Ora.

Il mondo, mio figlio.

Il mondo, mio figlio.

La tua nascita ha disintegrato ogni cosa. Tu sei il mio disordine che non posso rimettere a posto. Tutto è da ricollocare, rivalutare, risignificare ogni giorno, ogni momento. Del “prima” ho perduto il bagaglio. Non ho abiti di ricambio, rifugio, riparo.

Ho perduto la strada che conoscevo, le parole che avevo imparato, sono straniera nel corpo, ovunque.

Da un anno siamo fabbri, carpentieri, falegnami del nostro mondo nuovo. Io, tuo padre, tu. Accampati ai piedi delle nostre montagne interiori, tentiamo scalate, cerchiamo appigli su cui puntare i piedi, affidare il nostro peso e i nostri slanci.

Quel che ti serve lo imparo con te. Ti nutri dei miei errori ma per ogni sentiero ben preso aumenti il passo verso la strada che sarà la tua. Porterai addosso le cicatrici dei miei sbagli e farò cose che nutriranno la tua rabbia e il tuo desiderio di separarti da me. I miei sbagli, viatico per la tua indipendenza.

Torna a baciarmi, però.

Invento parole nuove, un vocabolario di tenerezza e sangue, con pagine bianche di silenzio, di sconforto senza sillabe, di stanchezza e paure da ammutolire il cuore.

Studio. Osservo. Ti guardo, ti amo.

Mi chiami, mi ami, mi ciucci, mi baci.

Sei il mio laboratorio di nuove alchimie. Quel che vivremo insieme sarà la nostra dimora, mai finita del tutto, mai posseduta davvero. Saremo nomadi, viaggeremo con bagaglio leggero, ti porterò ovunque mi sarà possibile, fino alla cima della torre di Babele, dove si moltiplicano lingue e differenze, dove nulla è assoluto, unico, rigido, onnipotente.

Non ci sarà anfratto del mondo che ti riparerà dalle fratture umane, dai crolli, dalla terra che trema sotto i piedi della tua vita, nessun nascondiglio in tutta la crosta terreste o la volta celeste.

Bisogna rompersi per sopravvivere, spezzarsi come fa il pane, come fece il Nazareno, diventare briciola, farsi trasportare dal vento su altre terre. Da lì ricominciare.

Dimmi quel che non so, portami dove non vedo. Tu conosci già quel che io farò fatica a comprendere.

Sono tua madre. La tua ricchezza, la tua povertà.

Io ti darò il mondo, tu me lo spiegherai daccapo, rinnovato, diverso.

Imparo sulla tua pelle ad essere madre. Fuori da ogni metafora. Siamo sfollati, fuori dai paragoni, dagli esempi, dalle comparazioni. Tutto è quel che è. Senza scampo né inganno né bugie.

Prendimi per mano ora, non quando io sarò anziana e tu un uomo. Prendimi per mano ora che io sono giovane e tu bambino. Prendimi per mano ora che non parli, ora che sei tutto istinto e fame, potenza e corpo. La strada la conosci tu. È la pienezza del tempo, adesso.

“Bisogna seguire il bambino, è lui il maestro” (Maria Montessori)

Stralunata

Patti e Jackson Smith

Patti e Jackson Smith

La sera, perfino la sera quando senti che stai per morire di stanchezza, spettinata e in pigiama, stralunata e tramortita. Perfino quando hai dolori e pensi: “Fottiti malattia del cazzo…però aspe’ non mi ammazzare per favore”, perfino quando non riesci a scrivere per mesi, a pensare per settimane, a parlare per giornate intere e perfino quando il bagno è social e la solitudine bandita, perfino allora stare con il tuo bambino può essere Rock and Roll.

Io l’ho capito oggi, quando ho visto la foto di Patti Smith con il piccolo Jackson e gliel’ho subito inviata alla mia amica Valentina la foto, ma le ho solo saputo dire: Vale, Vale, Vale!!

Stasera invece, mentre veglio sul mio bambino che dorme in macchina, che pare di pasta di mandorla per quanto è bello, proprio qui in un parcheggio del supermercato al tramonto, capisco.

Patti e Fred avevano comprato una barca per vivere sul mare e pescare i gamberetti. Poi Patti ha scoperto d’essere incinta. E allora la barca l’hanno messa in giardino e ci andavano a leggere e a prendere il thè.

Perché bisogna essere morbidi, avere sogni morbidi, flessibili, rimodellabili. E avere un’officina nel cuore e cercare la poesia come fosse pepita d’oro, con l’amore per setaccio, l’amore e il desiderio, desiderio ovunque: dentro, fuori,sulla pelle, sul cuore, in testa, sui genitali, sulle mani, nello stomaco, in mezzo ai piedi.

Lo devo dire a Valentina.

 

Ho visto, la Madonna.

(Opera di Clorophillas)

(Opera di Clorophillas)

E fammela sta grazia, Madonna che sei bella!
Appari in sogno a tutti: “Ma quale Immacolata!
Il parto è con dolore
il sangue scorre a fiumi
Gesù mio,
di placenta rivestito,
amore di mamma, gioia mia,
sembri il re, pari il messia!”.
E dillo a tutti quanti che parli e non sei muta,
benedetto il frutto dell’amore,
dei corpi avvinghiati,
sudati,
innamorati.E non azzannatela, la Madonna mia,
con i denti avvelenati
con i dogmi raffinati.Madonna,
femmina sorella,
madre dei cuori a brandelli,
sbranati dai lupi,
ascolta la preghiera:
“Risorgici gli occhi,
risorgici la fame,
la sete,
i muscoli delle cosce.
Disperdici per strade sconosciute
che impariamo a chiedere aiuto e parlarci,
a parlarci e guardarci,
a guardarci e inventare una meta.
Madonna che sei bella,
donala la forza alle madri stanche
agli uomini addolorati
accendi un cero per noi
e falle succedere le cose belle,
quelle a sorpresa
quelle piene di attesa.
Madonna mia, che bella la grazia…
delle ragazze che si fanno la coda,
di mio padre che si graffia con le rose,
delle donne anziane con le amiche sottobraccio,
del rosmarino sulle patate
dello zucchero a velo
dei baci appassionati
che non possono finire.
E ti pare a te mi lasci senza amore!
Neanche per sogno!
Dammi la gioia fremente, ardente, sapiente,
ardita, amante, grondante.
Maria, Madonna addolorata,
cosa hanno fatto a tuo figlio,
Oh madonna mia!
“Oh disgraziati farabutti, figli di cani, il mio ragazzo, me l’avete ammazzato, la luce dei miei occhi, io l’ho partorito e allattato, e lavato e asciugato e cresciuto! Il mio tesoro, la vita mia! L’avete legato, bastonato, torturato, ucciso! Io vi ammazzo disgraziati, i vermi devono mangiarvi vivi!”.
Madonna,
ti consolo,
ti abbraccio, coraggio.
Piangi, furia di madre!
Lacrime a piena di fiumi!
Utero a lutto!
Benedetto il dolore che grida la rabbia!Madonna che fra poco è Pasqua
e vallo a capire come fu la pietra spostata,
la morte violata,
il corpo vivente!

E fammela sta grazia
di mio figlio che sta bene
e chi lo incontra s’innamora!
E se la vita gli spacca il cuore
nella crepa – prometti –  fioriscano i giacinti profumati,
le ginestre
e i papaveri di maggio!

E cambiale le carte in tavola, porcoilmondo,
che non sono i naufraghi che devono morire,
ma tutto io ti devo dire?!

Madonna che sei bella,
amica mia e sorella,
diciamoci le cose,
guardiamoci negli occhi,
adesso,
e nell’ora della morte mi pettini i capelli?

Amen.

It takes a year (Il primo compleanno!)

Non c’è stato né mai ci sarà un anno simile a questo. Il primo della tua vita e il primo della mia maternità.

Alla fine dei nove mesi e un giorno eravamo pronti, ma acerbi. Dovevamo maturare insieme, al calore dei nostri corpi, bagnati da lacrime nuove, riparati all’ombra di tuo padre.

Siamo cresciuti intrecciati, impastati, mescolati, diversi ma uniti. E mentre tu cambiavi lineamenti ed espressioni, pur rimanendo identico a tua nonna e suo figlio, mutavo anch’io, lasciando ovunque brandelli di vecchia pelle, asciugandomi nel corpo, aderendo alle ossa,
sottile e forte,
stremata e forte,
debole e forte,
forte.

Il mio seno è stato la tua casa, il solo rifugio che ti riparasse dal freddo, dal pianto, dalla fame, dalle ingiustizie che da subito non sono riuscita ad evitarti, dalle malelingue, dalla tristezza, dalla prepotenza di un mondo che ci chiedeva d’esser presenti, disponibili subito, sorridenti, autonomi, efficienti.
Ma noi siamo rimasti a navigare lenti nel nostro mare di sangue nuovo e vita fresca, a fiumi: tra le gambe il tuo parto, la mia ferita che non può guarire, quella porta oramai attraversata, tu nato, io nata.
E stretti stretti ancora, pure nell’attesa più inattesa, il freddo e il tremore simile alla morte e il terrore allo stomaco, il cuore svuotato, il seno riempito: il latte.

È arrivato con una potenza inaudita, sembrava sgorgare dalle viscere della terra, il mio petto come un vulcano. Da allora abbiamo trascorso ore uno attaccata all’altra, di giorno, di notte, di giorno, di notte, sempre. Dormivi sul petto come un uccellino e sotto le coperte ci siamo scambiati sguardi che rimarranno nostri e segreti per sempre. Le notti in cui piangevi senza sosta ti spogliavo, nudo, mi spogliavo, nuda, pelle sulla pelle: “Mamma è qui, mamma non se ne va”.
Te lo ripetevo con convinzione profonda, naturale, istintiva e mi sentivo crescere le radici. Così sono diventata un albero che neppure il più funesto degli uragani può sradicare lontano da te.

IMG-20190401-WA0008

Ho pensato continuamente: muoio di stanchezza, di sonno, di smarrimento, di solitudine, muoio d’amore, di felicità, di tenerezza.
E sono morta, infatti, mille volte. E poi risorta, mille volte.

Ti abbiamo visto crescere come un prodigio, ti si è accesa la vita negli occhi, nei gesti, nelle gambe, nei passi ed allora ho capito: per te tuo padre ed io non siamo stati che una scintilla.

Ami l’acqua, l’aria, la luce.

E chiami a te quel che desideri. Anche se sei ancora muto, il tuo corpo è tutto parlante, è un alfabeto di cellule che si moltiplicano, di connessioni che si accendono veloci ogni secondo.

Dal chicco di riso sulla tavola alla nave che vediamo entrare in porto, ogni cosa è un grido di stupore, un indice puntato, il desiderio di un nome come Adamo nell’Eden.

IMG-20190401-WA0009

La notte tocchi me e poi tuo padre, me e poi tuo padre, come la bacchetta di un metronomo che scandisce il tempo e il buio. E ancora oggi, a dodici mesi compiuti, ti svegli dopo appena una manciata di sonno lasciandomi digiuna di riposo, una poltiglia d’amore e stanchezza. Senza aprire gli occhi mi cerchi con la mano, mi accarezzi, mi colpisci, mi respiri, il tuo fiato sul naso, sugli occhi e sulla bocca risana tutte le piaghe del cuore.

Per nove mesi mi hai condotta dentro il buio più nero delle mie paure, hai illuminato tutto perché potessi vederne il fondo. Nascendo mi hai fatta animale, mi dimenavo in acqua nella morsa della vita che viene, l’istinto delle viscere, le grida. Mi hai aperta come un seme la zolla, come un terremoto la terra, ero polvere, natura, seme, sangue, muscoli, tendini, ossa, senza pensiero, senza divinità, senza tormento, quasi morta, tutta viva: dove il corpo è intero non c’è paura.

IMG-20190401-WA0010

Hai riempito di te ogni anfratto, angolo, spazio, buco: te sulla bocca, sul seno, negli occhi, sulla pelle, sulle braccia, sulla pancia.

Quando corri lontano ti giri, mi cerchi, mi guardi, mi ami, mi raggiungi.

Guardi tuo padre quando mi abbraccia, mi bacia, mi cura, mi sorride, mi cerca, mi trova e impari da lui i gesti degli uomini forti, pieni di grazia.

Appena nato ti portava sul palmo, adesso sulle sue spalle stai come un agnello. Mentre parla o si muove lo osservi senza perdere una sillaba, memorizzando ogni gesto. Nel presente lui è già la tua memoria. Papà ti conduce dove il mondo si svela, fra le sue leggi, tra la terra e il mare, tra gli atomi e la carne, ti inizia ai suoi misteri, ti rende curioso, coraggioso, attento e quando ti pettina con la sua spazzola sei felice come… un bambino!

IMG-20151223-WA0002

Un anno.

Ho amore per te ed ho paura per te.
Tu sei piccolo e il cuore dell’uomo è un abisso.

“Devo insegnargli a volare – mi dico – devo insegnargli a nuotare, devo insegnargli a perdere”.
Ma ti guardo assorto nei tuoi pensieri e capisco che hai già il tuo mondo interiore, il giardino segreto da seminare, i luoghi nei quali io non avrò accesso, dove ti vedrò entrare da solo, senza seguirti, senza capirti.
E allora insegnami a volare,
insegnami a nuotare,
insegnami a perdere.

Quando rientro da scuola gridi e con le mani alzate corri per casa: è il rituale della tua gioia.Quando canto mi guardi senza batter ciglio, con la bocca socchiusa e gli occhi lucenti.Che il mio canto possa restarti nelle orecchie, il mio amore negli occhi, i baci nelle mani e nel corpo tutti i “Ti amo” sussurrati da tuo padre, spargili ovunque, come un contadino che semina grano e sii paziente per coloro che non sapranno riconoscerne il valore.

Un anno.

Dopo averti dato alla luce, ancora in vasca, la mia ostetrica mi teneva stretta stretta la mano, mentre l’ostetrica dell’ospedale cominciava a lavarmi con gesti sicuri, veloci, sapienti. Non dimenticherò mai di aver compreso in quel momento la forza che può dare far comunità e farla tra donne. Benedico il cielo per ogni mano che mi ha aiutata, per ogni voce che mi ha consolata, per ogni donna che mi ha guardata e amata, per ogni madre che mi ha sostenuta e per la mia che mi ha generata. Oggi è anche la loro festa.

Sei figlio mio, nostro, loro. Figlio di chi ti ha accolto, sorriso, atteso, curato.

Il tuo cuore sia in pace.

Buon compleanno!

IMG_20190404_095426

(Tutte le foto presenti nel post sono di Carlo Columba)

 

 

 

 

 

Un’intima primavera rovente

03SMITH-master768

Patti Smith quest’anno ha composto il suo piccolo presepe sudamericano sulla bandana rossa che gli regalò William S. Burroughs.
Quando l’ho letto ho pensato: “Diamine, wow!”. Non solo riflettendo su quante persone che hanno fatto la storia di musica e letteratura lei abbia incontrato, ma anche per il suo modo personalissimo di ricordarsi del Natale.

Il mio modo personalissimo di prepararmi al nuovo anno è, da qualche capodanno a questa parte, scrivere di lei, e di lei e me.

Nei 365 giorni che sto per lasciarmi alle spalle mi rendo conto di aver corso all’impazzata a cavallo fra i miei trentasette e trentotto anni, percorrendo territori sconosciuti terribili a tratti, straordinari.
Il ventre mi si è gonfiato come vela di maestrale, nuda, in acqua, ho partorito mio figlio, tra grida, sangue, mani di uomo amato sulla fronte. Ho sentito tutto il potere di cui sono regina e poi la fragilità, la stanchezza, la solitudine, la tenerezza, la passione, l’amore.

Tutto diverso,
tutto maestoso e bellissimo,
tutto tragico,
tutto disordinato,
tutto vero a perdifiato.

Capisco in altro modo, lo dico, lo scrivo, lo ridico, lo riscrivo.
Giro lo sguardo interiore come la testa delle civette e vedo cose che prima non sapevo esistessero.
E Patti e lì. Con un altro libro da leggere (da Devotion, Patti Smith, Edizione Passaggi Bompiani), insieme all’uomo con cui condivido l’affetto e la stima per lei. Libro letto lentamente, abitando i brandelli di tempo comune senza bocca da nutrire, culo da pulire, vita da crescere, benedetta in ogni cellula, in eterno.

Patti parte, attraversa l’oceano verso l’Europa continuamente. Sceglie con cura i libri da portare in viaggio e chiude gli occhi immaginando di trovarsi sulla punta di enormi ghiacciai:

Mi sistemo al mio posto, bevo acqua minerale, e mi lascio trasportare da un libro che racconta una vita, un frammento di Simone Weil. Il libro scelto di fretta si è rivelato più che utile e il soggetto è un modello ammirevole per una moltitudine di modi di pensare. […] Chiudendo gli occhi, visualizzo la cima di un ghiacciaio e scivolo in un’intima primavera rovente circondata da pareti impenetrabili di ghiaccio.

Patti è con noi, come una maestra interiore, la leggiamo, l’ascoltiamo, la citiamo mentre diamo forma ai nostri sogni futuri di viaggi, di arte nelle mani, di libertà realizzate, di identità inesplorate.
Noi, per niente precisi ed efficienti… Le sue visioni ci danno il coraggio di navigare a zonzo fra i nostri desideri, mangiando mandorle sul divano e
intrecciando i piedi e i fiati ad ogni riga,
gli sguardi e cuori,
la stanchezza e i dolori.
IMG_20170712_232111
Patti visita i cafè francesci, ripercorre la vita degli scrittori europei, mangia e beve dove hanno bevuto e mangiato loro, legge quel che loro hanno letto, rende omaggio alle loro tombe. In Italia visita gli affreschi di Giotto, le stanze dei monasteri antichi, resta in piedi, silenziosa, all’idroscalo di Ostia dove fu straziato Pasolini e offesa l’intelligenza e piagato l’animo di tutti.

Tornata a New York, ho faticato un po’ nel riaggiustarmi chimicamente. Avevo soprattutto dei lunghi momenti di nostalgia, una brama di essere dove ero stata. Prendere il caffè la mattina al Cafè de Flore, i pomeriggi al giardino della Gallimard, esplosioni di produttività su un treno in corsa.

Trascorre molto tempo con sua figlia Jesse, parla ai gatti, scrive, beve caffè nero al bar del quartiere. Ha cura e devozione per il suo tempo interiore e vive senza rancori. Imparo da lei che non esiste il tempo perso, imparo perfino che mai niente è perduto, dei vivi come dei morti.

Tutto è solenne, onesto, potente.

Imparo da lei che d’imparare non finisce mai il tempo, da quel che non si conosce e perfino da quel che si sa bene.
La racconto a mio figlio che non pronuncia parole, lui tutto corpo ancora muto che parla con il pianto, con gli occhi, con le braccia tese, con la saliva in faccia, con sillabe stentate.

Da quando il mio corpo ha dato vita alla vita desidero trovare la forza di ogni cosa, la magia delle persone, le alchimie che tengono in piedi il mondo. Nessun mito, nessuna idealizzazione. La forza come è, l’amore come è, la morte perfino e il buio com’è.

Patti ha tanto sofferto. Ha patito la fame, la solitudine, ha partorito a sedici anni una bambina che non ha potuto crescere, ha perduto l’amore della sua vita all’improvviso e prematuramente, ha vissuto il lutto per la morte del fratello e di mille amici che AIDS ed eroina falciavano senza nessuna misericordia o pietà.
Eppure la vita le piace moltissimo, ama il giorno del suo compleanno e sempre ringrazia i suoi genitori per averla fatta nascere.
Racconta del dolore come il fuoco che brucia, riscalda, rinnova. Lo accetta, lo guarda, lo tocca, infila dentro le mani, i piedi, ci cammina dentro. Non fugge.

Non fugge.

Ho guardato in cielo le nuvole minacciose.
Ho supplicato mio fratello.

“Todd, puoi aiutarmi? Sono da sola nel giorno del tuo compleanno e cerco una persona che si chiama Simone”. 
Ho sentito la sua mano che mi guidava. Alla mia destra c’era un’area boscosa e ho sentito che dovevo andare lì. Di colpo mi sono fermata. riuscivo a sentire l’odore della terra. C’erano allodole e passeri, un fascio di luce sottile che appariva e poi scompariva. Ho girato la testa senza alcuna pausa estatica e l’ho trovata, in tutta la sua umile grazia. Ho aperto il soffietto della macchina fotografica, ho regolato le lenti e ho fatto qualche foto. Mentre mi inginocchiavo per mettere il mio piccolo fagotto sotto il suo nome, si sono formate parole, ruzzolando come una filastrocca. Mi sono sentita nella pace più assoluta. La pioggia è andata scemando. Avevo le scarpe fradice. La Luce non c’era, ma l’amore sì.

Happy birthday Patricia, you are born!

Januar von Patti Smith - Making of ; January by Patti Smith - Making of;

Corpo a corpo

IMG-20180814-WA0000

Allatto da quattro mesi e quindici giorni.
Allatto di giorno e di notte, col fresco e col caldo, col sorriso e nel pianto, se sto bene o se sto male.

All’inizio il mio bimbo non sapeva ciucciare. Ma ha imparato, mentre piangevamo insieme, lui di fame, io di un amore che non volevo perdere.
Ha imparato, aprendo la bocca grande che sembrava un uccellino. Bocca grande ed occhi chiusi.
E così dal 4 aprile non faccio altro che questo: allattare.

A volte mio figlio si attacca al seno perché è stanco o ha sonno o ha desiderio di stare con la sua mamma. Così ho compreso che la fame non riguarda solo le viscere.
E, poi, un’altra cosa ho capito allattando: che il dualismo non esiste. Bene, male, giusto, sbagliato, bello, brutto…Noi umani siamo tutti immischiati con tutto. E, infatti, allattare è bellissimo ed è terribile. Bellissimo come il più tenero dei sentimenti, la più selvaggia sensazione d’esser viva, il più sano degli istinti. Terribile come una stanchezza feroce, come i pianti di disperazione per il sonno che corrode il cervello e che fa dire ogni mattino: io non ce la faccio più.
Tutto mischiato, come il corpo del mio bambino su di me e l’odore acre del sudore e quello dolciastro del latte, il profumo della sua pelle nuova e quello pungente della pipì. Mischiato, come i rigurgiti sul materasso e la cacca fuori dal pannolino alle quattro del mattino. Come la gioia mischiata alla stanchezza e lo stupore allo sconforto.

Allatto da quattro mesi e quindici giorni. Il peso del mio bambino è più che raddoppiato ed io lo guardo e so che le sue cosce sono il mio latte, lo sono i suoi piedi e le sue mani, prima ferme e ora frenetiche, che mi carezzano il seno o lo afferrano per tenerlo in bocca stretto lasciandomi sulla pelle con le unghiette affilate dei cuccioli i segni della più intima e antica delle relazioni. Il mio latte sono i suoi occhi e il suo sorriso, quando si stacca un attimo per guardarmi e un rivolo di latte dalla bocca cola sulla guancia a zig zag.

Non appena la fame è saziata sul capezzolo ci poggia la faccia e dorme e affonda il naso dentro al seno. Quando posso lo lascio dormire così e dormo anche io e poi tra le mani gli trovo i miei capelli o le briciole del pane mangiato tenendolo addosso. A volte respiriamo all’unisono a volte a me manca il respiro perché il mio corpo è tutto nuovo e mi ci perdo dentro cercando una nuova strada. Quando è lui ad aver paura io faccio respiri profondi e lunghi e lui va su e giù sulla mia pancia e si placa. Ed io con lui.

Succhia il mio latte e succhia la mia malinconia, insieme al parmigiano che divoro, insieme ai miei desideri, alle paure, le ferite, le medicine, i ricordi. Fa un pasto completo di me. E il suo corpo mischia lui a me e a suo padre, ancora, anche fuori dall’utero, in una combinazione sconosciuta che la vita intera non basterà a scoprire.

La notte  dorme se gli alito addosso, come il bue e l’asinello, dormiamo poco e corpo a corpo. Cerca il seno, si attacca, dorme, si stacca, scalcia, lo riprende, si sveglia, mangia, piange, si gira, mi graffia, sorride, mi cerca, ri-dorme, ri-mangia, mi guarda.

Allatto da quattro mesi e quindici giorni e ho capito che anche per l’allattamento come per la gravidanza esiste un racconto edulcorato a misura di commercio, che ci vuole ordinate, composte e riservate, profumate di colonia, sorridenti e pettinate.

Perché spettinate e sudate coi seni all’aria, le occhiaie stanche, gli occhi lucidi e ogni imperfezione alla luce non corrispondiamo a nessun immaginario.

Che l’allattamento possa essere un’esperienza feroce lo s’impara sul campo. Ed è difficile accettare che sia così. Eppure, questo campo di vita e di battaglia, solcato da notti insonni e nuove solitudini è il solo posto dove desidero dimorare.

Lì cresce l’amore che il mio bimbo ha portato e cresce mio figlio. Lì cresco io, cresce la persona che non smette di venire alla luce nonostante lo strazio della stanchezza. Perché si può dire di essere stanche fino a vomitare senza contraddire la felicità. Si può dire che è difficile e che si soffre a vedersi diverse da come ci si era immaginate, ma che quel che si scopre è pulito come acqua di fonte.

Ogni mamma fa le sue scelte su come allattare e nutrire il suo bambino ed ogni scelta ha in se stessa tutto l’amore necessario perché il bimbo possa crescere sano e felice.

Io ho fatto la mia di scelta, e so che sono libera di trasformarla in qualunque momento senza che nessun giudizio o consiglio debba  dilaniare il cuore. Ma intanto, per trovare la forza che mi serve ogni notte quando lui mangia ed io vorrei solo dormire, lo bacio sulla testa, sulle guance, sulla bocca e prego sussurrando: Il tuo corpo non se ne dimentichi mai, resti benedetto per sempre da questi baci, da questo amore, da questa fatica. Il mio latte ti renda forte e il tuo corpo sia colmo di grazia e di ogni tenerezza. La vita sia abbondante in ogni tuo gesto come lo è il latte nel mio seno e sentiti libero d’esser debole, come mi sento io notte dopo notte, e la tua vita che cresce mi riempia di  tanto tanto coraggio. Così sia.

Questa è la mia esperienza, fino ad oggi: quattro mesi e quindici giorni.

Adesso, la vita.

IMG_20180723_183609

Non ho smesso di scrivere solo perché non ho più un minuto di tempo per me e se ce l’ho, dormo. Ho smesso anche perché sento di non avere al momento nulla da dire  come prima.

Mio figlio mi ha resa muta.

Adesso la vita si svolge sul piano del sentire e dell’agire, sopratutto: di minuto in minuto percepire cosa bisogna fare e farlo.
Ci vuole forza fisica, è una prova di resistenza. Forza e nervi flessibili, così come richiede la vita che cresce.

È un allenamento spietato, spesso dolce, fatto di latte che fuoriesce dal seno e macchia le magliette, fatto di occhiaie e lacrime sotto la doccia, fatto di smarrimento e di momenti imperfetti e felici.
I vestiti di prima non vanno, servono scollature buone a nutrire ovunque e a qualsiasi ora e sorrido di quelli che per farmi un complimento mi dicono d’esser magra “come prima”, perché in me non vi è neppure una fibra uguale a prima.

Io non ho la forma che avevo e neppure sento di corrispondere alla forma di mamma. Ognuna è madre a modo suo, credo, con la propria felicità indicibile e la propria ferita da rimarginare.

Esiste un’idea di maternità a cui si fa riferimento che con la realtà dell’esperienza c’entra poco. È costruita. Ma la maternità non è una costruzione, un prodotto che può esser progettato a tavolino, è corpo che s’impone, è una gioia incisa nella carne anche quando sembra che tutto vada a scatafascio. È un sentiero obbligato che si percorre, però, a modo proprio dove ci si può incontrare con altre donne se si è disposte a rivedersi in esperienze simili e a non ritrovarsi ma ad accogliere storie diverse. Dovremmo esser capaci di creare una rete sociale di solidarietà e mutuo aiuto, capaci anche di immaginare e costruire un mondo diverso. Noi possiamo. Messe a nudo davanti a noi stesse e dopo un faccia a faccia tanto intenso con la vita e con la morte, noi possiamo, se abbiamo la pazienza e l’audacia di abitare tutto quel che proviamo e non diventare le madri che gli altri si aspettano o che l’immaginario comune impone.

C’è troppa meraviglia nello sguardo dei nostri bimbi nello scoprire il mondo, per non tentare almeno di viverlo in modo nuovo.

Per questo sento che le mie parole sono e vogliono essere differenti. Cercano di dar voce al desiderio che ho di far emergere la trasformazione e di comprenderla man mano che ininterrotta continua ad accadere. Tutto è più scarno, breve, forte, vero.

E in questo laboratorio esistenziale anche “Eufemia”, inevitabilmente, è alle prese con la sua metamorfosi.

Il tempo imperfetto

(foto di Artem Rozhnov)

(foto di Artem Rozhnov)

Io non so se esistono esperienze che non possono essere narrate, quel che sperimento, al momento, è che per raccontare l’esperienza del parto, non esiste nulla di esaustivo nel vocabolario della mia lingua madre.

Si procede allora a piccoli passi muti e non certo mentre “si torna alla normalità”, perché dopo il parto di “normale” non c’è nulla e non si può ritornare a quel che era, c’era e si faceva prima. E’ un passaggio verso un altrove e solo una direzione è possibile, soltanto avanti si può andare. Il parto lancia verso la vita con la forza delle cose vere che tolgono spazio a qualunque tipologia di ragionamento. Serve la consapevolezza dell’essere e del fare, di giorno così come nella notte.

Ma è un punto di partenza da ri-visitare, piano piano, per recuperare ogni pezzo dell’esperienza vissuta e trarne  la forza e lo stupore necessario per non lasciarsi travolgere dalla stanchezza né tanto meno dalle aspettative, neppure le nostre.

Perché anche “tu” non sei più quella che ha infilato di fretta e con fatica le scarpe da tennis per correre in ospedale tra una contrazione e un respiro profondo e serve tempo  ed occorre coraggio per rendersi conto della metamorfosi. Frutto di una nuova nascita, come il proprio bambino, madre di se stesse con una identità da scoprire e da plasmare che le notti insonni e la fatica e la paura e perfino la gioia non possono cancellare se non al prezzo di sacrificare ogni nuova cosa sull’altare della paura che tutto invecchia.
E così bisogna fare la strada, farla e poi percorrerla, perché non ne esistono due uguali nonostante il parto sia forse la più condivisa tra le umane esperienze.

Ed è oggi che si comincia, che il tempo di rimandare è terminato e la vita adesso è verissima ed ha la forma e l’odore e il calore di un essere umano di carne e sangue e del proprio sangue pure e del proprio calore che è tutto da sentire, perché il corpo, se ne ha la prova esperenziale ed evidente oramai, non può ingannare.

Il parto porta verità, ovunque, come un’esplosione. E la luce può essere accecante e paralizzare il cuore che non regge, nel senso proprio di supportare, nulla che non sia reso dalla vita a sua misura. Penso che tale compito spetti all’amore, l’amore concreto che con la quotidianità della sua presenza quella luce la rende da inaccessibile, vivibile, da troppo forte a necessaria agli occhi.

E il corpo accompagna l’animo nella gradualità di adattamento, si riprende piano dalla fatica della luce, si riprende con una poesia nascosta nelle piaghe, nelle suture, nel sangue in eccesso, nel latte che compare come una sorgente e che trasforma il corpo ancora una volta, di nuovo.

Io lo so, lo sento, di non aver ancora capito niente, di non aver ancora pianto tutta l’acqua buona ad irrigare e sanare, so, però, perché lo riconosco adesso nello sguardo di molte donne, che il tempo imperfetto del post parto è quello buono, così com’è, perché è quello adatto a se stesse, al bambino e all’uomo con il quale quel figlio lo si è generato e che pure si ama diversamente ora, perché quella luce non lascia fuori niente.

Per questo il post che sto scrivendo lo sto anche amando tanto, perché non è scritto come i precedenti, nella concentrazione e nella disponibilità del mio tempo, ma con una mano sola, mentre l’altra dondola la culla dove al caldo di una coperta color del cielo respira, sommessa e potente, la vita che mi aspetta.

 

Di luce

bump-painting-in-gravidanza

Le cose che si trasformano con la gravidanza sono moltissime anche se so che saranno più chiare dopo aver attraversato l’esperienza del parto.

Oggi sono stata in ospedale per fare il tracciato. Mi sono messa sul lettino, ho scoperto la pancia ed ho sentito i 145 battiti al minuto del nostro bambino.

Nel lettino accanto al mio una giovane donna con le contrazioni. Seduta, perché di stare sdraiata con quel dolore non se ne parlava. Aveva i capelli neri lunghi, una camicia da notte bianca. Ad ogni contrazione, a voce bassa, si lamentava. “Ahi ahi – diceva – non ce la faccio più”. Le contrazioni erano cominciate alle due del mattino, ma la dilatazione era ancora a zero.

Osservandola ed ascoltandola mi sono chiesta molte cose, cercando di capire a cosa corrispondesse quanto stavo sentendo in quel momento.

Quella donna era bella, di una bellezza che non avevo mai visto. Aveva i capelli spettinati, non un filo di trucco, la peluria sulla pancia, un paio di fantasmini blu ai piedi. Ma era davvero bellissima. Fragile e potente, sfinita e forte, terrorizzata e coraggiosa. Aveva fame e caldo, aveva fretta, ma restava calma, seduta su quel lettino.

“Non pensavo che non mi interessasse nulla di stare mezza nuda davanti ad estranei”, mi ha detto. Era libera, tutte le categorie che di solito ci incasellano o ci imprigionano stavano lì, in frantumi ai suoi piedi, accanto alle ciabatte a fiori, quelle di tutti i giorni, perché quelle nuove, nella fretta, erano rimaste a casa.
“Sta andando tutto in modo diverso da come avevo immaginato”, mi ha confidato. Ma non lo diceva con tristezza o rabbia, lo diceva con stupore e tremore, come chi sta camminando e di gran passo su una strada che non aveva mai attraversato prima.
Era talmente libera che in quel momento di esserlo non le importava nulla. Voleva smettere di star male, voleva il suo bambino.

L’ho lasciata lì, mentre io venivo liberata dal macchinario e rimandata a casa.

Spero abbia partorito, e spero stia bene. Ma, soprattutto, spero di non dimenticare quel che ho visto e intravisto: canoni diversi, criteri differenti.

Capita spesso che venute meno le condizioni di lotta, trasformazione e si, anche  di sofferenza, ci si dimentichi della libertà sperimentata. Si sente la vertigine, il rischio della solitudine e si cerca il conforto della strada conosciuta. Non è certo una colpa. Spesso non è neppure un meccanismo riflesso e proprio per questo accade e basta.

Però, nonostante la paura dell’ignoto che è di ogni partoriente, nonostante il corpo senta potenza di vita e pericolo di morte abitarlo contemporaneamente senza poterli separare fin dai mesi di gravidanza, nonostante la perdita dell’immagine che si è costruite di se stesse, nonostante vengano scoperchiati in quel momento tutti gli angoli chiusi e remoti del cuore, e ci sia paura e ansia e tanto dolore, spero che quella donna non perda memoria della libertà che ha sperimentato e condiviso con me, seppur di passaggio. Non lo dimenticherò: mentre dava alla luce il suo bambino, in qualche modo ha dato un po’ di quella luce anche a me.

Passaggio. In ebraico si dice Pesah, in italiano si traduce Pasqua, appunto.

Noi ragazze

cop_Pane_nero_Mafai:2008Alcune settimane fa ho pranzato con una donna di ottantacinque anni, la signora Lucia, volitiva e con una memoria vividissi-ma, nonostante i malanni dell’età.
Mi ha parlato di molte cose, un po’ per farsi conoscere, un po’ per conoscere me, anche attraverso le mie reazioni al suo raccontarsi: occhi, corpo, parole.
E di fronte ai suoi ricordi di guerra, subita e vissuta a Roma poco più che bambina, io sono rimasta tutta occhi, però, senza parole.
Non era solo quel che raccontava a rapirmi dentro riflessioni e sensazioni fortissime, ma era la forza del racconto: un dramma ancora intatto, come intatta era la rabbia e la memoria dei personaggi che quella guerra l’hanno giocata solcando a sangue la vita di un intero popolo, come sempre disgraziatamente accade.

Poi, appena qualche giorno dopo, ho sentito in radio di un libro di Miriam Mafai: Pane nero. Donne e vita quotidiana durante la seconda guerra mondiale. L’ho letto con la fame di chi in questi tempi di penuria di senso e buon senso, sente la necessità di un nutrimento che non sappia di slogan senza radici, di semplificazioni della realtà, di rigurgiti fascisti. E’ stato davvero incredibile ritrovare fra le pagine della Mafai, gli stessi racconti e stati d’animo che la signora mi aveva trasmesso pochi giorni prima.

Il libro comincia narrando del 10 giugno 1940, di quel discorso che Mussolini fece per annunciare l’entrata in guerra del nostro paese, discorso che venne accolto quasi si trattasse di una festa.
Si credeva sarebbe durata ancora per poco la guerra e che, con il minimo sforzo, l’Italia si sarebbe guadagnata la partecipazione al tavolo dei “grandi”.

Le manie di grandezza di quel fascismo, a me che ne conosco il massacro e la disperazione che ne seguirono, sembrano ridicole fino ad essere offensive. La razza, l’impero, il prestigio. Una favola orribile capace di incantare la maggior parte degli italiani, non capisco ancora come e perché. La guerra non fu né veloce né indolore, fu un’immane tragedia, fu distruzione ed umiliazione.

Se i primi tempi si pregava perché l’Italia vincesse, presto si cominciò a pregare per la pace, perché “con la fame cresce la rabbia per le ingiustizie”.

E della fame, la signora Lucia me ne aveva parlato, delle bucce delle fave arrostite che si mangiavano davanti al focolare senza che ne rimanesse una sola briciola. In silenzio, perché sembrava incredibile e surreale anche a loro stessi.

Con gli uomini al fronte le donne si trovarono ad affrontare una vita che non avevano immaginato per se stesse. Non la scelsero, di fatto, se la ritrovarono fra le mani come unica alternativa alla morte: “La fame e la guerra spingono le donne fuori di casa, le obbligano a cercare un lavoro, a prendere decisioni, ad aiutare coloro che sparano o a sparare loro stesse; le obbligano ad uscire dal ruolo che era stato loro affidato dal fascismo e dalla Chiesa, di moglie e madre esemplare. Questa uscita dal ruolo non avviene sempre coscientemente. In molti casi, al contrario, si giustifica proprio col desiderio di mantenere fede fino in fondo a una tradizionale immagine di sé: Ma, una volta vissuta, la trasgressione incide nella coscienza di tutte, rivelando l’esistenza e la possibilità di percorsi individuali sconosciuti, certo più accidentati ma anche più gratificanti di quelli che alle donne erano riservati in passato”.

Era dura a morire l’idea che avevano interiorizzato di se stesse, quel modello di femminilità scelto da altri, maschi di potere o sacri che fossero.

Eppure, come le mie orecchie hanno udito dalla voce ferma di Lucia, erano le bambine che andavano a fare la fila per ottenere il carbone necessario a cucinare il poco che c’era, ed erano le donne a portare avanti le fabbriche, le ferrovie, le poste, l’Italia! Così come furono le donne a tessere la rete connettiva della Resistenza, percorrendo chilometri e chilometri in bicicletta, portando missive, armi, viveri, volantini: “La guerra costringe a cambiare abitudini […] Ma sollecita e stimola anche qualche corda segreta, quello spirito di avventura che normalmente le donne reprimono e puniscono quasi fosse una vergogna ed un peccato”.

Gli uomini che dal fronte riuscirono a tornare, però, desideravano ritrovare le certezze che avevano lasciato partendo. Quella possibilità d’essere padroni in casa propria, dopo essere stati servi di un regime e di un’ideologia che li aveva portati a sfiorare la morte e comunque a vederla ovunque attorno a loro. La superiorità dell’uomo sulla donna frutto dell’intreccio e del vicendevole sostegno tra politica fascista e l’ideologia cattolica, sembra ingoiare quasi del tutto l’esperienza che le donne avevano fatto di se stesse. Ma così non sarà, non del tutto, perché avere stretto al collo un cappio dai tedeschi per estorcere una confessione o vedere morire il proprio bambino per il latte divenuto cattivo a causa della fame e dello spavento costante, non sono esperienze che permettono di tornare come si era prima.

Anche la signora Lucia mi ha raccontato della paura, sentita in corpo più che consapevolizzata a causa dell’età e della confusione e della fame, vista e riconosciuta nei lineamenti della madre. La paura provata davanti alla fermata del bus, nella speranza di veder tornare il proprio padre,  non rimasto sotto un bombardamento, non ucciso dal fuoco dei soldati tedeschi.

“I bambini, circa trenta – racconta Elide Ruggeri – erano tutti morti tra le braccia delle loro madri. Alcuni adulti riuscirono incredibilmente a salvarsi, sepolti sotto i morti. Anche io, ferita, restai tra i cadaveri. Sopra di me e al mio fianco c’erano i cadaveri delle mie cugine e quello di mia madre, sventrata. Restai così immobile tutto il giorno e tutta la notte seguenti, sotto la pioggia, in un mare di sangue e quasi non respiravo più”.

La signora Lucia sembra non trovare parole abbastanza dispregiative per definire Mussolini e per la verità, neppure a  Vittorio Emanuele III, risparmia la sua incredibile ed intatta carica di rabbia mista a dolore. La ferita della guerra non è aperta, poiché la vita è andata avanti, sono state fatte scelte, affrontate difficoltà, vissute gioie e altri quotidiani dolori, ma non è neppure chiusa, perché dimenticare è morire. La ferita è viva, iscritta nella sua esperienza e portata addosso come bagaglio pesante, ma prezioso.

E sono proprio questi i sentimenti che mi hanno aiutata a leggere Pane nero, con lo stupore e l’interesse che il libro merita. Scritto in modo lineare, asciutto, chiaro, il testo della Mafai mi ha aiutata a leggere ed interpretare una parte di storia tanto recente e tanto discussa dalla quale io provengo e che mi porto dentro inevitabilmente. Attraverso le testimonianze che Miriam Mafai ha raccolto ho potuto far luce sulla mia identità di donna, in Italia, oggi. Un oggi difficile che incredibilmente guarda al passato rievocando quello spirito grottesco e tragico di una grandezza costruita su discriminazioni, demagogie e una profonda radicale ignoranza, quella su cui l’odio si annida e prolifera come forma di difesa verso un mondo divenuto troppo complesso per essere vissuto.

Pane nero è un libro che rende fiere le donne, per quella partecipazione alla Resistenza tanto attiva e fondamentale per la liberazione del nostro paese e tanto omessa dalla successiva storiografia. E’ un libro che permette di intravedere quella rete di fili rossi che dalla perseveranza, fiducia e coraggio di allora, conducono oggi alla perseveranza, alla fiducia e al coraggio di cui le donne hanno bisogno. Ed è un libro che apre gli occhi e fa sentire tutto il disgusto che il fascismo e che i fascismi, che la guerra e che le guerre meritano.

Miriam Mafai

Miriam Mafai

Infine, per chi non la conoscesse già, il libro è un modo per incontrare la vita e la scrittura di Miriam Mafai, una donna con la quale, se fosse ancora in vita, mi piacerebbe stare ore a parlare. Vorrei ascoltare da lei il racconto delle sue esperienze e, allo stesso tempo, dirle di me, della gratitudine che sento verso chi come lei, ha reso possibile percorrere strade altrimenti impensabili per noi donne. Mi piacerebbe dirle, guardandola con sguardo complice quel che la signora Lucia ha detto a me, con uno spirito di solidarietà che non potrò dimenticare, appena una battuta, ma che pronunciata da una donna di ottantacinque anni verso una di trentasette in gravidanza, ha avuto per me il sapore prezioso di una consegna: “Comunque Giulia, la verità è che noi ragazze ce la caviamo sempre!”: