La strada sconosciuta

(Foto di Carlo Columba)

(Foto di Carlo Columba)

Una volta un mio professore di Sacra Scrittura mi disse che diventando adulti prima e anziani poi il tempo comincia a trascorrere più lentamente perché s’impara a vivere, a fare il proprio mestiere, a relazionarsi alle persone, a difendersi e a dare quel che si vuole. E così che tutto rallenta e viene da questo la necessità di non smettere di leggere, interessarsi e fare cose nuove.
Nel mezzo (e un po’) del cammino della mia vita non so ancora dire se avesse o no ragione. Certo è vero, a stare al mondo piano piano s’impara e anche ad avere a che fare con se stessi piano piano s’impara. Di questo sono stata convinta fino a qualche mese fa, quando cioè è cominciata la mia gravidanza.

Da allora la strada è ignota e il cammino è incerto. Mi dicono che diventare genitori è ufficialmente diventar grandi, ma io mi sento come se fossi tornata al punto di partenza, come se tutto fosse da rimparare, daccapo. E quel che si è e quel che si ha non serve ad agire bene, serve semmai ad imparare bene, se non ci si lascia travolgere dalle paure e dalle mille voci che si scatenano alla notizia che un nuovo uomo sta per venire al mondo. Come se quello che sto vivendo potesse essere vissuto sulle orme di miliardi di esseri umani venuti prima. Non è così. Ogni volta è l’unica volta. Questo è quel che capisco.

Le esperienze è bello ascoltarle, per trovare differenze e per sentire parlare le donne, ciascuna con il proprio mistero, presente da sempre e a prescindere dalla gravidanza, per la verità. Perché alcune donne generano, ma il mistero non sboccia e altre, invece, non generano, ma il mistero le avvolge come una scia luminosa.

La gravidanza è una strada sconosciuta. E non c’è passo che si compia che lasci prevedere il prossimo. Non sai chi c’è dentro di te, come sarà e non sai come sarai tu, quale esito avrà la trasformazione che contando le settimane e affrontando i malesseri ti porterà alle doglie del parto, quando di trasformazione ne comincerà un’altra e poi, ancora, una differente non appena sarà il tempo della cura.

A volte è come rimanere sospesi nel vuoto, in attesa che il tuo corpo faccia quello che la tua volontà non può decidere né nessuna forma di controllo determinare. E bisogna nutrire la fiducia che lo farà, nonostante la paura porti a temere che così, forse, non accadrà?

Non è vero che le mamme devono essere forti, ma è vero che lo sono. Perché se moltissime cose io ancora non le so, so che non c’è modello o senso del dovere a cui sono chiamata ad obbedire.

Forse la gravidanza, oltre ai timori più ancestrali e alla gioia più viscerale, può essere anche questo, allora: un processo di liberazione. Ma esiste strada di liberazione che sia un sentiero battuto, facile da attraversare? Semmai il cammino da compiere è a ritroso, verso un’istintività quasi animale, perché è lì che devo arrivare dove tutto è cominciato, ma lo devo fare a modo mio, anzi no, eccolo il cambiamento: devo farlo a modo nostro.

La possibilità, la competenza (ovvero della vita e della morte)

("Il metafisico", opera di Elisa Nicolaci)

(“Il metafisico”, opera di Elisa Nicolaci)

Quando ero bambina non mi sfiorava l’idea che la “festa dei morti” fosse una contraddizione in termini. Perché la vivevo veramente come una festa ed intorno a me vedevo colori, luci, regali. I morti stavano sullo sfondo, anche se la visita obbligata ad un cimitero di provincia non mi lasciava indifferente. Il nonno lo conoscevo solo grazie a quella foto in bianco e nero da cui mi guardava austero, ma dolce. Poi c’era la zia Maria da visitare, che però la foto ce l’aveva a colori e poi c’erano i morti sconosciuti, giovani, vecchi, bambini perfino, di cui immaginavo la storia e incredibili avventure per tirarli fuori da quell’oblio che le tombe abbandonate mi suggerivano.

Oggi, seppur sia ancora forte e felice la memoria dell’infanzia, “la festa dei morti”, mi pare un ossimoro troppo difficile da accettare. Sarà che crescendo la morte si palesa in forme più o meno aggressive e personali, sarà che il persistere nella vita, la morte la mostra presente in mille piccole cose, se la si vuol ri-conoscere e vedere.

Certo fra gli uomini c’è chi la patisce da sempre, in forma violenta e carica di ingiustizia, perché è vero, inesorabilmente vero, che non è egualmente distribuita  la sua presenza tra le creature umane. E poi, non è soltanto il corpo a subirla, ma spesso è l’animo a farne le spese in modo più drammatico. Molte volte, corpo o animo che sia, viene inferta dall’esterno, altre germina da dentro e non si fa estirpare. Almeno così pare. E’ un po’ come la parabola del grano e della zizzania raccontata nei vangeli: vita e morte crescono insieme e non si possono separare se non rischiando di estirpare insieme alla morte la vita stessa.

Così accade durante le lunghe malattie, quelle che accompagnano per anni, che riempiono le giornate della stessa fatica per un tempo illimitato facendo attraversare giorno dopo giorno lo stesso calvario oramai battuto come una strada maestra.

E così, credo, sia il sopraggiungere della vecchiaia, sentirla nel corpo prima che nell’anima e opporre resistenza per istinto alla direzione forzata, fino a quando non vince la sapienza dell’accettazione o la disperazione del rifiuto.

Quel che però io oggi vedo, sospesa tra la più potente esperienza di vita e la fatica enorme della malattia, è che avanzare nell’esistenza comporta di fatto una perdita e un guadagno.
Quel che si va perdendo è il bagaglio di potenzialità che sono insite nel corpo, nella giovinezza e nel tempo, lungo e disteso dinnanzi a sé. La possibilità di non fare, di rimandare a domani, di distruggere e ricostruire, di lasciare a metà, di farsi sfuggire le occasioni, la possibilità di scelte acerbe tutte da recuperare.
Quel che si va guadagnando è, invece, l’abilità. La capacità cioè e la competenza per affrontare la vita, carica del suo passato, impegnativa nel presente e sempre più stretta di futuro. La capacità di riprendersi dal lutto e dal dolore, di affrontare gli ostacoli, di relazionarsi dosando aperture e difese, la competenza nella risoluzione dei problemi e dell’esperienza come bussola d’orientamento, l’abilità di riconoscere la gioia e di godere di momenti felici per quanto circoscritti e privi di perfezione e assolutezza, la capacità di lasciar andare sogni, affetti, persone…

Non lo so se questo è vero in generale, ma certamente è vero per me, che non “festeggio” più i morti, anzi che la morte la detesto, pur accettandola ogni giorno, così come si presenta, nella mia esperienza, nell’esperienza altrui, attorno a me, lontana  o vicina che sia. Esorcizzarla o rinnegarla è la più inutile delle illusioni. Mi pare. Tenerla presente costantemente e crederla preponderante rispetto alla vita e alla sua svariata sapienza, il più inutile dispendio di energie.

Forse il solo modo di mantenere insieme quel che si perde e quel che si guadagna, la potenzialità della vita da una parte e la capacità di viverla, dall’altra, è dosare la ribellione che la morte provoca con la sua oscenità di dolore e di fine di ogni cosa con l’integrazione nella vita della sua presenza, che, volente o nolente, c’è e ci interpella oggi e poi ancora e ancora e ancora.

La vita, la terra, la fisica e i baci!

Debbie Shultz, foto di Harvey Turtz, 1952.

Debbie Shultz, foto di Harvey Turtz, 1952.

Questa mattina sono andata a casa dei miei genitori, e sono entrata nella mia stanza. Dovevo prendere alcune cose, rimaste lì. Ho aperto armadi e cassetti e sono stata travolta da un mondo, il mio.

Fotografie, appunti ordinatissimi di ebraico ed esegesi biblica, moleskine con dentro segnati appuntamenti, cambiamenti e stravolgimenti, il nome del mio primo ragazzo circondato da cuori e un suo sms ricopiato in perfetta grafia, dove c’era scritto: “Posso rinunciare a tutto e a tutti, ma non a te! Quindi rompi questo silenzio stampa e parlami!!”. Non mi ricordo cosa fosse successo, ma ho sorriso, dosando con attenzione la giusta tenerezza e un’onesta malinconia.

Ho trovato biglietti di concerti e di viaggi in treno, alberi disegnati in foglietti volanti e quaderni ricoperti con carta colorata, un cappello come quello di De Gregori, una lettera della mia migliore amica degna del premio Pulitzer, un blister di pillole per il mal di pancia, la foto del mio cane vicino al comodino, la poesia di uno spasimante che mi ha fatto molto ridere, i diari carichi di un cammino non proprio lineare e facile.

La vita, insomma, che non mi è sembrata né brutta né bella, ma… mia! E questo si che mi è parso importante.

Allora ho pensato a mia nonna, che ha novantacinque anni e che domenica mi ha raccontato di quando nonno tornava da lavoro e la vedeva in lontananza seduta sotto il portico e le mandava con le mani baci di soffio appassionato. Giorno dopo giorno. E da quando è morto ogni mattina lei glieli restituisce guardando la sua foto al risveglio. Giorno dopo giorno.

Mi è venuto in mente perché la vita mi è sembrata come la terra, che è fatta di strati e di sostanze che le danno fertilità e di pietre e di radici e detriti, di sali minerali e di acqua, di sabbia e calcare e tutto si amalgama nel tempo, per millenni,  tutto fa sì che la terra sia terra.

E così anche se mia nonna è anziana e mio nonno è morto, i loro baci ci sono ancora, amalgamati al tutto che gli appartiene, non si sono perduti, come è tipico dei baci, di fatto.

E così anche se la mia vita è in trasformazione quel che ho alle spalle è  amalgamato nella mia terra d’oggi, anche le cose dolorose o interrotte senza parole o non comprese, anche le cose buie così come le giornate scintillanti di piccole segretissime felicità.

E così mi sono ricordata dell’unica, credo, legge della fisica che mi è rimasta nella memoria, perché è una legge poetica in fondo quella della conservazione della massa: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Non immaginavo che finalmente l’avrei capita così, dopo anni, una mattina d’autunno, con le mani a cercar il senso nel passato, la testa al presente e tutto il corpo immerso nel più miracoloso dei futuri.

 

Non oltre le tredici, zero zero.

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Questa mattina ho aperto gli occhi alle ore 6.25. Ho guardato il telefono, l’ho rimesso sotto al materasso.

Ho ascoltato i merli, ho richiuso gli occhi.

Li ho riaperti alle 7.54. Entrava più luce dalle finestre. Ho visitato le mie articolazioni una ad una, soppesato il loro dolore, le ho guardate con benevolenza. Poi ho attraversato le curve dell’intestino, era digiuno da un po’ e quindi stava bene.

Mi piace svegliarmi quando ho i capelli puliti. Ieri sera ho fatto lo shampoo per un concerto di pianoforte e contrabbasso. Li ho intrecciati appena, ho indossato la mia camicia verde preferita, e lui mi ha detto: sei bellissima stasera.

C’era mezza luna nel cielo, tra i pini. Ed un numero sufficiente di stelle per esclamare: ehi, guarda che bello!

Stamane i capelli erano mossi, un pochino.

Mi sono alzata, ho fatto colazione a gambe incrociate sul divano blu. Come ogni mattina. Ho mangiato fiocchi di soia e biscotti di farina di riso e cioccolato.

Alle 8.55 ho scritto alle mie amiche, al mio amore, ho ascoltato un brano dei The Velvet Underground e uno stranissimo di David Lynch, che mi sembrava bello finché è durata la luce.

Alle 9.30 mi sono seduta davanti al pc per scrivere e lavorare. Avevo molte idee e molto desiderio, volevo una giornata dai colori brillanti, proprio come scrive Sylvia Plath  nei suoi Diari. E invece si è fatto buio. Fuori di me. Tutto attorno. Ed è arrivato un uragano.

Si sentiva nell’aria fin da ieri sera, proprio mentre i due musicisti eseguivano un bellissimo arrangiamento di Apriti cuore di Lucio Dalla. Ha soffiato forte. Capita spesso. In tutte le stagioni, senza distinzione.

Ha spalancato con forza la finestra alle 10.32 circa. Ho pensato che non fosse molto forte, non più forte degli altri. E’ l’inganno degli uragani questo: non cominciano mai allo stesso modo, sembrano sempre più deboli dei precedenti, all’inizio, o più forti, e confondono perché non si sa mai se il modo di difendersi questa volta sarà quello giusto, sufficiente, se si resterà saldi, se scoperchierà la casa, se strapperà via le foto dal muro, se i giorni seguenti trascorreranno a rimettere con pazienza a posto ogni cosa, nella speranza che nulla di prezioso sia andato perduto.

Alle 12.40 l’uragano mi aveva già portata fuori casa, senza che me ne accorgessi. Ho vagato confusa nell’aria opaca di polvere, cattivo odore e la stessa atmosfera stantia fino alle 12.50, opponendo inutile resistenza.

Poi ho capito di essere stata condotta a forza dove non volevo andare, oramai.

E’ così l’uragano di tutte le stagioni, ti fa fluttuare sopra un campo di rovi velenosi e se non stai allerta, se non trovi ogni volta una nuova strategia, il veleno penetra sottopelle e raggiunge i ventricoli del cuore, il sangue è pompato in modo irregolare e il respiro si fa corto e l’ossigeno scarseggia.

Si impiega molto molto tempo per ritrovare la strada di casa. Alle 13 il vento è cessato, lasciandomi in un luogo sconosciuto ma dall’aspetto familiare: la stessa devastazione di sempre. Allora ho chiamato un mio amico e gli ho detto che sarei partita per Buenos Aires. Buenos Aires, è la nostra parola d’ordine per dire: così non va bene, bisogna far qualcosa. Lui mi ha chiesto se avrei portato con me la bici nuova, io ho risposto di si.

La bici e le mie gallette di mais.

Poi mi ha domandato se sarei tornata.

Gli ho risposto di no, perché a quel punto avrei girato il mondo scansando gli uragani.

Forse sarei morta di “febbre alta a Tangeri”, oppure su una lunga strada della California accartocciata con la bici sotto un tir. Come una citazione cinematografica a metà tra il glorioso Easy Rider e un telefilm di Netflix.

Ma lui mi ha risposto seriamente (e lo benedico per questo) che era meglio la febbre a Tangeri e secondo me, ha ragione.

A volte si soffoca, per gli uragani, i rovi, la ciclicità del veleno. Non fatevi soffocare, per favore. Almeno non oltre le 13.
Poi venite con me a Buenos Aires. Si parte alle 13.01. E si ritorna, forse, soltanto non appena l’aria sarà di nuovo sottile, limpida.

Aria

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L’aria di alcuni luoghi è sottile e morbida, fine. Sono posti lontani dalla città, con orizzonti ampi, l’erba e gli alberi. Il corpo si trasforma tutto, l’aria buona si sente sulla pelle, nelle narici, negli occhi e fra i capelli. E nel cuore ovviamente. Quello fisico ne giova per l’ossigeno, quello metaforico per i colori, il silenzio, gli spazi, il rallentare del tempo.

Sono scesa dall’auto e mi sono sentita felice, una felicità tutta corporea, cellulare, genuina e ho subito percepito i rumori dei miei passi. In città i passi sono muti, la gomma sull’asfalto è un cammino senza voce. Ma appena messo piede per terra, in questo posto dall’aria morbida, ho sentito subito il brusio della ghiaia che segnalava a tutti la mia presenza. Il sole era ancora molto alto e picchiava forte, ma non avevo caldo, avevo solo fretta di rimontare a cavallo, dopo più di un anno.

La prima volta che sono salita su un cavallo avevo sette anni. Si chiamava “Indiana” ed era scura con una macchia bianca sulla fronte. Per tutta un’estate, in assoluto la più felice della mia vita, io e Indiana abbiamo imparato a conoscerci. Parlavo poco quand’ero bambina e ed ero a mio agio in questa comunicazione non verbale con lei. I cavalli, ma forse tutti gli animali, sentono, percepiscono i pensieri e i sentimenti. Indiana era una cavalla allegra e gentile, riconosceva il mio odore di bambina e a me piaceva poggiare la mia fronte sulla sua fino a quando lo stalliere non la sellava per me. Ho imparato a tenere le redini, a farla partire, a fermarla e poi, pian piano, ho imparato ad ascoltarla: il fastidio delle mosche, il mal di pancia, un po’ di nervosismo. Per calmarla poggiavo la mia mano sul suo collo. Una mano piccola e ferma che riusciva a far star buona una cavalla di 400 kg. Le mani sono un prodigio.

Ma adesso non avevo più sette anni e la cavalla di fronte a me non la conoscevo affatto. Si chiamava Lule, che in albanese vuol dire “fiore”. L’ho accarezzata, chiedendomi se soltanto le mani dei bambini hanno potere di donare calma agli esseri viventi muti o se potesse sentire attraverso le mie dita di adulta quanto fossi emozionata e felice e quanto speravo che tanta felicità raggiungesse chi mi stava vicino.

Ho fatto con lei una lunga passeggiata nel bosco, fino al lago. Il bosco era fresco e i rami più bassi degli alberi mi salutavano graffiandomi le braccia o lasciando penzolare le loro foglie sulle mie labbra. In groppa al cavallo non è permesso essere rigidi, perché ci si fa male. Il corpo deve restare morbido, adattarsi all’andamento, abbandonare ogni durezza e asperità, aprirsi, come un frutto, come un fiore al sole, muoversi all’unisono con l’animale, in comunione, piegarsi un po’ in avanti nelle salite e un po’ indietro nelle discese. Lì su ci si sente e si è molto in alto e ogni cambiamento di passo chiama all’azione l’equilibrio e la concentrazione, non c’è spazio per altri pensieri, si è interi, senza fratture interne.

“Il cavallo non deve sentire la paura”, mi diceva l’accompagnatrice, ma io non avevo nessuna paura. Stringevo le gambe sentendo sulla caviglia scoperta il calore della sua pancia. Mi sembrava il posto più sicuro al mondo. Ero viva, su una bestia calda e viva così come lo era tutto intorno a me: la luce, il verde brillante dell’erba lì dove le acque del lago si erano appena ritirate, il cielo, gli alberi, gli uccelli, le mosche, le cicali e le zanzare. Non che la natura non conosca la morte, la contiene spesso ferocemente, ma quando è il momento della vita l’ambiente ne diviene stracolmo, è ovunque, è in eccesso. Durante la passeggiata, l’istruttrice mi ha detto che Lule aveva una puledrina, nata qualche tempo fa e concepita in una notte d’inverno, quando lo stallone forzando i cancelli del suo recinto e annusando nell’aria l’estro di lei, l’ha cercata e raggiunta, riuscendo ad aprire il box di Lule, chiuso da ben due fermaporta di ferro. Nessuno poteva avere certezza di cosa fosse successo, ma al riparo dagli occhi di tutti Lule era già madre. Una sera dell’autunno successivo, dopo undici mesi d’attesa, Lule sembrava tranquilla. Lo era anche la mattina seguente, ma accanto a lei c’era la sua puledra. Aveva fatto tutto da sola: le doglie, il travaglio, il parto. Soltanto lei, la sua creatura da far nascere, il corpo che sapeva esattamente cosa fare, l’accadimento dei primordi che si compiva di nuovo in quella notte come già era avvenuto milioni di altre volte nei secoli, ovunque nel mondo, per ogni mammifero della terra. Il racconto di questa sapienza istintiva mi ha emozionata moltissimo e l’ho accarezzata come a ringraziarla per quella forza vitale non ostacolata dalle paure e dagli inganni degli uomini. Mi stava insegnando molte cose.

Mentre cavalcavo ogni tanto alzavo lo sguardo verso le chiome dei pioppi. I pioppi sono alberi straordinari perché danzano e cantano. Attraversate dal vento le loro foglie si muovono una ad una, ciascuna in una direzione differente, producendo un sibilo unico, come il suono di un cembalo, come un incantesimo.

Non riesco ad immaginare in altro modo, oggi, il manifestarsi della grazia, l’audacia della vita.

Solo se riusciremo a guardare l’Universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella diversità cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo.

Tiziano Terzani

Le migliori risorse del mondo

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Esistono case speciali, lo si capisce non appena si varca la soglia. Case antiche piene di tracce, di passaggi lunghi intere generazioni.
Questa di cui vi racconto è una casa di campagna, le colline attorno sono severe, sembra quasi Palestina, il sole è forte, la brezza asciutta. I muri esterni son pieni di licheni e il confine è una linea ruvida di muretti a secco: un incastro di pietre che restano unite senza ausilio, solo la loro capacita di sostenersi a vicenda e una sapienza antica che le ha messe insieme una sull’altra, a mani nude, una ad una.

photo_editor_1496586203877Le vernici sugli infissi semi scrostate disegnano sentieri sottili, piccole rughe da seguire con lo sguardo, lentamente, mentre i pensieri vagano liberi, finalmente affrancati dagli inevitabili gioghi della vita di città. Le maniglie aprono le porte se le si tira in su e sui muri l’intonaco, venuto giù chissà quando e come, disegna macchie grandi come bocche di drago. La stufa emana odore di cenere e legna e sulle pareti che appaiono nude passeggiano i millepiedi e restano immobili le farfalle notturne. Attorno alla casa tutto è brullo e vivo. L’erba è selvatica come il più indomito degli spiriti: alta, incolta, spinosa. Se la si guarda con attenzione la si vede muoversi lentamente, è selvaggia, ma ondeggia esile. La brucerà il sole piano piano, da verde diventerà gialla e morirà. Senza dolore né scandalo. Resterà sul terreno, secca, a spezzarsi sotto ogni passo fino alle piogge d’autunno, quando la terra, appena più morbida, la riprenderà con sé. Per ora sul terreno sono adagiate milioni di miliardi di foglie di quercia. Se le si mette in fila, mentre si sta seduti sui sassi, fuori dal tempo e lontani da ogni fretta, con le formiche che passeggiano lungo le caviglie, si scopre che non esiste una uguale all’altra. Milioni di miliardi  di diversità.

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Per me questa è la casa delle storie. Quando al mattino apro la porta e sento sotto i piedi nudi la pietra dura del pavimento, guardo fuori, e ascolto le voci di chi, qui, è stato bambino: le biciclette, le trappole per i merli, le corse, le esplorazioni, il superamento dei primi confini. Immagino le cene a fine giornata: tutti intorno alla mensa, la fame giovane, la stanchezza serena. Immagino i racconti degli adulti, le storie narrate bocca a bocca che abitavano nella notte i sogni dei ragazzini. Immagino lo spazio interiore di quei bambini dilatarsi alla vista di alberi, pietre e animali, come terreno sottratto per sempre al cinismo dell’età adulta, eterno rifugio ai colpi bassi della vita, luogo sicuro di umanità. Qui i bambini erano cacciatori e guerrieri, avventurieri e contadini, affidati alle prime responsabilità nella gestione di se stessi. Al tramonto sulle panchine di pietra ricoperte di aghi di pini, queste storie mi vengono narrate non come ricordo del passato, ma come origine del presente. Ascolto e vedo. Ovunque le prove vive delle cose accadute: gli amici ritrovati ogni anno, le cicatrici condivise, gli amori, le “cose” da ragazzi,  gli errori, da stagione a stagione, come se l’estate fosse un tempo continuo senza  buio e freddo di mezzo, come la tessitura di una stoffa preziosa, senza strappi. Il silenzio avvolge le storie, si odono gli uccelli soltanto e le mucche, un tintinnio di campanacci, in lontananza.

Le storie narrate pian piano diventano l’esperienza di chi le ascolta: si ricostruiscono i volti e s’imparano i nomi di chi non c’è più: vecchi pastori, contadini, uomini con le facce sorridenti e grandi lavoratori, donne silenziose dall’animo grande come la campagna, a perdita d’occhio. S’imparano le storie dei ritratti in bianco e nero sui muri, delle mani che hanno scolpito i mobili e che hanno piantato gli alberi.

Raccontare le storie, le proprie storie, quell’impasto di parole e di accadimenti che ci sostiene, è un’atto di grande coraggio, è come spezzare e mangiare, insieme, il pane che ci mantiene vivi. Il rischio è immenso, ma farlo vuol dire aver ancora fiducia in se stessi, negli altri, nelle migliori risorse del mondo: “Verrà un giorno, vedrai, che tu stesso di certi timori farai oggetto di risa; e ciò sarà quando uscito in qualche modo da tanta solitudine, avrai constatato che il mondo, quando non è malato, è buono e se non lo è, essendo soltanto malato ha bisogno, per guarire, di tutto il nostro intelligente amore”.

– Anna Maria Ortese, L’iguana.

Risate di ragazza

(illustrazione di Thomas Danthony)

(illustrazione di Thomas Danthony)

Dalla finestra di casa mia sento ridere una ragazza. Quasi ogni sera, sempre a quest’ora.

Non so chi sia, ma ride in un modo che è impossibile non andarle dietro, almeno con un sorriso, mentre dopo cena si rimettono a posto i piatti.

E’ strano come da una risata si possa riuscire a determinare la fascia di età di una persona. Lei, la ragazza, dovrebbe avere circa vent’anni, glieli sento negli acuti e nel fiato, nella durata e nell’intensità del suono.

Succede d’estate di scoprire suoni nuovi oppure nascosti in altre stagioni.
Cambia il sottofondo delle nostre vite con le finestre spalancate alla bella stagione.

Io son fortunata, il mio sottofondo estivo è fatto di grilli, uccelli notturni, ululato di cani e risate di ragazza.

E’ una partitura bellissima. E lei è la voce solista.

Anche quello che non è nostro e che non possiamo controllare, può renderci felici. Anzi, forse proprio perché non c’è spazio di possesso che il cuore si sente libero di partecipare e quindi, lieto.

Oramai l’aspetto ogni sera. Siamo amiche io e la sua risata.

Dovremmo ridere tutti con le finestre aperte nelle sere d’estate.

Darsi pace

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

La notte che fa paura ai bambini e spaventa gli ammalati, mette in fuga le finzioni ed inghiotte con le luci le sue ombre!

I bus tornano al deposito lenti, mentre sfrecciano le auto di ragazzi in fuga dal mondo, almeno per una sera.

Nessuno è innocente e la notte nasconde tutti.

La luce che a tratti ci fa bello lo sguardo, nella notte allunga le radici. E’ frutto di molti silenzi, della veglia prolungata a forza cercando di rimettere insieme  pezzi di corpo e cuore o di dar senso a ciò che spezzato non torna intero.

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

Al sonno si mescola rabbia, solitudine, l’amarezza dei giorni infelici oppure la pace di una felicità tutta da sbocciare, ancora, al riaffacciarsi del sole. Vorremmo che la luce svelasse al nostro sguardo un mondo diverso, sogniamo di poter mutare noi col mondo lasciando alle strade deserte della sera quel che possediamo e non vogliamo.

Temiamo che all’alba appaia immutato il muro scrostato dell’animo, quel lento sgretolarsi di polveri che lascia intravedere il cemento, vivo e grezzo, che tutto può ri-diventare, ma che non riesce ad essere altro.

La notte, laboriosa e nascosta, cantina di sogni che invecchiano col vino di raccolti antichi, lasciati troppo a lungo a macerare nelle botti. E’ l’aceto amaro di ogni buona cosa rimandata, sempre a domani.

La notte accorcia le distanze: gli amanti si pensano, gli amori si toccano, i figli cercano le madri e chiedono il seno con l’istinto buono e senza parole che la vita essenziale possiede. Nel sonno si allungano le mani in cerca del contatto.

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

Affiora alla coscienza quel che con il giorno non pensiamo, non domiamo. La notte apre i cancelli delle gabbie e lascia camminare in unico spazio, fianco a fianco, le belve e le prede.

La notte ruba il riposo agli artisti. E’ tempo di visioni. In cielo volano i mammiferi e gli uccelli, tacciano. Si ribaltano i sensi ed è al contrario che bisogna porsi, voltare le spalle a se stessi per poterli ri-afferrare. Il bene è il bene? E il male cos’è?

La notte è breve per chi impasta il pane, ha i pensieri vivi, di carne, tra le dita delle mani. Le mani dei filosofi non parlano, invece, e la notte è per loro come un giro di valzer che non sa fermarsi.

Le luci di chi non dorme si accendono come torce di solidarietà agli insonni del mondo.

Bisogna darsi pace: se ne andrà, la notte. E poi, tornerà ancora.

Ma a se stessi, la pace.

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Un canto di gioia in lingua straniera

(Foto di Carlo Columba)

(Foto di Carlo Columba)

Ha occhi di satiro che incantano i cani. Gli girano attorno come una festa.
Tra i capelli una burrasca e in gola le voci di venti lontani. Non ha casa né patria, ma non si allontana oramai oltre il rumore della risacca. Ovunque ha bisogno, come aria, del canto del mare.

A mani nude ne coglieva i frutti, a pelo d’acqua e giù, più a fondo, dove gambe di ragazzo lo spingevano a cercare il punto di congiunzione tra la vita e la morte. Lì, tra i polpi e le roccia, privo di aria e di fiato, sentiva l’eco di sé bambino e manteneva il contatto con gli avi e con i semi futuri.

Sugli alberi la notte cercava riparo, aveva un cuore solitario che parlava una lingua straniera, diversa dalla sua. Si comprendevano a gesti, un linguaggio muto di segni segreti filtrato dalle foglie e dalle rughe profonde delle cortecce. Le fronde lo riparavano dalla luce bianca e blu riflessa dal mare, perché lui sempre volgeva lo sguardo dove gli occhi di altri non potevano posarsi a lungo. Sul far della sera cantava coi merli e con le braccia forti si dondolava fra i rami, sempre in equilibrio tra cadute rovinose e salti da acrobata.

Una notte volle misurarsi nella corsa, fare diversamente, saltare la caccia dei ricci tra l’acqua e il sale, l’apnea che gli era familiare, le fronde del riparo e il canto notturno degli uccelli. Corse a perdifiato, fu bravo. Era veloce anche a terra e i piedi si abituarono presto al suolo e alle pietre d’inciampo. Corse troppo veloce però,  e si ritrovò lontano dal mare e dagli alberi, perse il richiamo della risacca e si spense in lui la luce del satiro. Mancarono di forza le braccia e i polmoni si abituarono all’aria. I cani lo seguivano in fila, muti. Riuscì tuttavia ad amare la terra, i sassi, la luce fioca, ma il cuore smise di parlare la sua lingua straniera e non c’erano più merli a salutare la notte.

Fu un vento venuto da lontano a riportarlo a casa, in un giorno di fitto silenzio. Soffiava dal mare verso il centro della terra, soffiava, soffiava e gli riportò alle orecchie la risacca, il sale e il guizzo di pesci nelle acque profonde.
All’improvviso cominciò a correre, di nuovo, senza pensare, come sospinto da un incantesimo atteso, come un’urgenza di vita a trapassargli di ardore e dolore le membra. Correva a perdifiato, anche questa volta, ma nella direzione opposta. Pativa la stanchezza, la paura del richiamo, il pensiero di non trovare nulla di quanto avesse lasciato. Invece, il mare, era lì. Accecante di bianco e di blu. Lo fissò a lungo e dall’agitarsi festoso dei cani capì di aver riaperto lo sguardo alla luce del satiro. Si arrampicò a fatica su un albero e senti il cuore intonare un inno di gioia in lingua straniera.

Da allora il mare lo richiama ogni notte. Ma lui, ogni notte, aspetta. Il ragazzo che stringeva tra le mani i polpi vivi e ne succhiava la vita con la bocca di labbra carnose, si era perduto. Non poteva tornare in acqua prima di ritrovarlo. Ad ogni tramonto, sul far della sera, con suono cristallino i merli ne invocano unanimi il ritorno e tutte le creature del mare attendono di rivederli insieme, per ricongiungere gli avi ai semi futuri.

Sotto la neve, pane

Foto di Carlo Columba

Foto di Carlo Columba

Vivo sullo stesso livello del mare, su di un’isola strana, bella, disgraziatissima e triangolare. Vivo sulla costa, dove il clima è mite anche in inverno e dove in estate “nevica fuoco”. Nei mesi più freddi la neve decora le cime di questa terra abbandonata in mezzo al mare. Ogni tanto si imbianca monte Pellegrino, il promontorio che galleggia sul Tirreno alle porte della città: la neve ricopre gli alberi morti ammazzati, divorati dal fuoco dell’ignoranza e della miseria del cuore. Se c’è la neve su monte Pellegrino, allora fa freddo davvero, anche a Palermo.

Io non scio, non amo fare a palle di neve, il freddo intenso mi fa venire i geloni alle mani e tutto quel bianco a volte mi blocca il respiro. Ma quando nevica, le cose accadono in modo diverso e questo l’ho imparato anche io.

Conflenti, provincia di Catanzaro
Mi pare  fosse la fine di gennaio ed io ero ospite in una casa non mia, non contenta di esserci e, infatti, di quella casa ricordo appena una stanza. C’erano quadri, cornici dismesse, pennelli, carta di ogni tipo. Doveva essere la stanza di un artista. In quel periodo l’arte era praticamente tutto per me e dentro quella stanza mi sentivo quasi me stessa, quasi però. Ero poco più che adolescente e non molto felice. Un pomeriggio, insieme alle persone con le quali mi trovavo, abbiamo deciso di fare un giro. Sprofondavamo nella neve fino alle ginocchia e il sole faceva scintillare i cristalli di ghiaccio come un immenso abito da sera. Raggiungemmo una strada, un piccolo sentiero di neve spalata che si inerpicava fin sopra la collina. Dopo circa un’ora di cammino, bussammo ad una casa di legno scuro e ci aprì un uomo. Conosceva alcune delle persone che erano con me e ci fece entrare. Dentro era caldo e spoglio. Con l’uomo abitava la moglie e la loro bambina di un anno. Lui aveva la barba più nera che avessi mai visto, nero corvino, foltissima e lunga e aveva gli occhi verdi, malinconici e vergini. Non parlava italiano, tranne qualche frase fatta, parlava solo dialetto e pure la moglie, e la bambina balbettava parole che che noi non riuscivamo a decifrare. Ci raccontò della desolazione del luogo, immerso in una natura bellissima e selvaggia e abitato da un’umanità smarrita e feroce. Della natura conoscevano il linguaggio, le regole i rischi; dell’umanità capivano poco e non sapevano mai cosa aspettarsi veramente. Non avevano un diploma e non avevano un lavoro. Lui spaccava legna, lei cucinava. Volevano una vita diversa, si capiva ascoltandoli, ma forse non lo sapevano che le loro parole storpiate e i loro sguardi vergini mostravano un desiderio sconosciuto di cose sconosciute, non immaginavano che i loro corpi erano tutti protesi verso una vita nuova, ma i loro piedi piantati su una terra che gli pietrificava le ali. Si fece tardi, salutammo, andammo via. Era quasi buio, il cielo terso, il freddo intenso, nel cielo la luna. Intorno era blu, la neve scendeva giù color dell’argento e io decisi di studiare da allora in avanti con tutto l’impegno che potevo.

Gangi (Palermo)
La mia migliore amica è di Gangi, un paese poggiato su un rilievo a 1011 metri sul livello del mare. Ai tempi, quando amavo lasciare la città e passare lì i miei fine settimana non ero proprio una ragazza, ero più un bruco, neppure troppo fiducioso sulla riuscita della propria metamorfosi, ma ero un bruco attento e mi nutrivo della vita attorno a me, qualunque fosse la sua forma, avidamente. Amavo passare a Gangi il mio tempo, mentre i miei capelli ricrescevano e io imparavo l’esistenza di nuovo, daccapo. Amavo svegliarmi al mattino e guardare i tetti dalla finestra, dopo aver trascorso la notte a parlare con la mia amica, di tutto, di tutti, di noi: ascoltando capivo, capendo parlavo, parlando raccontavo, raccontando guarivo. I suoi amici divennero i miei e mi stupiva che mi volessero bene nonostante io non avessi fatto nulla per loro. Ho amato moltissimo le strade silenziose, le salite scoscese, la gente che si salutava per strada, i campanili, la tramontana, le mani premurose della mamma della mia amica, l’odore della cucina, il loro affetto.
Un pomeriggio d’inverno, di sabato, andammo a visitare la chiesa del convento dei Cappuccini, ma quando uscimmo da lì, per terra c’era un leggero strato di bianco, dal cielo cadevano fiocchi freddi e silenziosi, davanti a noi si estendeva la vallata, il sole moltiplicava la luce, tutto era illuminato e io volevo vivere.

Firenze (Stazione  S.M. Novella)
Abitavo a Roma, ma ero stata al Monastero di Camaldoli per partecipare al “Dialogo ebraico cristiano”, che si tiene lì ogni anno. All’edizione precedente avevo preso parte come inviata di Rai Radio 3: dovevo intervistare Alexander Rofé, ebreo di origine italiane, professore di Sacra Scrittura all’Università ebraica di Gerusalemme. Quell’anno, invece, mi invitarono per prendere parte al confronto tra giovani ebrei, cattolici, protestanti, un appuntamento fisso, ogni anno, durante i tre giorni del convegno. Ritrovai i miei amici, me ne feci di altri. Con loro passai la notte, a bere nocino di Camaldoli e a discutere di religione, liturgie, filosofia, arte, vita, amore e morte. Forse fu grazie al liquore, non so, ma la serata trascorse allegra e costruttiva; nonostante le differenze, eravamo lì, tutti insieme, a mangiare, bere e far festa infischiandocene di secoli di divisioni, guerre sante e anatemi. La gente è sempre più sapiente di chi la governa, anche in campo religioso.
Senza toccar letto, alle sei del mattino, una donna dolcissima accompagnò me e la mia amica Miriam, ebrea della comunità di Milano, alla stazione di Arezzo. Da lì io avrei proseguito per Roma, lei per Milano, appunto. Lungo il tragitto verso Firenze ci raccontammo la fatica del continuare a credere ai nostri sogni, il teatro per lei, la scrittura per me. Parlammo di amore, della passione, di quella tenacia nel voler essere ciò che volevamo essere nonostante il mondo attorno a noi ci lusingasse per convincerci a cedere alla rassegnazione. Arrivammo a Firenze intorno alle 10, era venerdì. Ci abbracciamo forte e ci separammo, ma dopo qualche istante mi sentii chiamare per nome, era Miriam, oramai un po’ distante, che in mezzo alla folla, sorridendo, sventolava il braccio e gridava: “Shabbat Shalòm!”. Alzai il braccio anche io e risposi a voce alta: “Shabbat Shalòm!”. E’ l’augurio per l’arrivo del sabato, giorno santo degli ebrei. Shalòm significa “Pace”. E mentre noi due ce le auguravamo a vicenda, a voce alta per estendere quella speranza al mondo intero, cominciò a nevicare. La stazione fu ricoperta di una coltre di neve soffice, il freddo divenne pungente e io capii di stare vivendo finalmente, davvero.