Lo stretto necessario

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Per me questa foto è bellissima.

Perché noi siamo piccoli e tutto è grande.

Perché io mi prendo cura di te e tu mi guardi.

È bella questo foto, antica e vergine.

Un oleandro rosa, tutto l’amore, lo stretto necessario.

 

Luglio per i secoli dei secoli

La Luna del 9 di luglio, A.D. 2019

La Luna del 9 di luglio, A.D. 2019

Cena finita,
raccolte le briciole.
Caldo, grilli e cicale.
La Luna è a metà,
aperta, mancante, lucente, bellissima.
Colmi i nostri pensieri.
I cani hanno mangiato,
le piante hanno bevuto,
siamo una comunità
e aspettiamo la notte.
Una tregua.
Rinunciamo al letto, a lenzuola in fiamme,
restiamo fuori,
due sdraio vicine.
Io col seno scoperto
per nutrire il più piccolo del micro cosmo che è la nostra casa:
Un sogno faticoso che non finisce di realizzarsi
aperto, mancante, lucente, bellissimo.
Io leggo, lui dorme.
La sua testa sul braccio,
un impasto di pelle e sudore:
Amore mio, sei il mio pane quotidiano,
ti mangio come fossi Gesù,
il Salvatore,
Figlio di Davide, pietà!
Dai vialetti del giardino
tu arrivi muto.
Hai rimesso a posto ogni cosa,
ricomposto il mondo perché possa ricominciare per noi un domani felice.
Ti siedi accanto,
sospiri.
Chiudi gli occhi, giri la testa, apri gli occhi, ci guardi.
Li richiudi, ti rigiri.
“Giulia…”
“Sì?”
“Io vi amo”.

Per i secoli dei secoli.
Amen.

Stralunata

Patti e Jackson Smith

Patti e Jackson Smith

La sera, perfino la sera quando senti che stai per morire di stanchezza, spettinata e in pigiama, stralunata e tramortita. Perfino quando hai dolori e pensi: “Fottiti malattia del cazzo…però aspe’ non mi ammazzare per favore”, perfino quando non riesci a scrivere per mesi, a pensare per settimane, a parlare per giornate intere e perfino quando il bagno è social e la solitudine bandita, perfino allora stare con il tuo bambino può essere Rock and Roll.

Io l’ho capito oggi, quando ho visto la foto di Patti Smith con il piccolo Jackson e gliel’ho subito inviata alla mia amica Valentina la foto, ma le ho solo saputo dire: Vale, Vale, Vale!!

Stasera invece, mentre veglio sul mio bambino che dorme in macchina, che pare di pasta di mandorla per quanto è bello, proprio qui in un parcheggio del supermercato al tramonto, capisco.

Patti e Fred avevano comprato una barca per vivere sul mare e pescare i gamberetti. Poi Patti ha scoperto d’essere incinta. E allora la barca l’hanno messa in giardino e ci andavano a leggere e a prendere il thè.

Perché bisogna essere morbidi, avere sogni morbidi, flessibili, rimodellabili. E avere un’officina nel cuore e cercare la poesia come fosse pepita d’oro, con l’amore per setaccio, l’amore e il desiderio, desiderio ovunque: dentro, fuori,sulla pelle, sul cuore, in testa, sui genitali, sulle mani, nello stomaco, in mezzo ai piedi.

Lo devo dire a Valentina.

 

It takes a year (Il primo compleanno!)

Non c’è stato né mai ci sarà un anno simile a questo. Il primo della tua vita e il primo della mia maternità.

Alla fine dei nove mesi e un giorno eravamo pronti, ma acerbi. Dovevamo maturare insieme, al calore dei nostri corpi, bagnati da lacrime nuove, riparati all’ombra di tuo padre.

Siamo cresciuti intrecciati, impastati, mescolati, diversi ma uniti. E mentre tu cambiavi lineamenti ed espressioni, pur rimanendo identico a tua nonna e suo figlio, mutavo anch’io, lasciando ovunque brandelli di vecchia pelle, asciugandomi nel corpo, aderendo alle ossa,
sottile e forte,
stremata e forte,
debole e forte,
forte.

Il mio seno è stato la tua casa, il solo rifugio che ti riparasse dal freddo, dal pianto, dalla fame, dalle ingiustizie che da subito non sono riuscita ad evitarti, dalle malelingue, dalla tristezza, dalla prepotenza di un mondo che ci chiedeva d’esser presenti, disponibili subito, sorridenti, autonomi, efficienti.
Ma noi siamo rimasti a navigare lenti nel nostro mare di sangue nuovo e vita fresca, a fiumi: tra le gambe il tuo parto, la mia ferita che non può guarire, quella porta oramai attraversata, tu nato, io nata.
E stretti stretti ancora, pure nell’attesa più inattesa, il freddo e il tremore simile alla morte e il terrore allo stomaco, il cuore svuotato, il seno riempito: il latte.

È arrivato con una potenza inaudita, sembrava sgorgare dalle viscere della terra, il mio petto come un vulcano. Da allora abbiamo trascorso ore uno attaccata all’altra, di giorno, di notte, di giorno, di notte, sempre. Dormivi sul petto come un uccellino e sotto le coperte ci siamo scambiati sguardi che rimarranno nostri e segreti per sempre. Le notti in cui piangevi senza sosta ti spogliavo, nudo, mi spogliavo, nuda, pelle sulla pelle: “Mamma è qui, mamma non se ne va”.
Te lo ripetevo con convinzione profonda, naturale, istintiva e mi sentivo crescere le radici. Così sono diventata un albero che neppure il più funesto degli uragani può sradicare lontano da te.

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Ho pensato continuamente: muoio di stanchezza, di sonno, di smarrimento, di solitudine, muoio d’amore, di felicità, di tenerezza.
E sono morta, infatti, mille volte. E poi risorta, mille volte.

Ti abbiamo visto crescere come un prodigio, ti si è accesa la vita negli occhi, nei gesti, nelle gambe, nei passi ed allora ho capito: per te tuo padre ed io non siamo stati che una scintilla.

Ami l’acqua, l’aria, la luce.

E chiami a te quel che desideri. Anche se sei ancora muto, il tuo corpo è tutto parlante, è un alfabeto di cellule che si moltiplicano, di connessioni che si accendono veloci ogni secondo.

Dal chicco di riso sulla tavola alla nave che vediamo entrare in porto, ogni cosa è un grido di stupore, un indice puntato, il desiderio di un nome come Adamo nell’Eden.

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La notte tocchi me e poi tuo padre, me e poi tuo padre, come la bacchetta di un metronomo che scandisce il tempo e il buio. E ancora oggi, a dodici mesi compiuti, ti svegli dopo appena una manciata di sonno lasciandomi digiuna di riposo, una poltiglia d’amore e stanchezza. Senza aprire gli occhi mi cerchi con la mano, mi accarezzi, mi colpisci, mi respiri, il tuo fiato sul naso, sugli occhi e sulla bocca risana tutte le piaghe del cuore.

Per nove mesi mi hai condotta dentro il buio più nero delle mie paure, hai illuminato tutto perché potessi vederne il fondo. Nascendo mi hai fatta animale, mi dimenavo in acqua nella morsa della vita che viene, l’istinto delle viscere, le grida. Mi hai aperta come un seme la zolla, come un terremoto la terra, ero polvere, natura, seme, sangue, muscoli, tendini, ossa, senza pensiero, senza divinità, senza tormento, quasi morta, tutta viva: dove il corpo è intero non c’è paura.

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Hai riempito di te ogni anfratto, angolo, spazio, buco: te sulla bocca, sul seno, negli occhi, sulla pelle, sulle braccia, sulla pancia.

Quando corri lontano ti giri, mi cerchi, mi guardi, mi ami, mi raggiungi.

Guardi tuo padre quando mi abbraccia, mi bacia, mi cura, mi sorride, mi cerca, mi trova e impari da lui i gesti degli uomini forti, pieni di grazia.

Appena nato ti portava sul palmo, adesso sulle sue spalle stai come un agnello. Mentre parla o si muove lo osservi senza perdere una sillaba, memorizzando ogni gesto. Nel presente lui è già la tua memoria. Papà ti conduce dove il mondo si svela, fra le sue leggi, tra la terra e il mare, tra gli atomi e la carne, ti inizia ai suoi misteri, ti rende curioso, coraggioso, attento e quando ti pettina con la sua spazzola sei felice come… un bambino!

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Un anno.

Ho amore per te ed ho paura per te.
Tu sei piccolo e il cuore dell’uomo è un abisso.

“Devo insegnargli a volare – mi dico – devo insegnargli a nuotare, devo insegnargli a perdere”.
Ma ti guardo assorto nei tuoi pensieri e capisco che hai già il tuo mondo interiore, il giardino segreto da seminare, i luoghi nei quali io non avrò accesso, dove ti vedrò entrare da solo, senza seguirti, senza capirti.
E allora insegnami a volare,
insegnami a nuotare,
insegnami a perdere.

Quando rientro da scuola gridi e con le mani alzate corri per casa: è il rituale della tua gioia.Quando canto mi guardi senza batter ciglio, con la bocca socchiusa e gli occhi lucenti.Che il mio canto possa restarti nelle orecchie, il mio amore negli occhi, i baci nelle mani e nel corpo tutti i “Ti amo” sussurrati da tuo padre, spargili ovunque, come un contadino che semina grano e sii paziente per coloro che non sapranno riconoscerne il valore.

Un anno.

Dopo averti dato alla luce, ancora in vasca, la mia ostetrica mi teneva stretta stretta la mano, mentre l’ostetrica dell’ospedale cominciava a lavarmi con gesti sicuri, veloci, sapienti. Non dimenticherò mai di aver compreso in quel momento la forza che può dare far comunità e farla tra donne. Benedico il cielo per ogni mano che mi ha aiutata, per ogni voce che mi ha consolata, per ogni donna che mi ha guardata e amata, per ogni madre che mi ha sostenuta e per la mia che mi ha generata. Oggi è anche la loro festa.

Sei figlio mio, nostro, loro. Figlio di chi ti ha accolto, sorriso, atteso, curato.

Il tuo cuore sia in pace.

Buon compleanno!

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(Tutte le foto presenti nel post sono di Carlo Columba)

 

 

 

 

 

Corpo a corpo

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Allatto da quattro mesi e quindici giorni.
Allatto di giorno e di notte, col fresco e col caldo, col sorriso e nel pianto, se sto bene o se sto male.

All’inizio il mio bimbo non sapeva ciucciare. Ma ha imparato, mentre piangevamo insieme, lui di fame, io di un amore che non volevo perdere.
Ha imparato, aprendo la bocca grande che sembrava un uccellino. Bocca grande ed occhi chiusi.
E così dal 4 aprile non faccio altro che questo: allattare.

A volte mio figlio si attacca al seno perché è stanco o ha sonno o ha desiderio di stare con la sua mamma. Così ho compreso che la fame non riguarda solo le viscere.
E, poi, un’altra cosa ho capito allattando: che il dualismo non esiste. Bene, male, giusto, sbagliato, bello, brutto…Noi umani siamo tutti immischiati con tutto. E, infatti, allattare è bellissimo ed è terribile. Bellissimo come il più tenero dei sentimenti, la più selvaggia sensazione d’esser viva, il più sano degli istinti. Terribile come una stanchezza feroce, come i pianti di disperazione per il sonno che corrode il cervello e che fa dire ogni mattino: io non ce la faccio più.
Tutto mischiato, come il corpo del mio bambino su di me e l’odore acre del sudore e quello dolciastro del latte, il profumo della sua pelle nuova e quello pungente della pipì. Mischiato, come i rigurgiti sul materasso e la cacca fuori dal pannolino alle quattro del mattino. Come la gioia mischiata alla stanchezza e lo stupore allo sconforto.

Allatto da quattro mesi e quindici giorni. Il peso del mio bambino è più che raddoppiato ed io lo guardo e so che le sue cosce sono il mio latte, lo sono i suoi piedi e le sue mani, prima ferme e ora frenetiche, che mi carezzano il seno o lo afferrano per tenerlo in bocca stretto lasciandomi sulla pelle con le unghiette affilate dei cuccioli i segni della più intima e antica delle relazioni. Il mio latte sono i suoi occhi e il suo sorriso, quando si stacca un attimo per guardarmi e un rivolo di latte dalla bocca cola sulla guancia a zig zag.

Non appena la fame è saziata sul capezzolo ci poggia la faccia e dorme e affonda il naso dentro al seno. Quando posso lo lascio dormire così e dormo anche io e poi tra le mani gli trovo i miei capelli o le briciole del pane mangiato tenendolo addosso. A volte respiriamo all’unisono a volte a me manca il respiro perché il mio corpo è tutto nuovo e mi ci perdo dentro cercando una nuova strada. Quando è lui ad aver paura io faccio respiri profondi e lunghi e lui va su e giù sulla mia pancia e si placa. Ed io con lui.

Succhia il mio latte e succhia la mia malinconia, insieme al parmigiano che divoro, insieme ai miei desideri, alle paure, le ferite, le medicine, i ricordi. Fa un pasto completo di me. E il suo corpo mischia lui a me e a suo padre, ancora, anche fuori dall’utero, in una combinazione sconosciuta che la vita intera non basterà a scoprire.

La notte  dorme se gli alito addosso, come il bue e l’asinello, dormiamo poco e corpo a corpo. Cerca il seno, si attacca, dorme, si stacca, scalcia, lo riprende, si sveglia, mangia, piange, si gira, mi graffia, sorride, mi cerca, ri-dorme, ri-mangia, mi guarda.

Allatto da quattro mesi e quindici giorni e ho capito che anche per l’allattamento come per la gravidanza esiste un racconto edulcorato a misura di commercio, che ci vuole ordinate, composte e riservate, profumate di colonia, sorridenti e pettinate.

Perché spettinate e sudate coi seni all’aria, le occhiaie stanche, gli occhi lucidi e ogni imperfezione alla luce non corrispondiamo a nessun immaginario.

Che l’allattamento possa essere un’esperienza feroce lo s’impara sul campo. Ed è difficile accettare che sia così. Eppure, questo campo di vita e di battaglia, solcato da notti insonni e nuove solitudini è il solo posto dove desidero dimorare.

Lì cresce l’amore che il mio bimbo ha portato e cresce mio figlio. Lì cresco io, cresce la persona che non smette di venire alla luce nonostante lo strazio della stanchezza. Perché si può dire di essere stanche fino a vomitare senza contraddire la felicità. Si può dire che è difficile e che si soffre a vedersi diverse da come ci si era immaginate, ma che quel che si scopre è pulito come acqua di fonte.

Ogni mamma fa le sue scelte su come allattare e nutrire il suo bambino ed ogni scelta ha in se stessa tutto l’amore necessario perché il bimbo possa crescere sano e felice.

Io ho fatto la mia di scelta, e so che sono libera di trasformarla in qualunque momento senza che nessun giudizio o consiglio debba  dilaniare il cuore. Ma intanto, per trovare la forza che mi serve ogni notte quando lui mangia ed io vorrei solo dormire, lo bacio sulla testa, sulle guance, sulla bocca e prego sussurrando: Il tuo corpo non se ne dimentichi mai, resti benedetto per sempre da questi baci, da questo amore, da questa fatica. Il mio latte ti renda forte e il tuo corpo sia colmo di grazia e di ogni tenerezza. La vita sia abbondante in ogni tuo gesto come lo è il latte nel mio seno e sentiti libero d’esser debole, come mi sento io notte dopo notte, e la tua vita che cresce mi riempia di  tanto tanto coraggio. Così sia.

Questa è la mia esperienza, fino ad oggi: quattro mesi e quindici giorni.

Il tempo imperfetto

(foto di Artem Rozhnov)

(foto di Artem Rozhnov)

Io non so se esistono esperienze che non possono essere narrate, quel che sperimento, al momento, è che per raccontare l’esperienza del parto, non esiste nulla di esaustivo nel vocabolario della mia lingua madre.

Si procede allora a piccoli passi muti e non certo mentre “si torna alla normalità”, perché dopo il parto di “normale” non c’è nulla e non si può ritornare a quel che era, c’era e si faceva prima. E’ un passaggio verso un altrove e solo una direzione è possibile, soltanto avanti si può andare. Il parto lancia verso la vita con la forza delle cose vere che tolgono spazio a qualunque tipologia di ragionamento. Serve la consapevolezza dell’essere e del fare, di giorno così come nella notte.

Ma è un punto di partenza da ri-visitare, piano piano, per recuperare ogni pezzo dell’esperienza vissuta e trarne  la forza e lo stupore necessario per non lasciarsi travolgere dalla stanchezza né tanto meno dalle aspettative, neppure le nostre.

Perché anche “tu” non sei più quella che ha infilato di fretta e con fatica le scarpe da tennis per correre in ospedale tra una contrazione e un respiro profondo e serve tempo  ed occorre coraggio per rendersi conto della metamorfosi. Frutto di una nuova nascita, come il proprio bambino, madre di se stesse con una identità da scoprire e da plasmare che le notti insonni e la fatica e la paura e perfino la gioia non possono cancellare se non al prezzo di sacrificare ogni nuova cosa sull’altare della paura che tutto invecchia.
E così bisogna fare la strada, farla e poi percorrerla, perché non ne esistono due uguali nonostante il parto sia forse la più condivisa tra le umane esperienze.

Ed è oggi che si comincia, che il tempo di rimandare è terminato e la vita adesso è verissima ed ha la forma e l’odore e il calore di un essere umano di carne e sangue e del proprio sangue pure e del proprio calore che è tutto da sentire, perché il corpo, se ne ha la prova esperenziale ed evidente oramai, non può ingannare.

Il parto porta verità, ovunque, come un’esplosione. E la luce può essere accecante e paralizzare il cuore che non regge, nel senso proprio di supportare, nulla che non sia reso dalla vita a sua misura. Penso che tale compito spetti all’amore, l’amore concreto che con la quotidianità della sua presenza quella luce la rende da inaccessibile, vivibile, da troppo forte a necessaria agli occhi.

E il corpo accompagna l’animo nella gradualità di adattamento, si riprende piano dalla fatica della luce, si riprende con una poesia nascosta nelle piaghe, nelle suture, nel sangue in eccesso, nel latte che compare come una sorgente e che trasforma il corpo ancora una volta, di nuovo.

Io lo so, lo sento, di non aver ancora capito niente, di non aver ancora pianto tutta l’acqua buona ad irrigare e sanare, so, però, perché lo riconosco adesso nello sguardo di molte donne, che il tempo imperfetto del post parto è quello buono, così com’è, perché è quello adatto a se stesse, al bambino e all’uomo con il quale quel figlio lo si è generato e che pure si ama diversamente ora, perché quella luce non lascia fuori niente.

Per questo il post che sto scrivendo lo sto anche amando tanto, perché non è scritto come i precedenti, nella concentrazione e nella disponibilità del mio tempo, ma con una mano sola, mentre l’altra dondola la culla dove al caldo di una coperta color del cielo respira, sommessa e potente, la vita che mi aspetta.

 

L’ultima attesa

IMG_20180206_130054All’ottavo mese di gravidanza è così che mi sento: un po’ mare e un po’ montagna. Gonfia di liquido primordiale e terra emersa dal nulla.

Più si avvicina il tempo del parto, più la sensazione è quella di inoltrarsi in una stanza segreta, dove la luce filtra appena, ma dove il buio non è tenebroso, solo sconosciuto. Il silenzio diventa una necessità, la lentezza una condizione di fatto, presente e vera al di là della volontà. Il fiato si accorcia e servono respiri decisi e profondi, il cuore diviene un setaccio: passano solo le relazioni buone, quelle di poche parole e molta, strabordante com-passione.

L’attesa si fa concreta, è di carne. Quella che si muove dentro sempre più impetuosa e crea una serie di onde che trasformano la pancia in mare.

Le idee, le teorie, perfino la propria immaginazione si sgretola. E’ una diversità costante che si fa vita quotidiana. Quello che vorresti non può essere, quello che è s’impara a volerlo, in prospettiva, nell’attesa di capire, vedere, toccare, sentire.

L’ottavo mese è stanchezza, soddisfazione e timore. La strada fatta, pesa. Alle spalle giacciono ferite a morte molte paure attraversate e sconfitte. Davanti però c’è la più difficile da vivere che non corrisponde a nessuna esperienza fatta e le abilità, le forze, le competenze per superarla bisogna credere di possederle, iscritte nel corpo, anche se non le si è mai viste. E’ una professione di fede, senza mistificazioni, nelle proprie viscere, costruita granello dopo granello nelle trasformazioni accettate, nei numerosi piccoli e grandi malesseri portati nella carne ogni santo giorno, nella pazienza delle notti ad occhi aperti e corpo dolente, senza che la felicità si allontanasse di un passo dal cuore. E’ l’affidamento di tutta intera la propria esistenza al figlio che è e che verrà, piccolo, ma capace di trovare la luce per il suo istinto vergine alla vita.

Ci si nutre di testimonianze, della sapienza di donne che quella porta l’hanno attraversata, le si scruta ed ascolta con la devozione dei discepoli, ma si sente dentro la certezza che questa esperienza che si ripete da sempre non è assimilabile, quanto già avvenuto non posso farlo diventar “mio”, perché la mia esperienza sarà diversa dalla loro pur essendo lo stesso miracoloso e concretissimo avvenimento.

E ci si nutre della presenza femminile di coloro che non hanno partorito, portatrici però di una sapienza diversa, accogliente, indispensabile, capace di ascolto e della curiosità che costringe alla riflessione, alla presa di consapevolezza nel e del momento.

L’ottavo mese è di solitudine, ma ogni abbraccio è necessario. Sono necessarie le mani del padre sul ventre, lo sguardo attento di uomo ai mutamenti del corpo e dell’animo, scorgere negli occhi amati l’attesa, accettare che sia diversa, ma sentirla autentica, audace.

Tutto il mondo e tutta la vita e perfino tutte le contraddizioni e la morte, tutto si invoca come necessario, perché non c’è parzialità che possa essere tollerata né autoinganno né autodifesa. E non si riesce a dare un nome corrispondente ad uno “schema” a nessuna divinità, perché di Dio si vuole tutto, lo si vuole maschio e femmina, potente e debole, presente e nascosto.

All’ottavo mese si comprende che ogni cosa è oramai trasformata, non importa quel che accadrà o in quale modo succederà, già ora si è altri, il maggior grado possibile di vicinanza a se stessi mai raggiunto e le madri, i padri, le sorelle e i fratelli si amano di amore più forte e la loro presenza rende coraggiosa e possibile l’ultima attesa.

La strada sconosciuta

(Foto di Carlo Columba)

(Foto di Carlo Columba)

Una volta un mio professore di Sacra Scrittura mi disse che diventando adulti prima e anziani poi il tempo comincia a trascorrere più lentamente perché s’impara a vivere, a fare il proprio mestiere, a relazionarsi alle persone, a difendersi e a dare quel che si vuole. E così che tutto rallenta e viene da questo la necessità di non smettere di leggere, interessarsi e fare cose nuove.
Nel mezzo (e un po’) del cammino della mia vita non so ancora dire se avesse o no ragione. Certo è vero, a stare al mondo piano piano s’impara e anche ad avere a che fare con se stessi piano piano s’impara. Di questo sono stata convinta fino a qualche mese fa, quando cioè è cominciata la mia gravidanza.

Da allora la strada è ignota e il cammino è incerto. Mi dicono che diventare genitori è ufficialmente diventar grandi, ma io mi sento come se fossi tornata al punto di partenza, come se tutto fosse da rimparare, daccapo. E quel che si è e quel che si ha non serve ad agire bene, serve semmai ad imparare bene, se non ci si lascia travolgere dalle paure e dalle mille voci che si scatenano alla notizia che un nuovo uomo sta per venire al mondo. Come se quello che sto vivendo potesse essere vissuto sulle orme di miliardi di esseri umani venuti prima. Non è così. Ogni volta è l’unica volta. Questo è quel che capisco.

Le esperienze è bello ascoltarle, per trovare differenze e per sentire parlare le donne, ciascuna con il proprio mistero, presente da sempre e a prescindere dalla gravidanza, per la verità. Perché alcune donne generano, ma il mistero non sboccia e altre, invece, non generano, ma il mistero le avvolge come una scia luminosa.

La gravidanza è una strada sconosciuta. E non c’è passo che si compia che lasci prevedere il prossimo. Non sai chi c’è dentro di te, come sarà e non sai come sarai tu, quale esito avrà la trasformazione che contando le settimane e affrontando i malesseri ti porterà alle doglie del parto, quando di trasformazione ne comincerà un’altra e poi, ancora, una differente non appena sarà il tempo della cura.

A volte è come rimanere sospesi nel vuoto, in attesa che il tuo corpo faccia quello che la tua volontà non può decidere né nessuna forma di controllo determinare. E bisogna nutrire la fiducia che lo farà, nonostante la paura porti a temere che così, forse, non accadrà?

Non è vero che le mamme devono essere forti, ma è vero che lo sono. Perché se moltissime cose io ancora non le so, so che non c’è modello o senso del dovere a cui sono chiamata ad obbedire.

Forse la gravidanza, oltre ai timori più ancestrali e alla gioia più viscerale, può essere anche questo, allora: un processo di liberazione. Ma esiste strada di liberazione che sia un sentiero battuto, facile da attraversare? Semmai il cammino da compiere è a ritroso, verso un’istintività quasi animale, perché è lì che devo arrivare dove tutto è cominciato, ma lo devo fare a modo mio, anzi no, eccolo il cambiamento: devo farlo a modo nostro.

La possibilità, la competenza (ovvero della vita e della morte)

("Il metafisico", opera di Elisa Nicolaci)

(“Il metafisico”, opera di Elisa Nicolaci)

Quando ero bambina non mi sfiorava l’idea che la “festa dei morti” fosse una contraddizione in termini. Perché la vivevo veramente come una festa ed intorno a me vedevo colori, luci, regali. I morti stavano sullo sfondo, anche se la visita obbligata ad un cimitero di provincia non mi lasciava indifferente. Il nonno lo conoscevo solo grazie a quella foto in bianco e nero da cui mi guardava austero, ma dolce. Poi c’era la zia Maria da visitare, che però la foto ce l’aveva a colori e poi c’erano i morti sconosciuti, giovani, vecchi, bambini perfino, di cui immaginavo la storia e incredibili avventure per tirarli fuori da quell’oblio che le tombe abbandonate mi suggerivano.

Oggi, seppur sia ancora forte e felice la memoria dell’infanzia, “la festa dei morti”, mi pare un ossimoro troppo difficile da accettare. Sarà che crescendo la morte si palesa in forme più o meno aggressive e personali, sarà che il persistere nella vita, la morte la mostra presente in mille piccole cose, se la si vuol ri-conoscere e vedere.

Certo fra gli uomini c’è chi la patisce da sempre, in forma violenta e carica di ingiustizia, perché è vero, inesorabilmente vero, che non è egualmente distribuita  la sua presenza tra le creature umane. E poi, non è soltanto il corpo a subirla, ma spesso è l’animo a farne le spese in modo più drammatico. Molte volte, corpo o animo che sia, viene inferta dall’esterno, altre germina da dentro e non si fa estirpare. Almeno così pare. E’ un po’ come la parabola del grano e della zizzania raccontata nei vangeli: vita e morte crescono insieme e non si possono separare se non rischiando di estirpare insieme alla morte la vita stessa.

Così accade durante le lunghe malattie, quelle che accompagnano per anni, che riempiono le giornate della stessa fatica per un tempo illimitato facendo attraversare giorno dopo giorno lo stesso calvario oramai battuto come una strada maestra.

E così, credo, sia il sopraggiungere della vecchiaia, sentirla nel corpo prima che nell’anima e opporre resistenza per istinto alla direzione forzata, fino a quando non vince la sapienza dell’accettazione o la disperazione del rifiuto.

Quel che però io oggi vedo, sospesa tra la più potente esperienza di vita e la fatica enorme della malattia, è che avanzare nell’esistenza comporta di fatto una perdita e un guadagno.
Quel che si va perdendo è il bagaglio di potenzialità che sono insite nel corpo, nella giovinezza e nel tempo, lungo e disteso dinnanzi a sé. La possibilità di non fare, di rimandare a domani, di distruggere e ricostruire, di lasciare a metà, di farsi sfuggire le occasioni, la possibilità di scelte acerbe tutte da recuperare.
Quel che si va guadagnando è, invece, l’abilità. La capacità cioè e la competenza per affrontare la vita, carica del suo passato, impegnativa nel presente e sempre più stretta di futuro. La capacità di riprendersi dal lutto e dal dolore, di affrontare gli ostacoli, di relazionarsi dosando aperture e difese, la competenza nella risoluzione dei problemi e dell’esperienza come bussola d’orientamento, l’abilità di riconoscere la gioia e di godere di momenti felici per quanto circoscritti e privi di perfezione e assolutezza, la capacità di lasciar andare sogni, affetti, persone…

Non lo so se questo è vero in generale, ma certamente è vero per me, che non “festeggio” più i morti, anzi che la morte la detesto, pur accettandola ogni giorno, così come si presenta, nella mia esperienza, nell’esperienza altrui, attorno a me, lontana  o vicina che sia. Esorcizzarla o rinnegarla è la più inutile delle illusioni. Mi pare. Tenerla presente costantemente e crederla preponderante rispetto alla vita e alla sua svariata sapienza, il più inutile dispendio di energie.

Forse il solo modo di mantenere insieme quel che si perde e quel che si guadagna, la potenzialità della vita da una parte e la capacità di viverla, dall’altra, è dosare la ribellione che la morte provoca con la sua oscenità di dolore e di fine di ogni cosa con l’integrazione nella vita della sua presenza, che, volente o nolente, c’è e ci interpella oggi e poi ancora e ancora e ancora.

La vita, la terra, la fisica e i baci!

Debbie Shultz, foto di Harvey Turtz, 1952.

Debbie Shultz, foto di Harvey Turtz, 1952.

Questa mattina sono andata a casa dei miei genitori, e sono entrata nella mia stanza. Dovevo prendere alcune cose, rimaste lì. Ho aperto armadi e cassetti e sono stata travolta da un mondo, il mio.

Fotografie, appunti ordinatissimi di ebraico ed esegesi biblica, moleskine con dentro segnati appuntamenti, cambiamenti e stravolgimenti, il nome del mio primo ragazzo circondato da cuori e un suo sms ricopiato in perfetta grafia, dove c’era scritto: “Posso rinunciare a tutto e a tutti, ma non a te! Quindi rompi questo silenzio stampa e parlami!!”. Non mi ricordo cosa fosse successo, ma ho sorriso, dosando con attenzione la giusta tenerezza e un’onesta malinconia.

Ho trovato biglietti di concerti e di viaggi in treno, alberi disegnati in foglietti volanti e quaderni ricoperti con carta colorata, un cappello come quello di De Gregori, una lettera della mia migliore amica degna del premio Pulitzer, un blister di pillole per il mal di pancia, la foto del mio cane vicino al comodino, la poesia di uno spasimante che mi ha fatto molto ridere, i diari carichi di un cammino non proprio lineare e facile.

La vita, insomma, che non mi è sembrata né brutta né bella, ma… mia! E questo si che mi è parso importante.

Allora ho pensato a mia nonna, che ha novantacinque anni e che domenica mi ha raccontato di quando nonno tornava da lavoro e la vedeva in lontananza seduta sotto il portico e le mandava con le mani baci di soffio appassionato. Giorno dopo giorno. E da quando è morto ogni mattina lei glieli restituisce guardando la sua foto al risveglio. Giorno dopo giorno.

Mi è venuto in mente perché la vita mi è sembrata come la terra, che è fatta di strati e di sostanze che le danno fertilità e di pietre e di radici e detriti, di sali minerali e di acqua, di sabbia e calcare e tutto si amalgama nel tempo, per millenni,  tutto fa sì che la terra sia terra.

E così anche se mia nonna è anziana e mio nonno è morto, i loro baci ci sono ancora, amalgamati al tutto che gli appartiene, non si sono perduti, come è tipico dei baci, di fatto.

E così anche se la mia vita è in trasformazione quel che ho alle spalle è  amalgamato nella mia terra d’oggi, anche le cose dolorose o interrotte senza parole o non comprese, anche le cose buie così come le giornate scintillanti di piccole segretissime felicità.

E così mi sono ricordata dell’unica, credo, legge della fisica che mi è rimasta nella memoria, perché è una legge poetica in fondo quella della conservazione della massa: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Non immaginavo che finalmente l’avrei capita così, dopo anni, una mattina d’autunno, con le mani a cercar il senso nel passato, la testa al presente e tutto il corpo immerso nel più miracoloso dei futuri.