciolando tutto il non-senso che oggi assedia questo paese e l’Occidente intero.

Le singole storie personali, conosciute o no, raccontate o no, hanno un valore inestimabile ed una capacità silente di trasformazione della realtà la cui potenza continuiamo purtroppo ad ignorare, a non riconoscere. Ed invece è proprio questo che fa il “lievito madre”, moltiplica se stesso, fermenta e rende buono tutto l’impasto.

Non oltre le tredici, zero zero.

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Questa mattina ho aperto gli occhi alle ore 6.25. Ho guardato il telefono, l’ho rimesso sotto al materasso.

Ho ascoltato i merli, ho richiuso gli occhi.

Li ho riaperti alle 7.54. Entrava più luce dalle finestre. Ho visitato le mie articolazioni una ad una, soppesato il loro dolore, le ho guardate con benevolenza. Poi ho attraversato le curve dell’intestino, era digiuno da un po’ e quindi stava bene.

Mi piace svegliarmi quando ho i capelli puliti. Ieri sera ho fatto lo shampoo per un concerto di pianoforte e contrabbasso. Li ho intrecciati appena, ho indossato la mia camicia verde preferita, e lui mi ha detto: sei bellissima stasera.

C’era mezza luna nel cielo, tra i pini. Ed un numero sufficiente di stelle per esclamare: ehi, guarda che bello!

Stamane i capelli erano mossi, un pochino.

Mi sono alzata, ho fatto colazione a gambe incrociate sul divano blu. Come ogni mattina. Ho mangiato fiocchi di soia e biscotti di farina di riso e cioccolato.

Alle 8.55 ho scritto alle mie amiche, al mio amore, ho ascoltato un brano dei The Velvet Underground e uno stranissimo di David Lynch, che mi sembrava bello finché è durata la luce.

Alle 9.30 mi sono seduta davanti al pc per scrivere e lavorare. Avevo molte idee e molto desiderio, volevo una giornata dai colori brillanti, proprio come scrive Sylvia Plath  nei suoi Diari. E invece si è fatto buio. Fuori di me. Tutto attorno. Ed è arrivato un uragano.

Si sentiva nell’aria fin da ieri sera, proprio mentre i due musicisti eseguivano un bellissimo arrangiamento di Apriti cuore di Lucio Dalla. Ha soffiato forte. Capita spesso. In tutte le stagioni, senza distinzione.

Ha spalancato con forza la finestra alle 10.32 circa. Ho pensato che non fosse molto forte, non più forte degli altri. E’ l’inganno degli uragani questo: non cominciano mai allo stesso modo, sembrano sempre più deboli dei precedenti, all’inizio, o più forti, e confondono perché non si sa mai se il modo di difendersi questa volta sarà quello giusto, sufficiente, se si resterà saldi, se scoperchierà la casa, se strapperà via le foto dal muro, se i giorni seguenti trascorreranno a rimettere con pazienza a posto ogni cosa, nella speranza che nulla di prezioso sia andato perduto.

Alle 12.40 l’uragano mi aveva già portata fuori casa, senza che me ne accorgessi. Ho vagato confusa nell’aria opaca di polvere, cattivo odore e la stessa atmosfera stantia fino alle 12.50, opponendo inutile resistenza.

Poi ho capito di essere stata condotta a forza dove non volevo andare, oramai.

E’ così l’uragano di tutte le stagioni, ti fa fluttuare sopra un campo di rovi velenosi e se non stai allerta, se non trovi ogni volta una nuova strategia, il veleno penetra sottopelle e raggiunge i ventricoli del cuore, il sangue è pompato in modo irregolare e il respiro si fa corto e l’ossigeno scarseggia.

Si impiega molto molto tempo per ritrovare la strada di casa. Alle 13 il vento è cessato, lasciandomi in un luogo sconosciuto ma dall’aspetto familiare: la stessa devastazione di sempre. Allora ho chiamato un mio amico e gli ho detto che sarei partita per Buenos Aires. Buenos Aires, è la nostra parola d’ordine per dire: così non va bene, bisogna far qualcosa. Lui mi ha chiesto se avrei portato con me la bici nuova, io ho risposto di si.

La bici e le mie gallette di mais.

Poi mi ha domandato se sarei tornata.

Gli ho risposto di no, perché a quel punto avrei girato il mondo scansando gli uragani.

Forse sarei morta di “febbre alta a Tangeri”, oppure su una lunga strada della California accartocciata con la bici sotto un tir. Come una citazione cinematografica a metà tra il glorioso Easy Rider e un telefilm di Netflix.

Ma lui mi ha risposto seriamente (e lo benedico per questo) che era meglio la febbre a Tangeri e secondo me, ha ragione.

A volte si soffoca, per gli uragani, i rovi, la ciclicità del veleno. Non fatevi soffocare, per favore. Almeno non oltre le 13.
Poi venite con me a Buenos Aires. Si parte alle 13.01. E si ritorna, forse, soltanto non appena l’aria sarà di nuovo sottile, limpida.

Una scoperta

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Sono alla finestra di una casa di campagna, piove. Piove sull’erba secca e calda, su strade senza asfalto né traffico né via vai di persone. Piove con gocce pesanti d’acqua, che fanno tremare le foglie ad ogni colpo e che battono la terra con decisione. Il silenzio è quasi assoluto. Forse questo contesto fa da sfondo e contrasto perfetto ad un articolo letto oggi sul Corriere, uno scritto inedito di Fernanda Pivano su New York, uno scritto lucido e amarissimo (http://www.corriere.it/cultura/17_luglio_14/fernanda-pivano-testo-inedito-bompiani-7b663a7e-68aa-11e7-a661-7b83dfae73a6.shtml) che mi ha fatto pensare a molte cose.

Di tutto l’articolo il passaggio che ha scatenato il mio piccolo temporale interiore è stato questo: Dal lato di Wall Street, dal lato dove si estendono i villages, il sole sta battendo contro i grattacieli di banche e della Borsa e da qua sembrano veramente dei mostri, come lo sono in realtà. Mostri tenutari delle anime di tutta questa gente pigiata in questi enormi edifici. Oppure queste abitazioni qui sotto, non più palazzi di uffici, ma sempre con la gente incassata in piccole celle da alveari. È un’immagine consumata finché si vuole, però è difficile trovarne un’altra se non la si vuole sostituire con quella delle celle delle prigioni. Se si vuole si potrebbe pensare alle celle degli antichi monaci, ma qui c’è poco di ascetico. Qui c’è una specie di sacrificio della vita umana fatto per un egoismo tale che non ha neanche una giustificazione, non ha neanche in sé una possibilità di riscatto. Se si vuole una cosa sbagliata come il denaro e il potere, si ha quello che si merita: la distruzione della propria anima dentro a queste celle, sicché casomai è un ascetismo pagato a caro prezzo, non raggiunto come un premio… Ma in questo momento nessuno immaginerebbe che questi muri quasi disfatti da questa luce rosata possano nascondere gli orrori, la fame, le insidie, le manipolazioni.

A desiderare, purtroppo, non ce lo insegna nessuno. E’ assurdo se si pensa che intorno a ciò che desideriamo si muove l’intera nostra vita. Certamente nel desiderio esiste qualcosa di istintivo, di primordiale, ma il resto s’impara, perché l’essere umani, l’essere se stessi non è affatto un sapere innato, va scoperto, imparato, con immensa fatica e tenace pazienza.

Le conseguenze dei desideri sbagliati, non veramente nostri, indotti, forzati sono devastanti. Questi provocano una serie di ferite che si diffondono come epidemia attraverso i nostri contatti, le relazioni, le cose che facciamo e perfino quelle che evitiamo.
E non mi riferisco soltanto ai soldi e al potere e a tutte le loro ramificazioni, mi riferisco ai desideri legati all’idea che ci siamo fatti di noi stessi o alla confusione che abbiamo su noi stessi, ai desideri legati alle aspettative degli altri su di noi o a quanto noi vorremmo testardamente per la nostra realizzazione.

Non abbiamo la pazienza dell’attesa necessaria a capire se il desiderio che percepiamo abbia veramente a che fare con quel che siamo. E’ la fretta di determinarsi, è il bisogno di potersi e sapersi definire, il più delle volte rispetto al mondo che ci circonda. Avere una serie di cose o fare una serie di cose, appunto ben definite, ci permette di stare davanti agli altri con una certa sicurezza. Ma se quelle cose che facciamo, abbiamo e siamo non c’entrassero con noi? Se soddisfanno una serie di criteri definiti da altri, ma in verità ci fossero profondamente estranei?

Non lo so.

Quel che però intuisco è che legare la propria personale identità a sogni o progetti dai contorni tracciati fa di noi degli schiavi. E ci si sente persi, falliti e insoddisfatti se questo sogno tarda a realizzarsi, se questo o quel progetto incontra troppi ostacoli e perde di forza o di senso nel tempo o se tutto crolla all’improvviso.

Forse l’identità non è una definizione, è un processo. E nel processo tutto è mutevole. E i desideri dovrebbero mutare con noi, come se la cosa più importante, in fondo, fosse desiderare e non realizzare. Anzi, meglio, come se la cosa più importante fosse iniziare a costruire qualcosa, sulla base di quel che vogliamo, che poi, alla fine, possa essere perfino totalmente diversa dall’idea che ci eravamo fatti in partenza, ma che pure ci sembri bellissima e corrispondente, aderente e calzante al nostro divenire. Come se la realizzazione del nostro desiderio, nostro sul serio però, istintivo, consapevole  potesse essere, alla fin fine, uno svelamento, una scoperta.

Giro di Do

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

Ho conosciuto un ragazzo, si chiama Riccardo.
Stava ad un incrocio del paese nel quale mi trovo in questi giorni, nella parte orientale di quest’isola che è grande, ma pur sempre col mare come unico confine. Non ha fatto nessun cenno Riccardo con le braccia, perché in una mano teneva uno zaino colorato e nell’altra la chitarra nella sua custodia, ma ci ha guardati in un modo che non abbiamo potuto ignorare né io né la persona accanto a me. Ci siamo fermati e abbiamo fatto marcia indietro. Lui ha aperto lo sportello e ha chiesto: “Ma è questa la strada per Siracusa?”. Noi abbiamo detto si invitandolo a salire: lo avremmo accompagnato per un bel pezzo, verso la sua destinazione. “Grazie, ma grazie di cuore, di cuorissimo, ma che bello, grazie!”. Ha risposto lui.

Riccardo ha vent’anni, più o meno, le sopracciglia folte, gli occhi svegli e belli, i capelli spettinati, un po’ lunghi e un po’ mossi e un sorriso generoso. Indossava un paio di pantaloni corti e un maglione di cotone verde militare, nonostante i 40°. Aveva addosso un odore forte, di sudore, di notti insonni, di percorsi vagabondi.

Subito ha chiesto di noi con una curiosità sincera e allegra, voleva sapere chi eravamo e dove stavamo andando, perché lui è giovane e non lo sa ancora che queste domande per un adulto possono suonare minacciose! Eppure, Riccardo, si è entusiasmato per tutto: per il nostro mestiere di insegnanti, per la nostra gita al mare, per ogni dettaglio e per ogni frammento, come un cercatore d’oro che setaccia la sabbia. Era sicuro che qualcosa della nostra vita si sarebbe rivelata per lui una risorsa.

Quella mattina tornava da Pantalica. Aveva dormito lungo il fiume insieme a due ragazzi conosciuti alcuni giorni prima. Un catanese e una colombiana. Per prima aveva incontrato lei che viveva in una delle grotte che si trovano sotto al Monumento dei caduti, a Siracusa. Ha raccontato che era una tipa strana, ma con “strana”, la sua voce e il suo sguardo dicevano anche: “bellissima ed interessante”. “Come ti chiami?”, le aveva chiesto. “Tutti i nomi!”, aveva risposto lei. E così Riccardo, con un colpo da maestro, ha cominciato a chiamarla la chica del mar! Sperando di conquistarla, per sua stessa candidissima ammissione. Risalendo il fiume Calcinara Riccardo aveva inciampato più volte e si era punto e si era stancato, ma la chica del mar gli aveva insegnato a non arrabbiarsi o bestemmiare, a ringraziare piuttosto, per ogni cosa. “Oh non lo so com’è, ma giuro che dicendo grazie il dolore passa prima!”. Lo raccontava con il sorriso e cercando nel nostro sguardo una qualche conferma di questa stranezza colombiana che aveva sperimentato con  coraggio d’esploratore.

Riccardo è curioso e parla velocemente. Tra poco si trasferirà a Roma per frequentare il DAMS, non lo sa cosa vuole fare, lo deve scoprire, dice. Non ha un sogno da realizzare, uno di quei sogni a cui ci si attacca fino a cristallizzarsi sopra, no. Lui è alla scoperta, di tutto! E’ convinto che Roma sarà la città giusta per farsi conoscere, per incontrare persone, per realizzare cose.

Suona da due mesi. Gli piace costruire canzoni sul “giro di Do”. E così, tra una curva e l’altra, ha tirato fuori la chitarra, credo sia in assoluto la più scordata che io abbia mai sentito, ma la suonava con tale passione da far sembrare quello strumento in sintonia con l’intero universo. Ci ha dedicato una canzone che diceva così: “Sono in macchina e son molto contento, grazie a due persone buone che mi portano a Siracusa. E’ bello che esistano persone ancora in grado di empatia, che vogliono bene a noi giovani e ci regalano fiducia”. Stonato come una campana, ma in possesso di una vitalità potente.

Di canzoni lungo il tragitto ne ha inventate altre, su ogni cosa che gli abbiamo raccontato, tutte surreali e bellissime. Il 18 luglio un aereo lo porterà a Barcellona, poi andrà in autostop fino in Portogallo. Chissà quante cose imparerà curioso com’è, vivo com’è. Chissà quante chicas del mar incontrerà per la strada e amerà moltissimo, magari per un giorno intero, chissà se gli verrà la febbre lungo il cammino, se sognerà mai casa dormendo all’aperto, senza neppure sapere in quale regione del mondo poggia il suo sacco a pelo.

Abbiamo voluto bene a Riccardo, ci ha commosso profondamente. Ha stretto le nostre mani, forte, come fa un uomo, per ringraziarci ancora e salutarci. E noi gli abbiamo augurato ogni bene possibile lasciandolo per strada, così come lo avevamo trovato.

Che ci sia un età per ogni cosa è vero soltanto in parte, una parte minima, semmai, come dice il libro di Qoelet “c’è un tempo per ogni cosa”, che è ben diverso. E non importa essere adulti o giovani o vicini alla fine, importa semmai riconoscerlo il Tempo e riconoscerci in grado di viverlo, rigorosamente fedeli a se stessi pur in mezzo a profondissime personali trasformazioni, non attaccati o condizionati da quel che si deve e forse neppure da quel che si può. Certo, il “giro di Do” è lo stesso, sempre, ma sopra ciascuno di noi può comporre e cantare la propria canzone, “così come viene, dal cuore”, dice Riccardo.

 

Aria

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L’aria di alcuni luoghi è sottile e morbida, fine. Sono posti lontani dalla città, con orizzonti ampi, l’erba e gli alberi. Il corpo si trasforma tutto, l’aria buona si sente sulla pelle, nelle narici, negli occhi e fra i capelli. E nel cuore ovviamente. Quello fisico ne giova per l’ossigeno, quello metaforico per i colori, il silenzio, gli spazi, il rallentare del tempo.

Sono scesa dall’auto e mi sono sentita felice, una felicità tutta corporea, cellulare, genuina e ho subito percepito i rumori dei miei passi. In città i passi sono muti, la gomma sull’asfalto è un cammino senza voce. Ma appena messo piede per terra, in questo posto dall’aria morbida, ho sentito subito il brusio della ghiaia che segnalava a tutti la mia presenza. Il sole era ancora molto alto e picchiava forte, ma non avevo caldo, avevo solo fretta di rimontare a cavallo, dopo più di un anno.

La prima volta che sono salita su un cavallo avevo sette anni. Si chiamava “Indiana” ed era scura con una macchia bianca sulla fronte. Per tutta un’estate, in assoluto la più felice della mia vita, io e Indiana abbiamo imparato a conoscerci. Parlavo poco quand’ero bambina e ed ero a mio agio in questa comunicazione non verbale con lei. I cavalli, ma forse tutti gli animali, sentono, percepiscono i pensieri e i sentimenti. Indiana era una cavalla allegra e gentile, riconosceva il mio odore di bambina e a me piaceva poggiare la mia fronte sulla sua fino a quando lo stalliere non la sellava per me. Ho imparato a tenere le redini, a farla partire, a fermarla e poi, pian piano, ho imparato ad ascoltarla: il fastidio delle mosche, il mal di pancia, un po’ di nervosismo. Per calmarla poggiavo la mia mano sul suo collo. Una mano piccola e ferma che riusciva a far star buona una cavalla di 400 kg. Le mani sono un prodigio.

Ma adesso non avevo più sette anni e la cavalla di fronte a me non la conoscevo affatto. Si chiamava Lule, che in albanese vuol dire “fiore”. L’ho accarezzata, chiedendomi se soltanto le mani dei bambini hanno potere di donare calma agli esseri viventi muti o se potesse sentire attraverso le mie dita di adulta quanto fossi emozionata e felice e quanto speravo che tanta felicità raggiungesse chi mi stava vicino.

Ho fatto con lei una lunga passeggiata nel bosco, fino al lago. Il bosco era fresco e i rami più bassi degli alberi mi salutavano graffiandomi le braccia o lasciando penzolare le loro foglie sulle mie labbra. In groppa al cavallo non è permesso essere rigidi, perché ci si fa male. Il corpo deve restare morbido, adattarsi all’andamento, abbandonare ogni durezza e asperità, aprirsi, come un frutto, come un fiore al sole, muoversi all’unisono con l’animale, in comunione, piegarsi un po’ in avanti nelle salite e un po’ indietro nelle discese. Lì su ci si sente e si è molto in alto e ogni cambiamento di passo chiama all’azione l’equilibrio e la concentrazione, non c’è spazio per altri pensieri, si è interi, senza fratture interne.

“Il cavallo non deve sentire la paura”, mi diceva l’accompagnatrice, ma io non avevo nessuna paura. Stringevo le gambe sentendo sulla caviglia scoperta il calore della sua pancia. Mi sembrava il posto più sicuro al mondo. Ero viva, su una bestia calda e viva così come lo era tutto intorno a me: la luce, il verde brillante dell’erba lì dove le acque del lago si erano appena ritirate, il cielo, gli alberi, gli uccelli, le mosche, le cicali e le zanzare. Non che la natura non conosca la morte, la contiene spesso ferocemente, ma quando è il momento della vita l’ambiente ne diviene stracolmo, è ovunque, è in eccesso. Durante la passeggiata, l’istruttrice mi ha detto che Lule aveva una puledrina, nata qualche tempo fa e concepita in una notte d’inverno, quando lo stallone forzando i cancelli del suo recinto e annusando nell’aria l’estro di lei, l’ha cercata e raggiunta, riuscendo ad aprire il box di Lule, chiuso da ben due fermaporta di ferro. Nessuno poteva avere certezza di cosa fosse successo, ma al riparo dagli occhi di tutti Lule era già madre. Una sera dell’autunno successivo, dopo undici mesi d’attesa, Lule sembrava tranquilla. Lo era anche la mattina seguente, ma accanto a lei c’era la sua puledra. Aveva fatto tutto da sola: le doglie, il travaglio, il parto. Soltanto lei, la sua creatura da far nascere, il corpo che sapeva esattamente cosa fare, l’accadimento dei primordi che si compiva di nuovo in quella notte come già era avvenuto milioni di altre volte nei secoli, ovunque nel mondo, per ogni mammifero della terra. Il racconto di questa sapienza istintiva mi ha emozionata moltissimo e l’ho accarezzata come a ringraziarla per quella forza vitale non ostacolata dalle paure e dagli inganni degli uomini. Mi stava insegnando molte cose.

Mentre cavalcavo ogni tanto alzavo lo sguardo verso le chiome dei pioppi. I pioppi sono alberi straordinari perché danzano e cantano. Attraversate dal vento le loro foglie si muovono una ad una, ciascuna in una direzione differente, producendo un sibilo unico, come il suono di un cembalo, come un incantesimo.

Non riesco ad immaginare in altro modo, oggi, il manifestarsi della grazia, l’audacia della vita.

Solo se riusciremo a guardare l’Universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella diversità cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo.

Tiziano Terzani