Darsi pace

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

La notte che fa paura ai bambini e spaventa gli ammalati, mette in fuga le finzioni ed inghiotte con le luci le sue ombre!

I bus tornano al deposito lenti, mentre sfrecciano le auto di ragazzi in fuga dal mondo, almeno per una sera.

Nessuno è innocente e la notte nasconde tutti.

La luce che a tratti ci fa bello lo sguardo, nella notte allunga le radici. E’ frutto di molti silenzi, della veglia prolungata a forza cercando di rimettere insieme  pezzi di corpo e cuore o di dar senso a ciò che spezzato non torna intero.

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

Al sonno si mescola rabbia, solitudine, l’amarezza dei giorni infelici oppure la pace di una felicità tutta da sbocciare, ancora, al riaffacciarsi del sole. Vorremmo che la luce svelasse al nostro sguardo un mondo diverso, sogniamo di poter mutare noi col mondo lasciando alle strade deserte della sera quel che possediamo e non vogliamo.

Temiamo che all’alba appaia immutato il muro scrostato dell’animo, quel lento sgretolarsi di polveri che lascia intravedere il cemento, vivo e grezzo, che tutto può ri-diventare, ma che non riesce ad essere altro.

La notte, laboriosa e nascosta, cantina di sogni che invecchiano col vino di raccolti antichi, lasciati troppo a lungo a macerare nelle botti. E’ l’aceto amaro di ogni buona cosa rimandata, sempre a domani.

La notte accorcia le distanze: gli amanti si pensano, gli amori si toccano, i figli cercano le madri e chiedono il seno con l’istinto buono e senza parole che la vita essenziale possiede. Nel sonno si allungano le mani in cerca del contatto.

(foto di Carlo Columba)

(foto di Carlo Columba)

Affiora alla coscienza quel che con il giorno non pensiamo, non domiamo. La notte apre i cancelli delle gabbie e lascia camminare in unico spazio, fianco a fianco, le belve e le prede.

La notte ruba il riposo agli artisti. E’ tempo di visioni. In cielo volano i mammiferi e gli uccelli, tacciano. Si ribaltano i sensi ed è al contrario che bisogna porsi, voltare le spalle a se stessi per poterli ri-afferrare. Il bene è il bene? E il male cos’è?

La notte è breve per chi impasta il pane, ha i pensieri vivi, di carne, tra le dita delle mani. Le mani dei filosofi non parlano, invece, e la notte è per loro come un giro di valzer che non sa fermarsi.

Le luci di chi non dorme si accendono come torce di solidarietà agli insonni del mondo.

Bisogna darsi pace: se ne andrà, la notte. E poi, tornerà ancora.

Ma a se stessi, la pace.

.

Settembre senza titolo

Foto di Herbert List.

Foto di Herbert List.

Pensavi fossero eterne le mie risate?
Gioco di rincorse tra le ombre del vento.
Fuori
trema la terra di lievi sospiri.
Dal buio alla luce,
le tue palpebre d’oro,
si apre e si schiude la bocca
un migrare di sillabe mute.
Lontano,
riposa il corpo stremato,
l’occhio non dorme,
fame, sete, scintille.
Tutto il presente in un punto
fisso
il passare dei giorni.
Fuoco di viscere in fiamme,
il sangue su palmo di mani,
foglie di rami sugli occhi.
Viene il futuro all’indietro
cieco
su strade di fame.

Di notte, a Palermo.

(foto di Lucia e Giulia Lo Porto)

(foto di Lucia e Giulia Lo Porto)

S’addummisciu lu celu
e lu scuru mi trasiu nta l’ossa.
Lu cori, lu me cori si voli manciari!
Pi saziarisi di tia, ca dintra di mia t’ammucci.
Ti truvau a tenebra, amori miu,
ma io scappo e curru
e t’addifiennu e ieccu vuci,
ca lu scuru si scanta
di li peri nudi
ca currunu nta la notti
,
si scanta di l’occhi mei
d’amuri addumati,
si scanta di mia ca cantu,
di li balati ca luciunu di luna,
di i statui vistuti di biancu,
di la storia,
ca ferita a morti un chiui l’occhi
e s’attacca a li mura
e risisti.

Si è addormentato il cielo
e il buio mi entra nelle ossa.
Il cuore, il mio cuore vuole divorare!
Per saziarsi di te, che dentro di me ti nascondi.
Ti hanno trovato le tenebre, amore mio, ma io scappo e corro
e ti difendo e grido,
perchè le tenebre si spaventano
dei piedi nudi che corrono nella notte,
temono i miei occhi vivi d’amore,
si spaventano di me che canto,
della strada che brilla di luna.
delle statue vestite di bianco.
della storia che ferita a morte
non chiude gli occhi,
ma si attacca alle mura
e resiste.

È così che accade, ogni tanto, la notte.

(foto di Luca Nizzoli Toetti)

(foto di Luca Nizzoli Toetti)

È così che accade, ogni tanto, la notte.

Di dover andare a dormire, ma di non riuscirvi, di sentire insonnia ribelle muovere guerra al riposo necessario ad alzarsi, domani.

È frammento di caos primordiale, impossibile staccarlo di dosso. Polvere di bing bang ad annodare i capelli, scheggia incastrata, in circolo nelle cellule, che si muove, su e giù, sotto e sopra, tra cascate di sangue in piena, tremar di vene al passaggio.

Devi dormire, lo sai. Sai che domani l’alba arriverà, risuonare arrogante di sveglia e maledirai il caos, il magma, il fuoco e il sangue, e cercherai tu, disperata-mente, di star bene al mondo. Cercherai quiete, vita, presente per forza.

Eppure, accade, la notte, che assalga il dubbio, di pensare bugiardo il riposo di membra e di ignorare disinvolto il mattino. Nella notte accade pensare che ci sia, altrove, una vita diversa dove ogni cosa è tesa allo sforzo di generare la versione vera di te. Sudore, sangue, squarci di placenta, urla di dolore. Non è guerra, non è miseria né morte. È la vita che si dimena nel desiderio insostenibile di averti. Di avere te, di possedere te e nessun altro al tuo posto.

La vita, che si consuma di desiderio, che geme, solitudine insostenibile la nostra assenza. Non più tu a patire incomprensione, non più tu a smussare angoli senza sosta per riuscire ad entrare dove, credi, tutti ti attendano, fatica, e semina di desideri altrui.

No, non più tu a voltarti ad ogni passo, non più tu a tender l’orecchio, a raffinar l’udito, speranza di sentire corse ansiose, scalate a nude mani su punta di roccia, pur di veder te, e nessun’altro al tuo posto.

La vita, sentinella senza cambio di guardia nè sonno, sguardo teso come freccia a puntar l’orizzonte, pronta a scoccare veloce, a tagliar l’aria, silente e decisa, per passarti accanto, sfiorare.

Occhi furtivi e capriole di ruoli, spiarle in faccia lo sconforto, lo sguardo fisso alle spalle, attesa sfinita del tuo volto. Ma, poi, riconoscere nel suo sconforto la delusione dell’attesa, la tua di lei, sentir fremiti di pietà e voltarti di scatto ad acchiappar l’istante, amore e sorpresa. La vita, sguardo affamato di incontro. Non più tu a correrle dietro, a cercar le tracce del passaggio, non più tu ad attendere ore, moltiplicazioni di giorni, panchine fredde e ruggine su palmi di mano.

Il sonno preme, spinge di spalla, si getta di peso, e invece resisti e speri che il magma non torni a scavare rifugi codardi di tenebre. Resisti e speri che il caos rispacchi la terra, brandelli di fuoco all’intorno, confini come briciole. Andare, ovunque. Nessuna licenza. Poter essere niente, assenza di sforzo nel diventar qualcosa, rinunciando a qualcos’altro. Tutto è tuo e ogni luogo è quello giusto. La vita, non più amputazione d’eccessi, nessun equilibrio. Nessun sentiero diritto, solo cime, solo pendenze.