Pienezza acerba

(Space, by Jen Corace)

(Space, by Jen Corace)

Ha per capelli fili di seta.
Quando ride di cuore porta la testa indietro ed apre la bocca. E la sua bocca canta una musica che non è suonata altrove nel mondo. Gliela si vede pure negli occhi, appena chiusi, che scintillano come riflessi di sole su un lago di montagna.

In estate diventa scura al primo sole, come me. E come la sua mamma. In acqua sembra sorella dei pesci piccoli e d’argento e nuota senza paura nel mare aperto. E’ temeraria con impeto di donna, è curiosa ed è testarda ben oltre i limiti consentiti ai suoi nove anni.

Ho saputo che stava arrivando il giorno del mio compleanno ed ho vissuto da allora un tempo gravido di attesa, guardando mia sorella gonfiarsi come vela lungo mille giorni di vento. E’ nata al primo giorno del mese corto, appena dopo l’ora più buia della notte. Aveva in testa una selva scura, i capelli dritti e sottili come le betulle dei boschi fitti e nel volto i tratti del padre.

A placarle il pianto riusciva solo una vecchia serenata cantata nel dialetto antico e intonata da me. Ed è cresciuta così, sentendo su di lei parole d’amore e versi di giovinezza e promesse di primavera. E’ rimasta muta il tempo minimo consentito, cominciando con voce di infante a chiedere ragione delle assenze e della morte.

Non ha misure di mezzo: vuole tutto, chiede tutto e, secondo me, patisce tutto, anche quando sembra non rispettare i confini e disubbidisce con la rabbia dell’adolescente che sarà. Ma la notte torna la bambina che ancora è, nove anni, tutte le dita tranne un mignolo, ancora per poco la sua legittima assenza di pienezza.

Per lei, bambina di un’età tutta imperfetta e acerba, vorrei di contro la perfezione del mondo e la mitezza del cuore degli uomini. Invece è feroce la vita che l’attende. Che per lei non sia come è oggi per il mondo e che nessuno le costruisca attorno muri oltre i quali non dover andare, che mai debba imparare il suono di sirene di guerra o conoscere la ferocia della fame. Che non si abitui a veder il male e che da nessuna delle persone che ama debba mai udire parole di censura per quel che è, per quel che desidera, per quel che cerca.

E con quegli occhi di fata che la natura le ha dato in dono, un po’ simili alla madre, un po’ capolavoro inedito, chieda e ottenga soltanto il bene. Che siano un dono da condividere lietamente e mai un’arma che possa addolorare.
Che insieme alla sofferenza inevitabile che la vita riserva possa trovare sollievo, conforto e difesa da tutti i mali che devastano il giardino più segreto del cuore.

Che sia felice d’esser femmina anche in tutto quel che di complesso ci è toccato in sorte, ma che sia fiera fino alla superbia contro ogni sottomissione; abbia rispetto dei giusti e disprezzo per il potere violento delle gerarchie e che non conosca pena o gioia altrui che non senta  come pena o gioia propria.

Che lasci libero l’amore d’essere imperfetto e si conceda mille imperdonabili errori, che resti sempre acerba una parte della sua pienezza perché da oggi a sempre possa attendere l’estate e aver fame di frutti nuovi.

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