…Ma invece dopo la nascita capisco il contrario (ovvero…”Nutro mia figlia”)

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Nutro mia figlia è un testo bellissimo.
Uno di quei testi che leggere è come viaggiare. Un viaggio a velocità folle tra le viscere, il sangue, il corpo, l’utero, lo sguardo, il latte di una madre.
E’ come uno scrigno, dal quale ciascuno può estrarre la sua moneta d’oro e sentirsi il re o la regina del più fantastico dei regni: il proprio corpo!
Di seguito trovate un “frammento” del testo e il link attraverso il quale potrete leggere il brano per intero (prendete fiato prima!).
Da, qui, invece, accedete all’intero progetto dal quale il brano è estrapolato. Lo ridico, è bellissimo!

 

Nascita terremoto e tempesta 
nascita non ce la faccio
madonnuzza incastonata sul muro alla mia sinistra
coraggiosa compagna santa e madre madre e santa
ti cerco a tentoni nel cuore alla mia sinistra
mi afferro a questo nostro cuore come ad un albero
e chiedo aiuto alle donne vive nel mio cuore
impasto i loro nomi fra lingua e palato
dietro gli occhi trovo la parola antica
aiuto
ho paura
non mi lasciate
fatemi vita
fatemi spazio e silenzio
fatemi luce
Continua…

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Adesso, la vita.

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Non ho smesso di scrivere solo perché non ho più un minuto di tempo per me e se ce l’ho, dormo. Ho smesso anche perché sento di non avere al momento nulla da dire  come prima.

Mio figlio mi ha resa muta.

Adesso la vita si svolge sul piano del sentire e dell’agire, sopratutto: di minuto in minuto percepire cosa bisogna fare e farlo.
Ci vuole forza fisica, è una prova di resistenza. Forza e nervi flessibili, così come richiede la vita che cresce.

È un allenamento spietato, spesso dolce, fatto di latte che fuoriesce dal seno e macchia le magliette, fatto di occhiaie e lacrime sotto la doccia, fatto di smarrimento e di momenti imperfetti e felici.
I vestiti di prima non vanno, servono scollature buone a nutrire ovunque e a qualsiasi ora e sorrido di quelli che per farmi un complimento mi dicono d’esser magra “come prima”, perché in me non vi è neppure una fibra uguale a prima.

Io non ho la forma che avevo e neppure sento di corrispondere alla forma di mamma. Ognuna è madre a modo suo, credo, con la propria felicità indicibile e la propria ferita da rimarginare.

Esiste un’idea di maternità a cui si fa riferimento che con la realtà dell’esperienza c’entra poco. È costruita. Ma la maternità non è una costruzione, un prodotto che può esser progettato a tavolino, è corpo che s’impone, è una gioia incisa nella carne anche quando sembra che tutto vada a scatafascio. È un sentiero obbligato che si percorre, però, a modo proprio dove ci si può incontrare con altre donne se si è disposte a rivedersi in esperienze simili e a non ritrovarsi ma ad accogliere storie diverse. Dovremmo esser capaci di creare una rete sociale di solidarietà e mutuo aiuto, capaci anche di immaginare e costruire un mondo diverso. Noi possiamo. Messe a nudo davanti a noi stesse e dopo un faccia a faccia tanto intenso con la vita e con la morte, noi possiamo, se abbiamo la pazienza e l’audacia di abitare tutto quel che proviamo e non diventare le madri che gli altri si aspettano o che l’immaginario comune impone.

C’è troppa meraviglia nello sguardo dei nostri bimbi nello scoprire il mondo, per non tentare almeno di viverlo in modo nuovo.

Per questo sento che le mie parole sono e vogliono essere differenti. Cercano di dar voce al desiderio che ho di far emergere la trasformazione e di comprenderla man mano che ininterrotta continua ad accadere. Tutto è più scarno, breve, forte, vero.

E in questo laboratorio esistenziale anche “Eufemia”, inevitabilmente, è alle prese con la sua metamorfosi.

Il tempo imperfetto

(foto di Artem Rozhnov)

(foto di Artem Rozhnov)

Io non so se esistono esperienze che non possono essere narrate, quel che sperimento, al momento, è che per raccontare l’esperienza del parto, non esiste nulla di esaustivo nel vocabolario della mia lingua madre.

Si procede allora a piccoli passi muti e non certo mentre “si torna alla normalità”, perché dopo il parto di “normale” non c’è nulla e non si può ritornare a quel che era, c’era e si faceva prima. E’ un passaggio verso un altrove e solo una direzione è possibile, soltanto avanti si può andare. Il parto lancia verso la vita con la forza delle cose vere che tolgono spazio a qualunque tipologia di ragionamento. Serve la consapevolezza dell’essere e del fare, di giorno così come nella notte.

Ma è un punto di partenza da ri-visitare, piano piano, per recuperare ogni pezzo dell’esperienza vissuta e trarne  la forza e lo stupore necessario per non lasciarsi travolgere dalla stanchezza né tanto meno dalle aspettative, neppure le nostre.

Perché anche “tu” non sei più quella che ha infilato di fretta e con fatica le scarpe da tennis per correre in ospedale tra una contrazione e un respiro profondo e serve tempo  ed occorre coraggio per rendersi conto della metamorfosi. Frutto di una nuova nascita, come il proprio bambino, madre di se stesse con una identità da scoprire e da plasmare che le notti insonni e la fatica e la paura e perfino la gioia non possono cancellare se non al prezzo di sacrificare ogni nuova cosa sull’altare della paura che tutto invecchia.
E così bisogna fare la strada, farla e poi percorrerla, perché non ne esistono due uguali nonostante il parto sia forse la più condivisa tra le umane esperienze.

Ed è oggi che si comincia, che il tempo di rimandare è terminato e la vita adesso è verissima ed ha la forma e l’odore e il calore di un essere umano di carne e sangue e del proprio sangue pure e del proprio calore che è tutto da sentire, perché il corpo, se ne ha la prova esperenziale ed evidente oramai, non può ingannare.

Il parto porta verità, ovunque, come un’esplosione. E la luce può essere accecante e paralizzare il cuore che non regge, nel senso proprio di supportare, nulla che non sia reso dalla vita a sua misura. Penso che tale compito spetti all’amore, l’amore concreto che con la quotidianità della sua presenza quella luce la rende da inaccessibile, vivibile, da troppo forte a necessaria agli occhi.

E il corpo accompagna l’animo nella gradualità di adattamento, si riprende piano dalla fatica della luce, si riprende con una poesia nascosta nelle piaghe, nelle suture, nel sangue in eccesso, nel latte che compare come una sorgente e che trasforma il corpo ancora una volta, di nuovo.

Io lo so, lo sento, di non aver ancora capito niente, di non aver ancora pianto tutta l’acqua buona ad irrigare e sanare, so, però, perché lo riconosco adesso nello sguardo di molte donne, che il tempo imperfetto del post parto è quello buono, così com’è, perché è quello adatto a se stesse, al bambino e all’uomo con il quale quel figlio lo si è generato e che pure si ama diversamente ora, perché quella luce non lascia fuori niente.

Per questo il post che sto scrivendo lo sto anche amando tanto, perché non è scritto come i precedenti, nella concentrazione e nella disponibilità del mio tempo, ma con una mano sola, mentre l’altra dondola la culla dove al caldo di una coperta color del cielo respira, sommessa e potente, la vita che mi aspetta.

 

Di luce

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Le cose che si trasformano con la gravidanza sono moltissime anche se so che saranno più chiare dopo aver attraversato l’esperienza del parto.

Oggi sono stata in ospedale per fare il tracciato. Mi sono messa sul lettino, ho scoperto la pancia ed ho sentito i 145 battiti al minuto del nostro bambino.

Nel lettino accanto al mio una giovane donna con le contrazioni. Seduta, perché di stare sdraiata con quel dolore non se ne parlava. Aveva i capelli neri lunghi, una camicia da notte bianca. Ad ogni contrazione, a voce bassa, si lamentava. “Ahi ahi – diceva – non ce la faccio più”. Le contrazioni erano cominciate alle due del mattino, ma la dilatazione era ancora a zero.

Osservandola ed ascoltandola mi sono chiesta molte cose, cercando di capire a cosa corrispondesse quanto stavo sentendo in quel momento.

Quella donna era bella, di una bellezza che non avevo mai visto. Aveva i capelli spettinati, non un filo di trucco, la peluria sulla pancia, un paio di fantasmini blu ai piedi. Ma era davvero bellissima. Fragile e potente, sfinita e forte, terrorizzata e coraggiosa. Aveva fame e caldo, aveva fretta, ma restava calma, seduta su quel lettino.

“Non pensavo che non mi interessasse nulla di stare mezza nuda davanti ad estranei”, mi ha detto. Era libera, tutte le categorie che di solito ci incasellano o ci imprigionano stavano lì, in frantumi ai suoi piedi, accanto alle ciabatte a fiori, quelle di tutti i giorni, perché quelle nuove, nella fretta, erano rimaste a casa.
“Sta andando tutto in modo diverso da come avevo immaginato”, mi ha confidato. Ma non lo diceva con tristezza o rabbia, lo diceva con stupore e tremore, come chi sta camminando e di gran passo su una strada che non aveva mai attraversato prima.
Era talmente libera che in quel momento di esserlo non le importava nulla. Voleva smettere di star male, voleva il suo bambino.

L’ho lasciata lì, mentre io venivo liberata dal macchinario e rimandata a casa.

Spero abbia partorito, e spero stia bene. Ma, soprattutto, spero di non dimenticare quel che ho visto e intravisto: canoni diversi, criteri differenti.

Capita spesso che venute meno le condizioni di lotta, trasformazione e si, anche  di sofferenza, ci si dimentichi della libertà sperimentata. Si sente la vertigine, il rischio della solitudine e si cerca il conforto della strada conosciuta. Non è certo una colpa. Spesso non è neppure un meccanismo riflesso e proprio per questo accade e basta.

Però, nonostante la paura dell’ignoto che è di ogni partoriente, nonostante il corpo senta potenza di vita e pericolo di morte abitarlo contemporaneamente senza poterli separare fin dai mesi di gravidanza, nonostante la perdita dell’immagine che si è costruite di se stesse, nonostante vengano scoperchiati in quel momento tutti gli angoli chiusi e remoti del cuore, e ci sia paura e ansia e tanto dolore, spero che quella donna non perda memoria della libertà che ha sperimentato e condiviso con me, seppur di passaggio. Non lo dimenticherò: mentre dava alla luce il suo bambino, in qualche modo ha dato un po’ di quella luce anche a me.

Passaggio. In ebraico si dice Pesah, in italiano si traduce Pasqua, appunto.

L’ultima attesa

IMG_20180206_130054All’ottavo mese di gravidanza è così che mi sento: un po’ mare e un po’ montagna. Gonfia di liquido primordiale e terra emersa dal nulla.

Più si avvicina il tempo del parto, più la sensazione è quella di inoltrarsi in una stanza segreta, dove la luce filtra appena, ma dove il buio non è tenebroso, solo sconosciuto. Il silenzio diventa una necessità, la lentezza una condizione di fatto, presente e vera al di là della volontà. Il fiato si accorcia e servono respiri decisi e profondi, il cuore diviene un setaccio: passano solo le relazioni buone, quelle di poche parole e molta, strabordante com-passione.

L’attesa si fa concreta, è di carne. Quella che si muove dentro sempre più impetuosa e crea una serie di onde che trasformano la pancia in mare.

Le idee, le teorie, perfino la propria immaginazione si sgretola. E’ una diversità costante che si fa vita quotidiana. Quello che vorresti non può essere, quello che è s’impara a volerlo, in prospettiva, nell’attesa di capire, vedere, toccare, sentire.

L’ottavo mese è stanchezza, soddisfazione e timore. La strada fatta, pesa. Alle spalle giacciono ferite a morte molte paure attraversate e sconfitte. Davanti però c’è la più difficile da vivere che non corrisponde a nessuna esperienza fatta e le abilità, le forze, le competenze per superarla bisogna credere di possederle, iscritte nel corpo, anche se non le si è mai viste. E’ una professione di fede, senza mistificazioni, nelle proprie viscere, costruita granello dopo granello nelle trasformazioni accettate, nei numerosi piccoli e grandi malesseri portati nella carne ogni santo giorno, nella pazienza delle notti ad occhi aperti e corpo dolente, senza che la felicità si allontanasse di un passo dal cuore. E’ l’affidamento di tutta intera la propria esistenza al figlio che è e che verrà, piccolo, ma capace di trovare la luce per il suo istinto vergine alla vita.

Ci si nutre di testimonianze, della sapienza di donne che quella porta l’hanno attraversata, le si scruta ed ascolta con la devozione dei discepoli, ma si sente dentro la certezza che questa esperienza che si ripete da sempre non è assimilabile, quanto già avvenuto non posso farlo diventar “mio”, perché la mia esperienza sarà diversa dalla loro pur essendo lo stesso miracoloso e concretissimo avvenimento.

E ci si nutre della presenza femminile di coloro che non hanno partorito, portatrici però di una sapienza diversa, accogliente, indispensabile, capace di ascolto e della curiosità che costringe alla riflessione, alla presa di consapevolezza nel e del momento.

L’ottavo mese è di solitudine, ma ogni abbraccio è necessario. Sono necessarie le mani del padre sul ventre, lo sguardo attento di uomo ai mutamenti del corpo e dell’animo, scorgere negli occhi amati l’attesa, accettare che sia diversa, ma sentirla autentica, audace.

Tutto il mondo e tutta la vita e perfino tutte le contraddizioni e la morte, tutto si invoca come necessario, perché non c’è parzialità che possa essere tollerata né autoinganno né autodifesa. E non si riesce a dare un nome corrispondente ad uno “schema” a nessuna divinità, perché di Dio si vuole tutto, lo si vuole maschio e femmina, potente e debole, presente e nascosto.

All’ottavo mese si comprende che ogni cosa è oramai trasformata, non importa quel che accadrà o in quale modo succederà, già ora si è altri, il maggior grado possibile di vicinanza a se stessi mai raggiunto e le madri, i padri, le sorelle e i fratelli si amano di amore più forte e la loro presenza rende coraggiosa e possibile l’ultima attesa.

MAdRI

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MAdRi è un laboratorio creativo sulla maternità. Anzi no, MAdRI è un laboratorio creativo sulla nascita. Anzi no, MAdRi è un laboratorio creativo sulla nascita, sulla maternità e sul valore dell’esperienza.
Ieri pomeriggio MadRI si è svolto a Palermo, presso la sede di Di.A.Ri.A (http://www.diariapalermo.org/), un’associazione d’Arte, Ricerca e Azione in collaborazione con il “Piccolo teatro patafisico” (http://www.piccoloteatropatafisico.it/)
Il laboratorio è stato condotto da Gina Bruno, una giovane donna, molto dolce e molto brava che fin dai primi minuti è riuscita a placare il tumulto degli ultimi dubbi che mi portavo dentro riguardo alla mia presenza lì.

Attorno alla maternità ruotano una costellazione di luoghi comuni, falsi miti, stereotipi e aspettative in parte deluse e in parte, poi, ampiamente superate. La verità è che l’esperienza ad essa legata è un esperienza senza eguali, che non si ripropone simile a se stessa qualora la si vivesse più di una volta, che somiglia a quelle di altre donne solo in piccoli pezzettini di storia e che è strettamente legata a tutta la vita della donna che si trova a farne esperienza, a partire dalla sua propria nascita.
E’ strano trovarsi a riflettere tanto intensamente su un evento che per ciascuno di noi è privo di memoria personale. Tutti veniamo a contatto con la nostra nascita soltanto attraverso una memoria mediata, quella dei genitori, di nonne, di zii o sorelle e fratelli maggiori. Eppure quel che MAdRI permette di scoprire è che gli eventi della propria nascita si portano impressi nel corpo in modo indelebile, una chiave interpretativa per comprendere chi siamo e di cosa è fatto il nostro mondo interiore.

La cosa bella è che non è apparentemente accaduto nulla di particolare per riuscire a capire tutto questo, se non il farci narratrici delle nostre storie. Gina è stata molto brava a creare un’atmosfera serena e di grande libertà, poi, ciascuna con la propria esperienza si è messa prima in ascolto e poi in gioco per condividere con le altre la storia di nascita e maternità. Abbiamo lavorato con le mani, abbiamo scritto, abbiamo cantato, abbiamo raccontato. Le esperienze di parto completamente positive sono poche, ed è bello ascoltarle: sono armoniche, fanno bene al cuore. Poi ci sono quelle che “nonostante tutto è stato una bella esperienza” e poi ci sono quelle drammatiche, da capire, elaborare, accettare. Per tutte esiste però una costante: l’ospedalizzazione della gravidanza lascia dietro di sé piccole o grandi ferite tutte da rimarginare. Certo, l’ospedale ha salvato e salva molte vite, non è questo il punto. Semmai quel che chiedono le donne è che gli ambienti, le condizioni, il personale, la degenza siano adatti ad uno degli eventi più straordinari e delicati della loro vita.

A me ha fatto impressione ascoltare le storie delle donne presenti: i loro racconti e le loro lacrime mi risuonavano nella pancia e nel cuore e mi è parso insostenibile il pensiero che quelle piccole grandi ferite date dal venire “assistite”  senza essere spesso realmente guardate, dalla solitudine, dalle luci sparate in faccia, da una posizione innaturale, dalla difficoltà di restare a contatto con il proprio corpo in mezzo a confusione, rumori, tensioni, fossero da moltiplicare per un numero veramente enorme di donne.
E’ stato molto emozionante sentire tutta la fatica nelle loro parole che uscivano a volte fluide e abbondanti come le acque che si rompono al tempo opportuno, a volte lente e sofferte come contrazioni dolorose. Ed è stato emozionante sentire che anche per me era così, lo stesso seppur diverso, ma ugualmente intenso.
La vita e la morte in atto nello stesso momento che rendono il corpo estremo e potente,
i sogni e le aspettative che si incontrano con la realtà e che sono costretti a mutare, spesso bruscamente, per stare a passo con la vita che certe volte capita proprio come vuole, senza riguardo per nessuno.

Le donne possiedono davvero una straordinaria capacità di fare rete, di creare attorno a se stesse e alle altre una sorta di protezione dentro alla quale l’altra può esprimersi con tutta la forza della propria originalità. Ma è una capacità che va riconquistata con piccole ed audaci azioni coraggiose. Si dovrebbe di nuovo uscire dalle proprie case, come in passato, per ritrovare spazi comuni di condivisione delle esperienze, di trasmissione di quella sapienza che il corpo possiede e sa donare, luoghi nei quali si possa mettere in campo la propria vita per quanto sofferta e bizzarra che sia, luoghi nei quali si possa esistere senza l’angoscia di cosa non si può o non si deve essere.

Se potete portare MAdRI nelle vostre città, fatelo. E’ un’esperienza forte e delicata grazie alla quale vengono alla luce molte e fondamentali cose, si gode del conforto che viene dalla comprensione e dall’ascolto e ci si spinge a sognare quel che il corpo sa e desidera molto oltre i modelli che portiamo addosso. MAdRI è come un viaggio, che ha assoluta e piena legittimità d’essere compiuto.