Per ogni luna crescente e calante

@nynkelocher

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Provo a scrivere  questo post dal 7 luglio. Da quando sono entrata in bagno pensierosa e stanca e ne sono uscita in lacrime alla ricerca urgente del più importante degli abbracci.

Mi scorrevano fiumi di lacrime dagli occhi e un rivolo di sangue nuovo tra le gambe.

Il capoparto è la prima mestruazione che arriva dopo aver dato alla luce. E non ha una data per nessuna donna. Ad alcune arriva subito, per altre ci vuole qualche mese, per me ce ne sono voluti quindici. Circa 450 giorni bianchi come il latte del mio seno.

Avevo immaginato questo momento in ogni modo, raffigurandomi la fatica di ricominciare. Avevo paura e insieme desiderio di tornare ad avere un ritmo, di uscire da un tempo tutto dedicato, senza sbalzi, di ricominciare a rincorrere cime, trovando un varco d’uscita dalla mia  lunga faticosissima pianura.

Ho visto il sangue e sono scoppiata in un pianto di liberazione. Mi sentivo come se stessi tornando da un lungo viaggio, come se facessi io stessa ritorno a me stessa. Ero Itaca, Ulisse, Penelope e il mare.

È stato un ciclo lungo ed abbondante e senza dolore. L’indomani mattina mi sono svegliata con sangue dappertutto: sulle mutande, sul pigiama, sulle lenzuola, sul coprimaterasso e sul materasso. E quando sono tornata dal bagno ed ho ho trovato il mio uomo con una spugnetta che canticchiando cercava di smacchiare il possibile e mio figlio che saltava contento fra le lenzuola battezzate dal sangue nuovo, ho deciso che volevo fare una festa.

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Ho invitato le donne a me care, non tutte quelle che avrei voluto, ma alcune a mo’ di rappresentanza. Sono venute accompagnate ciascuna dal frutto del proprio sangue, non solo figli, ma amori, dolori, vita da raccontare e condividere. Le ho viste passaggiare nel nostro giardino e mangiare alla nostra tavola, erano bellissime ed ho provato una grande gioia a pensare che il mio sangue ci avesse riunite così. Ho ricevuto fiori, dolci soffici come nuvole, vino e molto amore.

Allora ho potuto attraversare la paura ed arrivare fino al “capo” di questo tratto di vita che è il diventare madre, fino a quel promontorio che sporge estendendosi sul mare e che è da sempre la fine e l’inizio dei viaggi epici. Il capoparto come il Capo di Buona Speranza, come Capo Horn, Nord, come Capo Passaro. Inizio e fine di un mondo. L’inizio di un tempo sacro e benedetto che non è per la procreazione e che ha un limite visibile, un confine sottile che annuncia nuove terre da esplorare. Chi sarò, come diventerò, quali potenze inespresse ci sono in me, quale forza ho da scoprire, che tipo di donna posso nuovamente diventare, cosa desidero davvero, verso dove e con chi voglio navigare.

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È benedetto il frutto del grembo di una donna, ma è benedetto soprattutto il grembo che compie gli stessi cicli, che funziona in modo eguale, ma che non fa mai una cosa simile. Una diversità moltiplicata per quanto lunga e larga si estende la vita di una donna e poi per le vite di tutte le donne, da Eva alla Madonna, sempre, per ogni luna crescente e calante, in ogni cielo, finché esiste il mondo.

Clorophilla, italian artist

Sangue

(foto di Sara Lorusso)

(foto di Sara Lorusso)

A scuola, in alcune classi, ho affrontato il tema dell’adolescenza. Abbiamo cominciato un giorno alzandoci dai posti obbligati, dalle sedie tutte in fila dietro la cattedra e i banchi. Abbiamo cercato una posizione comoda e abbiamo iniziato a respirare. Volevo che uscissero dalla folle quotidiana corsa delle sette ore di scuola, che si fermassero un attimo, che avessero il tempo di capire, di esistere. Poi ci siamo concentrati sulle emozioni, per comprendere quali fossero e in quale parte del corpo le sentivamo muovere. Così qualcuno ha scoperto di avere la rabbia nelle mani, la paura in gola, l’amore negli occhi.
E’ stato faticoso, faticosissimo, anzi. Ma bello, veramente tanto. Abbiamo parlato di tutto. Abbiamo parlato tutti. A voce, per iscritto, con una canzone, con un libro, ciascuno ha avuto modo di potersi esprimere, se lo voleva. I temi che sono stati affrontati erano impegnativi: il bullismo ad esempio. Che se lo chiami così sembra il titolo di un giornale, ma se poi spieghi cos’è te lo ritrovi addosso, come vittima e come carnefice, senza  aver immaginato di esserne protagonista. Oppure la relazione con i genitori, un conflitto sempre meno acceso e formante per i troppi “sì” che ricadono a cascata su corpi e cuori in trasformazione, che aspettano un “no” per potersi misurare con la potenza della propria metamorfosi.

Abbiamo parlato di differenze di genere, anche. Provando a stanare modi di intendere ed intendersi così radicati da diventare invisibili. Ho visto gli occhi dei ragazzi guardarmi con smarrimento mentre ragionavamo sul perché  la fidanzata che esce da sola in minigonna provoca loro rabbia. E ho visto le ragazze illuminarsi in viso quando abbiamo parlato del ciclo mestruale: liberamente, tecnicamente, davanti a tutti.

Abbiamo sorriso noi, femmine, osservando l’imbarazzo sulla faccia dei maschi e ci siamo guardate complici quando uno di loro ha detto stizzito e preoccupato: “Ma prima si vergognavano di più, ora vanno a cambiarsi e poi tornano con l’assorbente arrotolato in mano che si vede”.
Certo che è incredibile… Una donna, in media, ha il ciclo mestruale per circa 35 anni della sua vita. Lo sanno tutti, la vita stessa si rinnova grazie alle mestruazioni. Eppure, in una classe di liceo, nel continente culla della cultura occidentale, aggressiva e moderna, si prova ancora imbarazzo a parlare di sangue, assorbenti, dolori mestruali.

(foto di Alexandra Sophie)

(foto di Alexandra Sophie)

Negli ultimi anni qualcosa sta cambiando. Artiste, scrittrici, attiviste, tramite i social, Twitter sopratutto, hanno lanciato una campagna di sensibilizzazione e direi anche di liberazione, contro tutti gli stereotipi legati al ciclo e, di conseguenza, alle donne (per es.:https://casadiringhiera.com/im-on-my-period-sara-lorusso-editorial-4253fa47eb65#.j78mvsh91http://culturainquieta.com/en/foto/item/10341-lovely-and-provocative-photos-representing-the-stages-of-a-woman-s-life.htmlhttp://www.huffingtonpost.it/kiran-gandhi/perche-ho-corso-la-maratona-di-londra-durante-il-ciclo-senza-portare-lassorbente_b_8019062.html; diversi articoli a riguardo si trovano su http://www.internazionale.it/).
Ci penso sempre io, quando ho le mestruazioni e devo andare a scuola, un luogo di lavoro dove la presenza femminile è ancora preponderante. Ci penso, soprattutto, quando dopo lezione devo restare per le riunioni e so che in bagno non troverò carta igienica né i sacchetti dove riporre l’assorbente né tanto meno la possibilità di potermi rinfrescare. Crearle, invece, queste possibilità mi parrebbe un inizio concreto e sensato per una riforma scolastica seria e un esempio di civiltà che varrebbe cento lezioni di “Costituzione e cittadinanza”.

(foto di Alexandra Sophie)

(foto di Alexandra Sophie)

Quando sento un uomo o, peggio, una donna, esordire con la battuta: “Ehi, ma perché sei così nervosa ti devono venire le tue cose” (perché ancora mica tutti le sanno chiamare per nome in pubblico!), mi viene da piangere, sia per la banalità della battuta sia per l’ignoranza che si nasconde dietro. Nella mia piccola indagine a proposito, ho scoperto che più o meno la metà dei maschi e delle femmine in età fertile non conoscono le fasi del ciclo o non le sanno chiamare per nome. E l’apparato riproduttivo femminile? In tutte le sue parti e caratteristiche? Quasi un perfetto sconosciuto.

La maggior parte delle donne trascorre la propria esistenza e condivide l’esperienza sessuale con uomini che si ostinano a non voler capire nulla del ciclo e che si limitano a chiedere: “Oggi si può liberamente”? Aspettando il responso che pare dover arrivare da un mondo misterioso e sconosciuto, inaccessibile.

(foto di Alexandra Sophie)

(foto di Alexandra Sophie)

E’ vergognoso, pericoloso e triste che l’intero percorso obbligatorio d’istruzione non preveda un tempo, non facoltativo o lasciato alla buona volontà dei docenti, da dedicare all’educazione sessuale e affettiva delle nuove generazioni. L’analfabetismo a riguardo provoca ferite profonde e molto, troppo dolore.

Conoscere il ciclo, chiamare ogni cosa con il proprio nome, mettersi in ascolto del corpo è un’esperienza che trasforma la vita. Io ho imparato per necessità, quando da adolescente le mie ovaie si riempivano di cisti dolorosissime e nessuno sapeva spiegami il perché. Un ginecologo, alto, bello, della borghesia palermitana, uno di quelli che fa partorire con taglio cesario e molti euro le donne ricche della mia città, mi ha imbottito di estrogeni, attribuendo la responsabilità del “mal funzionamento” al mio animo irrequieto e troppo sensibile. Ho molto sofferto per questo. Poi mi sono stancata e ho cercato di capire. Ho studiato, ho trovato dottoresse in grado di ascoltare, valutare, comprendere. E ho scoperto che era l’insulina a provocare le cisti e l’irregolarità del ciclo. Ho eliminato gli zuccheri e tutto piano, piano, piano ha ricominciato ad essere armonico.

(foto di Alexandra Sophie)

(foto di Alexandra Sophie)

Ho imparato allora che non esiste un ciclo uguale ad un altro e che ogni fase va riconosciuta, ascoltata, attesa, vissuta. Ho imparato a distinguere i momenti fertili da quelli non fertili e a conoscere di cosa il mio corpo ha bisogno per ciascuno di questi momenti. Ho scoperto che nella fase che precede le perdite il mio corpo desidera il magnesio e alcune vitamine e che nei giorni del sangue vedo dentro di me cose che, poi, non vedo più.

Ho imparato che vale la pena  far la fatica di condividere ciascuna di queste conoscenze con l’uomo amato, perché cambia tutto, e cambia in meglio. E che, pure, confrontarsi con le altre donne è come immergersi in una sapienza antica quanto il mondo, una sapienza che ciascuna donna contribuisce a far crescere con la propria unica e singolare esperienza.

Dalle donne ci si aspetta sempre qualcosa: che siano belle, magre, corrispondenti ad un modello estetico costruito sul gusto degli uomini o del mercato, che scelgano tra figli o carriera, tra libertà o famiglia, tra femminismo o sottomissione e, quel che è peggio, alcuni dei più famosi e deleteri stereotipi di genere sono incarnati e perpetuati proprio dalle donne, come accade per la menopausa, ad esempio. Quante volte sentiamo o diciamo l’espressione: “Quella donna è ANCORA bella”, rivolta a chi si avvia verso i cinquanta o li ha passati da un pezzo. Ancora? Ancora rispetto a cosa? E con quale bellezza ci si sta confrontando?
E quante donne son capaci di godere dello sbocciare di qualcun’altra senza sentirsene minacciate o senza giudicarle in modo spietato?

Cresciamo vivendo il ciclo come la più grossa scocciatura possibile e invecchiamo pensando che la fine del ciclo sarà l’inizio delle nostre disgrazie: non più giovani, con qualche chilo in più, isteriche e sole. Nel peggiore dei casi circondate dai gatti (altro fantastico stereotipo legato solo alle donne, ovviamente.. Mah!).

E’ una trappola sociale/culturale subdola e meschina, costruita con finezza per secoli e secoli, che fa leva sulle fragilità e sull’ignoranza che alcune donne possiedono di se stesse. Va smascherata, disinnescata, trasformata in qualcos’altro.

Credo che sia necessario riconquistare il nostro stesso sangue, il ventre, il latte, il corpo tutto, con la sua sapienza; imparare le trasformazioni ed essere parte attiva della nostra crescita. Invecchiare non è certo indolore, ma voglio credere che sia possibile farlo scoprendone i segni come un prodigio, così come sappiamo riconoscerli e apprezzarli nell’alternarsi delle stagioni. E’ importante per qualunque donna questa riappropriazione di quanto le appartiene e possiede, di qualunque età, in qualunque condizione si trovi, che sia giovane o anziana, che sia madre o che non voglia o non abbia figli, che sia eterosessuale o lesbica, che abbia qualcuno accanto o che sia single, perché non è quello che viviamo che da maggiore o minore importanza a quel che siamo.

(foto di Alexandra Sophie)

(foto di Alexandra Sophie)

Conosco donne bellissime che il passare del tempo rende forti e coraggiose, piene di vitalità ed esperienza, capaci di riconoscere la vita ovunque si manifesti e di godere di essa anche quando, in qualche modo, sottolinea la distanza tra loro e la giovinezza. Sono donne senza rancore, impegnate in un processo di pacificazione che mi affascina e mi sorprende.

E’ un cambiamento culturale già in atto, ma sempre più urgente, che necessita della consapevolezza e della partecipazione di maschi e femmine, insieme, perché si tratta di sangue e di vita e la vita è di tutti e da tutti va conosciuta, sempre, nuovamente, e accudita con consapevolezza, perché se ne possa godere appieno, fino alla fine e “perché nulla vada perduto” (cfr. Gv 6,12).