Rivoluzioni (Im)Perfette

Venerdì 10 febbraio resterà per me una data da ricordare.
Importante perché ho visto e sperimentato in prima persona il circolo virtuoso che passione, amicizia, studio, consapevolezza riescono a creare.
Il mio personale e crescente interesse per il Medio Oriente e il mondo arabo mi ha fatto incontrare tempo fa una donna, Marta Bellingreri, che di quella porzione di mondo si occupa con grande impegno e passione. Marta mi ha invitata alla presentazione di un libro, “Rivoluzioni violate”, io ho letto il libro e, a mia volta, ho invitato altri amici che insieme a me hanno partecipato all’evento, acquistando il testo, e con i quali è continuato lo scambio di impressioni, idee, emozioni.
Con le persone che ho lì conosciuto si sono creati nuovi contatti in vista di possibili incontri di formazione e informazione da realizzare a scuola: è la speranza che questa rete di conoscenza, passione e solidarietà possa avere lunga vita attraverso i ragazzi. Per questo motivo affido oggi le pagine di Eufemia alla voce di una delle persone che con me da un po’ di tempo condivide interesse, tensione e preoccupazione per quelle rivoluzioni del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale che interpellano da vicino la nostra coscienza di cittadini liberi  e nelle quali tutti dovremmo aver contezza d’essere personalmente coinvolti.
E’ il punto di vista di chi, pur appartenendo ad una generazione diversa dalla mia, forse più disincantata, ma più consapevole, resta però sempre lucidamente in ascolto, curioso, disposto a partecipare ai processi di cambiamento necessari al compimento della giustizia.

Giulia Lo Porto

Da sinistra: Cecilia Dalla Negra,Fouad Roueiha e Debora Del Pistoia.

Da sinistra: Cecilia Dalla Negra, Fouad Roueiha e Debora Del Pistoia.

Rivoluzioni Violate è il titolo del libro presentato ieri al circolo Arci Porco Rosso a Palermo, nel cuore del centro storico, in un locale che per dimensioni e arredamento ricorda luoghi movimentisti degli anni settanta e ottanta, ma rispetto a quelli (e a quel periodo) con una differenza notevole di frequentazione: per varietà delle fasce di età rappresentate e per varietà di provenienza etnica e culturale e di colore della pelle.

Gli interventi di tre degli autori dei diversi saggi contenuti, sono stati centrati intanto sulla scelta del titolo: come fa una rivoluzione ad essere “violata”? Che significa? La domanda viene ovviamente dalla considerazione che tutti i paesi del nord-africa e gran parte del medio oriente sono sono stati attraversati quasi contemporaneamente da movimenti popolari e studenteschi centrati sulle stesse istanze: diritti civili ,rispetto delle minoranze, diritti della donna, libertà intellettuale. Praticamente dappertutto assistiamo oggi ad una marcia indietro rispetto alle aperture e ai cambiamenti che questi movimenti erano stati capaci di provocare, con conseguenze assai drammatiche culminanti con la situazione della Siria.

copertina de I tre, Cecilia Dalla Negra, Debora Del Pistoia e Fouad Roueiha, hanno esposto la situazione delle aree di rispettivo interesse: Palestina, Tunisia, Siria. Non voglio qui riportare quanto detto, produrrei solamente una insignificante sintesi,  invito eventualmente a comprare il libro, ne vale la pena. Voglio dire invece quali sono state le mie impressioni.
Grande competenza ed esperienza da parte dei relatori, i quali, usando una lingua italiana assai corretta ed elegante, scansando la tentazione del forbito e del dotto, hanno esposto con precisione l’esperienza compiuta in quei paesi e i pensieri e le deduzioni cui erano giunti. Mi ha colpito questa modalità comunicativa e credo di non essere stato il solo, dal momento che l’incontro ha sforato le due ore conservando intatti l’attenzione e l’interesse di tutti pur trovandoci in un luogo dove a quelle sopraggiunte ore il costume dei presenti è usualmente “da pub”.
Ho capito poi che la complessità delle situazioni sul campo, quella siriana in testa, sono così complesse da rendere veramente difficile dire di “avere le idee chiare” , figuriamoci di poter prevedere qualche sviluppo sia pure in tempi brevi. Ho compreso infine, ma questo già lo sospettavo e farei meglio quindi a dire “ho avuto la conferma” della inadeguatezza dei mezzi di informazione sia a video che a stampa nel descrivere i vari accadimenti: succede che la pratica professionale del giornalismo, quella stessa almeno in parte responsabile dell’affermarsi della cosiddetta “post-verità”, ha costantemente semplificato sino alla banalizzazione la descrizione dei diversi accadimenti e processi, preferendo “pompare” su Isis e la cosiddetta “Guerra Mondiale” tra i paesi a cultura occidentale e quelli a cultura islamica. Preferendo, ancora, adottare tecniche di marketing basate su richiami pseudopornografici piuttosto che rischiare di perdere un lettore non disponibile alla complessità e preferendo posizionarsi ideologicamente su un terreno politicamente neutro e sicuro in quanto realmente lontano e indifferente agli attori veri sul campo. Scelta a dir poco irresponsabile e vigliacca.

Rilancio, per concludere, quanto detto da Fouad Roueiha: “Non è tanto importante quanto vi potrò raccontare io oggi, meglio sarebbe che ognuno di noi si facesse raccontare le storie personali e familiari da i diversi rifugiati che incontriamo nelle nostre città”.

Carlo Columba

Venite a Palermo

Il post di oggi, non può ignorare la lunga veglia dell’Election Night americana. E proprio per questo, oggi, si resta nella mia città: Palermo.

Questa notte mi ha svegliata il temporale, ho dato un’occhiata alla pagina dell’ANSA, dal cellulare, e non ho più potuto prendere sonno. Pensavo a troppe cose. E me ne chiedevo altrettante. Sono stata disattenta e poco lungimirante credendo che Donald Trump non avrebbe mai potuto vincere. Proprio io che per più di metà della mia vita ho vissuto in un paese guidato da un uomo come Silvio Berlusconi, anzi…che per più di vent’anni ho fatto parte di un popolo capace di votare ad oltranza Silvio Berlusconi.

La gente non vota qualcuno che la possa “rappresentare”, la gente vota chi simboleggia le frustrazioni e le mancanze: denaro, potere, arroganza, possibilità di soddisfare ogni desiderio, capacità di cancellare e non di risolvere le paure.

Così a capo di una delle maggiori potenze mondiali ci ritroviamo un uomo, bianco, ricco, misogino, arrogante. Pensandoci ho quasi riso, sinceramente. Basta osservare un attimo il mondo che ci circonda, infatti, per capire che Donald Trump non rappresenta nessuno, non rappresenta nulla di quanto stia veramente accadendo e facendo la storia.

Per questo vi porto a Palermo, oggi. Per questo non vi racconterò nessun libro, dipinto, canzone, museo, scultura etc etc.., ma un’opera d’arte molto molto più grande.

Andiamo nel cuore della città: vicolo san Carlo, vicino piazza della Rivoluzione. E ci andiamo perché è lì che si trova uno dei centri di accoglienza della Caritas. E’ varcando quel portone che ho visto negli occhi i ragazzi che attraversano il mare e che approdano in questa isola grande e disperata. Li ho visti riuscire a giocare a calcio e biliardino, ridere e cantare nonostante siano minori non accompagnati con le radici spezzate e un futuro nero e profondo come il mediterraneo nei giorni di tempesta. E’ lì che ho portato gli abiti raccolti con generosità dai miei colleghi di scuola ed è lì che l’uomo che mi vuol bene mi accompagna con amore e fatica a trasportare quel che speranza e solidarietà riescono ogni tanto a mettere insieme.

Sono adolescenti, altissimi, magri, con la pelle scurissima e il sorriso di perla. Qualcuno ha lo sguardo triste, qualcun’altro ci osserva incuriositi, noi che possiamo entrare ed uscire quando vogliamo, noi con un documento di identità in tasca e uno Stato di cui lamentarci, noi che viviamo in pace, che possediamo le garanzie del diritto, che abbiamo un lavoro e delle radici, lì dove il seme è stato piantato.

A vicolo san Carlo si distribuiscono 200 pasti al giorno e le storie si intrecciano creando una rete di sostegno e protezione per lo smarrimento di chi cerca rifugio e nuove possibilità.

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Mensa Caritas vicolo san Carlo, Palermo

E poi, poi lasciamo il centro storico e andiamo verso il mare. Al Porto di Palermo sbarcano i salvati e i cadaveri. Ma sopratutto sbarcano le donne, quelle incinta o quelle con i piccoli nati durante la traversata o messi dentro una coperta nella speranza di sentirli piangere sulla riva dall’altro capo del mare. Sbarcano donne con il seno pieno di latte e una disposizione al sacrificio che solo l’istinto di sopravvivenza e la sete di vita possono creare e che è più forte, molto molto più forte di Donald Trump.

Palermo, solo uno dei tanti luoghi d’Europa in cui è visibile la trasformazione del mondo. Il futuro è loro: il futuro ha la pelle scura, la forza delle donne e un desiderio di vita che nessun muro, nessun populismo, nessun fascismo potranno fermare.

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Donald Trump è il rappresentante del mondo che muore.

Non spaventiamoci, dunque. Oppure facciamolo, ma solo se questo serve a prendere sul serio il tempo che stiamo vivendo, la nostra personale responsabilità e l’urgenza di aprire gli occhi sulla realtà. Non è restituendo potere agli ideali passati e sconfitti che colmeremo la paura per un cambiamento di cui non riusciamo ad immaginare la meta, ma il cui cammino non riusciremo in alcun modo ad arrestare.

Trump, Putin, Erdogan, il ristabilimento delle frontiere, il terrorismo, la guerra in Siria, il cambiamento climatico, la quotidiana nostrana povertà, i morti in mare, le armi nucleari….potrei continuare a lungo. Il senso di impotenza, paralizza. Sopratutto quando si è quotidianamente bombardati da un sistema di informazione corrotto e bugiardo, le cui responsabilità sono pesantissime e verso il quale sarà necessario prima o poi prendere una posizione.

Oltre le prime pagine dei giornali la vita vera delle persone vere fa il suo corso, in mezzo a multiformi difficoltà e infinite contraddizioni, ma scrivendo una storia molto differente rispetto a quella che il patinato Trump rappresenta, rispetto al tentativo di farci credere che egli sia tutta la realtà e tutto il pericolo.

L’elezione del miliardario americano non è la fine del mondo. Anzi, forse è l’occasione per aprire gli occhi, finalmente, e superare lo sconforto e il catastrofismo . Forse, con la vittoria di Hilary Clinton sarebbe rimasto ricoperto di polvere e rassegnazione il nucleo del problema che è dentro di noi prima d’essere fuori di noi. Ci saremmo convinti che l’elezione di una donna era il passo avanti necessario al cambiamento che tutti ci aspettavamo, così come abbiamo creduto che un presidente dalla pelle nera avrebbe portato la pace nel mondo.

Tutti siamo responsabili, in un modo o nell’altro, consapevoli e non, dell’ascesa al potere di Donald Trump. Staniamo in noi stessi l’ombra lunga della resa e della stanchezza, della rassegnazione e della lamentela fine a se stessa, dello scontento e dello sconforto. Togliamoci le mani dai capelli per questa vittoria/sconfitta che ci ha forse solo ipocritamente sorpresi e tendiamole verso noi stessi e verso chi può stringerla per bisogno e aiuto, paura, solidarietà senza farci promesse che poi tradirà perché non può annunciare nessuna ricompensa né distribuire il sogno di milioni di posti di lavoro.

Lasciate stare Trump, l’America e l’imminente fine del mondo: venite a Palermo, ce n’è una ovunque voi siate, in qualunque parte del mondo.

Sai che cosa sembra?

(Addaura, Palermo)

“Ora camminavano sotto braccio.
L’uomo portava la bicicletta con la mano sinistra e lei, la donna, era nell’altra sua mano, camminava dentro di lui, non sulla strada. […]
«Sai,» egli le disse, «che cosa sembra?»,
«Che cosa?» disse Berta.
«Che io abbia un incantesimo in te».
«E io in te. Non l’ho anch’io in te?».
«Questa è la nostra cosa».
«C’è altro fra noi?»,
«Pure sembra che ci sia altro».
«Che altro?»,
«Che io debba vederti quando sono al limite».
«Come, al limite?»
«Quando ho voglia di perdermi»”.

Elio Vittorini, Uomini e no, 1945.

Una felicità a perdere

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(Foto di Laura Makabresku)

 

Oggi ho visto una scena bellissima.
L’ho vista in piazza, una fra le tante piazzette popolari che alla periferia di Palermo sanno radunare ancora la vita di quartiere nella luce dei meriggi d’estate.
Ho visto una bambina bionda di circa dieci anni. Bionda e coi capelli lunghi, coi capelli lunghi e con guance color di rame e mare.

Stava accanto ad un motorino e sul sellino c’era un neonato che lei teneva stretto per non farlo cadere. Si guardava attorno, come aspettasse qualcuno e voltandosi, da una parte e dall’altra, i suoi capelli lunghi sfioravano il piccolo, come una carezza.

E’ stata una scena tanto bella e potente che mi è letteralmente mancato il fiato. Non vi ho visto nessun riferimento simbolico alla maternità, la bambina non imitava gestualità adulte, era, anzi, un po’ smarrita, tutta protesa verso l’arrivo di chi avrebbe potuto liberarla da quel ruolo di custodia sproporzionato alla sua età.

Ma era bella, elegante, potente in quanto alla variabile di possibilità contenute nella sua infanzia e fragile rispetto alla realtà. Erano indifesi entrambi, ma fortissimi, erano piccoli, ma riempivano lo spazio con una  presenza in grado di modificare, appunto, i sentimenti, le emozioni e i pensieri dei passanti.

Sembrava di poter toccare con mano tutta la vita che è possibile avvicinare.
A guardarli proprio così appariva la vita: come un eccesso incontenibile, una felicità a perdere.

 

Resto chi sono

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È lu putiri ca nforza li putenti,
è lu silenziu ca ammazza li ‘nnuccenti,
grapu li pugna, cuntu li jita
restu cu sugnu, cercu la vita.

Rosa Balistreri, Rosa canta e cunta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Spalle al mare

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Foto di fraru.b

Qualche giorno fa sono rimasta bloccata tra i vicoli del centro storico a causa di una manifestazione, l’ennesima a Palermo.
I vicoli del centro sono stretti, in alcuni l’auto ci passa appena. Si attraversano con la sensazione di non averne il diritto: le persiane aperte per il caldo fanno intravedere le tavole apparecchiate, la televisione accesa, gli uomini in canottiera bianca, le donne con gli abiti attillati, qualunque sia la taglia di appartenenza. Non è guidare in città, è entrare nelle case della gente. L’estate del sud costringe al contatto, ci obbliga a vedere e sapere. Mentre sostavo sotto il sole cocente di fine giugno, priva di aria condizionata, ho notato alla mia destra un uomo e una donna che parlavano  in modo animato.

L’età della signora era indefinibile. Sembrava mamma, sembrava nonna, non so dire se mi apparisse vecchia pur essendo giovane, o se, essendo anziana conservasse un qualche scampolo prepotente di gioventù. So che per metà i capelli erano grigi e per l’altra metà di un castano meticcio. Era bassa e molto grassa, ma gli occhi erano vispi e grandi, ingenui, quasi. In braccio teneva un bambino di circa tre anni, biondo e monello. Non parlava il bambino. Si lamentava. E mentre la signora si intratteneva in un dialogo serrato con il vicino di casa, “u picciriddu” cercava di arrampicarsi sul corpo della donna servendosi del suo seno immenso come appoggio. Sembrava cercasse di andare oltre. Voleva scappare, scavalcare forse la vita che gli era toccata in sorte. Erano tenaci entrambi, però, perché ad ogni tentativo di fuga, la donna lo riportava giù, mille volte, ogni volta, come se non potesse stancarsi mai, come se non ci fosse altro luogo in cui andare, come se non ci fosse mondo oltre il suo seno.

L’uomo, il vicino di casa, ascoltava. Solo la donna parlava. E lo faceva con parole allungate, di forma anomala, con un dialetto fitto fitto, un po’ arabo, un po’ nostro. Raccontava di sua figlia, che “magari ora puru na tessera ciù scrivunu che è buttana! E quannu ci pari a idda a finisci ri fari a cagna”. Certo non le manda a dire la signora. Ma il fatto è che sua figlia partorisce a ciclo pressoché continuo figli senza padri. E pure il piccolo fuggiasco che portava in braccio era uno di questi: “U viri chistu, chistu vinni ca a Talassemia, che rappresenta a tipo anemia mediterranea”.

Noi a Palermo a spiegare le cose in un modo solo ci imbarazziamo, siamo a disagio. Ci pare di mentire, di dire bugie. Una stessa cosa la dobbiamo spiegare in modo diverso e per enunciare queste molteplici identità di cose e persone ed eventi ne pronunciamo il nome, la realtà che vogliamo esprimere e poi aggiungiamo “che rappresenta…”. Noi, a Palermo, lo sappiamo che le persone, le cose, gli accadimenti non hanno una sola faccia, sappiamo che niente è come appare. Noi per i quali… La Mafia è lo Stato? Oppure: La Mafia e lo Stato? Cioè: “Lo Stato che rappresenta la Mafia”, per capirci. Perché, insomma, da noi a Palermo tutto va al contrario, noi lungo la costa costruiamo le panchine che danno le spalle al mare e ci sediamo a guardare le costruzioni abusive che scaricano la fogna sulla spiaggia. Perché a noi in Sicilia la bellezza ci provoca terrore, il suo richiamo alla custodia, alla responsabilità, alla coscienza non lo possiamo sopportare. Così diciamo: “Haiu na casa a Villagrazia che rappresenta tipo na villa a mari”, appunto. Se esiste una cosa mica vuol dire che quella cosa significhi quanto chiaramente mostra di sé, ma manco per sogno! E pure per le persone è così, ovviamente. “Chistu rappresenta che è me cumpari”. La sua identità è data dal ruolo che svolge in relazione al soggetto che si esprime. E se non svolge nessun ruolo è un gran problema perché qualcuno con fare minaccioso può avvicinarsi a chiedere conto di quanto dici e fai esclamando: “Oh ma chi mi rapprisienti!?”. Già, tu, proprio tu…chi rappresenti?
Il bene non è il bene e il male non è il male. E’ dipende cosa rappresenta, cosa ci rappresenta.

Spero che il bambino biondo e monello, con la Talassemia che purtroppo non “rappresenta” la semplice anemia mediterranea, un giorno prenda bene la rincorsa e puntando con decisione e senza troppa pietà il piede sul cuore di questa terra senza verità possa trovare il suo modo di fuggire e vivere, dove le panchine guardano l’orizzonte e l’occhio non s’inganna.

La vita dentro

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Ieri sera a Palermo ha preso il via il Sole Luna Doc Film Festival, una rassegna cinematografica che cerca di promuovere, come ponte fra le culture, la conoscenza reciproca, la solidarietà, il rispetto.
Tra i primi film in gara è stato proiettato presso lo Spazio Arena dei Cantieri culturali A walnut tree “Un albero di noci”. Il regista Ammar Aziz racconta la nostalgia di un anziano strappato al suo villaggio, in Pakistan, dal conflitto fra esercito e talebani e costretto a vivere in un campo profughi con la sua famiglia.
Baba, così viene chiamato il protagonista, è un maestro e un poeta, un uomo misurato, dalla barba bianca e lo sguardo profondo. Poggiato ad un muretto di mattoni che ne sostiene la fatica e la disperazione narra ai nipoti della terra che ama e nella quale, però, non è potuto restare, “una terra piena di giardini”, trasformata in terreno di sanguinose guerre fratricide, in terra arida dove è feroce la sete della lotta.

Si aggira nel campo in cerca di confronto e conforto, ma lì “non esistono più persone, solo storie”. Esiste solo il passato da ricordare, per molti di loro il presente è troppo duro e il futuro un lusso fuori portata. I bambini bevono acqua mista a fango e sporcizia ed hanno i capelli unti di inconsapevole disperazione.

I lunghi silenzi aiutano a comprendere e a rendere il dramma dei giorni tutti uguali e i dialoghi fanno venire alla luce la distanza tra le generazioni. Lì dove i giovani resistono in attesa di un futuro migliore gli anziani disperano non tollerando oltre l’esilio, la sofferenza, la solitudine.

Baba recita per farsi coraggio una poesia su un albero di noci piantato dal padre, simbolo di appartenenza ad una terra, ad una comunità. Non poterne aver cura, non poterne passare la custodia a figli e nipoti è un dolore troppo grande da sopportare, uno sradicamento che rende il pensiero della morte più tollerabile della vita vissuta in quelle condizioni.

Baba piange lo strazio della sua condizione, davanti al figlio, ai nipoti, alla giovane nuora dice di voler tornare al villaggio e non servono a nulla le ragionevoli opposizioni della sua famiglia, a nulla giova ricordargli delle bombe, delle case distrutte, dei funerali quotidiani, dei bambini senza braccia e gambe, del terrore, dell’odio fratricida. “Voglio tornare – dice singhiozzando – non provate a fermarmi”.

E il desiderio di tornare, di fuggire da una vita che umilia  l’identità è davvero più forte di tutto. Baba scappa. Ancora oggi risulta disperso. Il figlio ha provato a raggiungerlo, ma non lo ha trovato. Ciò che trova sono le macerie della scuola dove lui era cresciuto, dove suo padre aveva insegnato.

Prima di fuggire Baba aveva raccontato delle dodici ore di viaggio tra le montagne, per fuggire ai talebani. Dodici ore durante le quali un fratello spara alla sorella disabile su sua disperata richiesta, perché portarla sulle spalle durante la fuga era impossibile, dodici ore in cui i bambini muoiono di stenti e dove le madri partoriscono figli sotto la pioggia battente.

A walnut tree è una potente poetica narrazione che descrive la forza inarrestabile del viaggio verso la vita che si porta dentro: “La terra di Dio è vasta, troveremo un luogo per vivere in pace”.

A walnut tree

 

Lutto

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Si sfaldino di cenere nera
le vostre mani assassine.
Nessuna carezza sui figli
nessun tocco d’amore.

Di carbone fumante
ogni sogno.
Orizzonte grigio, per anni.

Le fiamme divorino
di ghigno selvaggio
i moti del cuore,
in fumo i progetti
i sorrisi
gli amori.

Disperati voi di disperazione!
Colma non era già questa terra
di tutta morte e la rassegnazione?

Solo conforto dal chieder perdono,
davanti ai fiori, in ginocchio.
Misericordia dal lutto dei frutti
pietà dalle orfane spine.

 

 

 

Di dolcezza rifiorirà, la terra.

Come acqua sulla terra bruciata, questa poesia ha attraversato ieri i cuori di molti siciliani affranti. Siamo abbattuti dal fuoco e dalla prepotenza. Accecati dal fumo e dalle fiamme cerchiamo, senza fiato, di rincorrerla la giustizia, di afferrarla alle spalle, ma fugge, lei, da questa terra senz’aria, con piedi veloci di sdegno. Spazziamo via dai nostri balconi la cenere degli alberi morti e dei fichi d’India cadaveri. Le loro spine erano in fiore, e senza frutto, ora, si accasciano sul suolo grigio di tristezza.
Versi dolci, di una donna dolce. Così ancora ci salviamo noi, in questa terra senza appigli, aggrappandoci all’intelligenza integra e visionaria di donne, di uomini rimasti sani.

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foto di Enzo Valenti

Lettera al figlio

Mi caro figlio, tu che sei lontano,
vedessi come è bella stamattina
questa città che a te piace e non piace,
antica aristocratica signora
sempre sporca disfatta spudorata.
Ma oggi no.
C’è Monte Pellegrino
tutto rosa, lavato dalle piogge recenti
e il sole conta i pini
e li illumina e ombreggia
uno per uno, e gli alberi e le foglie
foglia per foglia. Cantano
le finestre da vetro a vetro,
e tutto splende e brilla e il mare è azzurro
senza orizzonte come l’infinito.

Se una pioggia potesse ripulire
anche l’anima e il sole benedire
allegro una innocenza ritrovata
a questa tua città dai vermi neri
annidati nei tufi polverosi
da memorie e assassini,
e dolori e macerie e cattiverie
senza perdono né consolazione

Se potessi tornare, ritrovare
la dolcezza delle prugne di cuore,
le pomelie sui balconi dei poveri,
le canzoni delle sere d’estate
e le carezze di quest’aria mite
che oggi asciuga le lacrime
dei giovani Re di pietra ai Quattro Canti
e ai mendicanti,
in questa città di mercati e camposanti.

E guardarci negli occhi dei passanti
senza il pugnale tra i denti
e sorriderci e augurarci buona giornata
per quanto è bella questa mattinata

Grazia Cianetti

Buio a mezzogiorno

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Sono passata dal parco della “Favorita” oggi, era mezzogiorno. A mezzogiorno il sole è alto, soprattutto in una mattina di quasi estate, sottrarsi alla luce non si può.
E infatti a quell’ora, le prostitute le guardi in faccia, ne distingui i lineamenti, gli abiti succinti, le treccine dei capelli e la pelle scura.

Anche i “clienti” ci sono a mezzogiorno, ma non li vedi. Puoi leggere la targa, riconoscere il tipo di auto, scorgere il braccio che penzola fuori dal finestrino. Ma la faccia, la faccia di quei maschi non la riesci a vedere.

Come sui giornali o nelle pagine online di riviste e quotidiani, quando accanto ad articoli che parlano di stupri e uccisioni di donne a comparire è sempre la vittima, mai il carnefice. E se per caso si riesce a reperire dai social qualche foto, sono sempre foto di lui sorridente che bacia o abbraccia lei, prima di ucciderla, picchiarla, violentarla. Il volto del maschio violento e assassino non lo possiamo tollerare. Le foto di donne sedute in un angolo con la testa tra le gambe e un braccio alzato in un tentativo, inutile, di difesa, si.

Così oggi su una sedia di plastica bianca sotto un albero al bordo della strada, ho visto in volto lei. Aveva un vestito verde intenso, i capelli lunghi, le gambe accavallate e leggeva un libro.
Era assorta nella sua lettura.
Era giovane.
Era bella.
Era tragica.

Mi sono chiesta se possedesse un segnalibro, per custodire il punto esatto di ogni interruzione, per ogni volta che un maschio senza volto le chiederà di farsi terreno di sfogo delle sue più squallide voglie. Mi sono chiesta se il libro lo avesse comprato con i soldi “guadagnati”. Mi sono chiesta perché provassi tanta rabbia e a quali delle due categorie fossi più vicina, se a quella degli sfruttati o a quella degli sfruttatori.

Sono passata dal parco della “Favorita” oggi, era mezzogiorno.
Lei leggeva un libro.
C’era molta luce. Ed era buio.