La paura è veleno

© Ben Zank

© Ben Zank

Appena entrata in classe mi hanno detto che avevano una cosa da raccontarmi. Son pochi e di stare seduti ai loro posti non ne vogliono sapere. L’orologio segna quasi le tre del pomeriggio, hanno ragione, porca miseria. Stanno lì dentro dalle otto del mattino! Dovrebbero costituirsi parte civile contro uno Stato che tollera di far scuola in ambienti così, come se fossimo tutti polli da allevamento. Li lascio liberi di stare in piedi o seduti sui banchi o vicino a me, alla cattedra, che qualche animo gentile esiste ancora.

E’ di droga che mi vogliono parlare. Per un servizio che hanno visto in tv. Una storia terribile, ma a lieto fine. Fanno a gara per decidere chi deve raccontarmi meglio, per stabilire a chi spetta mettermi a parte di tutti i particolari. Io della storia, in verità, non ci capisco un granché, ma leggo sui loro volti il sollievo, molto vicino alla gioia, per un ragazzo come loro che era perduto, morto e che, invece, ce l’ha fatta.

Cerco allora di capire cosa ne sanno questi ragazzi sedicenni di droga. Beh, ne sanno un sacco. Sanno di droga e di spacciatori e sanno che “certe volte si spaccia per poter mangiare prof”. Dicono che loro non la toccano la droga, che a tutti, nessuno escluso, è stata proposta, con insistenza, e sentono il bisogno di specificare che “non si trattava di spinelli”. Io decido che mi stanno guardando troppo e a lungo negli occhi e che la vittoria della luce e dell’aria d’autunno sullo squallore dell’aula è troppo grande per potermi mentire.

Quando chiedo perché secondo loro un ragazzo comincia a drogarsi, la risposta è unanime: “Per paura”.
“Per paura di che?” – controbatto io. “Per paura di non essere abbastanza prof., per paura di non essere accettati, per paura di essere messi da parte e restare soli, per paura di non farcela, per sentirsi forti”.

Amen.

Se avessi avuto, io, un cuore di cane

Foto di © Vincenza Tomasello

Foto di © Vincenza Tomasello

30 dicembre 2013 ore 7.15. Come ogni mattina ho acceso il pc e aperto le pagine dei quotidiani. Schumacher è in coma, la Russia muore di rabbia e si illude di punire i tiranni bruciando di fuoco i figli innocenti; la terra trema a Napoli, l’Etna esplode di forza sotteranea, di magma incontenibile; 151 bambini muoiono, ad Aleppo.

Tutto è lì davanti ai miei occhi, tutto è lì, troppo distante dalle mie mani. Clicco, leggo, scorro le parole, le pubblicità accendono di luci lo schermo – “Guarda noi, pensa a noi!” – sembrano dirmi. E poi, poche righe, in un angolo, senza spessore. E i miei occhi ci si schiantano, contro: “Morto per freddo un senza tetto a Palermo”. Per freddo? A Palermo? –  Mi chiedo, d’istinto –  La domanda rimbomba, eco nello spazio vuoto tra il mio corpo e il vecchio pigiama di pail ormai troppo grande, per me.

Mi inoltro tra quelle parole senza enfasi di notizia, briciole di cronaca locale che cadono giù dalla bocca affamata e vorace del mondo. Guardo la foto di quella montagna, cima irragiungibile, di coperte e cartoni. Guardo. Sembrano tutte uguali queste catene montuose agli angoli delle strade: stracci, sacchetti, cani e cartoni; senza segnaletiche per indovinare identità, la storia di chi ci vive, sotto. Questa volta, però, le coperte sono  paesaggio familiare. Io le ho viste, con gli occhi miei, non da dietro uno schermo, ma in diretta, dall’obiettivo dei miei passi frettolosi, distratti. Sono passata, io, da lì. La sera prima. Ed era tutto come nella foto. E ancora, nella foto, il cane sta lì, così, seduto ai piedi di quella catena montuosa di lana e carne, fermo, serio, come un soldato. Io sono passata, da lì.
E il passo ha rallentato, di poco. Solo il tempo per cercare gli occhi della persona accanto a me, scambiare con lui uno sguardo, triste, cercare conforto nei suoi occhi belli e poi…e poi andare, oltre.

E ora, ora cerco in modo frettoloso e disordinato, dentro di me, motivi credibili di assoluzione, mettendo tutto l’animo in disordine. Non trovo niente. Niente di credibile, nessun avvocato che mi difenda, niente che valga la vita di un uomo.

Forse era già morto. Era tutto così immobile dentro ai tornanti di quelle montagne. Forse. Ma i passi non si fermano davanti alla morte? Si. Non i miei, però. Forse era ancora vivo. E ancora lo sarebbe se avessi saputo interpretare l’indugiare dei muscoli, il frenare delle ossa dentro ai miei piedi. Se avessi ascoltato il mio corpo! Se avessi dato ascolto a quel velo che mi ha scurito gli occhi di una tristezza sapiente, umana, istintiva! Sarebbe ancora vivo. Forse.

E continuo, in modo concitato, con il fiato spezzato e gesti veloci, a cercare ragioni, scuse, perdono: Cosa potevo fare! E’ pericoloso, spesso, avvicinarsi a questa gente! Posso mica fermarmi davanti ad ogni povero? Posso mica fermarmi davanti ad ogni povero….Posso mica fermarmi…posso…ogni povero…io…non posso…ogni….non posso….ogni povero.

“Secondo una prima ricognizione sul corpo il cadavere appartiene ad un uomo di una sessantina d’anni”. Spedizione di esperti sul territorio di carne d’un uomo solo. Adesso, che sei morto, ci raduniamo attorno a te. Avvoltoi coraggiosi su corpi senza vita, uomini spaventati da barriere di cartone.

Se avessi avuto, io, un cuore di cane…