Ad occhio nudo

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Ho scelto il mare tra le pietre. Lontano dalle spiagge attrezzate, affollate, martoriate. Qualche scalino diroccato per accedere a scogli biforcuti come lingue pietrificate di rettili. Pietre ostili ed abbandonate. Pietre che costringono a premeditare i passi, uno ad uno. Tra gli scogli trovo tutta la miseria del nostro popolo: cassette di polistirolo gettate dai venditori ambulanti di pesce. Scendono tra gli scogli a cercare alghe per ornare i pesci comprati al mercato tutti in fila ed eguali, per farli sembrare figli unici rubati al mare. Poi, a vendita avvenuta, quel che rimane lo buttano via insieme alle cassette, perché se una cosa non la si vede, non c’è. Si dissolvono le responsabilità. La preoccupazione di farla franca è più forte della bellezza e dell’armonia, più forte delle meraviglie che ci sono toccate in sorte. Non ci lasciamo educare dalla bellezza. La bellezza ci terrorizza, perché possiede una energia vitale che tutto coinvolge. E così le cassette coi resti di pesce si, erano oscene, ma drammaticamente familiari. Brandelli di animali a soddisfare quel senso della morte che noi siciliani portiamo nel DNA come anello immutabile, di generazione in generazione.

L’aria era fresca, il sole caldo, il mare leggermente increspato, il suo profumo ovunque. Nonostante fossi in compagnia sono rimasta a lungo in silenzio, un silenzio pieno, comunicativo, sereno. Ma non sono riuscita a pensare a nulla, perché tutta l’immobilità delle pietre si è animata, piano piano, esigendo la mia attenzione. Quando si guardano le stelle nelle notti d’estate, più si osserva il cielo più aumenta il numero di stelle che ad occhio nudo si riescono a guardare. L’occhio nudo. Una nudità antica, fragile, ma tenace.

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A tener fisso lo sguardo sugli scogli, a lungo, si scoprono mille piccole, piccolissime vite a prima vista invisibili: i pomodori di mare, rossi e morbidi, strane lumache con un guscio a piramide che camminano lentamente e costantemente da una parte all’altra, senza mostrare mai il proprio corpo. Sembra solo un guscio mobile, con un segreto dentro. Poi ci sono i granchi, piccoli, neri o color della pietra. Sono veloci e buffi, spariscono dentro i fori di quelle rocce modellate dall’acqua, piene di nascondigli e luoghi inaccessibili. E infine gli insetti: piccoli e grandi, con le ali, senza ali, neri o colorati. Colonie intere che si sono disperse non appena ci siamo accampati su una delle pietre meno ostili, per poi tornare sporadici e in pace, a cercar di recuperare il proprio spazio, le proprie attività.

In mare, vicino agli scogli che sprofondano in acqua nuotano pesci invisibili: li si vede solo se ci si ferma a guardare per minuti lunghi e senza fretta. Piccoli pesci quasi trasparenti, altri perlati, altri ancora neri e marroni, qualcuno rosso. Molti nuotano con disinvoltura senza una direzione precisa, almeno così pare. Destra sinistra, destra sinistra…senza metà. Altri restano aderenti agli scogli e più che nuotare, strisciano. Delle pietre assumono i colori e con le stesse si confondo stando fermi, immobili.

In cielo, i gabbiani. Uno di loro ci ha tenuto compagnia. Aveva avvistato i resti di pesce. Davanti a noi ha eseguito una serie di manovre di ammaraggio perfette. Planava leggero, aerodinamico, preciso. Pian piano ha preso confidenza, ha capito che noi non eravamo armati di nessun odio o istinto di morte nei suoi confronti, solo di un po’ di invidia per la sua leggerezza, per la possibilità di spiccare il volo diretti ovunque. Due, tre, quattro saltelli, poi in un baleno ha preso il pesce e penzolante dal becco lo ha portato un po’ a largo per consumare il simbolo del nostro animo decadente in santa pace.

L’acqua era fredda e pulita. Il corpo timido.

Io ho paura del mare, anche se ho un passato di nuotatrice. In mare non ci sono i confini delle piscine olimpiche e l’acqua è troppo, troppo leggera. Si nuota con minore fatica e maggior pensiero. In piscina, durante i km di allenamento il cervello riposa, i pensieri lasciano il posto alla gestione dello sfinimento, della stanchezza, dei muscoli doloranti. Quando nuoto in mare il mio cervello resta vigile, in allerta. Il mare è incontrollabile. E’ pieno di vite che non conosco, di cui percepisco e so la presenza, ma che non vedo. Mi sento guardata dalla forza primordiale del mondo e mi spavento.
Lo amo e lo temo, come nelle migliori delle tradizioni.
“Il mare è traditore”, si dice. Ma forse è semplicemente molto molto molto più grande e potente di noi. L’occhio, l’occhio nudo non lo può comprendere, anzi, il mare è a perdita d’occhio. Ne possiamo scegliere una porzione, piccola, tra le pietre, osservare il suo mondo attorno, perfino dentro, ma non di più.

Tra uno scoglio e l’altro c’era una piccola cavità. Ad ogni spinta del mare verso terra la cavità si riempiva d’acqua e quando l’acqua si ritirava appena, si svuotava. Sembrava come un ventricolo. Anche le pietre respirano.

La sera a casa il sole a picco sulle spalle restituiva il calore. La nostra è una pelle fragile. Non voliamo, non nuotiamo nelle profondità, non possiamo esporci a lungo al sole che riflette sull’acqua. Siamo inadatti al mare e per poterlo vivere dobbiamo attrezzarci di molti strumenti.

Esercita su di noi il fascino delle cose grandi, e come l’acqua tra gli anfratti degli scogli, il mare arriva dentro, lì dove si annidano i sentimenti migliori, i sogni grandi, gli amori mai sopiti. Il mare placa la rabbia che corrode e restituisce il senso della misura delle cose. E le cose, le situazioni, gli stati d’animo e i pensieri, sono molti, diversi, come i pesci e le lumache di mare sono invisibili ad uno sguardo frettoloso e disattento. Tutto sembra uguale, ma niente lo è davvero. Abbiamo bisogno di tempo, di calma, di pazienza e di curiosità per permettere all’occhio nudo di guidarci nel mare aperto delle nostre complessità.

Rispirari in funn’o mare

(foto di Maggie Hood)

(foto di Maggie Hood)

Aprire qui https://www.youtube.com/watch?v=wFZ4aaPVVIQ

Un canto di gioia in lingua straniera

(Foto di Carlo Columba)

(Foto di Carlo Columba)

Ha occhi di satiro che incantano i cani. Gli girano attorno come una festa.
Tra i capelli una burrasca e in gola le voci di venti lontani. Non ha casa né patria, ma non si allontana oramai oltre il rumore della risacca. Ovunque ha bisogno, come aria, del canto del mare.

A mani nude ne coglieva i frutti, a pelo d’acqua e giù, più a fondo, dove gambe di ragazzo lo spingevano a cercare il punto di congiunzione tra la vita e la morte. Lì, tra i polpi e le roccia, privo di aria e di fiato, sentiva l’eco di sé bambino e manteneva il contatto con gli avi e con i semi futuri.

Sugli alberi la notte cercava riparo, aveva un cuore solitario che parlava una lingua straniera, diversa dalla sua. Si comprendevano a gesti, un linguaggio muto di segni segreti filtrato dalle foglie e dalle rughe profonde delle cortecce. Le fronde lo riparavano dalla luce bianca e blu riflessa dal mare, perché lui sempre volgeva lo sguardo dove gli occhi di altri non potevano posarsi a lungo. Sul far della sera cantava coi merli e con le braccia forti si dondolava fra i rami, sempre in equilibrio tra cadute rovinose e salti da acrobata.

Una notte volle misurarsi nella corsa, fare diversamente, saltare la caccia dei ricci tra l’acqua e il sale, l’apnea che gli era familiare, le fronde del riparo e il canto notturno degli uccelli. Corse a perdifiato, fu bravo. Era veloce anche a terra e i piedi si abituarono presto al suolo e alle pietre d’inciampo. Corse troppo veloce però,  e si ritrovò lontano dal mare e dagli alberi, perse il richiamo della risacca e si spense in lui la luce del satiro. Mancarono di forza le braccia e i polmoni si abituarono all’aria. I cani lo seguivano in fila, muti. Riuscì tuttavia ad amare la terra, i sassi, la luce fioca, ma il cuore smise di parlare la sua lingua straniera e non c’erano più merli a salutare la notte.

Fu un vento venuto da lontano a riportarlo a casa, in un giorno di fitto silenzio. Soffiava dal mare verso il centro della terra, soffiava, soffiava e gli riportò alle orecchie la risacca, il sale e il guizzo di pesci nelle acque profonde.
All’improvviso cominciò a correre, di nuovo, senza pensare, come sospinto da un incantesimo atteso, come un’urgenza di vita a trapassargli di ardore e dolore le membra. Correva a perdifiato, anche questa volta, ma nella direzione opposta. Pativa la stanchezza, la paura del richiamo, il pensiero di non trovare nulla di quanto avesse lasciato. Invece, il mare, era lì. Accecante di bianco e di blu. Lo fissò a lungo e dall’agitarsi festoso dei cani capì di aver riaperto lo sguardo alla luce del satiro. Si arrampicò a fatica su un albero e senti il cuore intonare un inno di gioia in lingua straniera.

Da allora il mare lo richiama ogni notte. Ma lui, ogni notte, aspetta. Il ragazzo che stringeva tra le mani i polpi vivi e ne succhiava la vita con la bocca di labbra carnose, si era perduto. Non poteva tornare in acqua prima di ritrovarlo. Ad ogni tramonto, sul far della sera, con suono cristallino i merli ne invocano unanimi il ritorno e tutte le creature del mare attendono di rivederli insieme, per ricongiungere gli avi ai semi futuri.

Sulla linea ultima della terra

(Molo di Mondello, Palermo. Foto di Carlo Columba)

(Molo di Mondello, Palermo. Foto di Carlo Columba)

Qualche settimana fa, la mattina era di primavera, il cielo cobalto, il mare di cristallo. Io pedalavo con uno sguardo alla spiaggia e uno alla strada, i capelli sugli occhi, il vento nelle orecchie, molte promesse nel cuore.
Mi sono fermata al molo, l’ho percorso tutto, raggiungendo la linea che segna la fine della terra ferma. Su quella linea un ragazzino stava immobile, in piedi, col costume bagnato appiccicato alle cosce, le scarpe da tennis zuppe, le braccia dritte lungo i fianchi e le spalle rigide, per proteggersi da un vento molto leggero, ma ancora troppo freddo.
“Hai freddo?” – gli ha chiesto, infatti, una signora. Lui ha scosso la testa facendo segno di no, mentre batteva i denti e si sollevava sulle punte dei piedi. Poi ha fatto un passo indietro e ispirando in fretta ha cominciato a correre su quella esile linea di confine, ed è volato via. A me è parso restasse in aria con le ginocchia al petto per un tempo infinito. Di fronte aveva il sole, sopra di lui il blu, sotto di lui il blu. Gli schizzi sembravano un fuoco d’artificio di acqua e di sale. E’ riemerso dal mare come un reperto antico e prezioso, lentamente, su su, fino in superficie. Ha nuotato per tornare al punto di partenza, si è arrampicato sugli scogli per ricominciare a giocare sulla linea ultima della terra. Io l’ho guardato negli occhi per pochi secondi, era vivo e giovane, ed era felice.

Sai che cosa sembra?

(Addaura, Palermo)

“Ora camminavano sotto braccio.
L’uomo portava la bicicletta con la mano sinistra e lei, la donna, era nell’altra sua mano, camminava dentro di lui, non sulla strada. […]
«Sai,» egli le disse, «che cosa sembra?»,
«Che cosa?» disse Berta.
«Che io abbia un incantesimo in te».
«E io in te. Non l’ho anch’io in te?».
«Questa è la nostra cosa».
«C’è altro fra noi?»,
«Pure sembra che ci sia altro».
«Che altro?»,
«Che io debba vederti quando sono al limite».
«Come, al limite?»
«Quando ho voglia di perdermi»”.

Elio Vittorini, Uomini e no, 1945.

Spalle al mare

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Foto di fraru.b

Qualche giorno fa sono rimasta bloccata tra i vicoli del centro storico a causa di una manifestazione, l’ennesima a Palermo.
I vicoli del centro sono stretti, in alcuni l’auto ci passa appena. Si attraversano con la sensazione di non averne il diritto: le persiane aperte per il caldo fanno intravedere le tavole apparecchiate, la televisione accesa, gli uomini in canottiera bianca, le donne con gli abiti attillati, qualunque sia la taglia di appartenenza. Non è guidare in città, è entrare nelle case della gente. L’estate del sud costringe al contatto, ci obbliga a vedere e sapere. Mentre sostavo sotto il sole cocente di fine giugno, priva di aria condizionata, ho notato alla mia destra un uomo e una donna che parlavano  in modo animato.

L’età della signora era indefinibile. Sembrava mamma, sembrava nonna, non so dire se mi apparisse vecchia pur essendo giovane, o se, essendo anziana conservasse un qualche scampolo prepotente di gioventù. So che per metà i capelli erano grigi e per l’altra metà di un castano meticcio. Era bassa e molto grassa, ma gli occhi erano vispi e grandi, ingenui, quasi. In braccio teneva un bambino di circa tre anni, biondo e monello. Non parlava il bambino. Si lamentava. E mentre la signora si intratteneva in un dialogo serrato con il vicino di casa, “u picciriddu” cercava di arrampicarsi sul corpo della donna servendosi del suo seno immenso come appoggio. Sembrava cercasse di andare oltre. Voleva scappare, scavalcare forse la vita che gli era toccata in sorte. Erano tenaci entrambi, però, perché ad ogni tentativo di fuga, la donna lo riportava giù, mille volte, ogni volta, come se non potesse stancarsi mai, come se non ci fosse altro luogo in cui andare, come se non ci fosse mondo oltre il suo seno.

L’uomo, il vicino di casa, ascoltava. Solo la donna parlava. E lo faceva con parole allungate, di forma anomala, con un dialetto fitto fitto, un po’ arabo, un po’ nostro. Raccontava di sua figlia, che “magari ora puru na tessera ciù scrivunu che è buttana! E quannu ci pari a idda a finisci ri fari a cagna”. Certo non le manda a dire la signora. Ma il fatto è che sua figlia partorisce a ciclo pressoché continuo figli senza padri. E pure il piccolo fuggiasco che portava in braccio era uno di questi: “U viri chistu, chistu vinni ca a Talassemia, che rappresenta a tipo anemia mediterranea”.

Noi a Palermo a spiegare le cose in un modo solo ci imbarazziamo, siamo a disagio. Ci pare di mentire, di dire bugie. Una stessa cosa la dobbiamo spiegare in modo diverso e per enunciare queste molteplici identità di cose e persone ed eventi ne pronunciamo il nome, la realtà che vogliamo esprimere e poi aggiungiamo “che rappresenta…”. Noi, a Palermo, lo sappiamo che le persone, le cose, gli accadimenti non hanno una sola faccia, sappiamo che niente è come appare. Noi per i quali… La Mafia è lo Stato? Oppure: La Mafia e lo Stato? Cioè: “Lo Stato che rappresenta la Mafia”, per capirci. Perché, insomma, da noi a Palermo tutto va al contrario, noi lungo la costa costruiamo le panchine che danno le spalle al mare e ci sediamo a guardare le costruzioni abusive che scaricano la fogna sulla spiaggia. Perché a noi in Sicilia la bellezza ci provoca terrore, il suo richiamo alla custodia, alla responsabilità, alla coscienza non lo possiamo sopportare. Così diciamo: “Haiu na casa a Villagrazia che rappresenta tipo na villa a mari”, appunto. Se esiste una cosa mica vuol dire che quella cosa significhi quanto chiaramente mostra di sé, ma manco per sogno! E pure per le persone è così, ovviamente. “Chistu rappresenta che è me cumpari”. La sua identità è data dal ruolo che svolge in relazione al soggetto che si esprime. E se non svolge nessun ruolo è un gran problema perché qualcuno con fare minaccioso può avvicinarsi a chiedere conto di quanto dici e fai esclamando: “Oh ma chi mi rapprisienti!?”. Già, tu, proprio tu…chi rappresenti?
Il bene non è il bene e il male non è il male. E’ dipende cosa rappresenta, cosa ci rappresenta.

Spero che il bambino biondo e monello, con la Talassemia che purtroppo non “rappresenta” la semplice anemia mediterranea, un giorno prenda bene la rincorsa e puntando con decisione e senza troppa pietà il piede sul cuore di questa terra senza verità possa trovare il suo modo di fuggire e vivere, dove le panchine guardano l’orizzonte e l’occhio non s’inganna.

Fotosintesi

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Fotosintesidal greco  φώτο- [foto-], “luce”, e σύνθεσις [synthesis], “costruzione, assemblaggio”. Esiste una fotosintesi “umana”. L’ho scoperto ieri, durante una passeggiata post scuola al foro italico.

Che Palermo sia una città di eccessi in continua contraddizione, si sa. Lo sa chi la visita, da turista, per pochi giorni. I turisti lo capiscono con più chiarezza degli abitanti stanziali, perché l’essere di passaggio apre lo sguardo ad una sapienza intensa, si é tutti protesi a conoscere e capire nel minor tempo possibile e con la massima intensità.

Gli occhi di chi vive a Palermo si abituano fin dall’infanzia e reggere gli sbalzi repentini tra le tenebre e la luce. La luce negli occhi e il buio nel cuore.

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Al foro italico la luce abbaglia. C’è il mare. C’è il vento. Ci sono gli aquiloni che tremano tesi e bimbi che sgambettano instabili su gambe vergini di passi. Ci sono gli innamorati sull’erba e i podisti di ogni età alla ricerca di muscoli e salute. Ci sono gli adolescenti che sui motorini truccati della Kalsa vengono a fumare all’aria aperta, sperando che la vita sia meno tossica in riva al mare. Ci sono le donne extracomunitarie con gli abiti colorati e uomini dalla pelle scura che vendono i flaconcini per le bolle di sapone.

A passare in mezzo alla gente, con lo sguardo fisso alle gru dei cantieri navali, si raccolgono parole, come una mietitura.  E mentre un giovane che sembra Gesù, avvolto nel foulard della sua ragazza per proteggersi dal vento arpeggia un giro di Do, ogni frammento di conversazione sembra possedere un senso compiuto.

E’ un tacito scambio, un prendere, dare e trasformare. Come in una fotosintesi la luce innesca i processi, perché è la luce la più grande risorsa di questa città che sopravvive incredibilmente, di giorno in giorno, sotto il torchio costante di tenebre fitte fitte.

Così, le ultime parole ascoltate, come titoli di coda, pronunciate da un’adolescente dai capelli rossi, sembrano con precisione chirurgica andare a fondo nella ferita: “No, tu un c’ha cririri mai a chiddu ca ti diciunu l’autri. Tu, c’hai a esseri tu, cu l’occhi toi, tu”.

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Finché è possibile

 

Modificate in Lumia Selfie

Mondello, Palermo

 

“…dal momento che siete uomo e incostante voi stesso, siete costretto ad aggiungere tacitamente: finché è possibile”.

– Alfred de Musset, La confession d’un enfant du siècle, 1836 – parte prima, cap. V

Vento

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Io comincio.

Nell’anno ’42 guardando un albero in autunno
e una foglia che cadeva,
decisi di fare quel tipo di danza,
ma quando cercai una musica adatta, non la trovai.

Allora chiesi alla foglia dell’autunno:
“Hai bisogno di musica per muoverti?”.
La foglia mi contestò:
“No, ho bisogno del vento”.

Allora cominciai a cercare
nei ritmi interni
la possibilità di muovere la mia danza
il mio corpo.

Io sento che il mio tempo
è molto più breve,
più breve di vita.

Non devo smettere di fare
ciò che devo fare oggi,
non aspettare domani.

Potete arrivare al gran mistero
e dire:

“Sento il suono del vento
sento il suono del mare”.

Maria Fux

Guardate, qui. http://www.internazionale.it/notizie/2016/01/23/ivan-gergolet-dancing-with-maria-fux

La ragione non bacia le sirene

L’autunno porta il miglior mare, ma le creature di gamba doppia a terra non lo sanno. Scambiano il calore del sole con il tempo propizio del mare e s’ingannano. Hanno paura del freddo che sferza ad una ad una le gocce d’acqua e sale sulla pelle nuda e così, in autunno, il tempo propizio del mare, si rintanano fra le mura di casa e gli voltano le spalle.

Lo vedessero adesso, così, come lo vedo io, lo vedessero ingrigire a poco a poco, gonfiarsi come ventre gravido, arricciarsi di bianco e spuma sulla costa. Gridano, parlano, cantano, si guardano, si cercano, sulle spiagge, in estate, e trattano il mare come uno stagno di frescura. Fossero adesso qui, invece, reggessero un po’ meglio il silenzio, avessero udito per ascoltare il rintoccare dei ciottoli che il mare vuole portare a fondo con sé, onda dopo onda. E’ il tintinnio del corteggiamento, della resistenza, della resa. Avessero occhi per vedere i granelli di sabbia compattarsi al ritiro delle acque e separarsi uno dall’altro al sopraggiungere dell’onda, saprebbero vivere e comprendersi con più saggezza.

Quando sulle spiagge deserte vengo in autunno a cercar tracce di amori perduti, trovo resti di parole non dette, fanciullezza abbandonata sul bagnasciuga come pelle di serpente, infanzia ilare e vecchiaia portata sulle spalle; guardo alla terra ferma come al guscio duro di una tartaruga. Poveri uomini e povere donne! Quanta fatica fate nell’illusione di poter ammorbidire e far breccia nel vostro stesso guscio, in un tempo opportuno che non sopraggiunge mai. Creature terrestri d’incomprensibile cecità. Avete occhi che non resistono al sale e polmoni d’aria incompatibili alle profondità. Siete creature di superficie che si proteggono da tutto.

Noi sirene, invece, su questa superficie strisciamo, a colpi forti di braccia trasciniamo la nostra parte estranea di corpo, per raggiungere  gli scogli pungenti sulla riva, per poter vedere anche noi il mare di fuori. Eppure, con un solo tuffo torniamo all’acqua fredda degli abissi, scompariamo a colpi di coda, giù, giù, sempre più a fondo. Le nostre “squame di madreperla” si riempiono della luce del sole e una volta tornate alle profondità, portiamo luce nelle tenebre e gli odori di mille superfici lontane, trascinati dal vento, li uniamo al profumo del mare in una pozione che inebria gli dei.

Lasciate sulla sabbia le impronte invisibili del vostro tormento, voi che sempre volete essere altrove, voi che vi portate appresso il vostro corpo come un castigo. I granelli che non si possono contare, piccoli, privi di consistenza hanno la forza per sopportare il peso delle vostre felicità mancate e il terrore che vi attraversa quando la felicità vissuta vi pare fragile e minacciata e vi irrigidite e vi spaventate e stringete i pugni per trattenere quello che non potete, per far vostro ciò che non vi appartiene. Se foste in grado di reggere il mare d’autunno, il mare, paziente e generoso, vi restituirebbe ogni cosa. Ma gli uomini sono sempre alla ricerca delle “belle giornate” che rubano al mare il silenzio e ai ciottoli il tintinnio della resa.

Noi ci mostriamo di rado, solo agli uomini afflitti, a quelli che non vogliono più convincere nessuno della loro superiorità ma che piuttosto l’hanno vista infrangersi sugli scogli aguzzi della vita. A loro ci mostriamo, a coloro che non hanno più bisogno d’esser creduti e sanno restare, tutti interi, ad abitare le cose che accadono, oggi, ora. Non si domandono se sono matti o ubriachi, ma ci guardano e sorridono, ci tendono la mano per salire sulle loro barche di legno e fatica e così, adagiate sul fondo restiamo ore a regalare sguardi. Alcuni s’innamrano di noi e noi di loro e l’amore non è un pericolo, nel mare, d’autunno, l’amore si prende e si da, al ritmo delle barche sull’acqua. Ci guardano e pensano alle loro donne, a quelle che hanno perduto, a quelle che hanno lasciato andare, a quelle che hanno tradito o a quelle che li hanno feriti, riducendo il loro cuore in miseria. S’avvicinano con desiderio, senza bramosia, questa l’hanno perduta a suon di drammi e malanni. Con una mano toccano le squame, e con il viso si tuffano dentro ai nostri capelli. Non parlano, respirano. Giocano ad acchiappar la vita con il naso, giocano a rincorrere i tonni, ad occhi chiusi  e labbra aperte appena, cercano sulla nostra bocca la morbidezza dei molluschi e il sapore dolce del pescato appena tratto dal mare. Cercano un nutrimento senza caccia.

Qualcuno di loro sa anche piangere e noi dal loro viso lecchiamo le lacrime con la nostra lingua minuta, una ad una, restituiamo le lacrime al mare. E il mare le riconosce come  l’unica traccia di sé, rimasta clandestina dentro al corpo degli umani e allora canta, il mare, canta la nostalgia per gli uomini e le donne coi piedi immobili a terra.

Quale maledizione la parola, quale assordante rumore se spiega gli sguardi, quale massacro se squarta il bene voluto come un pesce da taglio cercando i pezzi migliori da vendere al più ricco offerente. Quale maledizione la parola che mette a tacere l’attesa di abbracci da compiere muti, che piega le carezze al merito e giustifica gli slanci del cuore, che s’impiglia come pesce nelle reti crudeli dei pescatori notturni.

L’autunno possiede il mare migliore. Il luogo dove non si dovrebbe stare, la permanenza fuori stagione, l’amore fuori luogo, il corpo mai del tutto compiuto, le conchiglie vuote, le spine dei ricci, la vaghezza delle acque durante la burrasca, l’attesa d’improbabili ritorni: fuggite uomini la luce accecante della ragione, il ventre sterile del buon senso, la ragione non bacia le sirene.