…Ma invece dopo la nascita capisco il contrario (ovvero…”Nutro mia figlia”)

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Nutro mia figlia è un testo bellissimo.
Uno di quei testi che leggere è come viaggiare. Un viaggio a velocità folle tra le viscere, il sangue, il corpo, l’utero, lo sguardo, il latte di una madre.
E’ come uno scrigno, dal quale ciascuno può estrarre la sua moneta d’oro e sentirsi il re o la regina del più fantastico dei regni: il proprio corpo!
Di seguito trovate un “frammento” del testo e il link attraverso il quale potrete leggere il brano per intero (prendete fiato prima!).
Da, qui, invece, accedete all’intero progetto dal quale il brano è estrapolato. Lo ridico, è bellissimo!

 

Nascita terremoto e tempesta 
nascita non ce la faccio
madonnuzza incastonata sul muro alla mia sinistra
coraggiosa compagna santa e madre madre e santa
ti cerco a tentoni nel cuore alla mia sinistra
mi afferro a questo nostro cuore come ad un albero
e chiedo aiuto alle donne vive nel mio cuore
impasto i loro nomi fra lingua e palato
dietro gli occhi trovo la parola antica
aiuto
ho paura
non mi lasciate
fatemi vita
fatemi spazio e silenzio
fatemi luce
Continua…

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Adesso, la vita.

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Non ho smesso di scrivere solo perché non ho più un minuto di tempo per me e se ce l’ho, dormo. Ho smesso anche perché sento di non avere al momento nulla da dire  come prima.

Mio figlio mi ha resa muta.

Adesso la vita si svolge sul piano del sentire e dell’agire, sopratutto: di minuto in minuto percepire cosa bisogna fare e farlo.
Ci vuole forza fisica, è una prova di resistenza. Forza e nervi flessibili, così come richiede la vita che cresce.

È un allenamento spietato, spesso dolce, fatto di latte che fuoriesce dal seno e macchia le magliette, fatto di occhiaie e lacrime sotto la doccia, fatto di smarrimento e di momenti imperfetti e felici.
I vestiti di prima non vanno, servono scollature buone a nutrire ovunque e a qualsiasi ora e sorrido di quelli che per farmi un complimento mi dicono d’esser magra “come prima”, perché in me non vi è neppure una fibra uguale a prima.

Io non ho la forma che avevo e neppure sento di corrispondere alla forma di mamma. Ognuna è madre a modo suo, credo, con la propria felicità indicibile e la propria ferita da rimarginare.

Esiste un’idea di maternità a cui si fa riferimento che con la realtà dell’esperienza c’entra poco. È costruita. Ma la maternità non è una costruzione, un prodotto che può esser progettato a tavolino, è corpo che s’impone, è una gioia incisa nella carne anche quando sembra che tutto vada a scatafascio. È un sentiero obbligato che si percorre, però, a modo proprio dove ci si può incontrare con altre donne se si è disposte a rivedersi in esperienze simili e a non ritrovarsi ma ad accogliere storie diverse. Dovremmo esser capaci di creare una rete sociale di solidarietà e mutuo aiuto, capaci anche di immaginare e costruire un mondo diverso. Noi possiamo. Messe a nudo davanti a noi stesse e dopo un faccia a faccia tanto intenso con la vita e con la morte, noi possiamo, se abbiamo la pazienza e l’audacia di abitare tutto quel che proviamo e non diventare le madri che gli altri si aspettano o che l’immaginario comune impone.

C’è troppa meraviglia nello sguardo dei nostri bimbi nello scoprire il mondo, per non tentare almeno di viverlo in modo nuovo.

Per questo sento che le mie parole sono e vogliono essere differenti. Cercano di dar voce al desiderio che ho di far emergere la trasformazione e di comprenderla man mano che ininterrotta continua ad accadere. Tutto è più scarno, breve, forte, vero.

E in questo laboratorio esistenziale anche “Eufemia”, inevitabilmente, è alle prese con la sua metamorfosi.

Noi ragazze

cop_Pane_nero_Mafai:2008Alcune settimane fa ho pranzato con una donna di ottantacinque anni, la signora Lucia, volitiva e con una memoria vividissi-ma, nonostante i malanni dell’età.
Mi ha parlato di molte cose, un po’ per farsi conoscere, un po’ per conoscere me, anche attraverso le mie reazioni al suo raccontarsi: occhi, corpo, parole.
E di fronte ai suoi ricordi di guerra, subita e vissuta a Roma poco più che bambina, io sono rimasta tutta occhi, però, senza parole.
Non era solo quel che raccontava a rapirmi dentro riflessioni e sensazioni fortissime, ma era la forza del racconto: un dramma ancora intatto, come intatta era la rabbia e la memoria dei personaggi che quella guerra l’hanno giocata solcando a sangue la vita di un intero popolo, come sempre disgraziatamente accade.

Poi, appena qualche giorno dopo, ho sentito in radio di un libro di Miriam Mafai: Pane nero. Donne e vita quotidiana durante la seconda guerra mondiale. L’ho letto con la fame di chi in questi tempi di penuria di senso e buon senso, sente la necessità di un nutrimento che non sappia di slogan senza radici, di semplificazioni della realtà, di rigurgiti fascisti. E’ stato davvero incredibile ritrovare fra le pagine della Mafai, gli stessi racconti e stati d’animo che la signora mi aveva trasmesso pochi giorni prima.

Il libro comincia narrando del 10 giugno 1940, di quel discorso che Mussolini fece per annunciare l’entrata in guerra del nostro paese, discorso che venne accolto quasi si trattasse di una festa.
Si credeva sarebbe durata ancora per poco la guerra e che, con il minimo sforzo, l’Italia si sarebbe guadagnata la partecipazione al tavolo dei “grandi”.

Le manie di grandezza di quel fascismo, a me che ne conosco il massacro e la disperazione che ne seguirono, sembrano ridicole fino ad essere offensive. La razza, l’impero, il prestigio. Una favola orribile capace di incantare la maggior parte degli italiani, non capisco ancora come e perché. La guerra non fu né veloce né indolore, fu un’immane tragedia, fu distruzione ed umiliazione.

Se i primi tempi si pregava perché l’Italia vincesse, presto si cominciò a pregare per la pace, perché “con la fame cresce la rabbia per le ingiustizie”.

E della fame, la signora Lucia me ne aveva parlato, delle bucce delle fave arrostite che si mangiavano davanti al focolare senza che ne rimanesse una sola briciola. In silenzio, perché sembrava incredibile e surreale anche a loro stessi.

Con gli uomini al fronte le donne si trovarono ad affrontare una vita che non avevano immaginato per se stesse. Non la scelsero, di fatto, se la ritrovarono fra le mani come unica alternativa alla morte: “La fame e la guerra spingono le donne fuori di casa, le obbligano a cercare un lavoro, a prendere decisioni, ad aiutare coloro che sparano o a sparare loro stesse; le obbligano ad uscire dal ruolo che era stato loro affidato dal fascismo e dalla Chiesa, di moglie e madre esemplare. Questa uscita dal ruolo non avviene sempre coscientemente. In molti casi, al contrario, si giustifica proprio col desiderio di mantenere fede fino in fondo a una tradizionale immagine di sé: Ma, una volta vissuta, la trasgressione incide nella coscienza di tutte, rivelando l’esistenza e la possibilità di percorsi individuali sconosciuti, certo più accidentati ma anche più gratificanti di quelli che alle donne erano riservati in passato”.

Era dura a morire l’idea che avevano interiorizzato di se stesse, quel modello di femminilità scelto da altri, maschi di potere o sacri che fossero.

Eppure, come le mie orecchie hanno udito dalla voce ferma di Lucia, erano le bambine che andavano a fare la fila per ottenere il carbone necessario a cucinare il poco che c’era, ed erano le donne a portare avanti le fabbriche, le ferrovie, le poste, l’Italia! Così come furono le donne a tessere la rete connettiva della Resistenza, percorrendo chilometri e chilometri in bicicletta, portando missive, armi, viveri, volantini: “La guerra costringe a cambiare abitudini […] Ma sollecita e stimola anche qualche corda segreta, quello spirito di avventura che normalmente le donne reprimono e puniscono quasi fosse una vergogna ed un peccato”.

Gli uomini che dal fronte riuscirono a tornare, però, desideravano ritrovare le certezze che avevano lasciato partendo. Quella possibilità d’essere padroni in casa propria, dopo essere stati servi di un regime e di un’ideologia che li aveva portati a sfiorare la morte e comunque a vederla ovunque attorno a loro. La superiorità dell’uomo sulla donna frutto dell’intreccio e del vicendevole sostegno tra politica fascista e l’ideologia cattolica, sembra ingoiare quasi del tutto l’esperienza che le donne avevano fatto di se stesse. Ma così non sarà, non del tutto, perché avere stretto al collo un cappio dai tedeschi per estorcere una confessione o vedere morire il proprio bambino per il latte divenuto cattivo a causa della fame e dello spavento costante, non sono esperienze che permettono di tornare come si era prima.

Anche la signora Lucia mi ha raccontato della paura, sentita in corpo più che consapevolizzata a causa dell’età e della confusione e della fame, vista e riconosciuta nei lineamenti della madre. La paura provata davanti alla fermata del bus, nella speranza di veder tornare il proprio padre,  non rimasto sotto un bombardamento, non ucciso dal fuoco dei soldati tedeschi.

“I bambini, circa trenta – racconta Elide Ruggeri – erano tutti morti tra le braccia delle loro madri. Alcuni adulti riuscirono incredibilmente a salvarsi, sepolti sotto i morti. Anche io, ferita, restai tra i cadaveri. Sopra di me e al mio fianco c’erano i cadaveri delle mie cugine e quello di mia madre, sventrata. Restai così immobile tutto il giorno e tutta la notte seguenti, sotto la pioggia, in un mare di sangue e quasi non respiravo più”.

La signora Lucia sembra non trovare parole abbastanza dispregiative per definire Mussolini e per la verità, neppure a  Vittorio Emanuele III, risparmia la sua incredibile ed intatta carica di rabbia mista a dolore. La ferita della guerra non è aperta, poiché la vita è andata avanti, sono state fatte scelte, affrontate difficoltà, vissute gioie e altri quotidiani dolori, ma non è neppure chiusa, perché dimenticare è morire. La ferita è viva, iscritta nella sua esperienza e portata addosso come bagaglio pesante, ma prezioso.

E sono proprio questi i sentimenti che mi hanno aiutata a leggere Pane nero, con lo stupore e l’interesse che il libro merita. Scritto in modo lineare, asciutto, chiaro, il testo della Mafai mi ha aiutata a leggere ed interpretare una parte di storia tanto recente e tanto discussa dalla quale io provengo e che mi porto dentro inevitabilmente. Attraverso le testimonianze che Miriam Mafai ha raccolto ho potuto far luce sulla mia identità di donna, in Italia, oggi. Un oggi difficile che incredibilmente guarda al passato rievocando quello spirito grottesco e tragico di una grandezza costruita su discriminazioni, demagogie e una profonda radicale ignoranza, quella su cui l’odio si annida e prolifera come forma di difesa verso un mondo divenuto troppo complesso per essere vissuto.

Pane nero è un libro che rende fiere le donne, per quella partecipazione alla Resistenza tanto attiva e fondamentale per la liberazione del nostro paese e tanto omessa dalla successiva storiografia. E’ un libro che permette di intravedere quella rete di fili rossi che dalla perseveranza, fiducia e coraggio di allora, conducono oggi alla perseveranza, alla fiducia e al coraggio di cui le donne hanno bisogno. Ed è un libro che apre gli occhi e fa sentire tutto il disgusto che il fascismo e che i fascismi, che la guerra e che le guerre meritano.

Miriam Mafai

Miriam Mafai

Infine, per chi non la conoscesse già, il libro è un modo per incontrare la vita e la scrittura di Miriam Mafai, una donna con la quale, se fosse ancora in vita, mi piacerebbe stare ore a parlare. Vorrei ascoltare da lei il racconto delle sue esperienze e, allo stesso tempo, dirle di me, della gratitudine che sento verso chi come lei, ha reso possibile percorrere strade altrimenti impensabili per noi donne. Mi piacerebbe dirle, guardandola con sguardo complice quel che la signora Lucia ha detto a me, con uno spirito di solidarietà che non potrò dimenticare, appena una battuta, ma che pronunciata da una donna di ottantacinque anni verso una di trentasette in gravidanza, ha avuto per me il sapore prezioso di una consegna: “Comunque Giulia, la verità è che noi ragazze ce la caviamo sempre!”:

Come una sorgente

Era estate e faceva molto caldo, perfino in Russia.
La Russia. Non occupava alcun posto tra le mete dei miei sogni, ma ero molto giovane allora e sapevo poche, pochissime cose. Accettai di far parte di una strana compagnia composta da alcuni professori della facoltà di Teologia, qualche collega e qualche personaggio in cerca d’autore. Era il mio primo viaggio fuori dall’Europa.

periferia-mosca_202L’arrivo a Mosca fu traumatico. Attraversare la periferia intravedendola dall’autostrada che collega l’aeroporto al centro città è un pugno allo stomaco. Palazzi. Tutti uguali. Tutti grigi. Per chilometri e chilometri. Nessun balcone. Finestre piccole. Piccolissime.

Mosca è quasi tutta grigia. Ed è immensa. Ma in questa distesa monocolore di un’uguaglianza imposta e mai realmente realizzata, esplode il colore della piazza Rossa ed esplode la luce sulle cupole delle basiliche del Cremlino.

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A San Pietroburgo, invece, siamo arrivati in treno. Un viaggio lungo, attraverso una infinita distesa di betulle senza né case né uomini. Il treno puzzava di vodka e rimbombava di grida in una lingua dura e sconosciuta. La città è bellissima, al grigio del decaduto regime si è sostituito il colore vivo dei palazzi costruiti dagli architetti italiani e all’afa una frescura umida e sempre carica di nuova pioggia.

89863c67-f15d-4d34-b234-f1a10aa1fc38L’Hermitage è un posto incredibile. Gli occhi non sanno dove posarsi, i piedi rincorrono lo spazio di mille sale e il cuore è continuamente sollecitato allo stupore. Ho visto moltissime opere studiate sui libri, che mi hanno restituito il senso delle ore trascorse nella fatica d’imparare. Fra tutte le Tre grazie di Antonio Canova sono state l’incontro che non immaginavo di poter fare. Poste al centro della sala, in alto, non si possono guardare se non con la testa indietro e il naso all’insù. La perfezione e la dolcezza delle forme, la bellezza dei corpi che elogiano il movimento pur restando immobili, le espressioni del volti strappati al freddo del marmo e donati al calore degli sguardi. E’ stata una grande emozione. Ma, con il senno del poi, che è uno dei miei più preziosi compagni di vita, ho capito che non soltanto lo stupore dell’opera d’arte mi aveva coinvolta in quella visione. C’era dell’altro. Qualcosa che avrei compreso molti anni dopo e a prezzo di molte e non sempre facili esperienze. Era la “femminilità”.

Non certo quella dei tacchi alti e delle creme anti età, ma quella dello spirito dato in dono, come un mistero, a noi donne. Non a tutte in egual modo, forse, ma comunque nascosto come un tesoro nell’animo di ciascuna. Non è solo un modo di muoversi e non è mai un atteggiamento costruito, è come una specie di grazia che occupa lo spazio concavo del nostro corpo e del nostro cuore. Non è necessariamente legato alla famigerata maternità fisica, basta osservare come va il mondo per comprenderlo. E’ qualcosa di più profondo e primordiale. Forse è la confidenza con il patire e con il sangue, il frutto della fatica di una trasformazione ciclica ma mai uguale a se stessa. Forse sono le forme del corpo di per sé armoniche molto, molto al di là della forzata corrispondenza ai cangianti  e a volte perversi modelli estetici. Forse, però, osservando la scultura, mi viene da pensare che la femminilità, in qualche modo che non so dire, sia pure legata alla solidarietà che esiste tra le donne, ad una certa “sorellanza”. Una delle tre grazie, presa a solo, per quanto bella, non avrebbe mai e poi mai potuto esprimere la stessa forza che viene dal loro abbraccio senza possesso.

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Si toccano appena, si guardano, si appoggiano l’un l’altra, quasi senza peso, ma donando un grande senso di stabilità a chi le osserva. Vi è confidenza, conoscenza, comprensione, sostegno. Non credo sia un valore di altri tempi, compromesso oramai da un mondo tanto cambiato da sembrare quasi impazzito, a volte confuso, sterile. Credo sia una realtà che lacera dentro quando non viene riconosciuta o, peggio, volutamente infranta. Bisognerebbe ri-conoscersi continuamente: l’anziana nella giovane, la giovane nell’anziana, la donna matura nella bambina, la bambina nell’adolescente. Dovrebbe esserci uno scambio continuo, come una sorgente, di saperi e dispiaceri, di segreti e di nuove scoperte. Una dinamiche difficile, ma preziosa. Dovrebbero insegnarci che quel che sembra perdersi con l’avanzare dell’età e la difficoltà della vita, in realtà è solo donato e rimesso in circolo, per sempre presente, per sempre vivo.

Buio a mezzogiorno

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Sono passata dal parco della “Favorita” oggi, era mezzogiorno. A mezzogiorno il sole è alto, soprattutto in una mattina di quasi estate, sottrarsi alla luce non si può.
E infatti a quell’ora, le prostitute le guardi in faccia, ne distingui i lineamenti, gli abiti succinti, le treccine dei capelli e la pelle scura.

Anche i “clienti” ci sono a mezzogiorno, ma non li vedi. Puoi leggere la targa, riconoscere il tipo di auto, scorgere il braccio che penzola fuori dal finestrino. Ma la faccia, la faccia di quei maschi non la riesci a vedere.

Come sui giornali o nelle pagine online di riviste e quotidiani, quando accanto ad articoli che parlano di stupri e uccisioni di donne a comparire è sempre la vittima, mai il carnefice. E se per caso si riesce a reperire dai social qualche foto, sono sempre foto di lui sorridente che bacia o abbraccia lei, prima di ucciderla, picchiarla, violentarla. Il volto del maschio violento e assassino non lo possiamo tollerare. Le foto di donne sedute in un angolo con la testa tra le gambe e un braccio alzato in un tentativo, inutile, di difesa, si.

Così oggi su una sedia di plastica bianca sotto un albero al bordo della strada, ho visto in volto lei. Aveva un vestito verde intenso, i capelli lunghi, le gambe accavallate e leggeva un libro.
Era assorta nella sua lettura.
Era giovane.
Era bella.
Era tragica.

Mi sono chiesta se possedesse un segnalibro, per custodire il punto esatto di ogni interruzione, per ogni volta che un maschio senza volto le chiederà di farsi terreno di sfogo delle sue più squallide voglie. Mi sono chiesta se il libro lo avesse comprato con i soldi “guadagnati”. Mi sono chiesta perché provassi tanta rabbia e a quali delle due categorie fossi più vicina, se a quella degli sfruttati o a quella degli sfruttatori.

Sono passata dal parco della “Favorita” oggi, era mezzogiorno.
Lei leggeva un libro.
C’era molta luce. Ed era buio.

 

 

 

Uno, due e (art.) 3

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«Le donne in Italia hanno più difficoltà a trovare un’occupazione adeguata al titolo di studio conseguito perché il divario di genere nella partecipazione al mercato del lavoro resta tra i più alti d’Europa (69,7% di uomini occupati contro il 50,3% di donne)».

(L.L. Sabbadini)

ART. 3 della Costituzione Italiana

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

E’ giusto

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Come mai la sanguinaria militanza degli uomini viene applaudita e la simbolica militanza delle donne punita con la galera e con l’orrore dell’alimentazione forzata? Significa semplicemente questo, che la doppia scala di valori degli uomini basata su una morale sessista, secondo cui le vittime della loro bramosia sono ritenute delle emarginate, mentre gli uomini stessi sfuggono ad ogni censura sociale, si applica all’etica di ogni di ogni aspetto della vita. Gli uomini fissano il codice morale e si aspettano che le donne lo accettino. Hanno stabilito che è del tutto giusto e doveroso che gli uomini combattano per la loro libertà e i loro diritti, ma che non è giusto e doveroso che le donne combattano per i propri.

Hanno deciso che per gli uomini è vigliacco e disonorevole  restare silenziosamente inerti dinanzi a regole tiranniche  che impongono su di loro vincoli di schiavitù, ma che per le donne la stessa cosa non sarebbe vigliacca e disonorevole, solo dignitosa.
Bene, le Suffragette ripudiano nel modo più assoluto questa doppia scala di valori. Se è giusto per gli uomini lottare per la loro libertà  – e Dio sa come sarebbe oggi la razza umana se non lo avessero fatto, dall’inizio dei tempi – allora è giusto anche per le donne lottare per la propria libertà.

da Suffragette: la mia storia di Emmeline Pankhurst

 

Mare ingordo, deserto ladro.

“Abbiamo perso le scarpe nel deserto”. E’ la frase pronunciata dalle donne migranti arrivate in questi giorni, scalze, al porto di Trapani.
Io il deserto lo conosco a granelli sparsi, portati dallo scirocco sui balconi della mia città. E senza scarpe lo sono spesso nei sogni, nei sogni brutti, nei sogni che danno sfogo e offrono chiavi d’interpretazione alle inquetudini del giorno. Senza scarpe lo sono sulla sabbia del mare, quando l’estate diventa vacanza e granite al limone. Se corro sulla sabbia è per giocare, per non bruciarmi i piedi, dall’ombrellone al mare.
Mi chiedo cosa si provi a partire dalla propria casa con le scarpe e a raggiungere una terra straniera a piedi nudi.
Il deserto non è fatto per correrci dentro, il deserto se ci corri dentro si mangia le scarpe.
Il deserto non è fatto per la paura né per la fretta. Il deserto, la paura e la fretta spogliano i piedi. Nel deserto la disperazione è un carburante, fa macinare i Km. Così raccontano, le donne senza le scarpe. Raccontano di fuga, di granelli infiniti come la disperazione.
Il viaggio dall’Africa all’Italia è fatto di sabbia e acqua, di deserto e mare. Di contrari e di eccessi, dune e onde, calura e notti fredde. E di buio. Perchè il buio del deserto è come il buio del mare, è il buio più scuro che c’è. Attraversare il deserto, attraversare il mare. Il deserto ruba le scarpe, il mare si mangia gli amici, le amiche, i mariti, i figli, le figlie, i fratelli e le sorelle. Mare ingordo, deserto ladro!
Le donne che attraverano il deserto hanno i piedi scalzi, lasciano andare via le scarpe per arrivare alla meta. Tengono stretti i bambini fra le braccia e i loro uomini attaccati agli occhi, per non perdersi, per non raggiungere da vedove le sponde della speranza. Nel deserto il mondo si capovolge: non si fugge per vigliaccheria, si scappa per overdose di coraggio. E non si corre lontani dalla morte, gli si va incontro per un corpo a corpo, a viso scoperto.
A cosa si penserà mai su quei gommoni, senza spazio, senza corpo, senza voce e senza scarpe; quale potenza possiede la vita quando la sopravvivenza è il maggior desiderio possibile?
Quando muore qualcuno, qui, da noi, pensiamo, nel dolore, ad occuparci del corpo: noi vestiamo i morti, cerchiamo di dar loro un aspetto dignitoso, compriamo le bare, organizziamo i funerali. Le donne senza scarpe no. Non vestono nessuno, non si occupano del corpo. Quando si muore sulla barca gli scafisti buttano i cadaveri in mare, quando si muore in mare i pesci vedono la morte invadere, prepotente, i loro abissi. I pesci non hanno le scarpe, neppure loro. Non hanno i piedi e non hanno le braccia. “Se solo i pesci avessero le braccia!”. Forse pensano questo le donne mentre vedono gli amici e i mariti, le sorelle, i figli e i fratelli affogare, giù. “Se solo gli uomini avessero un cuore!”, pensano forse i pesci, mentre la morte nera prende possesso della loro vita blu. 185944312-1e9c55fe-bc3d-401f-8fb5-b45a9041d00e
Chissà cos’altro hanno perduto quelle donne nel deserto. Forse i loro ricordi di bambine, i giochi per le strade, le voci delle loro nonne. Forse hanno perduto gli odori delle loro terre, il suono della loro lingua sempre più flebile, correndo dentro al deserto.
Forse il deserto oltre alle scarpe ruba pure i ricordi, così come gli scafisti rubano i documenti. Il viaggio dall’Africa all’Italia ruba le scarpe, gli amici, i ricordi, i documenti. Il viaggio dalla disperazione alla speranza divora identità.
Eppure quando attraccano ai nostri porti le donne a piedi nudi mi sembrano giganti e quasi vorrei io attraccare a quel desiderio di vita che straripa abbondante dagli occhi, forte, come i blocchi di pietra che arginano il mare. Non sanno ancora le donne-giganti a piedi nudi d’essere arrivate in un’Europa abitata da nani deboli, a volte meschini, naufraghi infelici nel loro mare di scarpe.