Niente

Oceano Atlantico, Portogallo.

Oceano Atlantico, Portogallo.

Questo è il racconto della mia malattia. Fino al 2016, anno in cui è stato pubblicato sul sito “Abbiamo le prove”, sito fondato da Violetta Bellocchio.

Oggi, a distanza di anni, lo ripubblico qui su Eufemia, mentre la malattia alza il tiro ed io provo a non ritirarmi sconfitta.

Nel frattempo, però, qualcosa di straordinario è accaduto. Ho dato alla luce un bambino.

Niente

Avevo ventiquattro anni e mi facevano male le ginocchia. Mi hanno detto di non pensarci e di anni ne ho fatti venticinque. Il dolore alle ginocchia non è passato, però, e il mio colon ha cominciato ad infiammarsi come le viscere di un vulcano.

Il primo medico che mi ha visitata, mi ha detto che non avevo niente. Niente. Proprio così ha detto. Lo ha fatto mentre mi porgeva la mano per congedarmi. Non ricordo più che faccia avesse. Non ci giurerei sul fatto che avesse davvero una faccia, infatti.  

Poi, una sera, questo Niente, mi ha fatta alzare dal letto, mi ha portata in bagno e mi ha fatta svenire sul pavimento freddo di ceramica bianca. 

In ospedale un medico ha affondato la sua mano al centro del mio intestino e io mi sono sollevata dalla barella urlando e piangendo. Sarebbe stato il primo di molti salti.

Mi hanno messa in lista per una colonscopia e mi hanno dimessa. Senza troppe spiegazioni.

Dopo qualche settimana per un intero pomeriggio ho bevuto due litri d’acqua con una polverina gialla dal gusto viscido e dolce. Ne bevevo un bicchiere ogni due pagine del libro che stavo studiando per il prossimo esame, a ritmo costante. Ho trascorso l’intera notte in bagno. Non avevo mai notato come fosse insopportabile la luce dei bagni, bianca, amplificata dagli specchi, violenta quasi. Al mattino presto mentre mi preparavo per andare in ospedale mi sono accorta dell’arrivo delle mestruazioni. Quando l’ho riferito all’infermiera che mi spiegava di dovermi spogliare completamente, mi ha detto: “Sei proprio sfortunata figlia mia”. Mi ha dato un cespuglio di cotone idrofilo da mettere in mezzo alle gambe e mi ha chiesto di seguirla. 

La colonscopia prevede la possibilità di aver somministrato un anestetico, perché avere un tubo con telecamera che ti attraversa l’intestino può far male. Ma a me non lo hanno fatto. Ero giovane, sembravo forte, hanno detto. Mentre sentivo il sangue gocciolare dal mio corpo giovane e forte, stringevo i pugni per sopportare il dolore del tubo che mi ispezionava. Un dolore inutile, perché nel colon non c’era Niente. Per scrupolo il gastroenterologo mi ha mandata in ginecologia, per una ecografia pelvica. Ho messo gli slip, un assorbente vero e mi sono rivestita senza riuscire a recuperare del tutto la posizione eretta. In ginecologia non mi hanno rivolto la parola, solo indicato il lettino su cui sdraiarmi, il modo in cui posizionare le gambe. E mentre io cercavo ancora di capire cosa realmente mi stesse accadendo, il ginecologo senza preavviso ha inserito la sonda dell’ecografo in vagina. Ho sobbalzato anche qui per il dolore, ricordo di aver pensato: sono morta! Ma non ero morta. Ero giovane, forte e non avevo niente, in fondo. Mi hanno ricoverata per qualche giorno, per  le mie ovaie ingrossate. Poi sono tornata a casa con una confezione di estrogeni sotto braccio e nessuna diagnosi.

Di anni ne ho intanto compiuti ventisei. Mi facevano male le ginocchia, il colon, e pure le dita delle mani. Mi hanno detto di andare da un immunoreumatologo. Ho prenotato in ospedale prima, poi  privatamente. Mi ha fatto le ecografie alle articolazioni e un prelievo per la ricerca di anticorpi. Ma non è venuto fuori Niente. A quel punto mi ha posto la domanda che sarebbe diventata il cruccio della mia giovinezza. Me l’ha fatta mentre scriveva su un foglio con penna stilografica il resoconto della visita effetuata. Io gli vedevo i riccioli bianchi e radi sulla sua testa di primario, parlava con voce sottile, con le labbra incurvate a metà tra un sorriso e uno sdegno indelebile, mi ha chiesto: “Ma lei è un tipo nervoso? Potrebbe essere un problema psicologico. Tipicamente femminile”. Avrei voluto interrogarlo approfonditamente sul significato di “problema psicologico tipicamente femminile”, invece ho preso i fogli, pagato 180 euro e sono andata via. 

A ventisette anni le mie mani in inverno hanno cominciato a diventar gonfie e viola, a ventotto è arrivato il dolore ai polsi e ai gomiti. A ventotto e mezzo camminavo spesso con le stampelle. Sono partita per un centro specializzato nella Milano delle grandi guarigioni, la terra promessa per gli abitanti del Sud, dove gli ospedali hanno le mura diroccate e si affittano in nero le sdraio per l’assistenza clandestina ai malati ricoverati. In questa clinica con il parco annesso e i pavimenti lucidi mi hanno trattenuta per cinque giorni e mi hanno sottoposta ad ogni tipo di esame. In immunoreumatologia non c’era posto, però, e mi hanno ricoverata in cardiologia. Lì ogni infermiere e ogni parente in visita mi guardava esclamando: “Oh povera, così giovane!”. Non ho ritenuto opportuno informarli di non essere cardiopatica, in fondo quella pena per me mi sembrava legittima. Ho condiviso la stanza con un’anziana signora che se le faceva addosso ogni giorno e che non diceva una parola. Io ho apprezzato il suo mutismo, speculare al mio, e ho impiegato il tempo leggendo, ascoltando musica e sognando di uscire di lì con una diagnosi ed una terapia. Una diagnosi e una terapia, “ma che razza di sogni hai”, ho detto a me stessa, un po’ ridendo, un po’ piangendo. Dopo cinque giorni e quattro notti mi hanno diagnosticato una patologia autoimmune che si chiama “Connetivite indifferenziata” e stavano perfino per somministrarmi una terapia, ma il colpo di scena degli anticorpi negativi ha fatto crollare tutto. Il risultato delle analisi non rispondeva per intero ai parametri necessari per poter procedere con i farmaci. Dunque, hanno rinnegato la diagnosi e mi hanno detto che non avevo Niente. Ho fatto le valigie, un giro al parco e sono tornata a casa.

Al san Camillo di Roma, un medico gentile dall’aria distaccata, dopo avermi sottoposta all’ennesima trafila di esami, mi ha prescritto un “farmaco biologico”, che però di biologico e sano non ha nulla, tanto che si può ritirare solo nella farmacia dell’ospedale dopo aver firmato un mazzetto di deliberatorie con le quali si declina l’ospedale da ogni responsabilità. Mi hanno insegnato ad iniettarmi questo annunciato siero magico nella coscia e mi hanno rispedita a casa, anche loro, con una borsa frigo fucsia per conservare a zero gradi la speranza della mia guarigione. Dopo la seconda puntura però i miei occhi non riuscivano a stare aperti per il prurito e il mio corpo si è riempito di bolle rosa confetto. Avevo avuto una reazione allergica alla speranza. 

Ora di anni ne ho trentasei. Ho eseguito altre due colonscopie, una gastro, tre risonanze magnetiche, infinite ecografie, molte radiografie, un elettromiografia, due capillaroscopie, molteplici e ripetute analisi di laboratorio. Facendo la spola da uno specialista all’altro, un giorno ho comprato un quaderno, ho diviso le pagine in due colonne. Su una ho scritto: “Le cose che ho perdute” e nell’altra, invece, “Le cose che ho imparato”.

Cose perdute:

La fiducia nei medici

La possibilità di gestire il mio tempo sulla base di ciò che voglio e non a seconda di come mi sento.

La sensazione di essere in forma e poter affrontare la giornata.

Vivere da sola in una città diversa dalla mia.

Lavorare a tempo pieno.

Andare in bicicletta.

Correre.

Saltare.

Dormire notti tranquille.

Mangiare quello che voglio.

Fare sport.

Viaggiare da sola.

Condividere il bagno con altre persone.

Fare progetti a lunga scadenza.

La convinzione che possa esserci una soluzione per ogni cosa.

La possibilità di improvvisare.

Cose imparate

Il dolore fisico costringe ad un silenzio che non può essere raccontato.

La necessità di avere un mondo interiore complesso e articolato, per rifugiarvisi nei momenti di solitudine.

Non irrigidire i muscoli durante le fitte, perché così gli spasmi durano meno.

Soffrire conduce o alla pietà verso gli esseri viventi o alla durezza del cuore. Meglio scegliere la prima.

Controllare di aver messo le pillole in borsa prima di chiudere la porta di casa.

Le cose normali come mangiare, andare in bagno, camminare, fare le scale sono bellissime cose da fare.

Non andare alle visite mediche coi capelli puliti, ben vestita e truccata, perché altrimenti non ci credono che stai soffrendo.

Fortificare la fiducia in quello che il proprio corpo dice, anche se il resto del mondo ti contraddice.

Se sei donna tireranno sempre in ballo il fattore psicologico. Impara a conoscerti e sii forte.

I medici maschi, anche i più illuminati, sostanzialmente non capiscono un cazzo del ciclo mestruale.

Io non sono la mia malattia. Io ho una malattia.

Quando ti senti male e pensi che muori, molto probabilmente non muori. Sii paziente e aspetta. Dopo un po’ andrà meglio.

Il dolore che diminuisce è come una resurrezione.

Non devi dimostrare niente a nessuno, non giustificarti per le cose che non riesci a fare più bene.

Non cominciare a fare l’amore se qualcosa ti fa troppo male o se ti senti molto stanca.

Se ti viene da piangere, piangi. Ma sola o davanti a qualcuno che ti vuol bene. Non in ospedale o davanti ai medici, altrimenti pensano che hai un problema psicologico tipicamente femminile. 

Se qualcuno ti ama chiedigli aiuto, digli che hai paura e che sei stanca da non poterne più.

Alla fine l’elenco delle cose imparate è visibilmente più lungo dell’elenco delle cose perdute. Ma  quello che è veramente difficile è accettare che sia la malattia a dettare la necessità di ogni cambiamento, a rivoltarti il corpo a sbaragliare il cuore, a dettar legge nella tua vita. Quello che è veramente difficile è accettare lo scarto tra quanto con fatica ti sei preparata a fare, a vivere e quello che il tuo corpo è realmente in grado di affrontare. Quello che è veramente difficile da accettare è che la malattia sia quasi invisibile, perché è così che sono le malattie autoimmuni: invisibili , conosciute poco e da pochi.  

A breve farò altri controlli, un altro giro di giostra. La malattia cambia con me e trasforma le preoccupazioni, le paure e le aspettative. Oggi, a 36 anni, la mia paura più grande e di non poter dare alla luce un bambino, di non poterlo accudire, di non poter giocare con lui, partecipare attivamente alla sua crescita. Ho paura che le difficoltà abbiano la meglio sull’amore e la morte sulla vita. Ma questo non glielo dico ai medici. Non lo dico a nessuno. In fondo sono ancora giovane, forte e non ho niente. 

 

Nodo lucente

Paolo Borsellino, giudice.

Paolo Borsellino, giudice.

 

 

 

 

 

 

 

“.. verità svanita –
o nodo
lucente – di tutta una vita
che fu sognata – forse –

oh, per averti sognata,
mia vita cara,
benedico i giorni che restano –
il ramo morto di tutti i giorni che restano,
che servono
per piangere te”.

da La vita sognata, Antonia Pozzi

Dovevamo saperlo

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Giovanni Falcone, magistrato.

Tutto finì, così rapito!

Precipitoso e lieve

il tempo ci raggiunse.

Di fuggevoli istanti ordì una storia

ben chiusa e triste.

Dovevamo saperlo che l’amore

brucia la vita e fa volare il tempo.

Passato, Vincenzo Cardarelli

Nella luce del mondo

Luna dei monti Iblei. Foto di @carlocolumbafineart

Luna dei monti Iblei. Foto di @carlocolumbafineart

Le notti di luna piena non riesco a dormire. È così da quando portavo mio figlio in grembo.

Da allora ad oggi ho vissuto questo cambiamento come una fatica, stanchezza aggiunta a stanchezza.

Solo con l’ultima luna ho capito che il problema non era non dormire, ma non poter restare sveglia. Avere un ritmo di vita che non mi permette di offrire una notte allo studio o alla scrittura o a un libro letto d’un fiato, al disegno a star raggomitolata a pensare davanti al camino.

Non so ancora come, ma so che qualcosa cambierà.

E questo basta perché sia capodanno.

Ma io ho anche aggiunto una casa di campagna e l’ultimo libro di Patti Smith.

Foto di @carlocolumbafineart

Foto di @carlocolumbafineart

Leggo di lei mentre mio figlio gira intorno al tavolo con la bicicletta, fuori fa buio presto, la stufa a legna è accesa e Carlo inforna le mele.

Così viaggio dai monti Iblei alla California, osservo le sue visioni e sogno di mangiare tacos di pesce insieme a lei in un locale di Santa Cruz.

Ma io non voglio essere lei. Vorrei solo essere me, come Patti sa essere se stessa.

Per questo sono felice di aver capito il senso delle notti bianche di luna il giorno del suo compleanno.

Felice di sperimentare che nel mio corpo è ancora vivo un richiamo ancestrale antico quanto il mondo.

Stamattina ho guardato il mio amore sotto i mandorli spogli, mi sembrava di scorgere i desideri del suo cuore, tutti illuminati dal sole.

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Ci sono luoghi in cui la parte più vera di noi prende il sopravvento.

Anche Patti ha il suo ed una casa a Rockaway beach. L’ha acquistata che stava appena in piedi, oggi è il suo rifugio. Fino a quando non ha potuto ristrutturarla dopo ogni tempesta correva a contare i danni. Ne trovava sempre, ma la casa è rimasta su quel tanto che serviva ad alimentare il suo sogno, la sua intenzione, la sua necessità.

Casa di Patti Smith a Rockaway beach.

Casa di Patti Smith a Rockaway beach.

Chissà quando abbiamo cominciato a credere alla narrazione che distingue il desiderio dalla necessità, la realtà dal sogno. Come se, poi, anche quello che non si può realizzare, non valesse la pena sognarlo comunque. Fin nei particolari.

Stamattina una foglia di quercia è caduta proprio mentre passava il mio bambino. Lui si è fermato, l’ha guardata fino a quando non ha toccato terra, poi si è voltato, mi ha sorriso un attimo ed ha proseguito.

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Sì guarda intorno con sguardo maturo ed è pronto a cogliere ogni segnale. Sembra più un animaletto selvatico che un bambino.

Anche lui sta imparando che il giorno del compleanno di Patti è un giorno in cui star lieti, una festa di famiglia.

Auguri ragazza mia, benedico ciascuno di questi tuoi settantaquattro anni nella luce del mondo.

Patti Smith ❤️

Il giorno del viaggio

Sam Shepard

Sam Shepard

Il ventisette di luglio è il giorno del viaggio.

Chiudo gli occhi e sono in America. L’America degli spazi sconfinati, dei cavali pazzi al galoppo, dei cieli stellati. Del silenzio. Del vento.

Con gli occhi l’America io non  l’ho mai vista. Ma ho letto Sam Shepard.

Ed ho letto Patti Smith che racconta Sam Shepard.

Ed ho visto i suoi film.

E tra un bacio al sapore di caffè e pause di silenzio sulle strade d’Europa, ne ho parlato all’uomo che amo, che ha il Kentucky selvaggio nel cuore e che si commuove per le storie ruvide d’amore e per gli alberi secolari.

Ho pianto per la morte di Shepard.

Rubo il tempo alle cose urgenti, traduco righe dei suoi testi, dall’inglese, mentre cantano le cicale di luglio e mio figlio dorme sudato e perfetto su lenzuola rosse, piene di pieghe. Un’azione inutile, tempo sottratto al dovere, che mi redime, parola dopo parola.

Sam Shepard è morto piano piano per anni, una malattia lo ha lasciato lucido e consapevole fino alla fine ed ha scritto, finché ha potuto.

Finché ha potuto si faceva portare dai figli sotto al portico di casa sua, per restare immerso nel nulla fin dove l’occhio riesce a vedere.

Non ha riempito nessun vuoto. Lo ha descritto piuttosto. E lo ha abitato come un eremita, perfino ad Hollywood.

Il ventisette di luglio è il mio viaggio nel vuoto. È la mia pratica ascetica. È il mio desiderio pazzo di spazio inabitato.

“Se hai dimenticato la brama, sei pazza”.

P.s. Guardate qui https://youtu.be/GQHs6MoJyZY

Un sogno obliato

Paolo Borsellino

Paolo Borsellino

Amai la verità che giace al fondo, quasi un sogno obliato, che il dolore riscopre amica. Con paura il cuore le si accosta, che più non l’abbandona.

Amai, Umberto Saba

Semi tra le pietre

Viaggiamo nel tempo, ogni volta.

L'Etna

L’Etna

E torniamo diversi, più noi stessi e inadatti al mondo.

Ho cucinato torte di grano saraceno in un vecchio forno senza regolazione, Giona ha imparato a lanciare pigne oltre i muretti a secco, lavare i piatti, sedersi sul vasino, camminare tra le spine. Tu hai percorso la campagna in cerca di semi, uomo primitivo, visionario e profeta.

Foto di Carlo Columba

Foto di Carlo Columba

Siamo rimasti la sera seduti fuori, coi maglioni larghi e la kefiah al collo a farci punzecchiare dai moscerini, immobili come asceti, immersi nell’aria, nel silenzio e nel desiderio che gira come macina da mulino e dà sapore al nostro pane quotidiano.

Ci siam lavati poco, vestiti a caso, dormito mischiando calzini alle lenzuola e pigiami improvvisati ad un sogno ininterrotto, perseveranti come grilli nelle notti d’estate.

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Abbiamo attraversato l’isola per asciugare lacrime, abbracciare i vivi, seppellire i morti, portare il nostro amore agli amati ed osservare il dolore che non avvisa né risparmia. Siamo tornati alla campagna come si torna nelle tane, ci siamo leccati le ferite e baciati alla luce della luna che Giona scova sempre, di notte o di giorno, tra le fronde, i tetti, le nuvole: “Mamma ho trovato la luna e una stella!”.

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Giona impara che ci si bacia spesso e per tutto, dappertutto. Mi chiama mamma, Giulia, gioia.

Amore, amore, amore, cambiamo ancora! Con intatto timore. Mescoliamo ogni cosa, di nuovo, costruiamo futuri meticci e cresciamo un figlio animale selvatico, indomito che impari a spezzare recinti  di filo spinato coi denti.

Figlio selvatico

Chiamiamo per nome ogni dolore. Dimmi che mi ami con immutata e commossa meraviglia. Scambiamoci promesse feconde tra Acanti bruciati dal sole che affidano fiduciosi i semi alle pietre.

Foto di Carlo Columba

Foto di Carlo Columba

In campagna le cinciallegre saltellano tra i rami dei cipressi.

Hai nostalgia, tu, dei canti di uccelli numerosi sul pino grande.

Hai la vita dietro le spalle, il futuro fra i rami più alti degli alberi.

Giona è uno scoiattolo.

Foto di Carlo Columba

Foto di Carlo Columba

Siamo tornati, con bagagli di oracoli, miele e mandorle tostate.

Nostro figlio ha piccole radici sotto i suoi piedi.

 

 

 

Ti conserverò un luogo

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Giona mi dorme accanto. Attaccato, appiccicato. Caldo, vivo. Morbido, elastico. Respira tra le mie costole, soffia e mi attraversa. Io suono come un flauto di legno, un canto sottile che si perde nelle pianure del Nebraska. Ti conserverò un luogo, potrai correre come lupo!

Fuori la campagna è di fuoco giallo d’erba, verde cupo di Querce. Si muovono i Daucus.

Io pure respiro, ma non sono un fiore né un bambino.

Sul comodino Emma di Jane Austen.

In valigia un cerchietto a pois.

“Sei bella” – mi ha detto – prima di andar via.

Ho tutta la vita in gola.

 

 

 

Tutto finisce, quando finisce.

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L’ospedale è un altro pianeta.
Basta varcare la soglia per sentire mutare il paesaggio, il clima, la lingua.

In ospedale non è più né giorno né notte e non esiste né passato né futuro. Solo un presente semi incosciente illuminato a neon.

Tutti dotati di mascherina e tutti a distanza. Tranne i bambini piccoli come il mio che conservano il diritto delle narici a soffio libero e delle mani per esplorare.

Mentre sdraiato sul lettino sperimentava i primi aghi in vena, avevo solo gli occhi per dirgli che sarebbe passato presto.

Eravamo tutte mamme senza sorriso o smorfie di sgomento. Ad ogni incrocio di sguardi davamo vita ad un nuovo alfabeto senza suoni e con le sopracciglia e l’anima nelle pupille ci davamo quel che avevamo: coraggio, paura, forza, la condivisione di un’infinita, infinita stanchezza.

La pandemia in ospedale rende le madri più sole, nessuno può darci il cambio. Ho visto donne piangere per la paura di dover affrontare da sole il ricovero dei figli: avevano lo sguardo perso nell’incertezza e le braccia obbedienti alla solidità del lavoro quotidiano: carezzare, lavare, asciugare, pettinare i capelli.

Nelle sale del Pronto Soccorso appesi alla parete c’erano cani ed elefanti, orsetti e crocifissi. E mentre io supplicavo Dumbo di farci volare lontano da lì, mio figlio mi domandava cosa avessero fatto a Gesù.

In ospedale ci si “prende a cuore”. Ma in senso letterale. Sono annullate tutte le distanze sociali, culturali, economiche. Conta solo la relazione: quanto ci si interessa dei figli degli altri, quanto si permette agli altri di andare oltre la soglia della propria storia.
È un baratto di racconti, di parti difficili, di tagli cesari mai rimarginati, di notti senza sonno, di stanchezza disperata, di famiglie sfasciate, di mariti senza lavoro, di bimbi che danno tormento e preoccupazione e dolcezza e soddisfazione e “madunnuzza aiutami tu”.

Io sentivo che ogni cosa che stavo vivendo mi rimaneva appiccicata addosso, impigliata nella rete della preoccupazione. Una rete fitta, ma fatta a pezzi dal mio bambino, tagliata con la lama sottile del suo sorriso sereno che riappariva sempre, una volta finite somministrazioni e medicazioni.

Tutto finisce, quando finisce.

Sarà per questo che il suo passo restava leggero perfino nei corridoi della radiologia.

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Le luci ad accensione automatica nei bagni, i tasti illuminati dell’ecografo lo lasciavano a bocca aperta, e alla terza ecografia suggeriva lui stesso al medico cosa fare, muovendosi per la prima volta sui sentieri dell’esperienza.

L’ho tenuto in braccio, vegliato nella notte. Gli ho sussurrato all’orecchio che la “bua” passa un poco ogni giorno.
Lui mi ha tenuto stretta la mano, mi ha amata e cercata e mi ha fatto partecipe del suo sguardo nuovo e bello su tutte le cose.

Fuori dall’ingresso dell’ospedale, alla fine di questa nostra prima disavventura, c’era papà.
Dentro il suo abbraccio abbiamo continuato a guarire. Il suono ritrovato della sua voce, riparava i tessuti, leniva i bruciori. Io l’ho guardato con l’orgoglio di chi aveva saputo custodire un tesoro, lui come fossi una tigre che riemergeva dalla foresta, ferita ma salva, dopo un agguato.

Nella notte silenziosa di una città semideserta ci siamo avviati verso casa.

Ovunque gli oleandri erano in fiore.  IMG_20200405_115453

L’unica gemma degna d’essere regalata

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Ho steso lenzuola bianche alla luce del tramonto.
Il sole d’estate arrivava, spezzato come pane della domenica, abbondante, moltiplicato, tra i rami di vecchi cipressi.

Le lenzuola sembravano vele di uno scafo. Nel vento era certo il mare.

Sono entrata nella mia stanza, la camera che chiamiamo “Virginia Woolf”.

Mi sono seduta sul tappeto verde acqua. Avrei dovuto lavorare.

Questa volta il sole attraversava i vetri della finestra ricadendo come pioggia d’oro sulla mia piantina, rinvasata di fresco, poggiata sulla cassettiera, accanto ai libri di Patti Smith. Li tengo a parte, come un vangelo.

Allora ne ho aperto uno, ho letto una pagina, ho benedetto lo spirito che “soffia dove vuole”. Tenerla per me, sarebbe un sacrilegio.

Eccola

L’aria era festosa, elettrica. Aprii la porta a zanzariera ed uscii. Sentivo crepitare l’erba. Sentivo la vita – un carbone ardente gettato sul fieno.
Mi coprii il capo. Sarei stata felice di coprirmi le braccia, il volto. Rimasi lì in piedi a guardare i bambini che giocavano e qualcosa nell’atmosfera – la luce filtrata, il profumo delle cose – mi riportò indietro…

Quanto siamo felici da bambini. Quanto viene offuscata quella luce dalla voce della ragione. Vaghiamo nella vita – castoni senza pietra. Finché un giorno non prendiamo una svolta ed eccola lì a terra davanti a noi, una goccia di sangue sfaccettato, più reale di un fantasma, sfolgorante. Se ci muoviamo, rischierà di sparire. Se non agiamo, nulla sarà redento. C’è un modo per risolvere questo piccolo enigma. Dire la propria preghiera. Non importa in che modo. Perché una volta finito si possiederà l’unico gioiello che valga la pena conservare. L’unica gemma degna d’essere regalata.

Una piccola mano mi offrì un dente di leone.

Esprimi un desiderio!

Lo presi. Di un giallo acceso – selvatico, inconsistente e caro a Dio. Trasformarsi per assecondare un nostro desiderio in una nuvoletta canuta. Ciuffi di manna sfilacciata discendono sul mondo…

Esprimi un desiderio, soffia…

Respirare ancora, cos’altro potevo desiderare? Tutto il mio essere si getto in quell’impresa. Avevo dalla mia il cielo con la sua capacità di diventare, in un batter d’occhio, qualunque cosa. Scrutai le nuvole in cerca di presagi, risposte. Sembravano muoversi molto rapide, con forme di cupola, delicato tessuto connettivo. Il volto dell’arte, di profilo. Il volto della negazione, benedetta. 

Cosa facciamo, Grande Barrymore?
Vacilliamo.
Cosa facciamo umile monaco?
Siamo di buon cuore.

E questi consigli, impartiti con una grazia così perfetta, riempirono le mie membra di una tale leggerezza che ne fui sollevata e lasciata a fluttuare sull’erba, anche se a tutti pareva fossi ancora tra loro, avviluppata nei doveri umani, con entrambi i piedi per terra.

da “I tessitori di sogni” di Patti Smith

Giona, mio figlio.

Giona, mio figlio.