Lo stretto necessario

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Per me questa foto è bellissima.

Perché noi siamo piccoli e tutto è grande.

Perché io mi prendo cura di te e tu mi guardi.

È bella questo foto, antica e vergine.

Un oleandro rosa, tutto l’amore, lo stretto necessario.

 

Per ogni luna crescente e calante

@nynkelocher

@nynkelocher

Provo a scrivere  questo post dal 7 luglio. Da quando sono entrata in bagno pensierosa e stanca e ne sono uscita in lacrime alla ricerca urgente del più importante degli abbracci.

Mi scorrevano fiumi di lacrime dagli occhi e un rivolo di sangue nuovo tra le gambe.

Il capoparto è la prima mestruazione che arriva dopo aver dato alla luce. E non ha una data per nessuna donna. Ad alcune arriva subito, per altre ci vuole qualche mese, per me ce ne sono voluti quindici. Circa 450 giorni bianchi come il latte del mio seno.

Avevo immaginato questo momento in ogni modo, raffigurandomi la fatica di ricominciare. Avevo paura e insieme desiderio di tornare ad avere un ritmo, di uscire da un tempo tutto dedicato, senza sbalzi, di ricominciare a rincorrere cime, trovando un varco d’uscita dalla mia  lunga faticosissima pianura.

Ho visto il sangue e sono scoppiata in un pianto di liberazione. Mi sentivo come se stessi tornando da un lungo viaggio, come se facessi io stessa ritorno a me stessa. Ero Itaca, Ulisse, Penelope e il mare.

È stato un ciclo lungo ed abbondante e senza dolore. L’indomani mattina mi sono svegliata con sangue dappertutto: sulle mutande, sul pigiama, sulle lenzuola, sul coprimaterasso e sul materasso. E quando sono tornata dal bagno ed ho ho trovato il mio uomo con una spugnetta che canticchiando cercava di smacchiare il possibile e mio figlio che saltava contento fra le lenzuola battezzate dal sangue nuovo, ho deciso che volevo fare una festa.

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Ho invitato le donne a me care, non tutte quelle che avrei voluto, ma alcune a mo’ di rappresentanza. Sono venute accompagnate ciascuna dal frutto del proprio sangue, non solo figli, ma amori, dolori, vita da raccontare e condividere. Le ho viste passaggiare nel nostro giardino e mangiare alla nostra tavola, erano bellissime ed ho provato una grande gioia a pensare che il mio sangue ci avesse riunite così. Ho ricevuto fiori, dolci soffici come nuvole, vino e molto amore.

Allora ho potuto attraversare la paura ed arrivare fino al “capo” di questo tratto di vita che è il diventare madre, fino a quel promontorio che sporge estendendosi sul mare e che è da sempre la fine e l’inizio dei viaggi epici. Il capoparto come il Capo di Buona Speranza, come Capo Horn, Nord, come Capo Passaro. Inizio e fine di un mondo. L’inizio di un tempo sacro e benedetto che non è per la procreazione e che ha un limite visibile, un confine sottile che annuncia nuove terre da esplorare. Chi sarò, come diventerò, quali potenze inespresse ci sono in me, quale forza ho da scoprire, che tipo di donna posso nuovamente diventare, cosa desidero davvero, verso dove e con chi voglio navigare.

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È benedetto il frutto del grembo di una donna, ma è benedetto soprattutto il grembo che compie gli stessi cicli, che funziona in modo eguale, ma che non fa mai una cosa simile. Una diversità moltiplicata per quanto lunga e larga si estende la vita di una donna e poi per le vite di tutte le donne, da Eva alla Madonna, sempre, per ogni luna crescente e calante, in ogni cielo, finché esiste il mondo.

Clorophilla, italian artist

Luglio per i secoli dei secoli

La Luna del 9 di luglio, A.D. 2019

La Luna del 9 di luglio, A.D. 2019

Cena finita,
raccolte le briciole.
Caldo, grilli e cicale.
La Luna è a metà,
aperta, mancante, lucente, bellissima.
Colmi i nostri pensieri.
I cani hanno mangiato,
le piante hanno bevuto,
siamo una comunità
e aspettiamo la notte.
Una tregua.
Rinunciamo al letto, a lenzuola in fiamme,
restiamo fuori,
due sdraio vicine.
Io col seno scoperto
per nutrire il più piccolo del micro cosmo che è la nostra casa:
Un sogno faticoso che non finisce di realizzarsi
aperto, mancante, lucente, bellissimo.
Io leggo, lui dorme.
La sua testa sul braccio,
un impasto di pelle e sudore:
Amore mio, sei il mio pane quotidiano,
ti mangio come fossi Gesù,
il Salvatore,
Figlio di Davide, pietà!
Dai vialetti del giardino
tu arrivi muto.
Hai rimesso a posto ogni cosa,
ricomposto il mondo perché possa ricominciare per noi un domani felice.
Ti siedi accanto,
sospiri.
Chiudi gli occhi, giri la testa, apri gli occhi, ci guardi.
Li richiudi, ti rigiri.
“Giulia…”
“Sì?”
“Io vi amo”.

Per i secoli dei secoli.
Amen.

Ora.

Il mondo, mio figlio.

Il mondo, mio figlio.

La tua nascita ha disintegrato ogni cosa. Tu sei il mio disordine che non posso rimettere a posto. Tutto è da ricollocare, rivalutare, risignificare ogni giorno, ogni momento. Del “prima” ho perduto il bagaglio. Non ho abiti di ricambio, rifugio, riparo.

Ho perduto la strada che conoscevo, le parole che avevo imparato, sono straniera nel corpo, ovunque.

Da un anno siamo fabbri, carpentieri, falegnami del nostro mondo nuovo. Io, tuo padre, tu. Accampati ai piedi delle nostre montagne interiori, tentiamo scalate, cerchiamo appigli su cui puntare i piedi, affidare il nostro peso e i nostri slanci.

Quel che ti serve lo imparo con te. Ti nutri dei miei errori ma per ogni sentiero ben preso aumenti il passo verso la strada che sarà la tua. Porterai addosso le cicatrici dei miei sbagli e farò cose che nutriranno la tua rabbia e il tuo desiderio di separarti da me. I miei sbagli, viatico per la tua indipendenza.

Torna a baciarmi, però.

Invento parole nuove, un vocabolario di tenerezza e sangue, con pagine bianche di silenzio, di sconforto senza sillabe, di stanchezza e paure da ammutolire il cuore.

Studio. Osservo. Ti guardo, ti amo.

Mi chiami, mi ami, mi ciucci, mi baci.

Sei il mio laboratorio di nuove alchimie. Quel che vivremo insieme sarà la nostra dimora, mai finita del tutto, mai posseduta davvero. Saremo nomadi, viaggeremo con bagaglio leggero, ti porterò ovunque mi sarà possibile, fino alla cima della torre di Babele, dove si moltiplicano lingue e differenze, dove nulla è assoluto, unico, rigido, onnipotente.

Non ci sarà anfratto del mondo che ti riparerà dalle fratture umane, dai crolli, dalla terra che trema sotto i piedi della tua vita, nessun nascondiglio in tutta la crosta terreste o la volta celeste.

Bisogna rompersi per sopravvivere, spezzarsi come fa il pane, come fece il Nazareno, diventare briciola, farsi trasportare dal vento su altre terre. Da lì ricominciare.

Dimmi quel che non so, portami dove non vedo. Tu conosci già quel che io farò fatica a comprendere.

Sono tua madre. La tua ricchezza, la tua povertà.

Io ti darò il mondo, tu me lo spiegherai daccapo, rinnovato, diverso.

Imparo sulla tua pelle ad essere madre. Fuori da ogni metafora. Siamo sfollati, fuori dai paragoni, dagli esempi, dalle comparazioni. Tutto è quel che è. Senza scampo né inganno né bugie.

Prendimi per mano ora, non quando io sarò anziana e tu un uomo. Prendimi per mano ora che io sono giovane e tu bambino. Prendimi per mano ora che non parli, ora che sei tutto istinto e fame, potenza e corpo. La strada la conosci tu. È la pienezza del tempo, adesso.

“Bisogna seguire il bambino, è lui il maestro” (Maria Montessori)

Stralunata

Patti e Jackson Smith

Patti e Jackson Smith

La sera, perfino la sera quando senti che stai per morire di stanchezza, spettinata e in pigiama, stralunata e tramortita. Perfino quando hai dolori e pensi: “Fottiti malattia del cazzo…però aspe’ non mi ammazzare per favore”, perfino quando non riesci a scrivere per mesi, a pensare per settimane, a parlare per giornate intere e perfino quando il bagno è social e la solitudine bandita, perfino allora stare con il tuo bambino può essere Rock and Roll.

Io l’ho capito oggi, quando ho visto la foto di Patti Smith con il piccolo Jackson e gliel’ho subito inviata alla mia amica Valentina la foto, ma le ho solo saputo dire: Vale, Vale, Vale!!

Stasera invece, mentre veglio sul mio bambino che dorme in macchina, che pare di pasta di mandorla per quanto è bello, proprio qui in un parcheggio del supermercato al tramonto, capisco.

Patti e Fred avevano comprato una barca per vivere sul mare e pescare i gamberetti. Poi Patti ha scoperto d’essere incinta. E allora la barca l’hanno messa in giardino e ci andavano a leggere e a prendere il thè.

Perché bisogna essere morbidi, avere sogni morbidi, flessibili, rimodellabili. E avere un’officina nel cuore e cercare la poesia come fosse pepita d’oro, con l’amore per setaccio, l’amore e il desiderio, desiderio ovunque: dentro, fuori,sulla pelle, sul cuore, in testa, sui genitali, sulle mani, nello stomaco, in mezzo ai piedi.

Lo devo dire a Valentina.

 

Ho visto, la Madonna.

(Opera di Clorophillas)

(Opera di Clorophillas)

E fammela sta grazia, Madonna che sei bella!
Appari in sogno a tutti: “Ma quale Immacolata!
Il parto è con dolore
il sangue scorre a fiumi
Gesù mio,
di placenta rivestito,
amore di mamma, gioia mia,
sembri il re, pari il messia!”.
E dillo a tutti quanti che parli e non sei muta,
benedetto il frutto dell’amore,
dei corpi avvinghiati,
sudati,
innamorati.E non azzannatela, la Madonna mia,
con i denti avvelenati
con i dogmi raffinati.Madonna,
femmina sorella,
madre dei cuori a brandelli,
sbranati dai lupi,
ascolta la preghiera:
“Risorgici gli occhi,
risorgici la fame,
la sete,
i muscoli delle cosce.
Disperdici per strade sconosciute
che impariamo a chiedere aiuto e parlarci,
a parlarci e guardarci,
a guardarci e inventare una meta.
Madonna che sei bella,
donala la forza alle madri stanche
agli uomini addolorati
accendi un cero per noi
e falle succedere le cose belle,
quelle a sorpresa
quelle piene di attesa.
Madonna mia, che bella la grazia…
delle ragazze che si fanno la coda,
di mio padre che si graffia con le rose,
delle donne anziane con le amiche sottobraccio,
del rosmarino sulle patate
dello zucchero a velo
dei baci appassionati
che non possono finire.
E ti pare a te mi lasci senza amore!
Neanche per sogno!
Dammi la gioia fremente, ardente, sapiente,
ardita, amante, grondante.
Maria, Madonna addolorata,
cosa hanno fatto a tuo figlio,
Oh madonna mia!
“Oh disgraziati farabutti, figli di cani, il mio ragazzo, me l’avete ammazzato, la luce dei miei occhi, io l’ho partorito e allattato, e lavato e asciugato e cresciuto! Il mio tesoro, la vita mia! L’avete legato, bastonato, torturato, ucciso! Io vi ammazzo disgraziati, i vermi devono mangiarvi vivi!”.
Madonna,
ti consolo,
ti abbraccio, coraggio.
Piangi, furia di madre!
Lacrime a piena di fiumi!
Utero a lutto!
Benedetto il dolore che grida la rabbia!Madonna che fra poco è Pasqua
e vallo a capire come fu la pietra spostata,
la morte violata,
il corpo vivente!

E fammela sta grazia
di mio figlio che sta bene
e chi lo incontra s’innamora!
E se la vita gli spacca il cuore
nella crepa – prometti –  fioriscano i giacinti profumati,
le ginestre
e i papaveri di maggio!

E cambiale le carte in tavola, porcoilmondo,
che non sono i naufraghi che devono morire,
ma tutto io ti devo dire?!

Madonna che sei bella,
amica mia e sorella,
diciamoci le cose,
guardiamoci negli occhi,
adesso,
e nell’ora della morte mi pettini i capelli?

Amen.

It takes a year (Il primo compleanno!)

Non c’è stato né mai ci sarà un anno simile a questo. Il primo della tua vita e il primo della mia maternità.

Alla fine dei nove mesi e un giorno eravamo pronti, ma acerbi. Dovevamo maturare insieme, al calore dei nostri corpi, bagnati da lacrime nuove, riparati all’ombra di tuo padre.

Siamo cresciuti intrecciati, impastati, mescolati, diversi ma uniti. E mentre tu cambiavi lineamenti ed espressioni, pur rimanendo identico a tua nonna e suo figlio, mutavo anch’io, lasciando ovunque brandelli di vecchia pelle, asciugandomi nel corpo, aderendo alle ossa,
sottile e forte,
stremata e forte,
debole e forte,
forte.

Il mio seno è stato la tua casa, il solo rifugio che ti riparasse dal freddo, dal pianto, dalla fame, dalle ingiustizie che da subito non sono riuscita ad evitarti, dalle malelingue, dalla tristezza, dalla prepotenza di un mondo che ci chiedeva d’esser presenti, disponibili subito, sorridenti, autonomi, efficienti.
Ma noi siamo rimasti a navigare lenti nel nostro mare di sangue nuovo e vita fresca, a fiumi: tra le gambe il tuo parto, la mia ferita che non può guarire, quella porta oramai attraversata, tu nato, io nata.
E stretti stretti ancora, pure nell’attesa più inattesa, il freddo e il tremore simile alla morte e il terrore allo stomaco, il cuore svuotato, il seno riempito: il latte.

È arrivato con una potenza inaudita, sembrava sgorgare dalle viscere della terra, il mio petto come un vulcano. Da allora abbiamo trascorso ore uno attaccata all’altra, di giorno, di notte, di giorno, di notte, sempre. Dormivi sul petto come un uccellino e sotto le coperte ci siamo scambiati sguardi che rimarranno nostri e segreti per sempre. Le notti in cui piangevi senza sosta ti spogliavo, nudo, mi spogliavo, nuda, pelle sulla pelle: “Mamma è qui, mamma non se ne va”.
Te lo ripetevo con convinzione profonda, naturale, istintiva e mi sentivo crescere le radici. Così sono diventata un albero che neppure il più funesto degli uragani può sradicare lontano da te.

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Ho pensato continuamente: muoio di stanchezza, di sonno, di smarrimento, di solitudine, muoio d’amore, di felicità, di tenerezza.
E sono morta, infatti, mille volte. E poi risorta, mille volte.

Ti abbiamo visto crescere come un prodigio, ti si è accesa la vita negli occhi, nei gesti, nelle gambe, nei passi ed allora ho capito: per te tuo padre ed io non siamo stati che una scintilla.

Ami l’acqua, l’aria, la luce.

E chiami a te quel che desideri. Anche se sei ancora muto, il tuo corpo è tutto parlante, è un alfabeto di cellule che si moltiplicano, di connessioni che si accendono veloci ogni secondo.

Dal chicco di riso sulla tavola alla nave che vediamo entrare in porto, ogni cosa è un grido di stupore, un indice puntato, il desiderio di un nome come Adamo nell’Eden.

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La notte tocchi me e poi tuo padre, me e poi tuo padre, come la bacchetta di un metronomo che scandisce il tempo e il buio. E ancora oggi, a dodici mesi compiuti, ti svegli dopo appena una manciata di sonno lasciandomi digiuna di riposo, una poltiglia d’amore e stanchezza. Senza aprire gli occhi mi cerchi con la mano, mi accarezzi, mi colpisci, mi respiri, il tuo fiato sul naso, sugli occhi e sulla bocca risana tutte le piaghe del cuore.

Per nove mesi mi hai condotta dentro il buio più nero delle mie paure, hai illuminato tutto perché potessi vederne il fondo. Nascendo mi hai fatta animale, mi dimenavo in acqua nella morsa della vita che viene, l’istinto delle viscere, le grida. Mi hai aperta come un seme la zolla, come un terremoto la terra, ero polvere, natura, seme, sangue, muscoli, tendini, ossa, senza pensiero, senza divinità, senza tormento, quasi morta, tutta viva: dove il corpo è intero non c’è paura.

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Hai riempito di te ogni anfratto, angolo, spazio, buco: te sulla bocca, sul seno, negli occhi, sulla pelle, sulle braccia, sulla pancia.

Quando corri lontano ti giri, mi cerchi, mi guardi, mi ami, mi raggiungi.

Guardi tuo padre quando mi abbraccia, mi bacia, mi cura, mi sorride, mi cerca, mi trova e impari da lui i gesti degli uomini forti, pieni di grazia.

Appena nato ti portava sul palmo, adesso sulle sue spalle stai come un agnello. Mentre parla o si muove lo osservi senza perdere una sillaba, memorizzando ogni gesto. Nel presente lui è già la tua memoria. Papà ti conduce dove il mondo si svela, fra le sue leggi, tra la terra e il mare, tra gli atomi e la carne, ti inizia ai suoi misteri, ti rende curioso, coraggioso, attento e quando ti pettina con la sua spazzola sei felice come… un bambino!

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Un anno.

Ho amore per te ed ho paura per te.
Tu sei piccolo e il cuore dell’uomo è un abisso.

“Devo insegnargli a volare – mi dico – devo insegnargli a nuotare, devo insegnargli a perdere”.
Ma ti guardo assorto nei tuoi pensieri e capisco che hai già il tuo mondo interiore, il giardino segreto da seminare, i luoghi nei quali io non avrò accesso, dove ti vedrò entrare da solo, senza seguirti, senza capirti.
E allora insegnami a volare,
insegnami a nuotare,
insegnami a perdere.

Quando rientro da scuola gridi e con le mani alzate corri per casa: è il rituale della tua gioia.Quando canto mi guardi senza batter ciglio, con la bocca socchiusa e gli occhi lucenti.Che il mio canto possa restarti nelle orecchie, il mio amore negli occhi, i baci nelle mani e nel corpo tutti i “Ti amo” sussurrati da tuo padre, spargili ovunque, come un contadino che semina grano e sii paziente per coloro che non sapranno riconoscerne il valore.

Un anno.

Dopo averti dato alla luce, ancora in vasca, la mia ostetrica mi teneva stretta stretta la mano, mentre l’ostetrica dell’ospedale cominciava a lavarmi con gesti sicuri, veloci, sapienti. Non dimenticherò mai di aver compreso in quel momento la forza che può dare far comunità e farla tra donne. Benedico il cielo per ogni mano che mi ha aiutata, per ogni voce che mi ha consolata, per ogni donna che mi ha guardata e amata, per ogni madre che mi ha sostenuta e per la mia che mi ha generata. Oggi è anche la loro festa.

Sei figlio mio, nostro, loro. Figlio di chi ti ha accolto, sorriso, atteso, curato.

Il tuo cuore sia in pace.

Buon compleanno!

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(Tutte le foto presenti nel post sono di Carlo Columba)

 

 

 

 

 

Un’intima primavera rovente

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Patti Smith quest’anno ha composto il suo piccolo presepe sudamericano sulla bandana rossa che gli regalò William S. Burroughs.
Quando l’ho letto ho pensato: “Diamine, wow!”. Non solo riflettendo su quante persone che hanno fatto la storia di musica e letteratura lei abbia incontrato, ma anche per il suo modo personalissimo di ricordarsi del Natale.

Il mio modo personalissimo di prepararmi al nuovo anno è, da qualche capodanno a questa parte, scrivere di lei, e di lei e me.

Nei 365 giorni che sto per lasciarmi alle spalle mi rendo conto di aver corso all’impazzata a cavallo fra i miei trentasette e trentotto anni, percorrendo territori sconosciuti terribili a tratti, straordinari.
Il ventre mi si è gonfiato come vela di maestrale, nuda, in acqua, ho partorito mio figlio, tra grida, sangue, mani di uomo amato sulla fronte. Ho sentito tutto il potere di cui sono regina e poi la fragilità, la stanchezza, la solitudine, la tenerezza, la passione, l’amore.

Tutto diverso,
tutto maestoso e bellissimo,
tutto tragico,
tutto disordinato,
tutto vero a perdifiato.

Capisco in altro modo, lo dico, lo scrivo, lo ridico, lo riscrivo.
Giro lo sguardo interiore come la testa delle civette e vedo cose che prima non sapevo esistessero.
E Patti e lì. Con un altro libro da leggere (da Devotion, Patti Smith, Edizione Passaggi Bompiani), insieme all’uomo con cui condivido l’affetto e la stima per lei. Libro letto lentamente, abitando i brandelli di tempo comune senza bocca da nutrire, culo da pulire, vita da crescere, benedetta in ogni cellula, in eterno.

Patti parte, attraversa l’oceano verso l’Europa continuamente. Sceglie con cura i libri da portare in viaggio e chiude gli occhi immaginando di trovarsi sulla punta di enormi ghiacciai:

Mi sistemo al mio posto, bevo acqua minerale, e mi lascio trasportare da un libro che racconta una vita, un frammento di Simone Weil. Il libro scelto di fretta si è rivelato più che utile e il soggetto è un modello ammirevole per una moltitudine di modi di pensare. […] Chiudendo gli occhi, visualizzo la cima di un ghiacciaio e scivolo in un’intima primavera rovente circondata da pareti impenetrabili di ghiaccio.

Patti è con noi, come una maestra interiore, la leggiamo, l’ascoltiamo, la citiamo mentre diamo forma ai nostri sogni futuri di viaggi, di arte nelle mani, di libertà realizzate, di identità inesplorate.
Noi, per niente precisi ed efficienti… Le sue visioni ci danno il coraggio di navigare a zonzo fra i nostri desideri, mangiando mandorle sul divano e
intrecciando i piedi e i fiati ad ogni riga,
gli sguardi e cuori,
la stanchezza e i dolori.
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Patti visita i cafè francesci, ripercorre la vita degli scrittori europei, mangia e beve dove hanno bevuto e mangiato loro, legge quel che loro hanno letto, rende omaggio alle loro tombe. In Italia visita gli affreschi di Giotto, le stanze dei monasteri antichi, resta in piedi, silenziosa, all’idroscalo di Ostia dove fu straziato Pasolini e offesa l’intelligenza e piagato l’animo di tutti.

Tornata a New York, ho faticato un po’ nel riaggiustarmi chimicamente. Avevo soprattutto dei lunghi momenti di nostalgia, una brama di essere dove ero stata. Prendere il caffè la mattina al Cafè de Flore, i pomeriggi al giardino della Gallimard, esplosioni di produttività su un treno in corsa.

Trascorre molto tempo con sua figlia Jesse, parla ai gatti, scrive, beve caffè nero al bar del quartiere. Ha cura e devozione per il suo tempo interiore e vive senza rancori. Imparo da lei che non esiste il tempo perso, imparo perfino che mai niente è perduto, dei vivi come dei morti.

Tutto è solenne, onesto, potente.

Imparo da lei che d’imparare non finisce mai il tempo, da quel che non si conosce e perfino da quel che si sa bene.
La racconto a mio figlio che non pronuncia parole, lui tutto corpo ancora muto che parla con il pianto, con gli occhi, con le braccia tese, con la saliva in faccia, con sillabe stentate.

Da quando il mio corpo ha dato vita alla vita desidero trovare la forza di ogni cosa, la magia delle persone, le alchimie che tengono in piedi il mondo. Nessun mito, nessuna idealizzazione. La forza come è, l’amore come è, la morte perfino e il buio com’è.

Patti ha tanto sofferto. Ha patito la fame, la solitudine, ha partorito a sedici anni una bambina che non ha potuto crescere, ha perduto l’amore della sua vita all’improvviso e prematuramente, ha vissuto il lutto per la morte del fratello e di mille amici che AIDS ed eroina falciavano senza nessuna misericordia o pietà.
Eppure la vita le piace moltissimo, ama il giorno del suo compleanno e sempre ringrazia i suoi genitori per averla fatta nascere.
Racconta del dolore come il fuoco che brucia, riscalda, rinnova. Lo accetta, lo guarda, lo tocca, infila dentro le mani, i piedi, ci cammina dentro. Non fugge.

Non fugge.

Ho guardato in cielo le nuvole minacciose.
Ho supplicato mio fratello.

“Todd, puoi aiutarmi? Sono da sola nel giorno del tuo compleanno e cerco una persona che si chiama Simone”. 
Ho sentito la sua mano che mi guidava. Alla mia destra c’era un’area boscosa e ho sentito che dovevo andare lì. Di colpo mi sono fermata. riuscivo a sentire l’odore della terra. C’erano allodole e passeri, un fascio di luce sottile che appariva e poi scompariva. Ho girato la testa senza alcuna pausa estatica e l’ho trovata, in tutta la sua umile grazia. Ho aperto il soffietto della macchina fotografica, ho regolato le lenti e ho fatto qualche foto. Mentre mi inginocchiavo per mettere il mio piccolo fagotto sotto il suo nome, si sono formate parole, ruzzolando come una filastrocca. Mi sono sentita nella pace più assoluta. La pioggia è andata scemando. Avevo le scarpe fradice. La Luce non c’era, ma l’amore sì.

Happy birthday Patricia, you are born!

Januar von Patti Smith - Making of ; January by Patti Smith - Making of;

Corpo a corpo

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Allatto da quattro mesi e quindici giorni.
Allatto di giorno e di notte, col fresco e col caldo, col sorriso e nel pianto, se sto bene o se sto male.

All’inizio il mio bimbo non sapeva ciucciare. Ma ha imparato, mentre piangevamo insieme, lui di fame, io di un amore che non volevo perdere.
Ha imparato, aprendo la bocca grande che sembrava un uccellino. Bocca grande ed occhi chiusi.
E così dal 4 aprile non faccio altro che questo: allattare.

A volte mio figlio si attacca al seno perché è stanco o ha sonno o ha desiderio di stare con la sua mamma. Così ho compreso che la fame non riguarda solo le viscere.
E, poi, un’altra cosa ho capito allattando: che il dualismo non esiste. Bene, male, giusto, sbagliato, bello, brutto…Noi umani siamo tutti immischiati con tutto. E, infatti, allattare è bellissimo ed è terribile. Bellissimo come il più tenero dei sentimenti, la più selvaggia sensazione d’esser viva, il più sano degli istinti. Terribile come una stanchezza feroce, come i pianti di disperazione per il sonno che corrode il cervello e che fa dire ogni mattino: io non ce la faccio più.
Tutto mischiato, come il corpo del mio bambino su di me e l’odore acre del sudore e quello dolciastro del latte, il profumo della sua pelle nuova e quello pungente della pipì. Mischiato, come i rigurgiti sul materasso e la cacca fuori dal pannolino alle quattro del mattino. Come la gioia mischiata alla stanchezza e lo stupore allo sconforto.

Allatto da quattro mesi e quindici giorni. Il peso del mio bambino è più che raddoppiato ed io lo guardo e so che le sue cosce sono il mio latte, lo sono i suoi piedi e le sue mani, prima ferme e ora frenetiche, che mi carezzano il seno o lo afferrano per tenerlo in bocca stretto lasciandomi sulla pelle con le unghiette affilate dei cuccioli i segni della più intima e antica delle relazioni. Il mio latte sono i suoi occhi e il suo sorriso, quando si stacca un attimo per guardarmi e un rivolo di latte dalla bocca cola sulla guancia a zig zag.

Non appena la fame è saziata sul capezzolo ci poggia la faccia e dorme e affonda il naso dentro al seno. Quando posso lo lascio dormire così e dormo anche io e poi tra le mani gli trovo i miei capelli o le briciole del pane mangiato tenendolo addosso. A volte respiriamo all’unisono a volte a me manca il respiro perché il mio corpo è tutto nuovo e mi ci perdo dentro cercando una nuova strada. Quando è lui ad aver paura io faccio respiri profondi e lunghi e lui va su e giù sulla mia pancia e si placa. Ed io con lui.

Succhia il mio latte e succhia la mia malinconia, insieme al parmigiano che divoro, insieme ai miei desideri, alle paure, le ferite, le medicine, i ricordi. Fa un pasto completo di me. E il suo corpo mischia lui a me e a suo padre, ancora, anche fuori dall’utero, in una combinazione sconosciuta che la vita intera non basterà a scoprire.

La notte  dorme se gli alito addosso, come il bue e l’asinello, dormiamo poco e corpo a corpo. Cerca il seno, si attacca, dorme, si stacca, scalcia, lo riprende, si sveglia, mangia, piange, si gira, mi graffia, sorride, mi cerca, ri-dorme, ri-mangia, mi guarda.

Allatto da quattro mesi e quindici giorni e ho capito che anche per l’allattamento come per la gravidanza esiste un racconto edulcorato a misura di commercio, che ci vuole ordinate, composte e riservate, profumate di colonia, sorridenti e pettinate.

Perché spettinate e sudate coi seni all’aria, le occhiaie stanche, gli occhi lucidi e ogni imperfezione alla luce non corrispondiamo a nessun immaginario.

Che l’allattamento possa essere un’esperienza feroce lo s’impara sul campo. Ed è difficile accettare che sia così. Eppure, questo campo di vita e di battaglia, solcato da notti insonni e nuove solitudini è il solo posto dove desidero dimorare.

Lì cresce l’amore che il mio bimbo ha portato e cresce mio figlio. Lì cresco io, cresce la persona che non smette di venire alla luce nonostante lo strazio della stanchezza. Perché si può dire di essere stanche fino a vomitare senza contraddire la felicità. Si può dire che è difficile e che si soffre a vedersi diverse da come ci si era immaginate, ma che quel che si scopre è pulito come acqua di fonte.

Ogni mamma fa le sue scelte su come allattare e nutrire il suo bambino ed ogni scelta ha in se stessa tutto l’amore necessario perché il bimbo possa crescere sano e felice.

Io ho fatto la mia di scelta, e so che sono libera di trasformarla in qualunque momento senza che nessun giudizio o consiglio debba  dilaniare il cuore. Ma intanto, per trovare la forza che mi serve ogni notte quando lui mangia ed io vorrei solo dormire, lo bacio sulla testa, sulle guance, sulla bocca e prego sussurrando: Il tuo corpo non se ne dimentichi mai, resti benedetto per sempre da questi baci, da questo amore, da questa fatica. Il mio latte ti renda forte e il tuo corpo sia colmo di grazia e di ogni tenerezza. La vita sia abbondante in ogni tuo gesto come lo è il latte nel mio seno e sentiti libero d’esser debole, come mi sento io notte dopo notte, e la tua vita che cresce mi riempia di  tanto tanto coraggio. Così sia.

Questa è la mia esperienza, fino ad oggi: quattro mesi e quindici giorni.

Adesso, la vita.

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Non ho smesso di scrivere solo perché non ho più un minuto di tempo per me e se ce l’ho, dormo. Ho smesso anche perché sento di non avere al momento nulla da dire  come prima.

Mio figlio mi ha resa muta.

Adesso la vita si svolge sul piano del sentire e dell’agire, sopratutto: di minuto in minuto percepire cosa bisogna fare e farlo.
Ci vuole forza fisica, è una prova di resistenza. Forza e nervi flessibili, così come richiede la vita che cresce.

È un allenamento spietato, spesso dolce, fatto di latte che fuoriesce dal seno e macchia le magliette, fatto di occhiaie e lacrime sotto la doccia, fatto di smarrimento e di momenti imperfetti e felici.
I vestiti di prima non vanno, servono scollature buone a nutrire ovunque e a qualsiasi ora e sorrido di quelli che per farmi un complimento mi dicono d’esser magra “come prima”, perché in me non vi è neppure una fibra uguale a prima.

Io non ho la forma che avevo e neppure sento di corrispondere alla forma di mamma. Ognuna è madre a modo suo, credo, con la propria felicità indicibile e la propria ferita da rimarginare.

Esiste un’idea di maternità a cui si fa riferimento che con la realtà dell’esperienza c’entra poco. È costruita. Ma la maternità non è una costruzione, un prodotto che può esser progettato a tavolino, è corpo che s’impone, è una gioia incisa nella carne anche quando sembra che tutto vada a scatafascio. È un sentiero obbligato che si percorre, però, a modo proprio dove ci si può incontrare con altre donne se si è disposte a rivedersi in esperienze simili e a non ritrovarsi ma ad accogliere storie diverse. Dovremmo esser capaci di creare una rete sociale di solidarietà e mutuo aiuto, capaci anche di immaginare e costruire un mondo diverso. Noi possiamo. Messe a nudo davanti a noi stesse e dopo un faccia a faccia tanto intenso con la vita e con la morte, noi possiamo, se abbiamo la pazienza e l’audacia di abitare tutto quel che proviamo e non diventare le madri che gli altri si aspettano o che l’immaginario comune impone.

C’è troppa meraviglia nello sguardo dei nostri bimbi nello scoprire il mondo, per non tentare almeno di viverlo in modo nuovo.

Per questo sento che le mie parole sono e vogliono essere differenti. Cercano di dar voce al desiderio che ho di far emergere la trasformazione e di comprenderla man mano che ininterrotta continua ad accadere. Tutto è più scarno, breve, forte, vero.

E in questo laboratorio esistenziale anche “Eufemia”, inevitabilmente, è alle prese con la sua metamorfosi.